Scritture: la mappa e il percorso

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Caspar David Friedrich: Il viandante

Caspar David Friedrich: Il viandante

di Valter Binaghi

Ho deciso di trascorrere il week end in un paesino della Garfagnana dove è appena stata mia sorella. Me ne ha mostrate delle foto e mi ha raccontato cose meravigliose sul paese e i dintorni.

Bene. Accendo il computer e vado – come sempre faccio – sul sito Michelin dove, sulla base di mappe accuratissime, si può ottenere l’itinerario secondo i criteri richiesti (il più breve, il più economico, il più panoramico) completo di pedaggi autostradali e tempo medio di percorrenza.

Stampo il tutto, faccio un piccolo bagaglio e mi metto in viaggio. A metà strada mi viene fame e mi fermo per un boccone in un autogrill dopo Fiorenzuola. La cucina dell’autogrill è prevedibilmente mediocre ma avrò modo di rifarmi una volta a destinazione. Infatti trascorro due giorni fantastici in un agriturismo dove, tra le altre cose, si mangia divinamente. Il tempo è bello, faccio lunghe passeggiate a piedi, scatto parecchie foto compreso un primo piano di Berto, un anziano contadino del posto che mi racconta cose sulla valle che non troverete mai in nessuna guida del Touring.

Una volta tornato a casa, scarico le foto nel computer e ne scelgo alcune per fare un post sul mio blog, dove racconto il mio week end non senza citare una delle storie di Berto, quella della Nerina, la ragazza col piede di capra che nel ’59 è sparita con la prima neve e non si è più vista (le impronte si fermavano davanti a una chiesetta sconsacrata, forse il diavolo suo babbo se l’è portata via).

Due giorni dopo il mio post ha una dozzina di commenti tra l’entusiastico e il curioso: scommetto che almeno due o tre commentatori sceglieranno quel posto per una prossima escursione.

Come si chiama il paese?

Che ve ne importa? Non è del paese nè della Garfagnana che qui si tratta, ma di due testi che si rivelano ugualmente essenziali per andarci: la mappa e la narrazione. Il primo per identificarlo, il secondo perchè nasca il desiderio di andare proprio lì. Il primo è l’oggetto di un sapere, il secondo è il risultato di un percorso personale, un’esperienza – Michel De Certeau direbbe “una pratica” (1). Si tratta di due tipologie di testo che si definiscono reciprocamente, e non se ne può parlare se non contemporaneamente. E’ di questo, che ci dobbiamo occupare.
La mappa dell’Italia settentrionale (che contiene la Garfagnana) fa parte di una famiglia di testi che presuppongono una “scienza” oggettiva del reale: come un calendario, una qualsiasi espressione matematica, o la pagina di un trattato di anatomia. Questo sapere è anche un potere: permette di collocare e mettere in ordine i corpi in un contesto, ma anche di prescrivere ruoli, prevedere comportamenti futuri e sottoporre ciò che è disfunzionale all’ordine a terapia, educazione, segregazione, punizione (2).

La parola greca da cui ha origine il nostro concetto di “scienza” è “episteme”, e il primo che cominciò a usarla sistematicamente, vale a dire il filosofo ateniese Socrate, la contrapponeva a “doxa” (opinione), come ciò che è universale e necessario si contrappone a ciò che è soggettivo, accidentale, indimostrabile. Non farei troppa fatica a far vedere che, come la mappa corrisponde alla scienza, il racconto di un percorso personale corrisponde all’opinione. Preferisco mettere in comune col mio lettore uno di quegli espedienti con cui un insegnante di filosofia prova a suscitare in alunni sedicenni di terza liceo la comprensione di un concetto fondamentale. Tra il VI e il IV secolo a. C. , infatti, accade in Grecia qualcosa che risulterà determinante per l’intero corso della civiltà occidentale: l’episteme, in quanto principio del sapere, della tecnica e del potere, diventa la struttura fondamentale del discorso pubblico e di ciò che è degno di permanere. Dunque, per far capire ai ragazzi di Terza A quale sia il punto discriminante tra opinione e scienza, chiedo loro d’immaginare di avere una macchina fotografica incorporata nel cranio, e il loro sguardo come obbiettivo.

“Fate un clic, proprio in questo istante. Poi immaginate di scaricare la foto al computer, ognuno la sua. Che cosa avremo? Avremo 24 foto della Terza A, una diversa dall’altra, perchè ognuno di voi, seduto al proprio posto, ha una visuale molto o poco diversa ma comunque diversa da quella degli altri. Pippo ha di fronte la nuca di Orazio, Orazio quella di Clarabella, Filo Sganga quella di Pippo. Queste foto corrispondono alle diverse opinioni sulla Terza A, perchè l’opinione in ultima analisi è fondata sulla sensazione e la sensazione è radicata nella collocazione spazio-temporale di un corpo e nei suoi molti altri condizionamenti momentanei. E’ evidente che le opinioni sono paragonabili, ma nessuna può essere considerata più vera di un’altra: l’opinione è per definizione relativa e l’idea di un’opinione assoluta è praticamente un ossimoro.”
“Prof, ma allora che cos’è la Terza A?”
“Questa era per l’appunto la domanda che Socrate andava facendo in giro. Che cos’è una cosa in sè stessa, a prescindere dalla pluralità dei punti di vista da cui si può guardare? Ma torniamo alla classe. Immaginate che io domani mi ammali per un lungo periodo. Verrà un supplente che non vi conosce ma che vorrebbe metterci il meno possibile a potervi chiamare per nome. Cosa si fa in questi casi?”
“Una piantina, prof. La classe come un quadrato, i banchi e la cattedra come diversi rettangolini e in ognuno si scrive il nome di chi lo occupa”
“Esatto. Ora, la piantina somiglia a una delle vostre foto? A quale punto di vista corrisponde?”
“…”
“A nessuno, infatti. Per fare una cosa apparentemente semplice come la piantina della Terza A si utilizzano concetti geometrici, quelli che avete imparato fin dalle elementari ma che per primo il greco Euclide ha sviluppato sistematicamente. La geometria è qualcosa di diverso dallo spazio vissuto e percepito nella vita quotidiana. Diciamo che corrisponde alla ricerca di uno spazio ideale, ma universalmente condivisibile. E questa è una delle caratteristiche fondamentali della scienza: l’universalità. Come già scriveva Eraclito, vissuto un secolo prima di Socrate, i pensieri spontanei (le opinioni) degli uomini li portano a vivere ciascuno in un proprio sogno privato, ma solo cercando l’ordine oggettivo delle cose (Logos) si può vivere in un mondo che è a tutti comune”
“Eraclito, prof, l’abbiamo fatto il mese scorso. E’ quello che diceva che tutto cambia e non si può entrare due volte nello stesso fiume?”
“Proprio lui. Eraclito aveva già un’idea di scienza. Ma non faceva l’errore di confondere la mappa col territorio e soprattutto col percorso. Gl’importava più di tutto ciò che è vivo, e paragonava la vita al fuoco. Sulla mappa, invece, si possono mettere solo cose ridotte all’immobilità: cose morte”
“Quindi per avere scienza delle cose bisogna prima ucciderle?”
“In qualche modo si. Ma non è l’unica via per conoscere. Oltre alla scienza c’è la sapienza”.
“Allora voglio la sapienza, prof., ci dica di quella”
“Proverò. Ma la sapienza non è un punto di vista assoluto sul territorio, non è una mappa. Somiglia piuttosto al racconto di un pellegrino, che ti mette a parte del suo percorso. Non è un’enciclopedia, è una narrazione, e vale quanto vale la curiosità, la sensibilità e la capacità di raccontare del pellegrino-narratore. In questo caso, si tratta del mio percorso nella filosofia. E, che lo voglia o no, non posso far altro che metterlo in gioco, tutte le volte che parlo in prima persona”.

Quella che noi chiamiamo “civiltà classica”, e che in buona misura si perpetua nel medioevo cristiano, è sostanzialmente la partenogenesi del sapere scientifico, nel senso che abbiamo definito più sopra. La “lex” romana e l’ “episteme” greca si fondono imponendo il modello di un sapere universale e necessario che dà forma stabile al corpo sociale anche attraverso l’egemonia linguistica del greco e del latino, lingue “ufficiali” e soprattutto lingue “scritte”, rispetto alle quali i parlati “volgari” rappresentano un vissuto quotidiano e locale, che non ha diritto di cittadinanza ma solo una dimensione etnica e familiare. Tuttavia, a frenare la pretesa assolutistica di questa “scrittura”, è il primato condiviso di un’altra Scrittura: quella del Libro Sacro, il cui dettato giunge direttamente da Dio e rispetto alla quale la ragione umana si pone in subordine. Con l’autunno del medioevo e il cosiddetto Rinascimento, inizia a declinare la civiltà cristiana nella sua forma tradizionale e con essa il primato della Scrittura sacra. E’ solo a partire da quel momento che il connubio lex – episteme conquista un dominio incontrastato e dispiega tutta la sua potenza, già all’opera nella Rivoluzione scientifica di Galileo e nel contemporaneo consolidamento delle Monarchie assolutistiche. Ormai non si tratta più di una Scrittura che cerca faticosamente di tradurre e adeguare il mistero divino della natura pagana o il dettato trascendente della Parola di Dio ebraico-cristiana, ma di una Scrittura che produce quel che significa: scienza e tecnica, politica e potenza, diventano sinonimi. Il Sapere-Potere è la nuova divinità, e il Libro è il suo Profeta.

L’essere si commisura al fare (…) questa nuova scrittura deve essere una pratica, la produzione indefinita di un’identità sostenuta soltanto da un fare (…) L’ideologia dominante si tramuta in tecnica, dandosi come programma essenziale quello di produrre un linguaggio e non più di leggerlo. E il linguaggio stesso dev’essere fabbricato, scritto. (…) Questo implica un disancoraggio dal corpo vissuto (tradizionale e individuale) e dunque anche da tutto ciò che nel popolo resta legato alla terra, al luogo, all’oralità o alle attività non verbali. La padronanza del linguaggio garantisce e isola un potere nuovo, ‘borghese’, quello di fare la storia fabbricando dei linguaggi. (…) La scrittura diviene un principio di gerarchizzazione sociale che privilegiava ieri il borghese e oggi il tecnocrate. (3)

L’avvento della ragione tecnica, la “morte di Dio”, la riduzione totale dell’essere a merce disponibile e delle relazioni pubbliche al mercato come epifenomeni della modernità sono state descritte tanto e talmente bene che è del tutto inutile aggiungervi qui ulteriori glosse. Piuttosto, è il caso di chiedersi, se questo è l’esito dell’episteme dispiegata, l’onnipervadenza e la minuziosa precisione della mappa che tende a coincidere col territorio (perchè non si limita più a tradurlo ma lo crea, come ogni lingua crea i propri oggetti), che cosa ne è di quell’altro tipo di testo, che prima abbiamo definito come la narrazione soggettiva e dinamica del percorso contrapposto alla statica estensione della mappa?

Questo è, precisamente, il luogo del romanzo, altra grande creazione della modernità, che non a caso esordisce, già maturo, contemporaneamente alle prime celebrazioni dell’onnipotenza epistemica. Sarebbe interessante mostrare come i primi grandi esempi del romanzo occidentale, ossia il Don Chisciotte e il Robinson Crusoe, contengano in sè non solo gli itinerari della ragione borghese che emerge da quelli che sono ormai divenuti dei non-luoghi (l’antichità eroica e il selvaggio inesplorato) ma anche il profilo del borghese stesso, nel primo caso allo stato sorgivo, come la rassegnazione pragmatica che si accomiata dal delirio della fede, nel secondo caso come la ragione adulta e fieramente costruttiva, che colonizza la muta selvatichezza della natura. Ma neanche la critica letteraria è qualcosa che qui o altrove m’interessa praticare. Piuttosto, vorrei mostrare come la narrazione letteraria rappresenta, nella civiltà occidentale di cui la Scrittura è la forma dominante, la parte del percorso contrapposta alla parte della mappa, la parte delle sapienza contrapposta alla scienza. Si tratta, insomma, di “riconoscere valore teorico al romanzo, divenuto lo zoo delle pratiche quotidiane da quando esiste la scienza moderna”(4). E’ lì che ritroviamo il soggetto e il suo vissuto, che l’episteme congela nelle coordinate spaziali della mappa o nella cronologia di una storia di cui è solo funzione dipendente, mentre la tecnica ne persegue la ri-costruzione terapeutica. E’ lì che si comprende non solo il bisogno soggettivo di raccontare e raccontarsi, esibendo la verità esistenziale dell’esperienza, ma anche il lato in ombra della lingua, ridotta dall’episteme a un sistema chiuso di segni definentesi reciprocamente (come direbbe De Saussure), ma di cui la narrazione mostra il carattere simbolico: nella calligrafia, nella voce, nello stile, la lingua è l’epifania di ciò che manifestandosi resta nascosto come l’imperscrutabile e il creativo, l’irriducibile e il fuorilegge, l’inesauribile e l’incalcolabile. L’anima, che altro?

NOTE

1) Michel De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro 2010
2) In tutta la sua opera Michel Foucault ha illustrato questa connessione, a partire da Sorvegliare e punire.
3) Michel De Certeau, op. cit. pag. 202-203
4) Ivi, pag. 126

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18 Risposte to “Scritture: la mappa e il percorso”

  1. mododidire Says:

    uau, stupendo. e quanti spunti *_*

  2. cristina Says:

    Quanto, del viaggio, ha motivo di essere raccontato e quanto di restare custodito ad accrescimento intimistico, con episodi che occasionalmente zampillano come epifanie mitologiche o confluiscono in scritti con valenza più che epistemica (chiamati romanzi)? Ecco spiegata la mia reticenza a dover raccontare il viaggio come mappa. Splendida esposizione.

  3. fausta68 Says:

    Interessante come tema e molto piacevole e chiara la tua spiegazione! 🙂

  4. vbinaghi Says:

    La risposta alla tua domanda, Cristina, è ciò di cui si occupa la retorica, o più precisamente in questo caso un corso di scrittura creativa. E, comunque, il racconto di un viaggio non può mai essere una mappa (che è statica e contiene tutti i percorsi possibili) ma un percorso personale che evidenzia un punto di vista, un passo, un certo tipo di attenzione e anche di disattenzione ecc.

  5. dm Says:

    Il romanzo come forma di resistenza?

  6. vbinaghi Says:

    Bè, diciamo che la narrazione (non limitata al romanzo) è innanzitutto una testimonianza di vita (psiche, anima) nell’universo pastorizzato e tecnicamente dis-ponibile dell’episteme.

  7. cristina Says:

    Chiaro. Nell’ambito di un’esercitazione risulta necessaria la “narrazione” del punto di vista personale, ma al di fuori del caso specifico: perché altrimenti condensare l’esperienza e non lasciare che la stessa venga assorbita dall’Io per essere poi trasudata sotto altra forma?

  8. vbinaghi Says:

    Scusa, non capisco la domanda.

  9. enrico ernst Says:

    facevo Valter delle riflessioni tutte diverse dalle tue, oggi: passeggiavo intorno a un laghetto al parco: planare d’uccelli tra i rami: mi chiedevo se volessi far scienza su quei volatili, comprenderli: capire di cosa si cibano, e quale direzione e significato abbiano i loro rauchi versi, e come e dove vivano, e come funzionino le loro relazioni sociali… forse avrei anche bisogno di catturarli (ingenuamente) mi dicevo e trasformarli in oggetti controllabili, studiabili. Ma certo sarebbe un modo di conoscerli falso e ridicolo. Li conoscerei come uccelli in gabbia, antropizzati, non come gli uccelli che sono, lassù tra i rami. Quanto tempo dedicato e osservazione intelligente, quanta attenzione o addirittura… amore… e per esempio uso di strumenti (chessò un binocolo, un registratore) dovrei spendere, per – a un certo punto – sapere cosa voglion dire con quella particolare grana dei loro versi lassù. (La scienza del vivente, ma qualcosa c’è che non sia “vivente”? Cioè trasmutante?) “Dopo” disegnerò una mappa, un racconto, una descrizione, dopo aver messo in atto una attività di attenzione e conoscenza, di precisione e creatività, di trasceglimento dei dati raccolti e di loro interpretazione. Di tempo dato, offerto all’impresa. Non sarò, scienziato, così ingenuo dal non sapere che l’immagine che io avrò portato con me degli uccelli neri dalla meravigliosa ampiezza alare non colga che un riflesso loro nella retina del mio occhio (e per altro un individuo è diverso dall’altro, per loro come per noi)… che io sia uno scienziato oppure un poeta, non fa in fondo differenza… a loro (e a me stesso che li osservo) avrei dedicato parte della mia vita…

  10. vbinaghi Says:

    Anche il macellaio e il pastore dedicano la loro vita al vitello.

  11. e Says:

    Italo Calvino nel “Perchè leggere i classici” nella decima risposta scrive: – Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani. –
    Diciamo che questo è un “percorso” di Calvino che porta a un paradosso, che porta a quanto mostra la “mappa”: un romanzo con la sua doxa può tendere all’episteme!? Insomma la chimera della narrazione che pur scrivendo da un punto di vista personale (o frutto di una dominazione culturale) si possa giungere alla totale universalità è possibile trovarla (o quantomeno avvicinarvisi) nel classico letterario.
    Sempre più convinto della grandezza di questo scrittore!

  12. vbinaghi Says:

    No, assolutamente. Se dici così vuol dire che non hai capito cosa è l’episteme. L’ampiezza di sguardo di un narratore può spaziare talmente sulla mappa da percorrerne tratti lunghi, salienti, che diventano esemplari. Ma una narrazione non può mai coincidere con un’enciclopedia, non più di quanto una telefonata possa coincidere con la guida telefonica, anche se la seconda va consultata per fare la prima.

  13. e Says:

    ehm, ma io ho scritto la parola paradosso… e usato il verbo tendere e non essere apposta, forse ho scritto male da qualche parte contraddicendomi.Credo nella frase “…si possa giungere alla totale universalità è” forse quell’è va sostituito con sarebbe.
    Poi, ovvio che la narrazione non può essere la mappa dato che è un percorso dotato di un suo linguaggio, di sue scelte o altrimenti è un trattato oggettivo, scientifico. Mettiamola in questo modo (e qui sta il paradosso o quasi paradosso): scrivere una narrazione che percorra tutte le strade (ma proprio Tutte, magari ripassando già su strade già percorse, attraversando tutti gli incroci) della mappa non può essere un arrivare all’universalità senza usare lo scrivere scientifico, la mappa vista in pianta (dall’alto), ma costruendo la stessa mappa dal punto di vista del camminatore, la mappa vista in prospettiva (dal basso)?
    Spero di non aver ingarbugliato di più le cose.
    e

  14. cristina Says:

    Intendevo @vbinaghi: al di là di una espressa richiesta di narrazione (quale può essere appunto l’esercitazione in un corso di scrittura creativa) qual è la necessità di dover raccontare (seppure dal punto di vista personale) il viaggio? Non sarebbe più giusto (o potrebbe essere un’ulteriore esercitazione) far penetrare l’esperienza tanto profondamente nel soggetto da accrescere lo stesso per poi essere espressa sotto altra forma che non sia in qualche modo descrittiva? Dico questo considerando che anche la narrazione dal punto di vista personale si riduce, in sostanza, a una “descrizione”.

  15. valter Says:

    @e
    C’è una differenza di qualità, non di quantità, incolmabile, tra episteme e narrazione. Poi se un pellegrino conosce meglio la mappa può fare un itinerario più ricco e circostanziato di uno che va a lume di naso o con scarsi riferimenti, ma resta comunque un itinerario. La mappa ha a che fare con l’idealità dello spazio geometrico, in cui nessun pellegrino può camminare ma a cui tutte le intelligenze possono (universalmente) riferirsi. Già nell’antichità queste due dimensioni incomunicabili furono oggetto dei celebri paradossi di Zenone.

    @cristina
    Ma certo. Pensa soltanto alla narrazione primaria, quella che fai in ogni momento con te stessa e che chiami memoria. Tutto alla fine si fonda su quella. Poi, se uno sviluppa un certo talento artistico (che consiste comunque sempre nel plasmare la materia secondo il proprio immaginario) può mettersi a raccontare con parole, immagini ecc

  16. valter Says:

    PS – Meditare è diverso che ragionare. Somiglia ad assaporare. Sapienza: sapio, assaporo. Meditate su questo.

    “Ogni storia contiene una vita, un problema che risolve sè stesso, E così ogni vita è una storia” (Novalis)

  17. e Says:

    Grazie della risposta. E’ tutto più chiaro.
    Peccato non aver affrontato studi filosofici. A certi liveli faccio fatica ad arrivare. Ci mediterò su.

  18. cristina Says:

    Assaporare… che bel concetto. Assaporare e meditare, piuttosto che trangugiare e ragionare. Viene voglia di restaurare una lingua più appropriata, precisa.

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