Gerusalemme, 11 aprile 1961

by

Eichmann

di Demetrio Paolin

[Questo è un breve estratto dal romanzo che sto scrivendo. Il romanzo ruota intorno alla data dell’11 aprile. dp]

Il vetro di cui è fatta la gabbia è sottile, limpido indistruttibile. L’hanno costruito apposta per il prigioniero, perché tutti lo vedano. Adolf Eichmann entra vestito come un impiegato. Una giacca di fattura modesta, una camicia altrettanto usuale, gli occhiali al naso. L’intera sua persona mostra al mondo la sua ordinarietà. Se non fosse per quelle smorfie che ogni tanto fa con la bocca, che sembrano un rigurgito di chi ha mal digerito qualcosa, il pubblico del processo ha davanti una statua di cera. Sua madre e suo padre, buonanime, sarebbero contenti di lui: Adolf Eichmann è una persona temuta, una persona odiata e non ha mai ucciso nessuno. Lui non ha mai ucciso nessuno. Ha fatto di conto. Sa farlo bene, sa incolonnare i numeri e fare tornare sempre l’addizione. Si ricorda quando da piccolo, alle elementari di Solingen, il maestro lo riempiva di caramelle dopo la prova di aritmetica, una per ogni operazione giusta. Le operazioni erano dieci e dieci caramelle stavano nel palmo della mano del bimbo Adolf, che tornava a casa felice.

Il padre guardava il figlio e pur amandolo, come ogni buon cristiano deve fare con i figli che dio gli manda, non vedeva in lui niente di eccezionale.
I tratti del viso non ne facevano un bambino bello, ma non disturbavano, il tono della voce era ugualmente modesto. Era intonato, ma il suo canto non era speciale. Nello sport, nella musica raggiungeva buoni risultati, ma niente che facesse sussultare.
Il padre non credeva che quel bambino sarebbe diventato adulto e che avrebbe avuto un futuro. Certe volte nelle sere in cui aveva bevuto di più, si convinceva che Adolf sarebbe morto giovane, tanto era insulsa la vita che gli si prospettava; dio decide già dall’utero la fine che ognuno avrà. Quella di suo figlio – così pensava il padre di Eichmann – sarebbe stata di morire forse bambino o adolescente a causa di qualche malattia. Quando invece vide che Adolf lasciva gli studi superiori per fare l’agente di commercio tirò un sospiro di sollievo. Suo figlio aveva trovato un lavoro e un futuro tranquillo.

Eichmann è divorato da un demone, che lo tormenta, anche ora che è prigioniero in una gabbia di vetro limpidissimo e sta per essere processato e condannato a morte. È pignolo, è ordinato. Tutti se ne accorgono, quando incomincia a frequentare gli ambienti nazisti. È un uomo senza nessuna qualità: non sa parlare, non ha carisma, non è crudele o violento. Però ha una mente ordinata, odia vedere le cose fuori posto, vuole che tutto si muova alla perfezione.
È un contabile.
Lo dice anche qui dal vetro della sua gabbia.
Io organizzavo convogli, parla con quell’espressione rancida, facevo in modo che tutto funzionasse secondo gli ordini dei miei superiori. Io non avevo in odio gli ebrei e nessun altro essere umano. Io sono un subalterno e la mia obbedienza è una sudditanza cadaverica alle direttive dei miei capi.
Bisognava organizzare, dice sempre Eichmann, i convogli in modo tale che non si congestionassero le linee ferroviarie duramente provate dalla guerra. Bisognava fare in modo che i nostri trasporti non fossero intralciati da quelli della Wermacht, quindi avevo bisogno di calcoli precisi, di stime vicine al vero rispetto alle presenze di ebrei nei territori occupati. Ogni azione anche la più isolata doveva essermi comunicata, proprio perché alla fine di tutto i conti dovevano tornare.
Non avevo nessun altro interesse. Nessuna altra preoccupazione morale se non incolonnare i numeri delle presenze sui territori, dividerla per i vagoni e i treni a nostra disposizione e controllare che i treni arrivassero a destinazione presso le località che avevo assegnato. Il mio compito finiva qui. Si trattava di organizzare un trasporto su larga scala
È questo il compito che mi era stato dato e che ho eseguito.
Per il resto, per i morti che ci sono stati – continua Eichmann -, io dico solo che verrà il giorno di Gesù Cristo, egli verrà dall’alto dei cieli per giudicare i vivi e i morti; ecco allora tutto risplenderà nella luce gloriosa di dio. E la sua vista, la vista di lui come unigenito figlio di dio sarà per noi, morti e vivi, la ricompensa e il giudizio.

Poi tace. Sta per larga parte del tempo dietro il vetro lindo e pulito muto: le televisioni del mondo trasmettono le sedute del processo, i giornalisti lo scrutano per provare a raccontarne la vita. Sta seduto, mentre la pubblica accusa fa sfilare uno dopo l’altro i sopravvissuti che raccontano, che ricordano. Nel sentire queste parole, questi racconti il prigioniero ha alcuni gesti di stizza o di fastidio, dovuti non tanto al racconto dei suoi crimini quanto al venire a conoscenza di accadimenti che non erano avvenuti secondo i suoi calcoli o in base alle sue tabelle.
In questi casi Eichmann piega le sue labbra sottili verso il basso per un attimo torna bambino, torna alle mattine a scuola. Quando qualcosa andava storto, lui metteva il broncio. E la colpa allora come ora era sempre di altri.
Io, dice Eichmann, non ho mai delegato ad altri i miei compiti. I miei subalterni facevano il minimo lavoro. Era compito mio fare in modo che ogni cosa si svolgesse secondo gli ordini, mio era il compito di trovare la soluzione migliore per realizzare quello che altri avevano pensato. Avevo imparato fin da bambino, infatti, che certe cose debbono essere fatte da soli. È un errore pensare che più la catena di raccolta dei dati è lunga, più esatto sarà il riscontro. Le gente è spesso distratta, lavora con poca cura, perché gli è stato affidato un compito minimo. E quindi prendono questo lavoro con lassismo. Per questo il merito e l’onere dell’organizzazione del trasporto era tutta concentrata su di me.
E mentre dice queste parole Eichmann ha un momento di gioia infantile, come se stringesse tra le sue mani un bombo al cioccolato che il maestro gli dà.
Nella mente di Eichmann tutto è preciso, nitido. I numeri si spostano da una colonna all’altra senza nessuno sforzo. Quando il convoglio arriva a destinazione, lui viene avvertito e semplicemente scrive accanto alla tabella “consegnato”. Nei suoi documenti tutto torna, tutto ha un preciso ordine, che sembra impossibile che qualcosa sia sfuggito al suo demone contabile.

Il viso di Eichmann leggermente deformato dal video del televisore arriva nelle case. Un uomo sta seduto alla scrivania, è circondato da vocabolari e da una macchina da scrivere. Guarda lo schermo e il suo foglio. È giorni che cerca di spiegare quello strano sentire che ha provato, tornando alla sua casa dopo aver salito di un balzo le scale per scoprire che nessuno lo aspettava vivo. Tutti, infatti, lo davano per morto e così l’avevano visto quando aveva varcato il portone. L’uomo che scrive parole vuole dire questo: scrivere un racconto divertente e pieno di avventure con il triste epilogo di chi torna a casa non atteso più. Di chi si è salvato, ma tutti considerano morto.
Ora, però, la faccia di Eichmann nell’acquario di vetro lo sconcerta. Dietro quegli occhiali tondi, neri, c’è la persona che ha deciso il suo trasporto, che ha fatto in modo che ci fossero le condizioni perché avvenisse. È lui che ha stilato statistiche di chi poteva essere abile o no al lavoro. L’uomo che scrive deve la sua salvezza a quel ragioniere, chiuso tra vetri come nell’incantesimo della fiaba.
È un pensiero repentino, che attraversa il cervello come una scossa elettrica, non si ferma neanche per essere compreso. Semplicemente si deposita in un angolo del corpo e incomincia lentamente a intossicare tutto.
Non è per fortuna che lui è vivo, non per cieco caso. Qualcuno ha stabilito chi doveva essere gasato, ucciso dalla fatica del lavoro, dall’inedia, dalla dissenteria; fu deciso anche chi poteva essere salvo a scapito di altri. L’uomo sente, mentre questo pensiero gli passa per la testa, tutto il suo patimento di quegli anni solidificarsi nella sua carne. S’addensa come una vernice che impazzisce, e il suo colore è grigio. Questo è lui, è il lager. Lui è il lager, i suoi compagni sopravvissuti sono lager. E la televisione inquadra Eichmann in primo piano. Eichmann ride. È 11 aprile 1961.

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18 Risposte to “Gerusalemme, 11 aprile 1961”

  1. RobySan Says:

    Demetrio Paolin, ammiro il suo coraggio nell’addentrarsi in un campo che più minato non si può. Minato, scivoloso e pieno di trappole. Suppongo superfluo ricordare la precedente letteratura nel merito e, di tale letteratura, l’autorevolezza (almeno storica se non propriamente letteraria). Le faccio tutti i miei auguri, per quel poco che possan valere: lei rischia grosso.

  2. demetrio Says:

    Si. Conosco il rischio, ma rischiare è l’unico modo – forse – per produrre qualcosa di nuovo e buono, sapendo appunto l’azzardo che si fa. Il brano contiene una serie di citazioni proprio da La banalità del Male a cui credo tu facessi riferimento (oltre che altri estratti dai verbali del processo)

  3. Christian B. Malaparte Says:

    Se qualcuno fosse veramente interessato a scrivere qualcosa di nuovo (ho seri dubbi) e coraggioso (…) sulle accuse mosse ad Eichmann e ad altri gerarchi del Terzo Reich, potrebbe partire da questo (per autorevolezza storica, sì):

    http://www.stampalibera.com/?p=229

  4. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Christian: dal punto di vista dell’autorevolezza storica consiglierei piuttosto la lettura di questo testo. Un po’ vecchiotto, ma sempre buono.

  5. Christian B. Malaparte Says:

    Mozzi, ho usato il termine “autorevolezza storica” riprendendolo dal primo commento, non perché ritenga che il testo da me citato ne abbia di più o di meno rispetto ad altri. Non sono qui a sostenere una tesi o l’altra.

  6. demetrio Says:

    Christian quale tipo di autorevolezza storica riconosci a quei testi? Chi ha riconosciuto autorevolezza storica a essi? Sono quei testi e quelle tesi che l’articolo che tu citi una rimasticatura di pregiudizi anti ebraici, spacciati per testi storiche solo con la scusa di giustificare una tesi aberrante come quella di negare i campi? E tu come ti poni rispetto a queste tesi?

  7. RobySan Says:

    Giusto per chiarire ciò che potrebbe essere equivocamente interpretato: per “autorevolezza storica” di ciò che è stato scritto a proposito di “universo concentrazionario” io mi riferivo al peso che hanno avuto gli scritti della Harendt e di Primo Levi, anzitutti, al di là del valore puramente letterario che questi scritti hanno (o non hanno). Sul fatto che “ciò di cui si tratta” sia da ritenere storicamente accertato, è cosa sulla quale solo la manica di semianalfabeti che ha commentato l’articolo (di cui al link a “stampalibera”) potrebbe nutrire dubbi. Quanto poi alla teorizzazione del “malanimo antisemita” come risposta al “prevaricante potere economico e politico” degli ebrei, direi che è storia vecchia.

    Ritengo infine che questo tentativo sia volto a indagare il comportamento e le motivazioni profonde dell’individuo (o degli individui) in situazioni estreme, o che portano all’estremo, più che a essere romanzo storico-cronachistico. Questa naturalmente è solo una mia pretesa d’interpretazione di intenzioni. Pretesa che può, ovviamente, essere smentita dall’autore stesso.

  8. Comandante Lupo Says:

    non posso mettere un mi piace, ho avuto dei parenti che sono passati per il camino solo perchè non erano di razza ariana. Il tempo passa e i sopravvissuti stanno scomparendo i testimoni che si sono salvati da quell’orrore sono sempre di me. Oggi, come scriveva Levi, il problema è tenere viva la memoria quando noi non ci saremo più. E fare capire ai giovani d’oggi quello che è stato si è verificato in una società così lontana da quella contemporanea nonostante siano passati solo 68 anni.

  9. Christian B. Malaparte Says:

    Demetrio, ma lei non aveva scritto che non discute con me? Cambiato idea? La prima volta che le ho risposto speravo che si decidesse a rileggere i miei post, invece lei ha preferito proseguire con le sue valutazioni, nella convinzione di aver capito tutto. Da chi pretende di scrivere un libro (dicendo cose nuove per giunta!), io mi aspetto almeno la lucidità di riuscire a leggere un post…

    Io non intendevo sostenere alcuna tesi. Ho provato a mettere un punto di domanda su chi pretende di dire qualcosa di nuovo su un argomento trito e ritrito, per di più senza prendere atto di posizioni che “ufficialmente” sono state dichiarate aberranti (come dice lei). La domanda insita era: ha senso, considerato il momento sociale che vive l’Italia, trattare un simile argomento?

    Vuole sapere qual’è la mia posizione? Delle tesi non me ne importa nulla, al massimo posso dire che non credo che un popolo che ha subito trattamenti disumani, poi li infligga ad altri.

  10. demetrio Says:

    Christian le posizioni espresse dal tuo post o dal post che hai linkato sono orribili sbagliate ingiuste e storicamente infondate. I link che tu hai messo nel tuo commento sono bugie sono propaganda negazionista. E io non discuterò oltre con te e con coloro che propagandano linkano difendono o anche solo diffondono idee di queste risma.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Christian, scrivi:

    Non sono qui a sostenere una tesi o l’altra.

    Che è un modo abusato (e quindi goffo)
    – di far passare l’idea che l’una tesi valga l’altra, e che quindi entrambe valgano qualcosa,
    – di far passare l’idea che si tratti di discutere delle “tesi”, anziché l’esistenza o meno di determinati fatti.

    Poi scrivi:

    non credo che un popolo che ha subito trattamenti disumani, poi li infligga ad altri

    Che è, per l’appunto, una tesi. La logica è, ad esempio:
    – un popolo che ha subito trattamenti disumani non li infligge ad altri;
    – il popolo degli ebrei infligge trattamenti disumani;
    – quindi il popolo degli ebrei non ha subito trattamenti disumani.

    La cosa sarebbe sicuramente vera se fosse vera la prima affermazione. Disgraziatamente, non lo è, tranne in un caso: quando il popolo che subisce trattamenti disumani viene completamente distrutto, effettivamente non può infliggere ad altri popoli trattamenti disumani.

    A margine posso far notare che considerare un popolo come se fosse una persona, quindi dotato di una sorta di continuità morale e mentale (senza nemmeno tener conto che nel 2013 la popolazione di tutti i popoli ha subito un pressoché totale ricambio rispetto al 1933: per dire) è un’ingenuità decisamente fuori corso.

  12. Christian B. Malaparte Says:

    Mozzi, ho già scritto che le tesi non mi interessano.
    Israele ci marcia alla grande sull’olocausto, mentre dovrebbe balzare all’onore delle cronache per ben altro e ben di peggio. Libri come quello del suo amico non fanno altro che alimentare nella gente quel senso di pietà che favorisce il Sionismo e distoglie l’attenzione dai crimini (sì, contro l’umanità) che vengono perpetrati ogni giorno in Israele.

  13. Ivano Porpora Says:

    Dico la mia, piccola tesi.
    Discutere di queste cose, in Italia, ora, è di importanza assoluta. Significa fare il punto. Significa cercare di fissare dei parametri, stabilire valori, determinare criteri, fare anche paragoni durante la gestione della memoria storica di un popolo e un paese; significa porre un “Sono stato” per cercare di capire, prima ancora di chi siamo e dove andremo – e no, non sto citando Troisi -, come abbiamo fatto a finire qui.
    La figura di Eichmann e la figura di chi pur potendo fare non ha fatto sono diverse. Eppure entrambe traggono forza dall’inazione, dall’arrendersi al Male, vuoi per collaborarvi (anche attraverso la matematica, le dieci caramelle), vuoi per non osteggiarlo.
    Eppure entrambe ci ricordano che il non opporsi al Male è già Male, è farlo, il Male. E chi questo ce lo ricorda fa opera di memoria, quindi opera difficile, dolorosa e salvifica di Bene.

  14. valter binaghi Says:

    Mi chiedo se chi scrive romanzi storici abbia mai meditato a fondo la dichiarazione di fallimento di Alessandro Manzoni contenuta nel suo saggio “Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione”. Dove sostanzialmente si dichiara come autentica missione dell’artista quella di restituire la verità spirituale della storia, più che di rivelarne la filigrana. Ecco perchè si possono e si debbono scrivere romanzi storici, avendo a cuore lo spirito e le tensioni ideali o le passioni dominanti di un’epoca, ma proprio per questo costruendo personaggi fittizi o dando voce a protagonisti anonimi piuttosto che appellandosi a quelli che ormai sono monumenti nei manuali e paradigmi nei saggi di filosofia morale (come è divenuto Eichmann dopo il libro della Arendt). Senza soffermarmi sullo stile o il ritmo narrativo del brano di Paolin (che non mi dispiacciono per niente), sono costretto a ribadire ancora una volta la mia stanchezza per questo genere di romanzi.

  15. demetrio Says:

    Parto dalle obiezioni di Valter. Ovviamente lo stralcio del romanzo che ho postato è un “a-parte”. Nel senso che tocca un tema del libro, ma chiarisco non è Eichmann il protagonista del romanzo, che appunto si regge su tre personaggi immaginari, che spero potranno dare ragione delle “tensioni ideali o le passioni dominanti di un’epoca”.
    Ringrazio Ivano per il suo commento perché in un certo sento centra perfettamente il cuore speculativo del romanzo.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Christian, Christian.

    La tua goffaggine argomentativa è sorprendente.

    Scrivi:

    Mozzi, ho già scritto che le tesi non mi interessano.

    E questo è certamente vero: lo hai già scritto. Però non è un’obiezione a quanto io ho osservato qui.

    E tuttavia – questo è sorprendente – procedi subito a piazzarne là, di tesi, ben tre.

    Una tesi etica:

    Israele ci marcia alla grande sull’olocausto, mentre dovrebbe balzare all’onore delle cronache per ben altro e ben di peggio.

    Una previsione di fatti futuri:

    Libri come quello del suo amico non fanno altro che alimentare nella gente quel senso di pietà…

    Una tesi politica:

    …che favorisce il Sionismo e distoglie l’attenzione dai crimini (sì, contro l’umanità) che vengono perpetrati ogni giorno in Israele.

    E dunque? Se le tesi non ti interessano, perché ce ne proponi così tante?

    Peraltro, non vedo perché non potrei – ad esempio – provare compassione per chi è stato ammazzato settant’anni fa, e nel contempo disapprovare la politica di uno Stato che con chi è stato ammazzato settant’anni fa non ha nulla che fare. Così come non vedo perché non potrei – altro esempio – provare un certo orrore, a causa di ciò che hanno fatto, per i tedeschi di settant’anni fa; e non provarne affatto per i tedeschi di oggi: che sono, in grandissima parte, degli altri tedeschi.

  17. anna maer Says:

    La banalità del male di Hannah Arendt
    dopo questo è possibile ‘romanzare’ la storia?

    ma leggerò anche questo

  18. demetrio Says:

    Ciao. Provo a spiegare siccome credo che il pezzo abbia ingenerato confusioni. Non è un romanzo su Eichmann (non è una operazione alla Hitler di genna). Non è un romanzo ambientato in quegli anni (non è una operazione tipo le Benevole). Il romanzo racconta le vicende di tre personaggi in un lasso di tempo che va dal 1985 al 2010 e certamente si parla di deportazione, come pure di molti altri temi

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