Come è possibile che due persone che fanno lo stesso lavoro alle stesse condizioni siano assunte con tutele e diritti differenti?

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di Michela Murgia

[…] Mi interessa invece il modo in cui ancora una volta un soggetto politico, nello specifico il Partito Democratico, si è servito di un disagio concreto per raccontare di star prendendo sul serio i problemi del mondo del lavoro.
Chiara di Domenico su quel palco (e poi sulle pagine del Manifesto) ha raccontato il suo percorso professionale, tanto lineare negli studi quanto accidentato nei contratti, e ha giustamente riproposto una questione che da anni in Italia i politici fanno finta di non vedere, anche quelli del Pd: come è possibile che due persone che fanno lo stesso lavoro alle stesse condizioni siano assunte con tutele e diritti differenti?
Sulla bocca di Chiara di Domenico questa domanda fondamentale ha però trovato espressione nel nome di Giulia Ichino, figlia del noto giuslavorista, spostando radicalmente la questione, che non è stata più: “Come è possibile lavorare con diritti diversi?”, ma è diventata “I figli dei potenti le tutele le hanno”. A sancire il proprio sollievo per questo slittamento del discorso, Pierluigi Bersani si è precipitato ad abbracciarla, sinceramente grato di non dover rispondere alla prima domanda. E come dargli torto? La risposta avrebbe mostrato sin troppo chiaramente le responsabilità dirette del suo partito. […]

Leggi tutto l’articolo che Michela Murgia ha pubblicato nel proprio sito.

Se non sapete nulla del “caso” di cui Michela Murgia parla in questo articolo, potete farvene un’idea leggendo questo articolo del Corriere.

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4 Risposte to “Come è possibile che due persone che fanno lo stesso lavoro alle stesse condizioni siano assunte con tutele e diritti differenti?”

  1. Paolo Gallina Says:

    Ma di cosa stiamo parlando? Di un PD che asseconda un mercato del lavoro fondato sulla precarietà? Tutto il PD? Vedo che ci ricordiamo di Tiziano Treu ministro del governo Prodi, ma ci dimentichiamo di Sergio Cofferati additato a mandante morale dell’omicidio Biagi per essersi distinto nel contrastare le idee del giuslavorista quando era ancora in vita. Chiedetelo a Sacconi di chi è la responsabilità politica dell’assassinio di Marco Biagi. Della CGIL vi dirà e della sinistra che si è opposta alle nuove idee sul mercato del lavoro del suo grande amico Biagi. Ma la CGIL non è lo stesso sindacato vicino al PD che ossessiona il premier Monti con cui si è alleato Ichino? Delle due, una. O le posizioni della CGIL e del PD sono distanti (specie sul problema della precarietà) e pertanto le preoccupazioni di Monti sono infondate e la fuoriuscita di Ichino immotivata. Oppure sono vicine: Monti e Ichino hanno ragione, e la CGIL e il PD sono su posizioni “conservatrici” vogliono tutelare i diritti, dare prospettiva ai giovani con contratti di lavoro a tempo indeterminato. Ma se Monti si lamenta ogni giorno di non aver potuto fare una riforma del lavoro più incisiva perché la CGIL e il PD hanno frenato. Certo non spetta alla figlia di Ichino giustificarsi per il posto che occupa, così come non spetta alla figlia del ministro Fornero, certo però quel choosy urla vendetta al cospetto di tanti ragazzi impiegati nei call center a 700 euro al mese. Sì, molto interessante l’analisi sulla rabbia recitata a favore dei media e sull’uso strumentale delle parole di Chiara Di Domenico, ma non c’è neppure il dubbio che l’abbraccio di Bersani sia un moto di empatia verso un mondo spesso trascurato, un gesto che rivela la consapevolezza che la crisi si può superare solo attraverso una politica del lavoro che metta al centro del progetto le nuove generazioni? Se i partiti oggi vivono una crisi di rappresentanza certo dipende dai molti errori fatti a destra come a sinistra, ma perché la sinistra dovrebbe decidere (contro la propria storia e la propria identità) di difendere un mercato del lavoro umiliante senza regole e futuro e non credere invece nella spinta che può venire dai giovani e dai loro progetti?

  2. valter binaghi Says:

    Completamente daccordo, per una volta, con Gallina.
    Noto en passant la prontezza con cui scrittori ed editor e giornalisti italiani de sinistra si sono schierati nell’eroica difesa del vincitore (Giulia Ichino), sicuramente eccezionalmente brava, assunta a 23 anni in Mondadori nonostante il cognome che porta.

  3. Paolo Gallina Says:

    Completamente daccordo, per una volta, con Gallina.

    Sono commosso. 🙂

  4. enrico ernst Says:

    a me pare invece che questa retorica del “fare i nomi” abbia in questo caso giocato un brutto, bruttissimo scherzo a chi li ha fatti (uno, un nome, e sono quasi convinto che la Di Domenico lo abbia intuito, dopo, di avere pisciato fuori dal vasino, come con finezza, si diceva in ambito lavorativo…). Si rischia di oscurare il problema sociale gigantesco additato: ha dato la possibilità di guardare il dito, e non la luna. Ma c’era anche la luna. La luna. Il cielo.
    In mondadori education venne il tempo in cui gli assunti occuparono i piani superiori (“verso il cielo”) e i collaboratori precari i locali sotto il livello del suolo (“vicino agli inferi”). Due persone che lavoravano a uno stesso progetto editoriale, sovente con mansioni simili o complementari, dovevano prendere l’ascensore per incontrarsi… può bastare? No che non può bastare. Si parli dei diritti, ancora, ancora, si parli delle disparità, ancora e ancora. oh i nomi… i nomi…

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