Dagli antipodi alle rotonde

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Fotografia di Emiliano Zanichelli

di Alessandra Sarchi

[…] Io nei paesaggi vedo il deposito di vite umane, dedizione e tempo, l’infinità del tempo delle generazioni che su una certa porzione di pianeta hanno lasciato il proprio segno, cercando un’identità, un’appartenenza. Un po’ come nei dipinti di Arcimboldi si possono vedere le verdure o i pesci uno ad uno, oppure la figura intera che essi contribuiscono a delineare. […] Della possibilità di meravigliarsi io sento la mancanza. Ogni volta che percorro la via Emilia e registro l’irrazionale monotonia che affastella da una parte e dall’altra dell’antica strada romana, e da una parte e dall’altra della autostrada che le scorre parallela, grappoli fitti di case (oggi sempre più sfitte, invendute, disabitate) capannoni e fabbriche (oggi sempre più in dismissione, vuoti) sorti così, come se l’unico criterio fosse quello di occupare lo spazio, mi domando: come si fa a vivere coi sogni e i pensieri schiacciati negli autogrill fatti in serie, nella spazzatura che riempie i fossi e deborda nei campi, nell’asserragliarsi dei centri storici su se stessi, come se fossero musei di qualcosa che non esiste più, nei condomini tutti uguali di aree residenziali che sono dormitori, nelle rotonde che si sono centuplicate negli ultimi dieci anni e sono l’emblema del nostro girare in tondo, e a vuoto, come i criceti nella ruota. Come si fa? […]

Leggi tutto l’articolo nel sito di Alessandra Sarchi.

La fotografia è di Emiliano Zanichelli, dalla serie Via Emilia: campo e controcampo.

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Una Risposta to “Dagli antipodi alle rotonde”

  1. andrea ruffolo Says:

    Paesaggio calabrese
    settembre 2011

    Terra Brutia, da leggersi con la zeta. Avamposto stivalico verso il triangolo siciliano.
    Viaggio tra Scalea e Amantea, Calabria superior. I costoni della Sila una volta irrorati di profumi mediterranei si tuffano in un mare edilizio. di fronte la tavola piatta e violacea del Tirreno sotto un cielo colloso e fermo come una statua..
    Il paesaggio è l’espressione di una terra e della civiltà che questa genera. E la terra calabra è nobile volendo risalire ai pensatori della Magna Grecia o perfino ai più moderni dei filosofi utopisti Terra impervia, dura, ma addolcita dal sorriso e dalla carica umana cordiale dei suoi figli; tutti vergini ancora dalle abiezioni del turismo straniero di massa. Gli agavi, gli ulivi ,le palme i castagni più in alto si inerpicano sulle pendici brulle, con la complicità di ginestre gelsomini o qualche agrumeto di fortuna, strappato all’inesorabilità delle pendenze, spesso sbrullate o rimbrullite da incendi estivi , pronti a preparare il suolo a una nuova onda di foga costruttiva.

    Fin dalla realizzazione della ferrovia che reseca le punte dei promontori prima del tuffo in mare e che cesura il litorale dal suo contiguo entroterra, il paesaggio naturale della Calabria è stato violentato. Così ad attestare la violenza persistono i piloni degli elettrodotti, con le loro guarnizioni ceramiche ad isolare folgorazioni e che , anch’essi, ergono ischeletriti e indifferenti nel friggere dei condotti mal isolati, al cospetto della indefettibile presenza dell’immutabilità tirrenica ( ondivaga) e l’eternità cangiante del cielo.
    Ma oggi è lo spettacolo dei casamenti di quei caseggiati che pretendono nella loro fallica altezza, quasi ammirazione e stupore; ma che condividono con i loro convicini tanto barzotte stature, che si concentra la nostra costernata attenzione.
    quasi che allo scempio la nostra indignazione frustrata ci liberi dal peccato se non altro del consentimento o del silenzio imbelle.
    E in effetti a ben vedere ciascuno di questi funghi ora protesi alle immanenze dei cieli, ora accasciati in bulimiche volumetrie , non si può far altro che dare sospiri e chiudere gli occhi.
    a ben guardare la provinciale alterigia di questi manufatti (e “manu” nel senso vero della parola) è solo un brutto guardare.
    si vorrebbe quasi che il miracolo di un’amministrazione savia e parca che avrebbe dovuto impedirli si incarnasse ora nell’arroganza posticipata e stenica di cancellarli ope-legis o ope mafiae.
    e così fosse.
    E allora qui , “o vì: nu puortun’i legn” decrepito, vive accanto un altro che sorride nella eterna gaiezza dell’alluminio ano.dizzato; qui “nu’balcunciello” appena traballante su mensole di pietra e là si apre “nu’terraz e pietra” o calcestruzzo vibrato e armato fino ai denti; qui “nu’ cagnett niro niro” e randagio che annusa la firma spruzzata sul muro da qualche suo simile al guinzaglio.
    e poi al nostro timido vicinarci al mostro ecco che appaiono le sue astruserie: balconcini sormontati da archi, moreschi, ma dove non si può inzeppare una seggiola nemmeno a calci nei suoi stinchi o schienale; lì scaloni imperiali che degradano d’ampiezza al salirli, ma che si pregiano di marmi sudamericani o di venature brillantate alla smerigliatrice o finestre di sgraziata proporzione nella loro incomprensibile variabilità dimensionale, per non dire dei vani scala che negli edifici più moderni assumono la pretenziosità di torrioni imperiosi e acerbi che nella loro precoce fatiscenza mostrano già tutti i segni della zigrinitura delle alzate e delle pedate che meriterebbero. O terrazzi su mensoloni che nella loro maschia protuberanza cementizia, sembrano ispirare romantiche copule procreative da godere dai loro impalcati arditamente protesi sopra i tetti di più modeste magioni di pietra e malta arida come il litorale di ciottoli. O il lungo mare sciolto in un rettifilo pavimentato a ghirigori arabeschi degni di una croisette provenzale.
    Ma come si sa la dura lex nel paese dei talliani, subisce gli stiracchiamenti e le elasticherie non solo del volgo che ne ignora l’arzigogolio, bensì degli stessi magistrati: talché il dura avrebbe a convertirsi in mollis.
    Non c’è speranza dunque che quei casermoni siano “deleted” come in un procedimento di “taglia e non reincolla” alla Photoshop. Resistiamo in saecula saeculorum e con la benedizione di chi ne è oggi fiero proprietario. Amen.
    C’è però un modo per consolarsi . ono in fondo in terra calabra, terra di Magna grecia ( più magna che terra) di filosofi e pensatori, terra dei miei avi qui venuti dalle lande toscane e chissà perché. Forse i miei progenitori si arruffolavano troppo in quella contrada che, senza araldo nobiliare, alle porte di Siena porta ancora il Ruffolo cognomen.
    Quegli abnormi casi isolati quei casermoni che tanto inorridiscono le nostre evolute cum scientiae aestheticae, diventano nell’improntitudine delle loro agglomerazioni in concrezioni paraurbane solo elementi epitetici simbolici di tutto un universo di consimili creature.
    E’ allora stupefacente osservare come la tumefazione cancerogena, cha all’apparire della singola cellula difforme ci orripili e preoccupi e ci induca a resecarne la mostruosa appariscenza, nella mètastasi orma consolidata del male, invece, finisca per ipnotizzarci nel variegarsi dei singoli elementi costruttivi, nel dispiegarsi della mente umana alla frenesia fantastica che compone e interpreta.nella sola cultura del fare….senza soverchie congetture estetiche che come si sa lasciano il tempo dove lo trovano.
    L’ingegnarsi dell'”homo faber” all’occorrenza di questo o quel materiale, quasi fosse “sucato” da un emporio inesauribile di bric à brac di ringhiere, imposte tegole a embrici e coppi, pluviali: in breve nella stupefacente possibilità di “variazione sul tema” degli elementi costruttivi
    Già negli anni 60 rimasi affascinato dal nobile e avveduto dissertare di una giovane signora veneta ( molto ingioiellata) che considerava il colore bianco degli edifici come l’ineluttabile completamento di una “sana costruzione”. A suffragio della sua tesi portava l’esempio la derisibile capricciosità dei contadini della marca trevigiana o dei pescatori chioggiani che non avendo alcuna cognizione del buon gusto” pittavano casolari e casupole dei più imprevedibili rosa, verdolini o azurri, ciò raggiungendo vette di inaudità e divertente pacchianità., raddoppiate dalla specularità dell’acque , nel caso di Chioggia:
    Apotesi del capriccio edilizio, monumentalità degli scheletri perenni di calcestruzzo ( armato). Lirismo dell’arco moresco, o pseudo normanno…o larghe vetrate Fast-food Hopperiane, anamorfosi di logge californiane ( e supra-massoniche) inventario ineguagliabile di cretineria architettonica e violenza paesaggistica oltre il budello vergine (ancora) tra la ferrovia e la linea del mare.
    E i soldi? I soldi furono oblati dalla misericordiosa mano. Ricordate? Dalla Casta del Mezzogiorno; qualche decennio fa. E mi conforto. Il nostro debito pubblico ( duemila miliarducci euricizzati) non è cosa antica e condivisamente voluta; anzi sostenuta con vibrante senso dello Stato dalle “forze forse democratiche” che si turavano il naso agli aiuti di Stato alla Fiat per non far male ai cipputi; ma frutto della Casta della Mezzanotte, della puttanopoli…per intenderci. Che richiede mano avvertita e sagace per snidarla dai suoi costosi sperezzamenti in mutande a punteruoli barzotti…..per auscultarli tutti ( che non ne sfugga uno) al costo di centinaia di milioni di euri; salvo i trasferimenti ( in classe prima non fumatori) dei poderosi faldoni di trascrizioni ( fotocopiabili e elargibili anzitempo) da una Procura all’altra sgomitante per accaparrarsi le prime pagine mediatiche.
    Siamo salvi: il nostro male non è antico….ma cosa recente, sgualdrinesca; sgombrata l’ingombrante ombra del non-governo (e governante il governo-ombra o dalle larghe falde a dirsi intese) catturati quei diecimila inafferrabili evasori di grosso calibro, messo a lavorare mezzo-mezzogiorno, tutto tornerà calmo e tranquillo…i precari, i sottoccupati, i pensionati che mantengono i precedenti, i cassintegrati, le vedettes televisive ( che, dopo pedate di parte, fanno spettacolo super-partes e si stizzano senza i divanetti da un milione di euri l’anno) le banche che hanno prestato i soldi a strozzo allo Stato, e la magistratura – infallibile e intoccabile per dogma costituzionale – che con le sue cause ventennali sarà la santa terapia della Nazione.
    Dunque riserrata l’inopportuna digressione e tornati all’icastico calabrese, perché dovremmo demolire quel paesaggio edilizio che ha violentato e deturpato e restituire alla natura quello delle ginestre e degli ulivi giganti o delle agavi e dei bergamotti e dei palmizi? Passando per Praia a Mare, Scalea, Maratea, Diamante incontrare lungo la strada quelle ossature cementizie che non si sa se siano in corso d’ultimazione o siano cadaveri di progetti abortiti che mai giunsero a una completa gravidanza per via del riconoscimento di paternità mafiosa, ritrovarsi nell’indefettibile stupidità dell’ingegno umano non è di per sé un’esperienza di sublime conoscenza? Perché preferire lo stantìo Museo alla messa in mostra del cianfrusagliame del rigattiere? Chi dice che nel Museo si respiri cultura e che il rigattiere offra solo ciarpame? Chi conosce le masse ignoranti che vagolano tra i ruderi dell’antichità o dell’arte nobile, vista la loro incapacità di comprendere lo sforzo dell’ingegno o del simbolismo o perfino di collegare elementari fatti storici, vista la loro predilezione per tutto ciò che stupisce la loro suscettibile e barbara emozione non dovremmo dire : viva viva quel mostro di varietà del paesaggio calabrese?

    Andrea Ruffolo settembre 2011

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