Un angelo nel pallone

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Francesca Ramacciotti frequenta attualmente la Bottega di narrazione. Un suo romanzo, Un angelo nel pallone, è nel frattempo stato pubblicato in edizione digitale in quanto finalista del “torneo letterario” Io scrittore. Ne pubblico qui un estratto. Il romanzo completo è acquistabile (per 1,99 euro) qui. gm

di Francesca Ramacciotti

La vita può cambiare all’improvviso, anche se hai quarant’anni, sei fuori forma, abiti ancora con la mamma, hai buttato via i tuoi sogni e vivi ripiegato su un passato che non è stato proprio come ti aspettavi. Basta avere un televisore, un amico sbruffone con cui guardare la partita, il giusto numero di lattine di birra e, contro ogni buon senso, il coraggio di ascoltare quello che ti dice Cassano dall’altra parte dello schermo. Un angelo nel pallone è una commedia semiseria, in cui momenti di puro umorismo si alternano a riflessioni profonde, la passione si mescola alla paura e il vero amore si paga caro, mentre il lato debole sembra sempre avere la meglio. Ma la vita riserva delle sorprese a chi decide di mettersi in gioco. Non solo sul campo di calcio.
Questa è la quarta di copertina del romanzo.
Nell’estratto siamo al punto in cui Vincenzo, il protagonista, cerca di conquistare la fiducia della persona a cui, per ordine di un’entità divina che parla per bocca di Cassano, deve fare da “angelo custode”. fr

9.

“Come mai esci anche oggi dopo pranzo? E…? ”
Mi congratulo con me stesso, mia madre si sta adattando. Un mese fa a quell’E… sarebbe seguito dove vai? Oggi è stata capace di limitarsi a una sola domanda.
“Mi piace fare delle passeggiate, con questo bel sole.”
Accompagno la frase con un sorriso. In teoria non è cambiato nulla fra noi. In realtà sappiamo entrambi che non è proprio così, ci studiamo con occhi nuovi dal giorno in cui ho preteso di cenare con Gino in salotto per la partita.
Da allora lei mi concede un diffidente rispetto, non m’impone più niente, se non indosso subito le pattine fa una faccia sofferente e me le mette vicino, ma in silenzio, o si limita a sospirare con ostentazione nel togliere le briciole, se mangio qualcosa sul divano. La sorprendo spesso a guardarmi con gli occhi stretti, come un gatto che aspetta con calma forzata che il topo esca dalla tana, pronta a ribadire la sua autorità al minimo cenno di cedimento. Io le voglio sempre bene, non potrebbe essere altrimenti, ma la osservo anch’io mentre non se ne accorge e vedo una donna tormentata, che trova un equilibrio in assurdi rituali, come mettere i cuscini sempre nello stesso ordine di colore, i soprammobili in posizioni studiate che non possono variare di un millimetro, il raddrizzare di continuo quadri e stampe.
Mia madre ha dei capelli bellissimi, lunghi, di un castano caldo senza un filo grigio, nonostante i suoi 64 anni, ma li mortifica in una crocchia talmente stretta che dà l’impressione di tirarle la pelle sulle tempie. Le sue rughe sono appena accennate e, sotto gli abiti austeri, ha conservato una figura asciutta e proporzionata. È ancora una bella donna, potrebbe dimostrare dieci anni di meno ma la vita le ha lasciato cicatrici tutte interne, come le aderenze dopo un’operazione, anche se non si vedono dolgono ancora e impediscono di dimenticare la malattia. I suoi movimenti, le sue parole, persino i suoi sorrisi sono contenuti, come se uno sforzo eccessivo tirasse le sue aderenze emotive e le procurasse dolore. Senza rendermene conto mi sono sempre comportato anch’io come un’aderenza, per paura che se mi fossi mosso troppo, in cerca di uno spazio mio, le avrei fatto male. Così sono rimasto prigioniero dell’egoismo con cui ha permesso di farmi lasciare il liceo, di costringermi in un lavoro non adatto a me, in una vita che era il riflesso della sua, una soluzione comoda in cui lei non avrebbe dovuto cambiare troppo le cose ma solo aggiustarle qua e là, con tocco leggero, come sistemava l’ordine dei cuscini sul divano.
Il sospetto che il suo affetto per me sia proporzionale alla docilità con cui le concedo le redini della mia vita sta virando sempre più verso la certezza e la mia devozione per lei cala di pari passo, appena frenata dalla compassione per l’abbandono di mio padre.
Le bacio la guancia liscia prima di uscire, odora di sapone neutro, non usa profumi, non usa creme, non usa cosmetici eppure mi ricordo che si truccava da giovane, un ombretto azzurrino che mi affascinava perché sembrava fatto da cristalli di luce: Come sei bella mamma, posso toccarlo? e lei scuoteva il capo, poi sorrideva e mi porgeva la scatolina, sfioravo quella polvere con l’indice e muovevo il dito sotto il lampadario ammirando come l’ombretto brillava, passando dall’azzurro all’argento. Mio padre entrava in camera mentre lei si pettinava e la baciava sul collo, nel punto dove si era data il profumo che lui le aveva portato da Parigi, era forte, mi faceva venire il mal di testa, sapeva di glicine ma poi nel naso mi restava un odore di fiori morti, come al cimitero.
Perché si punisce, tirandosi i capelli, non truccandosi più, non ridendo più, non amando più? O per chi? dovrei chiedermi, forse. Per me, il figlio che non ha niente di quello che lei e mio padre avevano programmato? Per mio padre, in una sorta di vendetta postuma, come se le sue rinunce alla gioia, alla femminilità, al calore umano, fossero una colpa ulteriore del marito, in grado di garantirgli l’inferno? O per se stessa, per non essere stata in grado di prevenire o di impedire il tradimento e l’abbandono?
Con che criterio il Capo attribuisce gli angeli? Non conosco nessuno, più di mia madre, che ne avrebbe avuto bisogno. Ne nomina uno per chiunque e magari falliscono o li tira a sorte? Domenica non vorrei chiedergli niente perché non ho intenzione di perdermi neppure un goal, visto che c’è il derby, però vorrei proprio sapere questa cosa, oltre alla soddisfazione di comunicargli che ho trovato la mia protetta.
Sono quasi arrivato a destinazione, mi concentro su Adalgisa, averla identificata è solo la punta dell’iceberg del mio incarico, il Capo ha detto che devo capire da solo in cosa e come devo aiutarla.
Guardo l’interno scrostato del casermone che si affaccia sulla chiostra, dove rimbalzano, da una parte all’altra, voci troppo alte provenienti dalla miriade di appartamenti e odori di soffritto e piscio di gatto; a occhio e croce i problemi di Adalgisa dovrebbero essere di tipo economico. Cerco Catanorchi sui campanelli del 47, tra i pezzi di carta scritti a mano sovrapposti con lo scotch al nome dell’inquilino precedente.
“Chi è?”
Anche mia nonna urlava al citofono. Abituata a chiederlo dalla finestra, non si fidava che la tecnologia moderna fosse in grado di far arrivare la voce inalterata fino al portone. L’inquilina dell’appartamento a piano terra si affaccia, mi scruta, aggrotta la fronte e si appoggia con le braccia al davanzale, offrendomi la vista della vestaglia rosa macchiata di sugo.
“Enel!” urlo a mia volta, a beneficio della comare in vestaglia. Con la coda dell’occhio la vedo ritirarsi.
Il citofono bofonchia, non so se è un problema tecnico o se Adalgisa fa un borbottio di diffidenza.
“Devo controllare la riduzione dei KW, come ha richiesto” urlo ancora.
Mi risponde il gracidio dell’apriporta. Nell’atrio minuscolo, dove l’odore di soffritto dà il benvenuto, salgo le scale strette, coi gradini di pietra scura e scheggiata.
“Non pago niente, sia ben chiaro.” Adalgisa mi getta il suo benvenuto sulla soglia della porta mentre, come al solito, ansimo e sudo dopo quattro piani di scale ripidissime. Nei suoi occhietti velati dalla cateratta non c’è nessuna benevolenza, nemmeno la mia somiglianza col suo defunto marito sembra placarla.
“Ma certo signora, sono solo venuto a vedere se il contatore è da cambiare, in tal caso sarebbe tutto a nostre spese.”
La parola chiave è “tutto a nostre spese”. La porta dell’appartamento e la bocca di Adalgisa si spalancano.
“Si accomodi pure, allora.”
Adalgisa ha un sorriso smagliante che può esser frutto solo di una dentiera. Non ho bisogno di chiedere dov’è il contatore e non solo perché in genere, nei vecchi caseggiati, è dietro la porta. È tutto in vista, in questo appartamento: la cucina minuscola con un tavolo addossato al muro e la tv su un supporto in alto, per la mancanza di altri mobili su cui appoggiarla. Di fronte c’è la camera, dove lo spazio fra letto e armadio è talmente stretto da doverci passare girati di fianco e fra le due stanze si apre la porta del bagno, con un vetro opaco a puntini in rilievo.
L’intera casa è grande quanto il mio salotto ma tutto sembra pulito, anche se l’odore è un misto di muffa e di borotalco su carne vecchia. Parte dell’impianto elettrico è esterno, i vecchi fili rischiano il contatto con le chiazze d’umidità che si sfaldano sulle pareti in sfoglie d’intonaco maleodorante.
“Posso offrirle un caffè?”
Sono sicuro che il caffè saprà di muffa, come l’appartamento. Il caffè assorbe gli odori circostanti. A casa di Marta, la nostra vicina, sa del deodorante per ambienti che lei spruzza in continuazione.
“Grazie, signora, molto gentile. Lo prendo volentieri.”
Adalgisa tira fuori la caffettiera dallo scolapiatti, prende il caffè da un barattolo con un cucchiaio e la riempie, uno, due, tre cucchiai pieni e uno a metà, la avvita con due giri di polso e un’ultima stretta con più forza. Tutti gesti precisi, senza dispersione di tempo e di spazio, come un rituale sacro.
Faccio finta di scrivere qualcosa mentre guardo il contatore. Adalgisa sorveglia la caffettiera sul fuoco e mi lancia occhiate interrogative. Tocco con prudenza uno dei fili esterni e sento il viscido dell’intonaco marcio di umidità. Un angelo elettricista, il motivo oscuro del mio incarico si rischiara alla poca luce che filtra dai fiori arancioni delle tendine.
“Signora Catanorchi, quest’impianto elettrico esterno è pericoloso e… ”
Adalgisa non mi lascia terminare la frase.
“Io l’ho trovato così e comunque le spese le deve pagare l’Istituto Case Popolari, io sono un’inquilina.”
“Stia tranquilla, signora, nessuno le dà colpe né le chiede soldi. Ma questo impianto è pericoloso. Ci penso io, in qualche pomeriggio glielo rimetto a norma.”
La caffettiera comincia a fischiare, Adalgisa stava per replicare ma si precipita al suo fianco, muove appena le labbra, sono certo che conti i secondi, sa quando è il momento esatto per spengere il fuoco senza fare uscire nemmeno una goccia di caffè.
“Che buon odore…”
“Non lo dico per vantarmi ma il mio caffè è famoso, nel quartiere. Quando era vivo il mio povero marito, i suoi amici venivano sempre a prenderlo qui, dopo pranzo.”
Alza gli occhi al cielo e fa un sospiro.
“Ma venga, si sieda, si sieda.”
Mi sorride con benevolenza, sarà che somiglio al defunto.
Anche se il Capo non ha voluto darmi qualche super potere, ho intuito da solo che la bravura nel fare il caffè è il punto debole della mia protetta.
“Uhmm… Dall’aroma non faccio fatica a crederlo…” Mi passo la lingua sulle labbra mentre Adalgisa mi mette davanti la tazzina fumante.
“Che marca di caffè usa, signora Catanorchi?”
“Mi chiami pure Adalgisa, signor… “
“Vincenzo, basta Vincenzo.”
Ci scambiamo una stretta di mano riscaldata da una nuova cordialità e dal vapore che si alza dalle tazzine di caffè.
“Vede, Vincenzo, la marca non ha poi così importanza. La bontà del caffè dipende da tanti piccoli accorgimenti…”
“Davvero? E quali?”
Il soffietto di rughe sopra le labbra di Adalgisa si distende sul sorriso da star hollywoodiana, in un contrasto bizzarro.
“Eheh… È un mio segreto… Un bravo cuoco non svela mai le sue ricette.”
Annuisco, mentre porto alla bocca la tazzina con una certa cautela. Invece il caffè è davvero eccellente, schiocco la lingua senza volerlo e la dentiera di Adalgisa spiana di nuovo la sua pelle di mummia.
“È squisito, davvero.”
“Beh, magari un trucchetto glielo voglio rivelare.” Abbassa la voce e si guarda intorno, come se le orecchie di tutti i residenti del piccolo paese che è questo casermone, fossero accostati alle pareti per carpire i segreti del suo caffè.
“Non bisogna mai lavare la caffettiera. Solo sciacquarla appena sotto l’acqua del rubinetto. Così si forma una patina nera sul metallo che rafforza l’aroma del caffè. Pensi che c’è chi la lava col sapone per i piatti, è un errore madornale, il metallo ne ributta fuori il sapore, così il caffè sa di detersivo.”
Adalgisa appare fiera e anche un po’ spaventata dall’enormità della rivelazione e non si accorge che il mio sorriso trema. L’idea di aver ingoiato una decina d’anni di patine non lavate della sua caffettiera mi ha tolto ogni voglia di bere il caffè. Mia madre, manco a dirlo, la lava addirittura in lavastoviglie e se quando la toglie non brilla come se fosse nuova, la lava ancora con la spugnetta d’acciaio. In effetti devo ammettere che il suo caffè non è granché.
“Potrei avere un tovagliolino di carta?”
“Certo, mi scusi, glielo prendo subito.”
Mentre Adalgisa si volta verso la cucina, rovescio il mio caffè nella caffettiera. Poi prendo il tovagliolo dalla sua mano e mi tampono le labbra.
“Davvero davvero squisito.”
Proseguo in fretta prima che mi chieda se ne voglio ancora.
“Senta, Adalgisa, le andrebbe bene se domattina verso le nove venissi a cominciare il lavoro all’impianto elettrico?”
La vedo tentennare la testa, per un attimo temo che ci abbia ripensato.
“Il fatto è che domani alle 8,30 devo andare all’ospedale per degli esami. Le direi di venire verso le undici ma per arrivare all’ospedale devo prendere due autobus, poi con questi sbalzi di temperatura mi fa male l’anca e cammino piano, non so a che ora riuscirò a essere a casa.”
Come angelo acchiappo l’occasione al volo.
“Facciamo così. La passo a prendere in macchina alle 8,15, aspetto che finisca gli esami e poi torniamo qui e comincio il lavoro. Che ne dice?”
Adalgisa annuisce ma non parla.
Alzo il coperchio della caffettiera.
“È rimasto un po’ di caffè, non ne posso prenderne ancora sennò stanotte rischio di non dormire, ma è davvero un peccato sprecarlo.”
Un uomo che apprezza così il suo caffè non può che essere una brava persona.
“Ma non lo spreco mica. Metto sempre il caffè avanzato in frigo e quando ne ho almeno un bicchiere lo zucchero ben bene, ci metto del ghiaccio e un pochino di rum e lo bevo freddo. Ora che comincia a far caldo va giù che è un piacere. Con questo ne abbiamo proprio la quantità giusta, domattina glielo faccio assaggiare, sono sicura che le piacerà.”
Perlomeno il rum fungerà da disinfettante per la patina decennale.
“L’aiuto a sparecchiare e vado, Adalgisa.” Vincenzo Mirabella, nato per fare l’angelo.
“Ma che bravo ragazzo che è lei, Vincenzo.” Adalgisa fa una voce chioccia, quasi civettuola, mentre mi carezza il braccio. Ormai l’ho conquistata.
“Allora, se proprio mi vuole aiutare, metta il caffè avanzato nel bicchiere che c’è in frigo mentre io sciacquo le tazzine.”
Meno male, almeno le tazzine le rigoverna, prende il flacone del detersivo. Apro il frigo, è piuttosto vuoto. Nel mio angelico entusiasmo mi riprometto di farle un po’ di spesa domani. Ha solo una vaschetta di insalata, qualche pomodoro, due uova e diversi piccoli contenitori trasparenti, devono essere di avanzi, anche mia madre non butta via niente. Cerco con gli occhi quello del caffè, scosto un barattolino con del brodo, poi un piatto coperto con l’alluminio e lo intravedo sul fondo, prendo in mano il contenitore che gli sta davanti per spostarlo e dentro c’è…
“Ah, scusi, Vincenzo, domani alle analisi del sangue devo consegnare anche i campioni di urina e feci, vanno tenuti in frigo. Venga, dia pure a me.”
Fisso ipnotizzato il prodotto dello scarto intestinale di Adalgisa, che disegna un semicerchio uguale alla bocca di uno smile e sembra sorridermi dal fondo del contenitore. Glielo porgo con un disagio intriso di pudore, come se l’avessi sorpresa senza vestiti addosso.
La mia protetta non sembra invece affatto turbata, poggia il barattolino sul lavello, prende dal frigo anche quello che avevo scambiato per brodo e mi porge il contenitore del caffè.
“Ecco.” Mi sorride incoraggiante mentre verso nel bicchiere il caffè avanzato. Me lo toglie di mano e lo ripone nel frigo, in primo piano, e gli affianca gli altri due contenitori.
“Così domattina li vedo subito, quando apro il frigo, e non rischio di scordarmeli.”
Mentre chiudo lo sportello, il futuro caffè freddo sembra sfidarmi, fra le sue organiche guardie del corpo.
E avevo avuto paura che il caffè di Adalgisa potesse sapere di muffa.

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28 Risposte to “Un angelo nel pallone”

  1. Francesca Ramacciotti Says:

    Grazie, Giulio.
    Sono molto graditi commenti e critiche dei lettori di Vibrisse come agli estratti dei miei colleghi apprendisti, anche se non è il romanzo che sto scrivendo per la Bottega.

  2. davide Says:

    salve
    secondo me il pezzo piu maturo dei 4 pubblicati finora

    magari c’è un filo di simil-intimismo nella sinossi che non è la cosa che mi entusiasma di piu,ma direi che possa interessare a un pubblico piu vasto

    un appunto : “sorriso da star hollywodiana”,direi che è un po demodè,come concetto 🙂

    alla prox,buona fortuna,cmq!

  3. Francesca Ramacciotti Says:

    Grazie davide, per il commento.
    Approfitto della tua osservazione per precisare che la sinossi non l’ho scritta io ma l’editore, che non me l’ha neppure sottoposta preventivamente.

  4. davide Says:

    ot :federica ramacciotti,ho visto la sua foto ingrandita,dell avatar,e se posso dirlo,lei ha veramente un gran bel viso luminoso 🙂

  5. Stefania Says:

    Delizioso. Ironia tenera e garbata.

  6. dm Says:

    La parte in cui si racconta del rapporto con la madre è molto vera, bella e coinvolgente.

  7. Carlo Capone Says:

    Una buona penna. Sa scrivere e sa di saperlo fare. Ma soprattutto ha il senso della misura. Per me vuol dire che mentre racconta sa indugiare e, al contrario, sa astenersi da eiaculazioni precoci.
    Io in questa scrittura non vedo sbavature, mai un calo di tono, una sbadatezza nei tempi,una distonia nel ritmo. Il tema, il tema è abusato, ma qui sta il punto. Nessuno può biasimarmi se riscrivo l’elenco telefonico risultando bravo a non banalizzarlo.
    Brava Francesca. Posso chiederti quanti anni hai?

  8. blogdibarbara Says:

    Bello. Senza riserve.

  9. manu Says:

    @ francesca ramacciotti
    da dove nasce l’idea di questo romanzo?

  10. Francesca Ramacciotti Says:

    @ david Troppo gentile… 🙂
    @ Stefania Grazie, l’ironia nello scrivere é una mia grande aspirazione, sono contenta se si é colta.
    @ dm Temevo che la parte del rapporto con la madre risultasse pesante, grazie.
    @ Claudio, ti ringrazio tantissimo per l’apprezzamento, un po’ meno per la richiesta di dichiarare la mia etá di fronte a un pubblico vasto come quello dei lettori di Vibrisse… 😉 Diciamo che ho passato i quarant’anni da qualche anno, può bastarti? 🙂
    @ Barbara Grazie, di cuore.
    @ Manu Volevo scrivere un romanzo realistico ma con uno spunto surreale, sia pure appena accennato, che rendesse la storia piú originale e che accentuasse l’aspetto ironico della storia.

  11. Carlo Capone Says:

    @ Francesca

    ehm, mi chiamo Carlo…..

  12. Francesca Ramacciotti Says:

    @ CARLO Scusami…

  13. Barbara Buoso Says:

    Il pezzo più maturo Davide?
    Ma per forza, sai quanti anni tiene Francesca????
    🙂
    Come vedete si sbaglia pure a riconoscere le persone… ahahahah

  14. Barbara Buoso Says:

    E leggerete – ma su carta quello, rigorosamente – il lavoro che sta facendo alla Bottega… (si dovrà convincere a cambiare l’attuale titolo)…

  15. Barbara Buoso Says:

    Io, se mi pagate bene, ve lo dico quanti anni ha…

  16. Francesca Ramacciotti Says:

    Prima che dai commenti della mia amica Barbara andiate a pensare che sia Matusalemme, é meglio che dichiari che ho 48 anni, così tolgo la curiosità anche a Carlo… 😉

  17. Barbara Buoso Says:

    Ahahahaha… 🙂 sei strepitosa! Ma senti, io l’ho comprato.. e adesso, dove lo devo mettere per leggere? Giuro che non sono allusiva… speriamo lo stampino però, io co’ ste cose sono impedita..
    Ne prendo un po’ anche, se non ci sosteniamo tra noi: chi lo dovrebbe fare??
    Non dico leggerlo: ma comprarlo sì eh! 🙂

  18. Carlo Capone Says:

    Francesca, sull’età mi ero ritirato in buon ordine, essendo un gentiluomo.
    Buona domenica.

  19. lamberto Says:

    Il pezzo

  20. lamberto Says:

    Scusate, ho premuto invio per sbaglio.
    Il pezzo é indubbiamente valido, alterna comico e drammatico senza stacchi e sbavature, con uno stile sicuro e molto “visivo”.
    Ma non era questo che volevo osservare.
    Seguo gli estratti dei partecipanti alla Bottega sin dalla scorsa edizione. Ne avevo commentato diversi, pochi mi erano piaciuti, parecchi no, ma la reazione alle mie critiche era stata piuttosto “scomposta” da parte degli autori e dei loro colleghi e allora avevo smesso, non volevo rovinare i sogni di nessuno.
    In questa edizione do atto agli autori di reagire con piú costruttivitá alle critiche ma continuavo a leggere senza intervenire, finché ho notato che su questo pezzo, di fatto ineccepibile, i commenti sono stati molto pochi, mentre sono stati numerosi (e in prevalenza critici) per gli altri.
    Allora lancio questa provocazione: i lettori di Vibrisse, salvo le evidenti eccezioni, intervengono soltanto o piú spesso quando c’é qualcosa o qualcuno da stroncare?

  21. davide Says:

    x lamberto:
    non mi pare incredibile che la gente intervenga piu spesso se il testo ha piu di una legnosità

    qua sopra il tutto scorre un bel po di piu e per questo si è intervenuti meno,tutto,qua,credo

    poi ci son anche fattori “contenutistici”,probabilmente la gente tende a dire qualcosa se legge una sinossi,in alto,dove crede che l’argomento non sia credibile,etc etc

    quella qua sopra di sinossi era ben fatta;ricordo invece un altro,pezzo,diciamo fanta -thriller,pubblicato quassù qualche settimana fa,che fece distorcere il naso a qualcuno,che infatti scrisse,quasi sarcasticamente “…ottimo per un film…”

  22. lamberto Says:

    Concordo con le tue osservazioni, Davide. Però le stesse non ti hanno impedito di commentare positivamente il pezzo, anche prima di accorgerti dell’avvenenza del l’autrice. 😉
    Un lettore corretto dice anche quello che gli é piaciuto, come hai fatto tu. Soprattutto a un esordiente servono le critiche ma anche gli apprezzamenti. Io ero poú contento se potevo scrivere un commento positivo, mente qui sembra che la maggior parte dei commentatori goda solo a esprimere critiche. E questo non va a loro onore, a mio modesto avviso.

  23. davide Says:

    “”Soprattutto a un esordiente servono le critiche ma anche gli apprezzamenti. Io ero piú contento se potevo scrivere un commento positivo, mente qui sembra che la maggior parte dei commentatori goda solo a esprimere critiche. E questo non va a loro onore, a mio modesto avviso.””

    se mi si permette un parallelo piu generale..:

    nell’ allevamento dei cani di razza,valutando un soggetto,,in expò,i vecchi giudici di cinofilia dicono: 🙂

    “,,in expò si valutano sia i difetti assoluti,che i pregi assoluti!”

    se ci pensi,è un cosa “curiosa” 🙂

    qui su vibrisse,in altri thread,ci son sempre i (soliti?)3-4 che magari ci pigliano sui difetti,ma delle qualità di un pezzo manco a parlarne!

    la cosa è stata ,almeno ,stigmatizzata da me nel penultimo pezzo della bottega presentato,un paio di settimane fa

    poi ogni tanto ci son le eccezioni,vedi il pezzo qui di Francesca,dove qua e la per il mio gusto personalissimo(dico personalissimo),qualche appunto tematico si può fare,ma decisamente i piu sopravanzano i meno-e quindi andar a cercare il pelo nell uovo sembrerebbe troppo,come dire,professorale..

  24. lamberto Says:

    Eheheh, Davide, il tuo é un modo gentile per dare dei “cani” ai partecipanti della Bottega? 😉
    A parte gli scherzi, ricordo il tuo commento e sono d’accordo con te. Come sono d’accordo sul fatto che il gradimento del tema o del genere siano molto soggetti al gusto personale ma, come tu hai correttamente osservato, in questo pezzo i pregi sono indiscutibili e cercare il pelo nell’uovo sulla base di fattori soggettivi sarebbe sterile. Anche perché, come ha detto Carlo, la bravura sta proprio nel trattare anche un tema consueto (ma con tutto quel che é stato scritto, quale ormai non lo é) in modo tale da renderlo avvincente e gradevole.
    Inoltre mi sembrerebbe ingiusto criticare il tema da un singolo capitolo e peraltro, dalla sinossi, mi sembra che il romanzo parta da questo spunto surreale che lo rende originale. Penso che lo leggerò, a questo punto, se non altro se curiositá di vedere se le promesse positive saranno mantenute, riservandomi un parere (favorevole o negativo) dopo la lettura complessiva.
    I soliti 3 o 4,dici? Anche qualcuno di piú….

  25. davide Says:

    no,no per carità:) però paio di volte ci son stai commenti critici ad altri pezzi che era piu voli pindarici che critiche argomentate,dimenticandosi che appunto,come in CINOFILIA (hobbie piu strutturato di quanto si pensi,sono dell ambiente allevatori di cani di razza)si valuta,appunto,anche,dico anche per qualche pregio,sempre e comunque;da li al fatto che l’esemplare sia tutto in”standard” come si suol dire,ce ne corre,poi

    E in due pezzi criticati in maniera abbastanza adamantina le altre due volte,su tre,c’era almeno un discreto afflato affabulatorio,cosa che molti proprio non riuscivano a vedere,soffermandosi troppo sugli aspetti formali.

    quanto a :

    “”la bravura sta proprio nel trattare anche un tema consueto (ma con tutto quel che é stato scritto, quale ormai non lo é) in modo tale da renderlo avvincente e gradevole.””

    io ho un opinione un filo diversa..questa è una fissa italiana o al max francese;altrove,sopratutto nel mondo anglosassone,di queste cose non formalizzano piu di tanto ,dico,dell esplorare terre gia battute-e credo che qua e la,argomenti poco o per niente trattati in letteratura,ce ne siano,anche svariati

  26. davide Says:

    nb:alcune delle sinossi viste nei pezzi precedenti erano secondo me davvero un po “improbabili” eh 🙂

  27. Giulio Mozzi Says:

    Puoi dire quali, Davide?

  28. davide Says:

    certo:

    quello tipo fanta-medical-tech-thriller (di cui subito non fu postata,se ricordo bene, la sinossi,ma ,l’autore spiegò parte della trama,dopo,in un intervento)si cui apprezzavo le atmosfere ,però come presentazione della trama poteva non esser così efficace

    E il penultimo pezzo pubblicato(quello ispirato a certa letteratura “briosa” britannica,),gia piu movimentato,certo, ma la sinossi mi faceva pensare a una storia tragicomica un pò inverosimile,e sopratutto,gia troppo vista -ah cmq ammetto di esser minoranza,in questo caso,molti altri apprezzarono 🙂

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