La selezione degli inediti di narrativa nel campo editoriale contemporaneo / 1

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di Luca Pareschi

In questo articolo mostreremo in che modo viene effettuata la selezione di opere di autori inediti nel campo editoriale italiano contemporaneo. I dati e le analisi sono tratti da una più ampia tesi di dottorato, il cui obiettivo è studiare il settore della produzione editoriale di narrativa italiana e, in particolare, il processo di ammissione alla produzione di autori esordienti: quel processo che ha inizio con un aspirante autore, con un dattiloscritto, e termina con una casa editrice che accetta l’inedito per la pubblicazione. La tesi è così strutturata: una prima parte presenta una descrizione quantitativa della produzione editoriale italiana a partire dagli anni ’50. Una seconda descrive gli attori che partecipano alla produzione materiale e simbolica, identificando il ruolo di intermediari che risultano fondamentali per le case editrici, pur non essendo personale a loro strettamente legato. La parte qui presentata, la terza, precede un’ultima, in cui si analizza come case editrici di diverse dimensioni attivino sottocampi editoriali differenti nella loro ricerca di manoscritti.

Continua a leggere l’articolo in Le parole e le cose.

[Io ho letta a suo tempo l’intera tesi, e il lavoro di Luca Pareschi mi pare eccellente. gm]

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21 Risposte to “La selezione degli inediti di narrativa nel campo editoriale contemporaneo / 1”

  1. davide Says:

    “””Per cui, a un certo punto, cominci anche a dire questa storia è un po’ troppo stravagante, questo stile è un po’ troppo sperimentale.”

    cit. da periodo sopra :che è poi quel che dico da anni,sulle scelte di certa editoria,lieto che alcuni se ne siano accorti

  2. davide Says:

    2.
    “…E, ancora: «Pensa a un Fabio Volo, […] che ha delle tirature spaventose, e onestamente non possiamo parlare […] di un grande peso, di una grande qualità letteraria, e nonostante questo nessuno lo ferma più. […] Penso invece che ritenere – questo è molto da ambiente intellettuale chiuso – che un lavoro da grande pubblico sia per forza di down market, è una vera aberrazione. Io non lo penso nella maniera più assoluta.

    Perché se poi parli con autori stranieri, che si reputano dei grandi artigiani, difficilmente se la tirano come i nostri, ecco: loro fanno un lavoro quotidiano con degli orari, e sono dei professionisti straordinari, e non per questo io ritengo che abbia meno valore intrinseco» “””

  3. olimpia Says:

    Sarei tentata di leggere l’articolo ma ho paura che si tratti di uno dei tanti spot della campagna contro la scrittura e gli scrittori, finalizzata a farci desistere in considerazione del fatto che siamo troppi a scrivere, pochi a leggere (scopo tanto nobile quanto fallimentare poiché trattasi il più delle volte di malattia incurabile). Se qualcuno potesse darmi rassicurazioni, gliene sarei grata. Tra l’altro io ho già rinunciato, non a scrivere, naturalmente, ma a pubblicare (déjà vu)

  4. olimpia Says:

    mi sono presa di coraggio e ho letto, l’ho trovato rincuorante, al contrario di quanto temevo. Grazie a Giulio per avermelo fatto leggere

  5. davide Says:

    è un ottimo articolo,pieno di input,e che finalmente fa giustizia di molte urban legend che circolano sul come si scelgono i testi da pubblicare,almeno in narrativa

    mette anche un pò di puntini sulle “i” a quella pallosissima fissa italiana di cercar letteratura di ricerca ad ogni costo,salve pi aver libri spesso sia bruttini, che pallosi,che invendibili

  6. davide Says:

    e ancora,sempre da sopra :

    “Dire che il mercato e la cultura sono due linee destinate a non incontrarsi mai, mi sembra il lamento dei giovani scrittori senza talento. Non è così. È un miracolo che questo possa accadere, però un miracolo possibile e quotidiano»

    evvai,era ora!

  7. e Says:

    Se leggete nei commenti in fondo all’articolo di cui sopra c’è un collegamento che porta ad altre figure da inserire nell’analisi della ricerca all’inedito pubblicabile. http://www.leparoleelecose.it/?p=10582
    direi da leggere anche questa parte /2.

    CIT > Ci diciamo: “questo libro è bellissimo, ma non vende niente. Però ci è piaciuto: facciamolo, dai! Possiamo permettercelo!”» (CEg).
    > questo è lusso che si possono permettere in pochi.

  8. Andy Says:

    Mi e’ molto piaciuto: si tratta di argomenti abbastanza noti, per la verita’, la maggior parte dei quali gia’ dibattuti qui su “Vibrisse”, averli pero’ cosi’ ordinati tornera’ utile in futuro.

    Mi intriga il discorso secondo il quale l’editor non si vuole confrontare con qualcosa dettata prevalentemente dall’ispirazione (che “e’ roba da dilettanti”) ma che vuole vedere una costruzione, un’architettura che presuppongono un controllo totale sul proprio stile, sulla propria voce (laddove per propria si intende quella dell’autore). Si arriva a definire l’arte come qualcosa di artificiale- facendo forse della tautologia- ma che- dall’altra parte- si devono evitare lavori troppo costruiti, definibili come elaborazioni “a tavolino”.

    La parola chiave per trovare l’equilibrio fra queste due componenti- padronanza del propio stile/artigianato e costruzione a tavolino- sembra essere “onesta’”.

    Quante cose contrastano con onesta’?

    In particolare, abilita’ e onesta’, vanno d’accordo?

  9. Giulio Mozzi Says:

    Davide, ho come l’impressione che tu combatta dei pregiudizi che hai solo tu (ovvero: secondo me, nell’editoria nessuno pensa ciò che tu ritieni si pensi nell’editoria).

  10. davide Says:

    ah gulio io penso quasi l’opposto.Mon che mi possa sbagliare,su qualche cosa,ma forse su altre ci ho visto per tempo:

    “”“””Per cui, a un certo punto, cominci anche a dire questa storia è un po’ troppo stravagante, questo stile è un po’ troppo sperimentale.”””

    ecco,ciò,non dico la debbano pensare uguali tutti quelli che han pubblicato in certi anni,ma in certi periodì,davvero di cose troppo stravaganti e troppo sperimentali,ne eran uscite un bel pò :)non vederlo mi pare incredibile,meno male che quella marea si è fermata 🙂

  11. Giulio Mozzi Says:

    Ripeto Davide: negli ambienti editoriali (dei quali ho esperienza diretta: è il mio lavoro) non mi pare che ci siano persone che pensano quelle cose che secondo te si pensano negli ambienti editoriali.
    (Ricordo che certe cose “stravaganti e sperimentali”, a es. negli anni Sessanta, si vendevano bene: e quindi pubblicarle generava profitti).

  12. davide Says:

    gentilmente,insisto:non dico che per forza pensino quello che pensi io,ci mancherebbe,ma che qualcuno si sia accorto che certe ondate piu o meno studiate recensite per “l’originale lavoro sul linguaggio”(e nella 2a metà anni 90 ci fecero,sulla cosa,una testa così) abbiano avuto poco impatto,beh,credo se ne siano accorti in piu di uno(prima se ne accorsero?un po meno)

  13. davide Says:

    passando ad altro, giulio,ecco qua una tua dichiarazione nella 2a parte dell articolo

    “«Se porto un libro in redazione viene normalmente rifiutato, perché la selezione è dura e ora è durissima. […] È più facile dire no che sì, visto che di solito porto autori senza storia alle spalle. […] La differenza fra me e gli altri sta nella forma di disponibilità che io ho scelto come metodo, è anche un’etica. Per chi sta nelle case editrici l’autore inedito non contrattualizzato prende un sacco di tempo: bisogna stargli distante. Se [invece] io porto un testo, viene guardato con attenzione e interesse, specie se è lontano dal mio gusto»””

    interessante,ma personalmente credo di non aver capito la differenza tra “libro” e “testo”,visot che se capisco bene sarebbero tutti e due non ancora contrattualizzati,-o sbaglio?però come si vede da sopra,l’accoglienza è diversa :qualche lume?

    grazie

  14. Giulio Mozzi Says:

    Davide, scrivi:

    gentilmente,insisto:non dico che per forza pensino quello che pensi io

    E io ripeto: no, nessuno di loro pensa i pensieri che tu attribuisci loro.

    certe ondate piu o meno studiate recensite per “l’originale lavoro sul linguaggio”

    Qualche nome, qualche titolo, tanto perché si capisca di che cosa stiamo parlando?

    Per il resto: sostituisci “opera inedita” a “libro” e “testo”.

  15. davide Says:

    giulio,scusa se rispondo..con un domanda…a mia volta,ma..:

    ..secondo te in gb,belgio e olanda,danno la stessa importanza(non dico nella narrativa di ricerca..bensì nella narrativa tutta!)ALLE PAROLE VOCI,STILE,LINGUAGGIO tanto così come si fa da noi?

    io direi di no,basta sfogliare le riviste letterarie o i discorsi che si fan su internet

    sul famoso”panta-scrittura creativa”dove eri intervistato anche tu,c’era anche la famosa intervista a ian mc ewan che ,neanche troppo tra le righe diceva:

    “col tempo,ho dato molta meno importanza al linguaggio di quanto non facessi all inizio,non sto piu un intera giornata su come formulare una frase,anzi”

    QUANTO ALLA FAMOSA ONDATA,BEH ,dicevo”seconda metà anni 90″,e direi che li,se i settimanali generalisti si occupavano dell ondata adolescenzial-pulp-cannibale-giovin scrittori per vedere “di cosa parlavano”, per contro l’accademia,un certo gruppo,e qualche rivista si preoccupava più che altro di “come lo dicevano”..

    ..il problema ,si,è che il 2° gruppo di “analizzatori” non era davvero molto interessato a “cosa dicevano..”,..semmai al famoso “come lo dicevano”,insomma,di che parlassero i loro beniamini…(non proprio un problema da poco..)

    …alla lunga,però,.di quella pattuglia di scrittori,chi è rimasto noto,forse il solo Ammaniti,o mi sbaglio?guarda caso,quello dall italiano più convenzionale

    Quanto al resto,scusa ma”opera inedita” lo sostituirei a “libro” O a “testo”,sennò non mi torna ancora

  16. cecilia Says:

    Quello che mi è rimasto più impresso sono i parametri di “pubblico” e “tempo”. Il fatto che un autore debba delineare fin da subito non solo la trama, ma anche il destinatario della propria opera. Questa cosa non sempre succede, spesso un esordiente questa domanda non se la pone, così almeno credo io. E avere un pubblico nel migliore dei casi è riuscire a toccare il cuore delle persone, non semplicemente essere letti (e poi dimenticati).
    Anche il parametro “tempo” è importante. Mi piace l’espressione “intercettare un periodo” 🙂
    Anche questa cosa è difficile per un esordiente, tanto più se è molto giovane e l’unico periodo che potrebbe tentare di intercettare è quello che è occupato/a a vivere. 🙂
    A volte si dice che un’opera è “senza tempo”, nel senso che la storia narrata è altamente condivisa e per gli argomenti trattati non passa mai di moda; ma se al contrario un’opera fosse “senza tempo”, nel senso che lo spirito del tempo, sempre che esista e sia interessante, viene completamente ignorato? Forse quest’ultima domanda è troppo astrusa, ma mi è sorta spontanea.

    Comunque è una lettura interessante, grazie Giulio!

  17. Giulio Mozzi Says:

    Davide, anch’io una volta stavo ore su una frase. Oggi vado più veloce. A forza di far pratica, son diventato più disinvolto. Non è che del linguaggio me ne importi meno.

    Ripeto la domanda: qualche nome, qualche titolo, tanto perché si capisca di che cosa stiamo parlando. Hai citato Ammaniti. E va bene. Ora dici: “l’accademia, un certo gruppo, e qualche rivista”: ce la fai a dire di quali accademici, di quale gruppo, di quali riviste stai parlando? O hai dei problemi per cui ti riesce quasi impossibile pronunciare i nomi proprii?

    Cecilia: a me pare sensato domandarsi a chi ci si rivolge mentre si racconta per iscritto. L’editore si domanda chi comprerà l’eventuale libro: ed è una domanda tutta diversa, evidentemente.

  18. davide Says:

    ciao, giulio,

    i nomi, la triade Barilli-Guglielmi-Balestrini and someone else ricordano qualcosa :)?

    io direi di si,di dovemmo sorbire quasi un intera 2a metà di anni 90 con tutte le loro notazioni critiche,all’ epoca abbastanza ascoltate,anche se chiaramente il gruppo 63 redidivo (a volte rinominato gruppo 93)non era esemplificativo della -parole almeno di Guglielmi-“cultura italiana dominante”

    e suvvia questi insistevano davvero tanto sul linguaggio,scusa se non li citavo ma era abbastanza evidente che parlassi di loro

    sulle riviste passerei oltre,sono molti anni che la carta in quel senso conta meno ,anche se esistevano ed esistono qua e al riviste fatte poco dentro o poco fuori l’ambito universitario dove di fissati col linguaggio ce ne sono a iosa(o meglio ce n’erano..molto ormai si è spostato sul web)

  19. cecilia Says:

    E’ sensato, ma non così scontato, per quanto mi riguarda. Gli unici testi che finora ho scritto (e solo scritto, tutt’al più inviati a dei premi) sono racconti. Per dei romanzi ho avuto solo un paio di idee. Sono dunque ben lontana dall’essere esordiente e chissà se mai lo sarò, ma questa ricerca mi interessa parecchio.
    Se mi riferisco esclusivamente al momento in cui si “inventa” una storia, che è l’unica cosa di cui finora ho fatto esperienza, allora dico che nel mio caso specifico la domanda “a chi voglio rivolgermi con la mia storia?” non me la sono mai posta direttamente. Ma se ci penso ora una risposta la trovo.

  20. davide Says:

    cecilia :”””Ma se ci penso ora una risposta la trovo.”

    beh raccontaci:come immagini il tuo pubblico?

  21. davide Says:

    dimenticavo:

    http://www.leparoleelecose.it/?p=10582

    applausone a giulio quando scrive:

    “””Nell’immediato non c’è nessuna relazione: la maggior parte libri brutti non ha successo, alcuni libri belli hanno successo». Ed è interessante quello che dice Mozzi circa la bellezza di un libro: «La qualità è il pudico nome della bellezza in una società industriale. Ovvero se non si ha fegato di dire che un libro è bello, si dice che è di qualità. […] Parlare di qualità e non di bellezza serve a non affrontare il tema della bellezza, cercando presupposti oggettivi, ma mi sembra filosoficamente insostenibile. La “letteratura di qualità” è una categoria merceologica».””

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