12 pensieri degli ultimi giorni

by

di Valter Binaghi

Analfabeta arboricolo

binaghi sotto l'alberoDisimparare tutto quel che hai letto sugli alberi, la funzione clorofilliana e l’ecosistema, schiodarti dalla sedia e cercarne uno, possibilmente isolato, in una radura erbosa, come il vecchio gelso che un tempo per noi ragazzi spartiva il confine tra la boscaglia praticabile e i campi del vecchio pazzo che inseguiva a sassate chiunque osava calpestare le sue zolle. Trovati un albero, dicevo, uno vero, dimentica quel che credi di sapere e stenditi con le spalle appoggiate al tronco. Respira, e senti che lui respira, e vive, di una vita meno agitata e curiosa della tua. Una vita che somiglia a un lungo sogno che si avvolge giro a giro intorno ad un centro invisibile. Di questa vita, sorbisci ad occhi chiusi il vigore, apprendi la sua muta scuola, e ne tornerai sereno, ricongiunto a te stesso.
Quando nacqui mio nonno piantò un albero in giardino. Forse voleva che il bambino avesse un fratello umile e forte, reclutato tra il popolo dei semplici, come un angelo custode sul suo cammino. Qualche anno fa lo abbattemmo per far posto ad un garage. Nessuno mi toglie dalla testa che quel giorno dall’anima ferita è cominciato a fuggire un rivolo di linfa, e qualcosa in me ha cominciato a morire. Non è bello vivere di parole e d’intenzioni abortite, quando il merlo che veniva ogni anno a fare il nido e mi portava il primo trillo della primavera ora vaga altrove, e la storia che racconto a me stesso e chiamo la mia vita è solo un mosaico di ricordi spezzati.
Ora sono come un nomade forzato, un cavaliere senza causa e senza patria, cerco un albero a cui appendere le armi e il mantello, un’ombra che mi ospiti una volta per tutte, che somigli alle vaste ali del perdono di Dio.

Un giusto a Sodoma e Gomorra

Se Dio avesse trovato un solo giusto a Sodoma e Gomorra, le avrebbe risparmiate dalla distruzione. Perchè la giustizia è contagiosa, o come il lievito fa crescere l’intera pasta. Basta lamentarti della merda che hai intorno. Preoccupati di essere tu quel giusto. La tua ostinazione alla giustizia salverà i molti.

Scrivere nel web

La scrittura pubblica è come ciò che si ode sul pulpito e sulla cattedra, ciò che si vede su un palcoscenico teatrale e sotto il tendone di un circo. Può esserlo degnamente, in tutti i quattro casi, ma ha problemi materiali di allestimento (istituzioni pubbliche, editori privati, spazi organizzati) che la rende un fatto prezioso, dai tempi lunghi e dalla preparazione accurata. Difficile che sopravviva il dilettantismo.
La scrittura nel Web è sempre quelle quattro cose, ma tutte in un video. La location è a costo zero e non serve l’imprimatur di nessuno. Il senso di onnipotenza autoriale che dà il Web è meglio di qualsiasi sostanza euforizzante. Ma anche qui la scrittura può essere degnamente le quattro cose che può essere: cattedra, pulpito, teatro o circo. Purchè il regista, l’attore e il pubblico siano concordi, nella stessa persona dell’autore. Altrimenti vengono fuori quelle merdine, quei “vorrei ma non posso” che mostrano una discordia interna, o più spesso un goffo tentativo di coprire una cosa con l’altra.
Come quando si pretende di dare un giudizio politico ma si sente lo strepito del tifoso.
O quando si prova a fare una recensione e scattano la marchetta editoriale, la piaggeria per il potente o il plauso, comunque poco sincero perchè dovuto, all’amico.
Quando si vuol far ridere di qualcuno e si sceglie la vittima evitando gl’intoccabili.
Quando si vorrebbe dare una finestra sul mondo e la si dà solo sulla propria biblioteca, o congrega di sodali, o loculo defecatorio (leggasi latrina).
C’è un vantaggio. Chi passa e commenta a volte te lo fa capire.
Ringrazialo, invece di bannarlo.

Neolingua, Capitolo 1024 – L’uso del corpo

“Stop all’uso del corpo in pubblicità” dice la pasionaria coi tacchi a spillo, onorevole Laura Boldrini. Come se si potesse “usare” il corpo di un altro/a in pubblicità senza il suo consenso. Tutto per non dire che ci sono una miriade di signore e signorine che preferiscono guadagnare facile ostentando la mercanzia sul cofano di un’auto di lusso o sculettando davanti a un nuovo Caffè che sbrigando pratiche in ufficio. E’ la classica ipocrisia di un femminismo da manuale che non salva la dignità di nessuno (perchè la maggiore dignità di un essere umano consiste nel riconoscergli la responsabilità delle sue azioni), in compenso arricchisce chi ne ha fatto un mestiere.

Madri e zitelle

“Siate madri, non zitelle”, ha detto il papa a un gruppo di suore riunite. Leggo in giro femministe di mestiere (quelle che da quarant’anni campano di slogan dalle colonne di riviste radical chic o di “Repubblica”) che si torcono dall’ira funesta (occhio alla gastrite, sorelle). Poverine, loro si affannano da decenni a convincere le donne che la maternità è un optional, più spesso un ostacolo alla piena realizzazione delle potenzialità umane (carriera, what else?). E le donne per lo più (e per fortuna) continuano a infischiarsene, e a sognare la maternità non come un ergastolo, ma come un compimento. Una maternità che, attenzione, non è necessariamente biologica (lo dimostra il discorso fatto dal papa alle suore) ma è innanzitutto la condizione adulta dell’essere umano donna, così come la paternità lo è dell’uomo. Maternità e paternità che si mostrano in mille modi, quando qualcuno sa essere fecondo, accogliente, sa custodire e far crescere ciò che gli è affidato, sa superare l’esibizionismo egoico in funzione di un’attenzione a ciò che è comune, sa rinunciare alla dissipazione per preparare un futuro che non vedrà. Ma che ne sanno le femministe di mestiere di tutto questo? Bisognerebbe umiliarsi davanti a ciò che è natura e spirito (la prima simbolo visibile del secondo) per capirlo. Loro non possono. Avendo deciso che la natura non esiste e l’uomo è il demiurgo di sè stesso, preparano l’avvento di una tecnocrazia biologica che confermerà il loro delirio.

Padre o padrone

Una debilitazione fisica, momentanea o permanente, può esserti d’aiuto per sapere chi sei veramente. Quando chi c’è intorno a te smette di temere la tua potenza d’urto, la veemenza delle tue espressioni, l’incedere imperioso dei tuoi “consigli”, e smette non dico di seguirti ma perfino di prestarti ascolto, riservandoti un sorriso di educata condiscendenza, allora saprai che ciò che ammiravano in te era la tua potenza, non la tua autorità. Quando invece, nonostante il declino fisico o forse proprio per questo, vengono a cercarti per uno sguardo di cui apprezzano l’ampiezza, per un giudizio di cui stimano la precisione chirurgica, per una comprensione che sa orientare oltre che sostenere, allora saprai che forse, come gli asceti dicono da sempre, è proprio la consumazione della carne che libera l’incenso dello spirito. Non sopravvalutare chi ti cerca, non odiare chi ti abbandona. Entrambi ti stanno rivelando a te stesso, ti stanno mostrando quanto e quando sei stato padre o solo padrone.

Musica

Ti dimentichi di cosa sia veramente la musica, quando è solo un pezzo dell’ambiente in cui vivi, frammisto ai cento richiami percettivi e all’agitazione perpetua del tuo corpo addestrato a rispondervi. Te ne ricordi quando sei così prostrato che ascoltare musica è l’unica cosa che riesci a fare. Allora ti accorgi che la musica è la chiave sensibile per penetrare l’opacità del corpo, ma anche la sottigliezza per rapirne l’anima e lo slancio per condurla oltre, nei mondi del sentimento puro, dove i luoghi del ricordo e della speranza sono simboli di un Altrove in cui ti attende la definitiva consolazione, quella che è veramente casa tua. Regalate musica a tutti quelli che vorrebbero correre e non hanno gambe per farlo. Che possano fendere gli spazi pitagorici e i cori celesti, con la voluttà di un volatile santificato dal dolore.

Una prova dell’esistenza di Dio

Certo che siamo viventi, senzienti, intelligenti e pure socievoli. Ma non si capisce niente dell’essere umano se non si capisce che proprio la socievolezza ci inserisce in uno spazio drammatico. Lì siamo attori di fronte a un pubblico che applaude o disprezza, e più ne siamo consapevoli più diventiamo i registi della nostra maschera. Tutto questo fa di noi degli artisti della vita, ma anche dei malati di successo, che introiettano lo spettatore e sorvegliano già dal di dentro pensieri e parole prima che diventino opere. Quel che ci salva dall’ossessione morbosa della prestazione è l’intimità con l’amico e l’amante, dove possiamo condividere senza difese, cedere le armi senza paura. Ma nessun amico, nessun amante ci amerà senza condizioni, nessuno sarà mai così infrangibile da potersi curvare sulla nostra piaga più nascosta e purulenta senza inorridire. Per questo cerchiamo in Dio uno sguardo non indagatore ma compassionevole, un giudizio che sappia chirurgicamente risanare, un abbraccio in cui trovare forza e riposo. Lui è il vero “Tu” a cui la nostra drammatica rappresentazione si rivolge.
Qualcuno dirà: l’oggetto di un pio desiderio.
Rispondo: ma la sete negli esseri viventi non è la miglior prova dell’esistenza dell’acqua?

Presenze

I morti stanno con noi, non per quel che furono ma per quel che avrebbero voluto e dovuto essere. Appollaiati al davanzale, ci guardano con gli occhi dei passeri, e sembrano dirci che ora stanno bene. Il distacco dalle memorie e dalle vischiose abitudini fu uno strappo tremendo (è in un’istantanea soglia senza tempo che si consuma ciò che chiamiamo Purgatorio), ma ora, distillati nell’alambicco di Dio, possiedono un sembiante luminoso, inguardabile da qui. La cosmetica del teatro e il decoro del mondo li fa sorridere, ora che possono vedere in noi ciò a cui essi stessi sono interamente votati. Il vero Nome, deposto all’inizio nel cuore di ognuno, il vero Nome destinato a sbocciare nel vero Volto, che le offese del mondo e il risentimento dell’anima c’impediscono di ostentare, come la nudità di cui Adamo ed Eva furono improvvisamente vergognosi. I morti, adesso, sanno. Quel che li spinge a visitare i nostri pensieri non è nostalgia del mondo, ma cura della prole. Con il buon pastore, trepidando, attendono il passaggio dell’ultimo agnello del gregge, perchè ogni cosa sia compiuta. Siediti, ascolta, respira. Non ricordare, spera. Ogni tanto tra i sospiri del mondo riconoscerai parole, amorevoli appelli al Risveglio.

Parola e vaniloquio

La parola umana, se fosse fedele a sè stessa, dovrebbe arrivare dritta al cuore dell’altro. Rivolgersi a qualcuno per offrire un dono, per chiedere un aiuto, per celebrare una memoria comune. Perchè allora la maggior parte di quel che ci esce dalla bocca somiglia a una torma di volatili starnazzanti, usciti da un pollaio sbadatamente rimasto aperto? Un tempo la parola pubblica era qualcosa di solenne, merce rara e preziosa, ora è chiacchiera ed equivoco, per lo più uno sfogo per contrastare la noia. Dare la colpa alla facilità di auto-pubblicazione fornita dal Web è confondere l’effetto con la causa. Qualcosa è accaduto, prima, che ha ridotto la comunicazione al suo minimo comun denominatore. Qualcosa che ha destituito la vita della sua serietà, l’istante del suo carattere irripetibile, e ha fatto dello spazio un’estensione indifferente, priva di centro e di altitudini. Ci si è rifugiati nella democrazia come se fosse la liberazione da ogni tipo di oppressione, non ci si è accorti che era un alibi per evitare il giudizio che la qualità pronuncia sulla semplice esistenza. E che essa avrebbe consegnato il mondo all’unico giudizio della quantità (sondaggisti e banchieri, la vera classe di governo).
Sono arrivato a pensare che l’atto più umano è genuflettersi di fronte a ciò che è nobile e luminoso, e chi non è capace di questo (magari inorgogliendosi di non aver mai piegato le ginocchia) è schiavo dei demoni. Si nasconde nella tenebra dell’indistinto, pur di non confessare la propria distanza dal Bene. Il santo, l’eroe, il saggio, sono tra noi, come una volta. Ma il nostro palato è guasto, non sappiamo più distinguere il sano dal malato, e chiamiamo tutto questo emancipazione.

La fine della personalità

L’uomo “humanus” su cui si è forgiata la civiltà dell’occidente moderno, e che comprende tipi antropologici come il liberale colto ma anche il cristiano padre di famiglia, l’artista romantico o lo scienziato positivista, si fondava sulla capacità della “paideia” moderna di essere normativa e socializzante ma anche di promuovere l’individuazione personale e di sancire l’autorevolezza della generazione precedente affidando un ruolo ancora importante all’esperienza oltre che all’istruzione teorica. Tutto questo è saltato perchè la cultura elettronica e il nuovo ambiente del ciberspazio rendono obsoleto un punto di vista individuale, frutto di lunga preparazione (figlio del libro), così come la storicità sostituita dall’istantaneo rende incomprensibile il ricorso ad una laboriosa contestualizzazione e riduce il reale a un sistema di segni immediatamente decifrabili in termini di desiderio (il “mi piace” di Facebook).
Ora, ciò che abbiamo sempre definito la “personalità” non è un’eredità genetica, ma il traguardo di un’educazione: per giunta ne rappresenta il risultato ottimale e sempre un po’ elitario. Se viene a mancare la “paideia” che lo forgiava, questo tipo di ideale umano si eclissa, sostituito da qualcosa che nelle sue avvisaglie più romantiche è il navigatore della rete, più leggero di una caravella e senza l’illusione della spezia, nelle peggiori l’io minimo, senza corpo e senza storia, che per darsi un’identità ha bisogno di vedersi come spettacolo, e propone narcisisticamente se stesso ovunque si possa lasciare traccia.
La scuola è spaventosamente inerme di fronte a tutto ciò: propone ciò che è essenziale e va assolutamente preservato (il classico in letteratura, l’intelligenza critica del metodo scientifico, la comprensione storica dell’uomo, la civiltà giuridica) ma lo fa con i metodi di una “paideia” che non ha presa sulle forme percettive e sull’intelligenza emotiva dell’adolescente odierno. Quindi non insegna e non incide, se non nel peggiore dei modi, cioè avallando la burocrazia come unico stile di vita sociale possibile (educazione come frequenza, certificazione e valutazione).

La Repubblica elettronica

La mente del cittadino della repubblica elettronica è un brodo di cultura di universi che abortiscono sistematicamente prima di nascere, il fermento subatomico che precede l’esplosione. E mentre a sinistra di una sinistra irreperibile i corifei del post-moderno plaudono alla fine delle Grandi Narrazioni e alla polverizzazione dell’identità culturale (come si dice, passeggiano sulle rovine con il gelato in mano), un conservatorismo di facciata (fatto di pluridivorziati che inneggiano alla famiglia, di corrotti che inneggiano alla laboriosità, di evasori fiscali che stigmatizzano gli sprechi nella pubblica amministrazione) corrompe ulteriormente le masse incentivando un edonismo pecoreccio. Non so se mi fa più schifo lo scrittorello radical chic da catalogo Einaudi o il porcone nazionale che di Einaudi è il proprietario. Probabilmente è una contrapposizione fasulla: sono fatti l’uno per l’altro.

23 Risposte to “12 pensieri degli ultimi giorni”

  1. Carlo Capone Says:

    “Purchè il regista, l’attore e il pubblico siano concordi, nella stessa persona dell’autore.”
    Da affiggere.

    “Ma nessun amico, nessun amante ci amerà senza condizioni, nessuno sarà mai così infrangibile da potersi curvare sulla nostra piaga più nascosta e purulenta senza inorridire. Per questo cerchiamo in Dio uno sguardo non indagatore ma compassionevole, un giudizio che sappia chirurgicamente risanare, un abbraccio in cui trovare forza e riposo. Lui è il vero “Tu” a cui la nostra drammatica rappresentazione si rivolge.
    Qualcuno dirà: l’oggetto di un pio desiderio.
    Rispondo: ma la sete negli esseri viventi non è la miglior prova dell’esistenza dell’acqua?”

    Valter, il parallelo è intrigante assai.
    Però l’acqua io la vedo.

    In ogni caso, io come un naufrago nel Sahara. Sotto sto cazzo di sole che abbaglia, divora, mi irride. E che alla fine del divertimento (il suo) mi darà la morte.
    Sentivo la voce di mia madre, poi niente, sul far della sera.

  2. indicedilettura Says:

    Veramente molto belli, non saprei dire altro. Tanto più belli quando entrano in conflitto con le mie convinzioni. Credo che li rileggerò a lungo. Una sola domanda: pensieri degli ultimi giorni come “pensieri dei giorni ultimi”? Un saluto
    Antonello

  3. vbinaghi Says:

    @Carlo
    La vista è un senso, indisgiungibile dal visibile.
    La sete un senso indisgiungibile dal potabile.

    @Indicedilettura
    Magari sono solo gli ultimi giorni dell’autore.

  4. michele Says:

    Se questa e’ la libertà, liberatemi!

  5. mario schiavone Says:

    commoventi questi pensieri. davvero. ho preso appunti. grazie Valter.

  6. andrea barbieri Says:

    Dalla voce “Hayao Miyazaki” su Wikipedia.

    “Femminismo
    Miyazaki è stato definito un femminista dal presidente dello Studio Ghibli Toshio Suzuki, in riferimento alla sua attitudine nei confronti delle donne lavoratrici.
    Le donne occupano quindi una parte di rilevo anche nelle sue opere, trovandosi in tutti i suoi film, spesso in ruoli importanti, se non proprio nel ruolo di protagoniste. Sono spesso figure femminili forti, che vanno contro i ruoli di genere comuni dell’animazione giapponese. Sono le donne a riparare l’aereo di Marco in Porco Rosso, le donne a lavorare nell’impianto termale ne La città incantata, le donne ancora ad abitare la Città del Ferro e a lavorare alla fornace in Princess Mononoke. Anche in film più leggeri come Kiki consegne a domicilio, tutti i personaggi principali sono donne che lavorano, come l’artista Ursula, la panettiera Orsono, la fashion-designer Maki e le streghe Kiki e Kokiri.”

    [http://it.wikipedia.org/wiki/Hayao_Miyazaki]

    Insomma, non è che essere un portatore di pene impone necessariamente il genderismo e l’orticaria per i femminismi.

    Detto questo, appoggiando uno stetoscopio sul tronco dell’albero, si sente scorrere la linfa. Fa impressione ascoltare empiricamente la vita di un albero. E fa capire la rappresentazione della natura nei film di Miyazaki.

  7. Giulio Mozzi Says:

    E infatti, Andrea, Binaghi se la prende qui con il “femminismo da manuale” e le “femministe di mestiere”. Non certo con il femminismo in generale.

    Ovvero – così capisco io – con il femminismo ridotto a ideologia o a moralismo, non con il femminismo come a es. pratica critica o riflessione teologica.

    Il vescovo di Roma se l’è presa qualche giorno fa con i “cristiani da salotto” (vedi): ma credo che sarebbe ardito supporre in lui un’orticaria per il cristianesimo.

  8. davide Says:

    “”””Non so se mi fa più schifo lo scrittorello radical chic da catalogo Einaudi o “””

    ma gli scrittorelli radical chic,ammesso che esistano,pubblicano solo da einaudi?e anche se così non fosse,come li si riconosce?

    ah la categoria,”radical chic”,la si vede ovunque,ma in letteratura,che vorrà poi dire?
    mah!

  9. Giulio Mozzi Says:

    No, Davide, gli scrittorelli radical chic non pubblicano solo da Einaudi. Qui Binaghi se la prende con quelli – tra gli scrittorelli radical chic – che sono (o potrebbero, per le loro specifiche caratteristiche, essere) nel catalogo Einaudi. Degli altri non dice nulla.

    Esattamente come il vescovo di Roma (vedi sopra) se la prende non con tutti i cristiani, ecc.

  10. andrea barbieri Says:

    Giulio, “femminismo da manuale” e “femministe di mestiere” non sono espressioni che corrispondono alla realtà, sono gli espedienti retorici che giustamente critichi – perlomeno quando non li usa Valter: sono le famose ‘etichette’.
    Non esiste nemmeno il “femminismo” inteso come concetto, esistono delle somiglianze di famiglia tra alcuni pensieri, infatti accortamente si parla dei ‘femminismi’, non del ‘femminismo’.

    Insomma mi viene da pensare che l’attenzione per le parole forse è segno di amore per le cose, la disattenzione veemente forse è segno di orticaria.

    Ho provato a leggere una teologa che propone una riflessione “femminista”, si chiama Elizabeth Johnson [Alla ricerca del Dio vivente]. Non fa per me 🙂 (Sia chiaro è una degnissima persona, ma parlare della vita parlando di una divinità mi sembra una complicazione assurda!)

    Comunque non sottovalutate l’esperimento dello stetoscopio, è davvero impressionante.

  11. valter binaghi Says:

    Allora, lasciate perdere Giulio e pensate di me quel che volete. Vivo di stereotipi, ho l’orticaria, qualche volta sono anche stitico. La cosa che non capisco son quelle due tre persone (sempre quelle) che trovano indigeste le cose che scrivo e tornano puntualmente a leggermi e a fare obiezioni (sempre quelle).
    Riassumo così vi semplifico la vita: chiunque faccia di un’opposizione ideologica a un sistema un mestiere (in vari modi retribuito dal medesimo sistema) mi fa nausea oltre che dedurre la sua connivenza con il sistema stesso. Fanno parte della categoria certe femministe, certi giornalisti e certi scrittorelli, oltre che i politici che ne sono più o meno direttamente gli sponsor. Va bene?

  12. andrea barbieri Says:

    L’analogia col ‘Vescovo di Roma’ non funziona perché il ‘Vescovo di Roma’ è un cristiano, mentre Valter non è femminista (perlomeno non si è ancora dichiarato tale).
    Quindi è chiaro che sarebbe ardito supporre nel ‘Vescovo di Roma’ un’orticaria per il cristianesimo; mentre è altrettanto chiaro che non sarebbe ardito supporre in Valter un’orticaria per i femminismi.

  13. andrea barbieri Says:

    Valter, lo dico senza ironia, sarcasmo eccetera: leggendo il pezzo che ti ha pubblicato Giulio, non capisco 1. a chi ti riferisci, 2. quale sia concretamente la tua critica. L’unica cosa che mi viene da pensare è un certo livore personale.
    A me interesserebbe anche il tuo punto di vista.

  14. andrea barbieri Says:

    Il fatto che qui commenti cose che leggo con interesse pur non condividendole, dipende dal fatto che *posso* commentare perché questo è un ‘blog di comunicazione’.
    Per esempio, avrei voluto commentare un articolo di Tiziano Scarpa sull’anonimato in rete che a mio parere aveva un’argomentazione sballata, ma non potevo: era pubblicato su un ‘blog di trasmissione’ (Il primo amore).

  15. valter binaghi Says:

    Andrea, il fatto è che di queste cose abbiamo parlato un sacco di volte, e siamo al punto di prima. Se dopo aver frequentato blog come Nazione Indiana Giap o Lipperatura non sai distinguere i rivoluzionari di mestiere (caporali direbbe Totò) dagli uomini è un problema tuo.

  16. davide Says:

    Probabile,dico io

    Ma perchè continuare a leggerli,allora?

    cmq appellarli come”rivoluzionari di mestiere” mi sembra troppo!al massimo rivoluzionari da salotto (peraltro,la sinistra radicale non è manco più in parlamento,quindi,poco male)

    “radical chic” credo poi proprio di no,è una definizione che sotto intende un approccio un filo diverso

    nella seconda parte degli anni 90 trovavo molti votanti della vecchia rifondazione comunista che vivevano in ville col videocitofono,almeno a bologna,:quelli si che era radical chic

  17. valter binaghi Says:

    E chi ti ha detto che continuo a leggerli?
    Basta un libro, a volte basta una pagina.

  18. mario schiavone Says:

    basta una pagina, verissimo.

  19. Magda Guia Cervesato Says:

    mi ricorda la S. Weil (sì son fissata:-) del “c’è qualcosa nell’intimo di ogni essere vivente che si aspetta invincibilmente, dall’infanzia alla vecchiaia, che gli si faccia del bene e non del male”.
    Per dirla con te e lei: la sete di bene negli esseri viventi non è la miglior prova dell’esistenza del Bene?

    E il bene si vede, ascolta, annusa, assapora, tocca perfino, nell’attimo in cui incappa nella soddisfazione di quella naturale aspettativa…

  20. valter binaghi Says:

    proprio così, Magda.

  21. pietrofantone Says:

    Testi luminosi. E illuminanti

  22. Maria Grazia Says:

    Da donna, apprezzo molto la lucidità e la sensibilità che trovo dietro frasi come “Bisognerebbe umiliarsi davanti a ciò che è natura e spirito (…) per capirlo.(…)”, perchè sottolineano la difficoltà e la delicatezza di certi temi, che invece vengono affrontati troppo spesso con una superficialità -a mio parere quasi ostentata- da certe femministe di mestiere, che credo facciano venire l’orticaria anche a molte donne.
    Rileggendo più volte questo post, mi sono convinta che molto spesso ho cercato quella “comprensione che sa orientare oltre che sostenere”, propria dei veri maestri di vita, senza trovarla. Forse, semplicemente, non ho saputo cercare. Credo che questa serie di pensieri, oltre a sostenere, possa orientare il nostro pensiero, ed anche il sentire.
    Grazie davvero di queste parole.

  23. M Says:

    Valter, fratellone, mi manchi

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