Carillon, clown (una favola di tanti anni fa)

by

di giuliomozzi

[L’idea di questa favola, scritta tanti anni fa, è di Elisabetta Canevarolo. L’elaborazione e la scrittura sono miei. La favola è stata pubblicata anche in Favolario illustrato, a cura di Stefano Strazzabosco. gm]

Alessandra ha nove anni. E’ una bambina molto bella. Ha i capelli neri lucenti, molto lunghi, che di solito tiene legati a coda con un elastico oppure con un fiocchetto. Ha gli occhi neri neri, così grandi che a chi la guarda sembra che siano grandi come tutto il viso. Alessandra abita in una casa con un piccolo giardino e durante la stagione buona sta per quasi tutto il tempo nel giardino a giocare. Ogni tanto, quando è stanca, torna in casa e si addormenta sul divano o sul letto, qualche volta anche in cucina, seduta, con la testa appoggiata sul braccio sopra il tavolo. Alessandra sembra un gatto cucciolo quando dorme così, con gli occhi chiusi stretti, con il corpo che sembra ancora vibrare per lo sforzo del gioco che ha appena interrotto, con il piccolo naso che ogni tanto si allarga come per un respiro più profondo, a ricuperare il fiato. Quando Alessandra si addormenta così, il suo non sembra nemmeno un sonno, è solamente una pausa, il corpo si riposa ma dentro il corpo non entrano la pesantezza e gli odori del sonno vero. In questo sonno non ci sono sogni, c’è soltanto l’abbandono fiducioso. Alessandra dorme solo cinque o sei minuti e dopo corre via, nel giardino di nuovo, a giocare con la palla o con la corda, o a guardare la luce del sole che attraversa gli alberi facendo brillare i bordi delle foglie, o a spiare il ragno che fa la tela o la formica che trascina un piccolissimo seme (ma è enorme per lei!); oppure sta immobile per osservare la lucertola che sta immobile sopra il sasso in battuta di sole, muove soltanto la testa, appena appena, a piccoli scatti, come per sorvegliare la zona, in cerca di una preda o per timore di un pericolo. Alessandra immobile si dimentica di respirare, sbatte gli occhi per la luce, la lucertola non c’è più.

Dentro la sua stanza Alessandra ha un letto, un grande armadio e due segreti. Il letto è così alto che Alessandra per salirci sopra deve fare un salto. Il copriletto è a fiori azzurri e rossi. Le lenzuola sono bianche. Quando dorme nel suo grande letto Alessandra diventa così piccola che quasi non la si vede: i capelli sciolti sembrano un fiore nero e bello in mezzo agli altri fiori, le braccine che abbracciano stretto il cuscino gonfio sembrano i viticci di un rampicante. I due segreti di Alessandra sono dentro l’armadio. Il primo segreto è un carillon, una scatolina rosa sopra la quale sta, in equilibrio sulla punta di un piede, l’altra gambetta protesa all’indietro, il braccio sinistro in alto, il braccio destro davanti al petto come nel gesto di abbracciare una persona che non c’è o non si può vedere, una piccola ballerina vestita di velo bianco. Il carillon ha una chiave dorata per la carica e Alessandra porta sempre la chiave al collo, legata a un nastro verde. Alessandra tutte le notti fa un sogno. Il carillon, chiuso dentro l’armadio, ascolta i sogni di Alessandra e li ricorda. Quando vuole far rivivere un sogno, Alessandra può far uscire il carillon dall’armadio, caricarlo, e ascoltare lo scampanellio. Le campanelle sono magiche, ipnotiche, e Alessandra seduta sul letto con le gambe incrociate, con il carillon appoggiato davanti a sé, ascolta la melodia semplice delle campanelle con gli occhi aperti ma senza guardare niente, come non esistessero la stanza, il letto grande sul quale è seduta, l’armadio con l’anta rimasta aperta e l’interno buio, la finestra con la tenda color panna che fa passare una luce morbida accarezzante. Mentre ascolta le campanelle Alessandra rimane quasi immobile, il respiro diventato leggero leggero, il cuore diventato lentissimo. Il carillon conserva tutti i sogni belli e Alessandra è sicura che non le farà mai male.
Alessandra non sarebbe capace di raccontare i suoi sogni, i sogni dentro di lei rimangono come una materia quasi inconsistente, dei pensieri-nuvola che stanno nella testa senza riuscire a diventare parole, una stanchezza che non diventa sonno e non la lascia essere del tutto sveglia; la ballerina che gira mentre suonano i campanelli è come un fuso che dai ciuffi morbidi e piumosi del sogno tira un filo bianco e resistente, infrangibile, un filo che è come il filo di una vita che non si può più perdere, una felicità che rimane sempre, anche se dimenticata, acquattata dentro i pensieri e la carne come un animale buono, addormentato, con un buon profumo. Quando la musica dei campanelli finisce e la ballerina si ferma, tutta avvolta nel suo filo invisibile, Alessandra piange un po’. Alessandra non sarebbe mai capace di dirlo, però in un modo misterioso, ogni volta che la ballerina si ferma, lei capisce che la felicità dei sogni è una felicità provvisoria, e che in un momento determinato succederà qualcosa che farà diventare quella felicità soltanto il ricordo di una felicità: un ricordo bellissimo, ma il ricordo di una cosa che non c’è più e non si può più avere. Alessandra mentre corre, mentre gioca, mentre va a scuola, mentre mangia, perfino mentre dorme, quasi senza accorgersene ogni qualche minuto si tocca il petto per sentire, sotto i vestiti, il piccolo freddo della chiave segreta.
Il sogno più strano che fa Alessandra è il sogno della mano. Il sogno è strano perché, pur essendo sempre uguale, può essere buono o cattivo, molto buono o molto cattivo. La mano del sogno è una mano senza nessun corpo attaccato dietro, che sembra nascere dal bianco delle lenzuola o dal nero della stanza buia. La mano è tiepida e fresca, leggera e forte, enorme e piccolissima. La mano viene da non si sa dove e accarezza Alessandra: può essere enorme, e stringendo le dita la abbraccia tutta; può essere piccolissima e allora le fa una carezza leggera; d’inverno può essere tiepida e riscaldare, d’estate può essere fresca come un velo d’acqua. La mano accarezza la schiena di Alessandra, gioca con i suoi capelli sciolti, fa il solletico sulla nuca o negli incavi delle ginocchia; la mano stringe Alessandra, come per accertarsi della sua consistenza, con delicatezza e con forza, stringe le braccia, le caviglie, le cosce sottili; la mano preme Alessandra, fa pressioni decise e leggere sulle spalle, sui fianchi, sotto le piante dei piedi; la mano è piccola come la mano di Alessandra e gioca con le dita delle sue mani infilandosi sotto il cuscino, la solletica sotto il mento, accarezza il petto e la pancia. Il sogno della mano può essere buono o cattivo, Alessandra non sa capire la differenza quando il sogno viene. A volte le carezze, le strette delicate, il solletico, le premure della mano fanno piacere ad Alessandra, le sembra di essere coccolata amorevolmente; a volte invece la mano le fa paura, anche se Alessandra non saprebbe dire mai perché, e allora il contatto della mano le sembra una cosa schifosa, ripugnante, le sembra che dove la mano la tocca rimanga come un segno, un arrossamento, una bava come quella delle lumache, un odore cattivo. Se Alessandra pensa al suo sogno più bello, pensa al sogno della mano. Se pensa al suo sogno più brutto, pensa al sogno della mano. Il sogno della mano sembra l’unico sogno che il carillon non conosce, Alessandra tante volte spera che il carillon le faccia rivivere il sogno della mano, in modo da trasformarlo per sempre in un sogno buono, e invece niente: come se il carillon, contro il sogno della mano, fosse del tutto impotente.

Il secondo segreto di Alessandra è il clown. Anche il clown abita nell’armadio: è appeso a un trapezio, e il trapezio è appeso all’asta nell’armadio, tra le grucce dei vestiti; i vestiti appesi sono pochi, così per il clown c’è tutto lo spazio che basta per fare le evoluzioni sul trapezio, basta dargli una spintarella e lui va avanti per un bel po’, tuffandosi in avanti a testa in giù, ma con il cappello a cilindro verde sempre bene attaccato alla testa, e risalendo poi dall’altra parte, dondolando le gambe avanti e indietro, saldamente attaccato al trapezio con le braccia forti. A volte Alessandra spalanca le due ante dell’armadio, si accoccola sul ripiano sopra i cassetti, spinge i vestiti appesi tutti da una parte e comincia a dare la spinta al clown, che gira e gira senza stancarsi mai. Alessandra vorrebbe sapere se il clown sa girare sul trapezio anche da solo, senza spinta, pensa che forse lo faccia soltanto quando non lo vede nessuno, quando l’armadio è chiuso e dentro è buio; allora Alessandra, ogni tanto, cerca di chiudersi dentro l’armadio, con il carillon sulle ginocchia per essere sicura di non urtarlo nel buio; ma, da dentro, non riesce mai a chiudere del tutto le due ante, c’è sempre un po’ di luce, e il clown, se lei non gli dà la spinta, rimane immobile, oppure dondola solo un po’, pigramente, forse involontariamente.
Un giorno d’estate Alessandra, sdraiata a pancia in giù sopra il letto, carica il carillon. Lo scampanellio del carillon si mescola con lo stridore delle cicale fuori della finestra aperta. Quando sente che il letto ha una lieve scossa, e poi ondeggia lentamente, Alessandra capisce che è cominciato il sogno. Dalla finestra non entra più la solita luce gialla e calda: c’è una luce azzurra e verde, mobile, che sembra più salire dal basso che cadere dal cielo, e disegna segni strani, serpeggianti, delle specie di onde, sul soffitto della stanza. Alessandra sente un odore e lo riconosce: è l’odore del mare, ma mescolato all’odore del mare c’è un odore che assomiglia a quello delle pietre quando vengono scaldate dal sole, un odore polveroso, come di un giorno da lucertole; e mescolato a questi due c’è come un odore di frutta e di verdura, un odore fresco e piacevole, uguale a quello che si sente nella bottega del Ciano. Alessandra capisce: è il sogno di Venezia, e infatti la ballerina sopra il carillon non sta più in equilibrio sul piede destro, ma è comodamente seduta sopra una poltroncina di raso rosso, a bordo di una gondola nera governata da un gondoliere con i pantaloni neri, la maglietta a righe rosse e il cappello di paglia in testa: Alessandra riconosce la gondoletta, è uguale a quella che aveva portato a casa, quasi un anno prima, suo cugino, dopo una gita a Venezia; Alessandra non è mai stata a Venezia, tutto quello che sa di Venezia è quella gondola che gira e quello che le ha raccontato suo cugino: le case in mezzo all’acqua, i ponti, la frutta in vendita sulle barche ormeggiate alle case, l’odore del mare dappertutto, le strade e i cortili lastricati. Alessandra sente venire da fuori lo sciacquio, corre alla finestra, sente che la casa ondeggia come una barca (Alessandra è stata, al mare, sul moscone con il suo papà): fuori della finestra Alessandra vede le altre case galleggiare, appoggiate sopra barche o zattere, con ponticelli flessibili di corde e assi gettati da una finestra all’altra; le case hanno finestre che in alto finiscono a punta e sono colorate di colori vivi: giallo, rosso, arancione, verde pieno, azzurro. La più bella di tutte è la chiesa, con la luce riflessa dall’acqua che si riflette ancora nelle vetrate colorate, e poi ritorna all’acqua colorandola, con gli scalini davanti alla porta grande centrale che si immergono nell’acqua e sembrano continuare, diventati improvvisamente ripidi ripidi, come se si potesse, scendendoli, arrivare fino in fondo al mare.
Da dentro l’armadio la voce del clown dice: “Vuoi vedere la Venezia vera?”.
Alessandra chiede: “Perché Venezia non è – così come io la vedo adesso?”.
Il clown: “E’ così se ti accontenti. Ti ricordi che questo è un sogno?”.
Alessandra: “Sì, ma è così bello!”.
Il clown: “Certamente, ma non è altro che un sogno”.
Alessandra pensa, si concentra. Deve dire una cosa che non è facile da dire. Alla fine dice: “Mi sembra quasi impossibile che ci sia, veramente, in un posto vero, una città sull’acqua come mi hanno raccontato che è Venezia. Una città che esista nello stesso modo in cui esistono la mia casa, la mia scuola, il mio paese. Mi sembra così impossibile che, quasi quasi, vorrei dire che preferisco tenermi il mio sogno: almeno del mio sogno sono sicura che esiste, anche se esiste solo come un sogno.”
“Se la pensi così”, dice il clown dopo averci pensato un poco, “vuol dire che ci andrò da solo”.
Alessandra si toglie di colpo dalla finestra, corre davanti all’armadio, squadra il clown che se ne sta appeso tranquillo con la sua solita faccia, dondolandosi appena appena, e quasi gridando gli dice: “Perché, tu ci vorresti andare veramente?”.
“Eh sì”, dice il clown con una voce indifferente, “io non parlavo mica tanto per dire. Io sono un clown serio, io. So fare poche cose ma quelle poche le faccio, io”.
“Scusami”, dice Alessandra, che ha l’impressione di stare un pochino antipatica al clown; e anche il clown sta un pochino antipatico a lei. “E, dimmi, come faresti a andare?”.
“Oh, è facile, per quello. Basta una giravolta, adesso ti faccio vedere, ciao. Hop! Hop!”.
“No, no, aspetta!” chiama Alessandra, agitatissima, prendendo per i piedi il clown che aveva già cominciato a bilanciarsi, preparandosi alla giravolta. “Aspetta, aspetta. Come faccio a venire anch’io?”.
“Ah, ma allora le interessa, alla signorina, il viaggettino a Venezia”, dice il clown con una faccia un po’ da prendere in giro. “Bene, hai cercato di acchiapparmi per i piedi? Tienti stretta, che si parte.”
Alessandra stringe le caviglie del clown, ci si attacca con tutta la forza che ha. Alessandra, appesa al clown, comincia a dondolare. Pensa: andrò a sbattere contro l’armadio. E invece no. Alessandra dondola dondola senza sbattere, ogni dondolio che diventa più ampio, ad ogni dondolio le sembra di diventare più leggera e di fare meno fatica a tenersi appesa alle gambe del clown. Il clown è molto energico e sicuro, si vede che sa il fatto suo. Non parla, non guarda Alessandra, è concentratissimo. A un certo punto, quando il dondolio è diventato così ampio che ad Alessandra sembra quasi di volare, il clown grida: “…esso!”, proprio quando sono tutti e due sospesi in aria, con la faccia verso la terra e con i piedi più in alto delle teste; il clown grida: “…esso!”, che sarebbe “adesso”, ma la parola gli viene strappata per la fatica; il clown grida forte e dà uno strattone con le braccia, Alessandra per un istante ha paura di non riuscire a tenersi aggrappata, ci riesce, tutti e due si precipitano al di là dell’asta del trapezio, ad Alessandra sembra che il disegno del trapezio (l’asta, le due catenelle che lo sostengono, l’asta più piccola in alto) sia diventato come una porta nera, come un buco buio; si precipitano dentro il buco buio e Alessandra sente un rumore come di carta che si lacera, sente sulla pelle come se la strofinassero con una tela ruvida; per un istante ha paura di graffiarsi, le viene in mente quella volta che correndo in giardino si era sbilanciata ed era finita addosso alla siepe riempiendosi di graffi e di puntini rossi; Alessandra grida, per la paura grida, ha spalancata la bocca per gridare e nella bocca sente che le entra un’aria densa, un’aria calda, che sa di pietra che è rimasta esposta al sole, che sa di frutta e di verdura, che sa di sale e di pesce e di mare, Alessandra smette di gridare, stringe i denti per la paura e tra i denti sente qualche granellino di sabbia, o di sale, come quando, al mare, viene su tempo e il cielo si copre, e viene il vento che trascina sabbia dappertutto, dentro gli occhi, tra i vestiti, nella bocca. Alessandra vede luce, chiude gli occhi.

Il clown e Alessandra sono seduti su una panchina in campo santa Margherita, all’ombra. Il clown è tranquillo, ha tirato fuori da tasca una specie di pipa sottile e sta cercando di accenderla, ma c’è un po’ di vento e gli si spengono i fiammiferi. Alessandra si è sciacquata il viso alla fontanella, per rinfrescarsi e per levarsi la paura, e sta seduta ancora rigida, tenendosi aggrappata con le mani, vicino alle ginocchia, alle assicelle verdi della panchina. E’ affannata ancora. Attorno a lei, nessuna acqua. Il campo è lastricato, ci crescono in mezzo tre o quattro alberi, attorno ci sono case. E’ Venezia quella? Ma l’odore del mare c’è.
“Clown, è Venezia questa?”
“E’ Venezia. E c’è troppo vento.”
“Clown, anche questo è un sogno, vero?”.
“Io non faccio sogni, signorina. Io non sono mica un carillon. Se questo fosse un sogno, sognerei che c’è meno vento e poi mi accenderei la pipa.”
“Clown, io ho paura.”
“Io no. E siccome sono io il più vecchio, io comando: non aver paura.”
“Clown, sei antipatico.”
“No. Io sono solo vero.”
“Ma se sei di pezza!”
“Ma di pezza vera. Un sogno non è fatto di niente: né di pezza vera, né di pezza falsa.”
“Clown, voglio andare via.”
“No, perché sei appena arrivata. Non sarebbe gentile. Invece andremo a spasso.”
“No!”
“Va bene, vado a spasso da solo. Ciao.”
“Aspettami, clown, aspettami!”
“Uffa, cambi sempre idea. Ma lo sai che cosa vuoi?”
“Voglio stare con te.”
“Naturalmente. Tutti vogliono stare con qualcuno.”
“E tu con chi vorresti stare?”
Il clown fa uno sbuffo di fumo, la pipa gli si è accesa finalmente.
“Oh, io sto già con qualcuno, mi pare.”

Basta fare due passi, da campo santa Margherita si passa in un campo più piccolo, e si vede subito l’acqua: un canale, un ponticello che lo scavalca. Nel canale, ormeggiati alla riva di là, ci sono due barconi di frutta. Alessandra abbandona la mano del clown, corre in cima al ponticello, guarda giù. L’acqua è verde, lenta. Il sole fa diventare abbaglianti il lastrico dei campi e l’intonaco delle case. L’acqua invece sembra opaca, assorbire la luce. La frutta ammucchiata nei barconi sta in parte nell’ombra del ponticello e delle case, in parte brilla al sole. C’è una pila di angurie, mezze verdi nell’ombra e mezze quasi bianche nella luce. Le melanzane sembrano pietre dure per una collana gigantesca, hanno riflessi viola e blu. Alessandra pensa a una collana di granati che ogni tanto sua mamma porta. L’acqua, le pietre. La città che sembrava così leggera nel sogno, ondeggiante, è pesante e dura. L’acqua non è uno specchio che riflette le immagini, è un liquido denso che se le mangia. Il clown passa sopra al ponticello camminando lento, passa oltre. Alessandra lo insegue. Dopo il ponte, un campo. Una calle, un altro ponte. Ancora quell’acqua densa. Sui balconi delle case ci sono fiori. Sui muri delle case ci sono manifesti, alcuni mezzi scollati e strappati. Il clown non parla, Alessandra guarda tutto. Acqua, pietra. In certe calli strette c’è fresco, qualche filo d’aria. I campi vanno attraversati con gli occhi chiusi.
“Signore, signorina!”
Il gondoliere è un uomo grasso, con la camicia bianca fuori dei pantaloni neri.
“Signore, vuole offrire un giro in gondola alla signorina? Un bel giro di mezz’ora, costa poco. Vi faccio vedere cose che camminando non vedreste mai. Faccio un prezzo d’occasione. Un giro di mezz’ora per cinquantamila lire. Non si può venire a Venezia senza salire in gondola. La gondola e Venezia sono la stessa cosa. E poi con questo caldo, sopra l’acqua si può stare più freschi. Veramente, non si trova da fare un giro spendendo così poco. Ci sono case e giardini che si vedono solo dall’acqua. Un giro di mezz’ora, poi se volete andare da qualche parte vi ci porto io.”
Alessandra e il clown si sono fermati nell’ultima ombra di una casa, il gondoliere per stare loro difronte deve stare al sole. Mentre dice la sua cantilena fa dei gesti con la mano destra per invitarli, mostra la sua gondola nera lucida, con le poltroncine di velluto rosso. Alessandra e il clown lo ascoltano senza dire niente, guardano un po’ lui e un po’ la gondola. Non hanno soldi ma non hanno voglia di dirgli: non abbiamo soldi. Il gondoliere nella mano sinistra ha un fazzoletto bianco e si asciuga il sudore. S’infervora parlando, arrivato in fondo al suo discorsetto lo ricomincia da capo, gesticola. Il sudore gli inzuppa la camicia. Alessandra si chiede come fa a resistere. Le sembra che le gambe del gondoliere si pieghino, come diventate molli. Il gondoliere si sta sciogliendo lentamente, il fazzolettone non basta per raccogliere le gocce che cadono, anche la voce si impasta e diventa come un mugolio, senza perdere la cantilena, senza fermarsi, ricominciando da capo ogni volta. Il gondoliere è una macchia sul lastrico, il bianco della camicia si mescola al nero dei pantaloni, sembra un gelato disciolto. Alessandra guarda affascinata, ha un po’ paura.
“Vieni”, dice il clown, e fa salire Alessandra sulla gondola. La slega, prende il remo e la fa andare come uno che è esperto. Alessandra sussulta, guarda la macchia che si sta asciugando sulla riva che si allontana. “Non si sarà fatto male?”, chiede al clown.
“Figùrati, lo conosco da un secolo. E’ il suo numero preferito. Serve per stupire i turisti. Al prossimo che passa, hop!, sarà ancora là.”
“Ma la gondola è sua.”
“Gliela restituiremo.”
“Ma finché è senza non può lavorare.”
“Mai avuta voglia di lavorare, quello. Chiudi gli occhi.”
“Perché?”
“Voglio farti vedere una cosa, ma voglio che tu la veda all’improvviso.”
“E’ una cosa che fa paura?”
“Macché, fifona. E’ una cosa bella. Non ti fidi?”
“Mi fido”, dice Alessandra, e chiude gli occhi. Per sicurezza se li copre con le mani.

“Ecco, puoi guardare.”
Alessandra apre gli occhi, si guarda intorno. Sono in un canale stretto. Un muro rovinato da una parte, una riva deserta dall’altra. Un piccione grigio atterra sulla riva, zampetta qua e là muovendo la testa a scatti.
“Che cos’è che devo guardare?”
“Né di qua né di là. Devi guardare in alto.”
Alessandra guarda in alto e vede le girandole. Tutto il muro della casa è ricoperto di girandole di legno colorato. Il clown accosta la gondola alla riva, Alessandra salta sopra per vedere meglio la casa difronte. Il clown salta sulla riva e dà una spinta alla gondola.
“Cosa fai?”
“Tranquilla, sa la strada a memoria.”
Alessandra non pensa più alla gondola, guarda la casa delle girandole. L’intonaco è annerito e spaccato dall’umidità che sale dal canale, ma dal primo piano in su la casa quasi non si vede, si vedono solo i colori in movimento delle girandole. Tra un balcone e l’altro della casa sono fissate delle assicelle, alle assicelle sono fissate le girandole. Ci sono il sole e la luna: il sole è grande e rosso e giallo e gira lentamente, la luna è candida e gira più velocemente. Ci sono quattro girasoli, delle specie di gigli bianchi. C’è un’elica che girando, per mezzo di un meccanismo, fa arrampicare lentamente un trenino su per una salita: il trenino arrivato in cima torna giù precipitosamente, e ricomincia. C’è una maschera che a ogni filo di vento si capovolge ed è la faccia di un vecchio buono con la barba bianca o la faccia di una strega cattiva con i capelli ispidi. C’è un ramo d’albero che dondola, e sopra il ramo due uccelletti si inchinano uno verso l’altro, come se si corteggiassero. C’è un disco a settori colorati che gira più o meno velocemente, secondo il vento, e secondo la velocità sembra ricoperto di figure e di colori diversi.
“Ti piace?”, chiede il clown. “E’ un amico mio, quello che sta dentro la casa.”
“E’ bellissimo. Come gli è venuto in mente di farlo?”
“Faceva dei sogni, evidentemente. Un giorno avrà deciso di farli diventare veri.”
“Ma perché le girandole?”
“Le girandole sono come gli orologi: girano, segnano il tempo. Però gli orologi vanno sempre alla stessa velocità, invece le girandole segnano il tempo com’è: a volte vanno svelte, a volte vanno piano, a volte addirittura stanno ferme.”
“E tu come l’hai conosciuto?”
“Oh, sono stato con lui, per un po’ di tempo.”
“Abitavi con lui?”
“In un certo senso. Mi piaceva stare là fuori, lasciarmi dondolare dal vento. Era bello. Io non dovevo fare nessuna fatica. Non toccava a me decidere. Faceva tutto il vento. C’erano dei giorni che non si faceva nulla, dei giorni che a forza di girare mi scottavano le mani. Poi…”
“Poi?”
“Mi ero innamorato di una margherita. Aveva dei campanellini, nascosti sotto i petali, così canterellava sempre. Il bottone era di velluto, nel sole sembrava d’oro, io pensavo che sarebbe stato bellissimo toccarlo e sentirlo morbido. Ma siccome ero un po’ timido, invece di dirle paroline dolci le facevo le boccacce, e lei rideva. Delle risatine di campanellini, mi facevano venire i brividi.”
“E poi?”
“Poi niente, lei non voleva mettersi con un clown, diceva che non era serio. Ero sempre troppo triste o troppo allegro, secondo lei. E non le sembrava nemmeno un mestiere sicuro. C’era un cavalluccio volante azzurro ghiaccio che le sembrava più carino. Per me, vedermela sempre davanti era un tormento, ogni volta che la guardavo mi scappava da piangere e mi si arrugginiva il trapezio. Così sono venuto via.”
“E dov’è la margherita adesso?”
“Non lo so.”
“E il cavalluccio?”
“Chi lo sa. Saranno andati via anche loro, forse insieme, forse ognuno per conto suo.”
“Magari la margherita ha cambiato idea. Magari è andata via per cercarti. Potresti chiederlo a lui.”
“Lui chi?”
“Quello che fa le girandole.”
“Preferisco non saperlo. I sogni sono una cosa, le cose vere sono un’altra.”
“Ma se tu…”
“Basta così, per favore.”
Alessandra sta un po’ zitta, non guarda più le girandole, guarda l’acqua scura del canale. Poi dice: “Mi dispiace.”
“Non deve dispiacerti. Io ho sempre fatto quello che ho voluto. Se ho avuto del male, me lo sono cercato. Ma credo che sia così per tutti.”

Dal ponte dell’Accademia, Alessandra e il clown guardano il Canal Grande. E’ quasi sera. In fondo, in cima a un edificio bianco, una grande sfera dorata riflette il sole ultimo, fa lampi. Sotto il ponte, i battelli passano quasi vuoti. I bancarellari mettono la merce negli scatoloni, smontano i tavoli, portano via tutto con dei carrettini. Il giornalaio lega i pacchi dei giornali non venduti. Si sentono scrosciare le saracinesche dei negozi. “Sono stanca”, dice Alessandra. Si sente sudaticcia, ha gli occhi che le bruciano per il sole. E’ un po’ che il clown non parla, la porta in giro senza dire niente. In piazza san Marco c’era troppa gente che si accalcava, sono venuti via subito. “Un’altra volta”, aveva borbottato il clown. Alessandra appoggia il petto alla spalletta del ponte. Sente sotto il vestito la chiave del carillon che le preme la pelle. Il clown guarda l’acqua senza guardare niente di preciso, fuma la sua pipa. “Vuoi che andiamo?”, dice all’improvviso.
“Sì”, dice Alessandra. “Come si fa?”
“E’ facile, basta buttarsi giù dal ponte.”
“Ho paura, non lo faccio.”
“Non ti fidi?”
“Sì, mi fido. Però mi prendi per mano.”
Si arrampicano sopra la spalletta. La gente che passa non se ne accorge o non si interessa. Alessandra ha paura. Il clown prende con la destra la manina sinistra di Alessandra. Dice: “Uno, due, tre, hop!”, e fanno il salto in giù. Mentre cadono, Alessandra con la mano destra cerca di tenere a posto la gonnella del vestito. Il salto sembra non finire mai, Alessandra guarda in alto e vede lontano il ponte, i palazzi di Venezia galleggianti in mezzo al cielo, guarda in basso e vede l’acqua ancora lontana, trasparente e verde, con delle piccole onde che diventano lucenti sul bordo, per la luce radente del sole. Al di là dell’acqua trasparente e verde, che diventa quasi azzurra, Alessandra vede il suo paese con la scuola, la chiesa, i giardinetti, la sua casa, che si stanno avvicinando. “Come faremo a non farci male cadendo?”, pensa Alessandra. Il clown con la mano sinistra afferra il nastro verde attorno al collo di Alessandra e lo strappa via. Alessandra apre gli occhi, le sembra come quando nel sonno le sembra di cadere, e invece non è vero. Sotto di lei c’è il letto morbido. La stanza è quasi buia ormai. Il carillon, all’altro capo del letto, è fermo. Alessandra si tasta il petto, non ha più la chiave. Salta dal letto, guarda dentro l’armadio: c’è il clown di pezza, immobile, con la sua solita faccia di pezza. Alessandra si butta sul letto e piange. Mentre piange si addormenta. Viene il sogno della mano. La mano è molto buona, tocca leggermente Alessandra sulle palpebre chiuse e sulle labbra, le accarezza il viso, tocca i lobi delle orecchie. Ad Alessandra sembra che la mano respiri, sente il respiro di una persona buona accanto a lei. Alessandra si sveglia e non c’è nessuno. Ora è proprio buio. Alessandra capisce: il respiro era il suo, la mano era la sua. Piange ancora un poco, ma di contentezza. Salta giù dal letto, corre in giardino, vuole vedere se ci sono le lucciole.

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4 Risposte to “Carillon, clown (una favola di tanti anni fa)”

  1. anita feltrin Says:

    Una favola che incanta….. grazie

  2. manu Says:

    wow che nostalgia ho visto proprio tutto, da campo s.margherita a s.barnaba al ponte dell’accademia, odori, rumori e colori, tutto! un clown che sa il fatto suo. molto bella.
    un po’ mozzianamente inquietante la prima parte.

  3. isa Says:

    uh! ho cominciato a leggerla stamattina sul treno e per rivedere bene le scene, i colori e le girandole dovrò rileggerla un’altra volta, altrimenti ho come l’impressione di perdermi qualcosa

  4. icalamari Says:

    Favole sulla consapevolezza di sé. Davvero, davvero belle entrambe, queste su Alessandra.

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