Che cosa è la realtà di un’opera letteraria, in estrema sintesi

by

di giuliomozzi

La realtà di un’opera letteraria è la somma delle sue letture.

Il che escluderebbe, mi pare, (a) che la realtà di un’opera letteraria sia in ciascuna delle sue letture, (b) che la realtà di un’opera letteraria sia indipendente dalle sue letture (ossia consista nel mero testo).

Anche questa non è nulla di più che una proposta

26 Risposte to “Che cosa è la realtà di un’opera letteraria, in estrema sintesi”

  1. Valentina Says:

    Mi piace. Breve, fulminante, profondo.

  2. vbinaghi Says:

    Ci sono molti individui nella specie canina, ma la specie è una.
    La somma di molti individui non esaurisce la specie, ma soprattutto la specie è tutta in ciascuno degli individui.

  3. Elena Says:

    Estetica della ricezione? Un paio di fonti che mi paiono (bel bisticcio eh) pertinenti, benché non sia andata oltre una scorsa rapida.

    Fai clic per accedere a Tesi_Raveggi_Alessandro.pdf

    Fai clic per accedere a (3)%20gerratana.pdf

    Il tema è decisamente impegnativo, forse troppo per me (sicuramente troppo per l’ora).

  4. Giulio Mozzi Says:

    Valter, se

    la verità della letteratura è quel che fa succedere nel lettore;

    (formula tua, dove “nel lettore” significa “in ciascun lettore e in tutti i lettori”, se ho capito bene),

    allora io domando: il moltiplicarsi delle letture, ciascuna delle quali fa succedere qualcosa nel lettore, andrà o non andrà a costituire una sorta di “patrimonio”?

    O il problema è altrove (cioè nel corollario “a”), e dobbiamo pensare che la realtà di un’opera sia comunque – tutta intera – in ciascuna delle sue letture?

    (Così come la realtà dell’amore è tutta intera in ogni singola relazione amorosa o in ogni singolo gesto d’amore, ecc.).

    Elena: no, non credo che i miei tentativi di ragionamento vadano nella direzione di un’ “estetica della ricezione”. Per quel poco che ne so (Jauss, Iser), tendo a considerare l’estetica della ricezione più prossima alla sociologia a questi ragionamenti qui (e poiché una delle tre anime è pur sempre quella sociologica, mi interessa moltissimo: ma non qui e ora. Riesco a spiegarmi?).

  5. Simona Says:

    Mi piace questa definizione:
    La realtà di un’opera letteraria è la somma delle sue letture.
    Trovo sia pertinente, chapeau!
    Simona

  6. Barbottina Says:

    Ecco, secondo me è proprio così “la realtà di un’opera sia comunque – tutta intera – in ciascuna delle sue letture”.
    Per ciascun lettore l’opera letteraria costituisce un’unica realtà.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Barbottina: ma ragionar così non serve a niente, temo. Tanto vale dire: i gusti son gusti, a ciascuno ci piace quel che gli piace, e morta là.

  8. Carlo Capone Says:

    Ieri sera continuavo a riflettere sul tema proposto da Giulio quando mi è tornato alla mente uno scritto di Eco su Repubblica di alcuni anni fa.
    Vi si affermava (cito a braccio e con mie parole) che mentre il suicidio di Hitler in un bunker di Berlino è un fatto appartenente alla realtà, non così possiamo dire della morte di Anna Karenina, che èimmaginaria. E tuttavia, come non esiteremmo a bocciare uno studente all’esame di maturità il quale sostenesse che Hitler è morto novantenne in un carcere inglese, ugualmente lo respingeremmo se affermasse che Anna Karenina si sia ritirata in campagna a coltivare cavoletti. Ma c’è di più, mentre nel caso di Hitler potrà sempre uscir fuori un documento, una testimonianza, delle foto, attestanti che non è morto suicida nel bunker di Berlino bensì è stato fucilato dai russi, nel caso di Anna Karenina non è possibile, Anna sarà morta suicida gettandosi sotto un treno, per sempre.
    Ora, si può essere o no d’accordo sulle conclusioni paradossali di Umberto Eco però, per uscirne fuori, a me modesto cultore di certe faccende, a fronte dei fulmimanti quesiti o le affermazioni di Giulio, Valter, dm, Andy e molti altri, non resta che rifugiarmi in quanto ieri scriveva Elena: che debba essere considerato non soltanto l’aspetto riflessivo ma anche quello relativo al codice.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Carlo: Eco confonde la verità storiografica (= stabilita dagli storiografi sulla base dei documenti; e che può cambiare se si scopre un documento nuovo, ecc.) con la verità storica (che è quel che è).

    Peraltro il problema è classico, e rimando – per un’introduzione – ai due brevi testi che citavo qui.

  10. Enrico Macioci Says:

    Giulio: e se un’opera letteraria è capace d’evocare INFINITE letture? La sua realtà sarà allora infinita? O non è possibile che un’opera letteraria evochi letture infinite? (io credo sia possibile)

  11. valter binaghi Says:

    Giulio, nell’opera d’arte ci sono due aperture possibili per la coscienza: quella simbolica (o estetica, come i più preferiscono dire), che è tutta intera nel suo vissuto, e quella ermeneutica, dove significati si aggiungono a significati nell’impresa – impossibile – di ricostruire l’integrità della prima.
    Nella seconda c’è la possibilità di sommare contributo a contributo, di espandere l’area del linguaggio, di accumulare il patrimonio che tu dici. Nella prima c’è la vita dell’anima e il gusto primordiale del valore. Esperienza integrale e non paragonabile ad altra fatta da sè o da altri.
    Se vuoi un’analogia di queste dimensioni incomunicabili pensa ai paradossi del continuo e del discreto evocati da Zenone, ma anche da Bergson.

  12. dm Says:

    Giulio, la tua proposta mi suona come certi aforismi di Kafka (non è una lusinga, ma la descrizione di una mia reazione) che suonano veri e autentici perché sono logicamente inafferrabili. Vorrei provarci comunque.
    Il punto è: in cosa consiste una “somma” di letture?
    Ci penso, ci ripenso… Cortocircuito. Kafka.

    E faccio anch’io una proposta. La somma delle letture di un’opera è, per così dire, la concrezione dei risultati critici (cioè dei testi, o dei fatti che sono effetto della lettura di tale opera) prodotta da un numero finito di lettori, cioè da quei lettori che effettivamente hanno letto l’opera nel corso della Storia e hanno agito essendone influenzati in modo da lasciare traccia (parole, fatti) di tale azione (ma non, necessariamente, della lettura).
    Tuttavia, la concrezione dei risultati critici può a sua volta influenzare o guidare delle azioni (parole, fatti) che si configurerebbero come effetti di secondo grado, o livello. Mi spiego:
    In un commento al post scorso hai raccontato di aver letto Grande raccordo di Lodoli e che quell’opera ha sedimentato in te un’immagine potente, una forma a spirale che ha influenzato in seguito il tuo agire in alcune occasioni. Ovviamente questa – mi riferisco all’aver inserito in vibrisse quel commento – è una delle occasioni in cui l’immagine proveniente dal libro di Lodoli, la forma a spirale, ha influenzato il tuo agire: hai scritto un commento. Questo commento appartiene a quella che ho chiamato (in mancanza di migliore definizione) la concrezione dei risultati critici. E’ un effetto della lettura. E però, io che pure non ho letto Grande raccordo di Lodoli, avendo letto il tuo commento e conoscendoti un po’ come scrittore e blogger e poco come persona, ne sono stato influenzato. (Per quanto la letteratura mi abbia condizionato, non avevo mai pensato a questa forma di condizionamento che a quanto pare la letteratura ha: un’immagine che ti accompagna come un santino e informa il tuo agire, le tue azioni). Ci sono delle azioni che io potrei compiere e che potrebbero dirsi effetti della lettura di un lettore a me prossimo: ad esempio, banalmente, comprare il libro di Lodoli. Oppure: disinteressarmi di Lodoli, e magari far su una scultura a spirale, con materiali di scarto, che potrebbe finire in seguito in qualche mostra o nei libri di storia dell’arte. (Dico per dire). Non solo: potrei parlare ad uno dei miei tanti amici che non leggono romanzi e che non hanno intenzione di leggerne e raccontare loro di come la lettura di un romanzo abbia influenzato la vita di un certo Giulio. E uno di loro potrebbe cominciare a leggere, magari diventando poi un appassionato lettore, un esperto e, a un certo punto chissà, magari anche un critico letterario, con una sua produzione scritta eccetera eccetera. Sarebbero effetti di terzo grado, o livello rispetto al libro di Lodoli. E così all’infinito. Potenzialmente.
    Veniamo ora al perché di questa definizione di “somma delle letture”.
    Ho proposto di definire tale “somma” “concrezione di risultati critici” perché mi sembra l’unico modo in cui delle letture si possano effettivamente sommare. Sono passato cioè dalle letture agli effetti delle letture (parole, azioni). Questo perché le letture individuali – le cose che succedono nella psiche e nel corpo dei lettori – non è possibile sommarle. Perché non sono comunicanti. Le letture possono rendersi comunicanti solo attraverso le azioni. Dunque, per “sommare” le letture è necessario “sommare” le parole, i fatti che sono il risultato di quelle azioni, le quali sono effetto delle letture.
    In questo modo, però, torniamo diretti alla questione che è venuta fuori nel post scorso. Noi parliamo di “realtà di un’opera letteraria” (o di “verità di un’opera letteraria”, come nello scorso post) e poi tiriamo in ballo soltanto fatti, e parole: cose materiali. Non è che stiamo trascurando l’essenziale?

  13. Barbottina Says:

    Giulio: comprendo la tua obiezione, ma allora la realtà dell’opera letteraria è necessariamente indefinita.
    Le letture non cessano nel tempo, come ben ricorda Enrico, ma sono potenzialmente infinite.

  14. Barbottina Says:

    E se l’opera letteraria esistesse come realtà in sé e ciascuna lettura potesse percepirne solo una parte limitata?

  15. critina Says:

    Così come ciascun uomo è il risultato delle proprie esperienze. Ma la personalità originale riesce a limitare l approccio a consultazione.

  16. valter binaghi Says:

    Temo che nascano paralogismi dalla confusione tra unità, unicità e individualità. I lettori sono individui che parlano un linguaggio comune e quindi le loro riflessioni a partire dall’opera letta sono condivisibili, in qualche modo sommabili. L’opera d’arte è una nella sua forma sensibile (nel caso letterario il testo) anche se tecnicamente riproducibile in molte copie (per esempio a mezzo stampa). L’esperienza estetica del lettore è unica, non solo distinta da quella degli altri lettori ma anche da eventuali ri-letture che daranno luogo a momenti estetici diversi, ognuno unico e irripetibile. Ciò di cui si può parlare sono concetti condivisi, che si suppone abbiano il medesimo oggetto e significato. Di ciò di cui non si può parlare, diceva Wittgenstein alla fine del “Tractatus”, è meglio tacere. E’ il mistico, così lui lo definiva. Io preferisco dire che è il puro sentire, o abitare l’immagine. In effetti, tra l’esperienza estetica e la sua traduzione in termini di significato concettuale c’è un abisso più profondo di quello che divide i vivi dai morti. Il critico letterario, se va bene è un retore che persuade alla lettura, se va male è un becchino.

  17. dm Says:

    La condivisione delle riflessioni su un’opera è qualcosa di così marginale e in fin dei conti raro (le recensioni si leggono poco, la critica letteraria non ha gran pubblico, i circoli di lettura praticamente non esistono e i lettori sono pochissimi) che non mi limiterei a quello parlando di “realtà di un’opera letteraria”. Mi sembra meno limitante considerare la “realtà di un’opera letteraria” guardando al mondo e agli effetti che le letture possono aver provocato. Ovviamente, in questi termini tale realtà non è misurabile, non è controllabile come se fosse un testo, ma è ipotizzabile perché il mondo è là.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, Barbottina: tra “infinito” e “potenzialmente infinito” vi è, mi sembra, qualche differenza. Propongo l’aggettivo: “innumerevole”. Innumerevoli letture, come sono innumerevoli (pur essendo certamente finiti) i granelli di sabbia della spiaggia di Sottomarina.

    Peraltro, si danno abbondanti casi empirici di opere letterarie con qualche centinaio di lettori, o anche meno.

    Barbottina: un’opera d’arte comunque esiste di per sé, mi pare.

    Daniele, la tua definizione:

    La somma delle letture di un’opera è, per così dire, la concrezione dei risultati critici (cioè dei testi, o dei fatti che sono effetto della lettura di tale opera) prodotta da un numero finito di lettori, cioè da quei lettori che effettivamente hanno letto l’opera nel corso della Storia e hanno agito essendone influenzati in modo da lasciare traccia (parole, fatti) di tale azione (ma non, necessariamente, della lettura).

    Mi pare adeguata fuorché nell’ultima parte, che trovo incompleta: che resti o non resti traccia percepibile, l’effetto c’è stato (l’albero cade nella foresta, e nessuno lo sente cadere: eppure è caduto).

    Scrivi anche, in conclusione:

    Noi parliamo di “realtà di un’opera letteraria” (o di “verità di un’opera letteraria”, come nello scorso post) e poi tiriamo in ballo soltanto fatti, e parole: cose materiali. Non è che stiamo trascurando l’essenziale?

    E cioè cosa?

    Valter: su ciò di cui non si può sapere gran che, si possono pur sempre fare delle immaginazioni.

  19. vbinaghi Says:

    Esatto Giulio. Infatti Bachelard – che non avrebbe mai accettato la nomea di critico letterario – scriveva questi libri bellissimi che consistevano nell’immaginare le immagini dei poeti. E scopriva che la realtà dell’opera era quel più di realtà e di vita che l’immagine accende nel lettore. Se lo cito sempre, è perchè secondo me nessuno ha capito più di lui.

  20. dm Says:

    A cosa pensavo scrivendo “tralasciamo l’essenziale”? Di preciso non lo so, ma è ricorrente la sensazione che ci sia qualcosa a sfuggire quando leggo discorsi sulla letteratura (meno quando li ascolto… forse l’essenziale è qualche cosa di non verbale o, meglio, che non si può verbalizzare? Non so.) Provo a fare un esempio. Non ti sarà forse utilissimo, visto che per le cose terrene sei illuminista e piuttosto scientifico.
    Quando abitavo a Milano, godevo di una splendida biblioteca pubblica, attraversata la strada di fronte a casa. Lì ho trovato i libri che mi hanno formato o forse dovrei dire che mi hanno dato un’infarinatura. Dico la letteratura. Ho cominciato prendendo in prestito i classici e libri collegati ad altri libri da percorsi critici oppure storici. Ma mi sembrava di sguazzare in un’acqua ferma. E ho iniziato a pescare libri a caso. Cioè senza guardare i dorsi (essere miopi è un vantaggio non soltanto per i pittori impressionisti, anche per i lettori in biblioteca all’avventura). Mi sono specializzato. A un certo punto ero in grado di scegliere a occhi chiusi il libro giusto: quello che stavo cercando. Muovendomi tra gli scaffali all’improvviso mi chiamava. Il dorso. Non il titolo, né la fattura e nemmeno il colore. Solo il dorso. Dopo la lettura mi stupivo, ogni volta un po’ meno: era lui, lui che volevo. Quanto a stile, ma anche tipo di trama… Così ho scoperto un’enormità di bei libri. Bellissimi libri.
    Mi capita ancora le poche volte in cui giro per una biblioteca, ma dev’essere abbastanza grande. (Dove ora abito, niente). Il guaio è che mi capita solamente coi libri usati. A girare per una grossa libreria, Feltrinelli o Mondadori o quel che vuoi, non mi succede. Mi diverto, spulcio, leggo interi libri seduto nelle poltroncine, ma nessuno mi chiama. Voglio dire nessuna cosa genera quel tipo di attenzione. Idem per le piccole librerie, anche se i librai a volte sopperiscono. Nei libracci sì. Quelli con tanti libri.
    Non è una forzatura metaletteraria, è la verità. Razionalmente, scientificamente inspiegabile, come il fatto che se metto le mani in un certo modo sulle persone doloranti il dolore passa perché ho questa cosa che alcuni chiamano pranoterapia e che come tutto, o quasi tutto ciò che so fare più o meno bene, non posso spiegarmi. Ma le altre credenze magiche le lascerei da parte. I libri usati…
    Che cos’hanno di più i libri usati, rispetto ai nuovi? Qualcuno li ha letti, penso a quel pezzo fisico di materiale, e hanno modificato, alterato anche se in minima parte quel qualcuno. E, inoltre, da quel qualcuno sono stati modificati. Orecchie girate dai lettori più rudi. Pieghette. Polvere, sporco. Quelle risme di fogli rilegate fanno parte della “realtà di un’opera letteraria” per come l’abbiamo definita e cioè di quella rete di effetti generata a partire dal libro, dalle letture. Il libro è in un certo senso dalla parte delle cause e degli effetti. E questo è razionalmente comprensibile. Credo. Di inspiegabile c’è invece quella “chiamata”, che per me avviene in un modo forse bizzarro e non spendibile in società. Ma avviene. E non mi sento di escludere dalla “realtà di un’opera letteraria”. In termini molto meno esoterici: è possibile considerare il desiderio all’interno della “realtà di un’opera letteraria”? Per lo meno nei suoi effetti: cioè come quella forza che spinge a leggere un’opera letteraria, a partire anche dal contesto ovviamente, culturale e personale, dalle letture degli altri insomma o – estensivamente – dagli effetti della lettura di un’opera e dunque dalla sua “realtà”.
    Gli effetti del desiderio di leggere un’opera letteraria appartengono alla sua “realtà” o solo al marketing (che è ovviamente una parte della sua “realtà”)? Ecco, anche se in forma ridotta e semplificata rispetto al mio sentire, ho affrontato l’essenziale. Che c’entra poi con il desiderio. Spero di non aver confuso troppo i piani.

  21. Giulio Mozzi Says:

    Daniele: per ragioni pratiche non riesco a frequentare le biblioteche. Ma i negozi di libri usati sì: sono uno specialista.

    (Questa notte, ad esempio, ho sognato di essere in un grande negozio di libri usati).

  22. dm Says:

    (Anche solo per preservare questo genere di sogni, non si dovrebbe abbandonare la carta per il digitale. Scomparirebbero i libri usati. Ce ne sarebbero solo di nuovi. Trovarsi in sogno dentro a un magazzino pieno di e-reader deve dare tutt’un’altra sensazione. E scomparirebbero pezzi di realtà dell’opera letteraria, nel senso di cui sopra.)

  23. Giulio Mozzi Says:

    Sì, Daniele, tutta un’altra sensazione. Ma pensa che sensazione, essere nella realtà in un negozio in rete nel quale i libri non vengono mai mandati al macero.

  24. dm Says:

    Sì, certo. Infatti sarebbe bene tenere vivi entrambi questi supporti, ed evitar di considerare il più recente come una versione più aggiornata di quello più vecchio. Anche se forse il futuro è dei rottamatori.

  25. andrea barbieri Says:

    Quindi se sogno di leggere un libro quel libro è reale?

  26. Giulio Mozzi Says:

    No, ma esiste. Più o meno come i discorsi attorno a un creatore dell’universo lo fanno esistere – senza implicarne la realtà. (E’ una pura questione di lessico, credo).

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