Dieci cattive ragioni per non leggere la narrativa italiana contemporanea

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Un esempio di narrativa italiana contemporanea: la Colonna Traiana.

Un esempio di narrativa italiana contemporanea: la Colonna Traiana.

di giuliomozziì

1. I romanzi in realtà li scrivono gli editor.

2. I narratori italiani sanno solo guardarsi l’ombelico.

3. Non è vero che non leggo la narrativa italiana contemporanea: mi piace tantissimo Pavese.

4. L’editoria italiana è tutta una mafia, vengono pubblicati solo i libri degli amici e delle amanti, quindi non mi interessa.

5. Quando un italiano scriverà un vero romanzo, allora lo leggerò.

6. Per l’editoria italiana il lettore italiano è un microcefalo, e grazie al cielo io non sono tale.

7. Se devo scegliere tra i nipotini di Arbasino e i nipotini di Scerbanenco, gli epigoni di John Barth e gli imitatori di Foster Wallace, be’: mi leggo gli originali.

8. In che senso “E le scrittrici?”? Esistono forse delle scrittrici?

9. Esiste una narrativa italiana contemporanea? Sicuro? Sicuro sicuro?

10. Non vedo perché dovrei leggere un romanzo solo perché l’autore è giovane, carino e con gli occhi vispi.

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93 Risposte to “Dieci cattive ragioni per non leggere la narrativa italiana contemporanea”

  1. Simone Says:

    Mah, al di là della canzonatura c’è del vero, o per lo meno credo si possa dire che non è facile trovare cose valide.
    E poi, basta guardare la desolante classifica dei 10 libri più venduti in Italia.

  2. Umberto Marin Says:

    pensavo che il web aprisse anche alle nicchie.

  3. Giovanni Turi Says:

    senz’altro tra i narratori contemporanei ce ne sono di straordinari (penso a Lagioia, Pincio, Tonon, Vasta, per esempio); queste obiezioni nascono però da una situazione generale tutt’altro che brillante – e non me la sento di ironizzarci troppo su…

  4. Giovanni Turi Says:

    (non avevo ancora letto il commento di Simone, comunque altro discorso, distinto e dolente, sono le classifiche)

  5. Simone Says:

    No, Tonon no, per favore.
    Ho avuto la sventura di leggere “La Luce Prima”, e credo sia difficile trovare qualcosa di peggio nel panorama italiano. Lo ritengo, e non ho difficoltà a scriverlo, un libro impubblicabile.
    Per altro partecipando poi ad un incontro con l’autore, senza entrare nei particolari delle risposte deludenti che ha fornito alle critiche (mie e non solo), posso dire di essermi imbattuto in un personaggio che al di là di un atteggiamento finto dimesso mostrava prosopopea e narcisismo assolutamente eccessivi e fuori luogo.

  6. Giovanni Turi Says:

    Non vorrei deviare il discorso dallo spunto del post; mi limito solo a suggerire che autore e opera andrebbero tenuti distinti e che una scrittura viscerale e autentica come quella di Tonon non mi sembra abbia eguali tra i contemporanei – ma ognuno ha i suoi parametri e i suoi gusti.

  7. Simone Says:

    Beh, giudico l’autore in base all’opera che mi propone (e uso di proposito il verbo “giudicare”, perché ritengo che nel momento in cui si pubblica ci si mette nelle mani e nella testa del lettore, cosa per altro che Tonon, il quale pretende di fare letteratura con la “L” maiuscola, e al di là del lettore stesso, non ha capito), e francamente dopo la precedente esperienza (e averlo sentito argomentare), difficilmente leggerò ancora qualcosa di Tonon.
    Ma giustamente dici che stiamo deviando, e me ne scuso.
    Ci sarà magari modo per tornare sull’argomento… 😉

  8. gian marco griffi Says:

    Da lettore: chissenefrega delle classifiche. Sempre con sta menata delle classifiche.
    Con un po’ di ‘ricerca’ si può leggere letteratura/narrativa italiana valida che la hit parade non la vedrà mai neppure di striscio, giacché è così che il mondo è sempre andato e sempre andrà.
    Se poi uno afferma che la narrativa italiana contemporanea in generale è scarsa, ed è in grado di spiegare per quale ragione, allora che spieghi, che disserti, che esponga. Ma non si sparino sempre cazzate tanto per utilizzare cervello e bocca come una culatta.
    Io comunque, tra Etgar Keret e Giorgio Falco mi tengo Falco.
    Per quanto riguarda i romanzi, sia lodata la forma letteraria del racconto breve, sempre sia lodata, amen.

  9. gerardinasbouquet Says:

    Quale canzonatura?

  10. Michele Montani Says:

    F.Scott Fitzgerald prima di morire ebbe a rammaricarsi che gli amici della figlia non le credessero quando diceva loro che il padre era uno scrittore, e che Il Grande Gatsby fosse effettivamente introvabile nelle librerie….

  11. catty22 Says:

    la precedenza per me l’hanno sempre gli autori italiani. Anche da un punto di vista egoistico: più si comprano italiani, meno spazio si lascia all’ingerenza degli stranieri e in definitiva si aprono più orizzonti di pubblicazione a favore degli autori italiani. Poi, nessuno pensa al fatto che la traduzione troppo spesso appiattisce la scrittura? difficilmente un traduttore è così bravo da rendere il pensiero originale dell’autore. Per me gli stranieri scrivono tutti uguali o quasi. L’autore straniero per essere interessante deve avere un argomento così’ originale che il modo in cui lo espone diventa secondario

  12. Andy Says:

    E’ ovvio che nessuno e’ un vero argomento. Si tratta di barbe finte. In ogni caso qualche approfondimento o commento non fara’ male a nessuno:

    per il punto 2: esattamente guardarsi l’ombelico cosa vuol dire? DFW disse che Philip Roth e altri (non sono sicuro di chi quindi evito di sparare a caso) erano concentrati solo sul loro organo genitale. E’ la stessa cosa che guardarsi l’ombelico (o forse solo un po’ piu’ in basso)?

    punto 7: qualche esempio? Tipo, chi e’ che imita DFW e viene pubblicato?

    punto 8: mi e’ piaciuto “Devozione” di Antonella Lattanzi

    punto 10: ok, ma mica c’e’ solo Paolo Giordano. Per esempio, concordo pienamente su Tommaso Pincio, “Cinacitta’” mi e’ veramente piaciuto.

  13. Simone Says:

    La buona letteratura va cercata, questo è ovvio, perché se ci si basa su ciò che vende difficilmente ci si imbatte in qualcosa di valido.
    Vero che così è sempre stato, e così sempre sarà (forse, ma coltiviamo un po’ d’illusione, dai), ma credo che in Italia il problema sia maggiormente presente, nel senso che da noi è molto più difficile che opere valide diventino dei best-seller, mentre all’estero, se pur trovi ovviamente nei primi posti il Ken Follet o Dan Brown di turno, non devi armarti di lente d’ingrandimento per scovare opere meno commerciali.
    Poi, non è questione di tenersi tizio o ripudiare caio, ma ti faccio notare che da lettore ho conosciuto Keret (Mantova 2012), ma non conosco Falco: e come mai, allora, un Keret all’estero ha maggiori possibilità di salire alla ribalta, rispetto a un Falco qui in Italia? Torniamo al punto di partenza: in Italia l’immondizia è di più, e se il sacco è grande fai fatica a trovare l’anello di diamanti finito in mezzo.

  14. Daniela Says:

    8, 9, 10: eh…

  15. eméraude Says:

    Come autori, non abbiamo più neanche la voglia di ribattere. Finchè tutto, anche la poesia della vita e la cultura, si misurano in termini di denaro, non se ne esce.

  16. gian marco griffi Says:

    Io non ripudio Keret, tutt’altro; ma adesso che conosci Falco, ti consiglio di leggerlo.
    Ps: la letteratura pretende uno sforzo cognitivo, culturale e interpretativo che troppo spesso le persone non sono disposte a fare. Benissimo, se uno non c’ha voglia non c’ha voglia. Poi però non ci si deve lamentare se la letteratura dominante è passatempo da cellulare anziché presa di coscienza, conoscenza di sé e dell’altro, e le altre cento cose che potrebbe suscitare o stimolare.
    Bon.

  17. Sergio Says:

    Penso che veramente pochi autori contemporanei italiani siano all’altezza di essere letti. E non è un fatto di spocchia, è che prima di costoro hanno scritto personaggi come Scerbanenco, Gadda, Pasolini, Ortese, Morante, Moravia, Bassani…
    Inevitabilmente si fanno confronti, inevitabilmente si avverte la distanza siderale tra chi scrive adesso e chi ha scritto.
    Non fraintendetemi: non sono una passatista, tra gli autori citati nei commenti salverei solo Vasta e – aggiungo il mio – Picca: né Lagioia, né Raimo, tantomeno Tonon (tanto rumore per nulla, secondo me) hanno la capacità di essere ricordati per la “scrittura”. E ho citato gli scrittori a cui giovani e meno giovani,
    E’ anche un momento di crisi: se devo spendere soldi per una lettura, li spendo per una buona – o meravigliosa – lettura.
    Faulkner, per esempio.

  18. Andy Says:

    Sui best-sellers: non e’ comunque sempre vero che un libro che vende tanto e’ per forza scadente, cosi’ come un libro che vende niente e’ necessariamente di qualita’. A rigor di logica dovrebbe essere piu’ vero il contrario.

    Quello che falsa il guidizio- a parer mio – sono invece i successi di vendite dei non-scrittori, di quei personaggi che provengono da un altro mondo- tipo la TV o la politica- e si mettono a scrivere, probabilmente supportati da Ghost Writer e vari editor (a tal proposito diventa validoil punto 1) e fanno grandi tirature. gente tipo la littizzetto, Giacomo di Aldo-Giovanni, Walter Veltroni, Agassi, Zlatan Ibrahimovic etc. etc. All’inizio anche Fabio Volo e Daria Bignardi, per dire. O il rappesenatnte di una certa categoria (il manager, il cuoco, il concorrente del Grande Fratello etc.)

    Ancora sui best-seller: disprezzandoli in toto, si commette un errore uguale e contrario a quello della cosiddetta ed ipotetica massa micorocefala (punto 7) che segue appecoronata mode e tendenze senza spirito critico e consapevolezza.

    Tanto per dire, “Il codice da Vinci” e’, sotto molti aspetti, un libro serio e interessante, tant’e’ che e’ andato parecchio sulle scatole alla sacra romana chiesa (assieme al suo gemello “Angeli e Demoni”).
    La trilogia Millenium ed in particolare “Uomini che odiano le donne” e’ tutt’altro che una vaccata: Lisbeth Salander e’ un personaggio formidabile, un’anti-eroina moderna che non ha molti eguali nel panorama letterario contemporaneo. Se poi mentre si legge ci si intattiene pure con un po’ di sana azione, che male c’e’?

  19. gerardinasbouquet Says:

    @Andy, sul fenomeno dei non scrittori, La Capria scrive sul Corriere del 16 gennaio. Li chiama scrittori alieni:

    (…) Quando dico alieni non voglio dire nulla di spregevole, voglio solo dire che essi sono, tranne qualche rara eccezione, lontani ed estranei da quel tipo di invenzione e di immaginazione che sono propri della letteratura. Ma sono essi i più promossi, non solo dalle loro carriere, ma per i libri che essi scrivono per promuovere se stessi.C’è, in chi li accoglie e li fa passare per scrittori, un conformismo che è a sua volta mancanza di cultura. È tutto un accorrere in soccorso di chi ha già dalla sua il successo in altri campi, e per convenienza conferirgli un titolo che non meritano e ulteriore successo in libreria.(…)gli scrittori per primi avrebbero dovuto reagire, avrebbero dovuto opporre con più fermezza le loro classifiche a quelle altre, avrebbero dovuto dire più spesso «fatti più in là», quando si verificava un’invasione di campo troppo insistente da parte degli alieni.(…) Qui vedo molti bravi scrittori e critici letterari di prim’ordine costretti ad arrangiarsi in più modi per conquistare la necessaria considerazione; vedo che sono trascurati e mal pagati, cioè non riconosciuti per quello che valgono. Così non va bene, non solo per loro, ma per la civiltà del nostro Paese.

  20. paolo Says:

    Fermo restando che vendere libri per un Editore comporta gli stessi problemi per un fruttivendolo vendere la frutta, il contemporaneo di tutte le ere è figlio del suo tempo. Fatti concreti dimostrano che probabilmente ci meritiamo questo tempo e certi contemporanei. La buona scrittura credo esista forse manca, qualche volta, la buona capacità di saperla cogliere. Tra qualche lustro qualcosa verrà rivalutato, come sempre: Alan Poe è morto di fame e non è il solo.

  21. gian marco griffi Says:

    Sono un po’ d’accordo, ma non sul Da Vinci. Per me è una gran vaccata. Proprio come storia, come la rende, come tutto. Magari l’avessi scritto io. Ciò detto, o meglio, scritto, ci sono tanti libri che non vendono una ceppa perché fanno cagare, mica perché la gente non li capisce. E altri che vendono tanto perché meritano. Così come suppongo che la stragrande maggioranza dei libri non pubblicati non sia pubblicata a giusto titolo.

  22. Andy Says:

    @gmg: ok, “Il codice da Vinci” e’ solo a titolo di esempio. Personale. Rimane una grande paraculata. Per il resto, d’accordo al 100% sulla sintesi che fai.

  23. Sergio Says:

    ma non si parlava di letteratura contemporanea italiana?

  24. Antonio Says:

    Ieri a FAHRENHEIT (Radio 3) un ascoltatore ha scritto (piu’ o meno): “Ho iniziato a bruciare tutti i miei libri nella stufa per risparmiare il costo del carbone: non leggo più, tutti i tanti libri che ho letto non hanno spostato la mia vita di una virgola.”

  25. Carlo Capone Says:

    Io, quando la saggistica mi concede spazio, leggo solo narrativa italiana. Il guaio è che difficilmente finisco il romanzo. Gli ultimi che ho terminato sono “L’oscura immensità della morte”, di Massimo Carlotto e ‘I giovedì della signora Giulia’, di Piero Chiara. Camilleri lo porto a termine, ma ormai mi stanca. Più in generale ritengo che la narrativa italiana moderna abbia dato il meglio di sè nell’ultimo quindicennio del 900. Negli anni 2000 cose buone le ha fatte il Sironi dell’epoca mozziana e la raccolta di Patrie impure.
    Il resto è noia.

  26. Carlo Capone Says:

    e.r. hanno fatto.

  27. antoniolamalfa Says:

    Egregio dottor Miozzi, approfitto della Sua pubblicazione di questo ennesimo decalogo(è suggestivo “ennesimo decalogo”, no? enne moltiplicato per dieci fa infinito: io trascendo, dottor Miozzi, anche senza volerlo) per chiederle a che punto sta con la lettura del mio capolavoro. Ma lo ha letto? No, dico, lo ha letto? Perchè se Lei lo avesse già letto, egregio dottor Miozzi, si renderebbe conto che un decalogo del genere non avrebbe più senso. Il mio capolavoro potrebbe fungere da faro per la narrativa italiana contemporanea, al momento un po’ appannata; si rivelerebbe un potente volano che, ne sono sicuro, potrebbe innescare un circolo virtuoso di qualità e bellezza per tutti i giovani scrittori in cerca della loro strada. Le ricordo, signor Miozzi, alcuni elementi salienti del mio capolavoro. Il mio romanzo si svolge tutto in un tinello. C’è un uomo accovacciato sul pavimento, che sta leggendo un romanzo. Il romanzo che l’uomo sta leggendo tratta di un uomo accovacciato sul pavimento che legge un romanzo. In questo romanzo non succede nulla, questo non è un volgare romanzo di azione, il mio romanzo è una straordinaria metafora della crisi dell’uomo moderno. Viene descritto l’uomo che legge il romanzo e che ogni tanto gira pagina. Poi si alza e prende un bicchiere dal tavolo, e beve. Non si sa che cosa beva, lo lasciamo immaginare al lettore, e poi lui – quello del romanzo – si sente osservato, come se si sentisse in un romanzo, come se la sua vita fosse osservata attraverso gli occhi di un lettore che sta leggendo la sua storia. Ma, dottor Miozzi, riesce ad intravedere il gioco di specchi che sta dietro questo romanzo? E la metanarrazione? Poi l’uomo, di tanto in tanto, si tira su la maglietta e tira fuori una pallina di cotone dall’incavo dell’ombelico, la mette nella tasca destra dei suoi pantaloni; dalla tasca sinistra preleva un’altra pallina di cotone e la rimette nell’incavo del proprio ombelico. E’ una scena potente, no?
    DFW non avrebbe saputo scrivere di meglio. Dalla finestra del tinello appare una donna giovane, carina e con gli occhi vispi che sorride all’uomo. Non si sa come faccia la donna giovane, carina e con gli occhi vispi a stare fuori della finestra, visto che questo tinello si trova all’ottantesimo piano di un grattacielo, ma questo è un problema che lascerei risolvere all’editor. Altrimenti, che ci sta a fare l’editor?
    Comunque voglio sciogliere alcuni dubbi del suo decalogo, le regalo le mie sagge risposte qui sotto. E mi legga, vedrà che la buona narrativa italiana risorgerà. Il terzo giorno.

    1. I romanzi in realtà li scrivono gli editor.

    Sì, ma i romanzi in fantasia li scrivono gli scrittori fantasy

    2. I narratori italiani sanno solo guardarsi l’ombelico.

    Io, dottor Miozzi, oltre a guardarmi l’ombelico, mi guardo i foruncoli, i peli nel naso, e mi passo il filo interdentale. E faccio la doccia. Che se uno si guarda solo l’ombelico, tutto il resto rimane sporco.

    3. Non è vero che non leggo la narrativa italiana contemporanea: mi piace tantissimo Pavese.

    Vero. Il gran Pavese, bellissimo. Mi piace anche cazzare la randa, orzare, limonare. Sì, il tutto è un po’ strambo, lo so.

    4. L’editoria italiana è tutta una mafia, vengono pubblicati solo i libri degli amici e delle amanti, quindi non mi interessa.

    Quando Lei pubblicherà il mio capolavoro, sarà fatta giustizia. E sgominerò i mafiosi, lo giuro. E anche il cancro.

    5. Quando un italiano scriverà un vero romanzo, allora lo leggerò.

    Io sono quello lì. Ma siccome l’avrò scritto io, è inutile che mi metta a leggerlo. Magari mi metto a scriverne un altro.

    6. Per l’editoria italiana il lettore italiano è un microcefalo, e grazie al cielo io non sono tale.

    No, certo che non sono tale. Io educherò il microcefalo alla buona lettura, che evolverà in un cefalo.

    7. Se devo scegliere tra i nipotini di Arbasino e i nipotini di Scerbanenco, gli epigoni di John Barth e gli imitatori di Foster Wallace, be’: mi leggo gli originali.

    Non ci siamo. Né gli uni, né gli altri. Io sono l’originale, leggete me. Me lo dicono anche i miei amici che sono un po’originale.

    8. In che senso “E le scrittrici?”? Esistono forse delle scrittrici?

    Sì, esistono, e sono anche brave. In questo caso non me la sento di scherzarci sopra.

    9. Esiste una narrativa italiana contemporanea? Sicuro? Sicuro sicuro?

    Caro dottor Miozzi, una domanda alla volta, che mi confonde.

    10. Non vedo perché dovrei leggere un romanzo solo perché l’autore è giovane, carino e con gli occhi vispi.

    No, infatti. Ci sono anche scrittori vecchi, brutti, e con gli occhi spenti. E fanno i ghost writers.

  28. Lucio Angelini Says:

    Se esiste Michele Mari, esiste anche un’OTTIMA ragione per leggere la narrativa contemporanea.

  29. Matteo Says:

    Ma magari ci fossero epigoni di Barth o di FW! (E lo dico ammettendo che Wallace mi irrita parecchio, per usare un eufemismo). In linea generale – perché sarebbe ingiusto dire che buoni scrittori non li abbiamo – la narrativa italiana a me sembra POCO narrativa. In due sensi (che hanno il medesimo risultato): 1) si concentra talmente tanto sulla strettissima attualità, o sugli avvenimenti storici del Paese che si scorda totalmente del Raccontare; diventa noiosa cronaca; 2) si concentra talmente tanto sullo Scrittore e sulle sue – presunte – capacità che diventa illegibile, affettata, lirica nel peggior senso possibile – e quindi si scorda nuovamente del Raccontare (ombelicismo, eh sì). Non che all’estero non abbiano di questi problemi, ma è tutto più bilanciato.
    Tralascio ovviamente tutta la questione degli pseudoscribacchini famosi che arrivano da altri campi e che vengono pubblicati a occhi chiusi solo grazie al cognome noto (anche se in realtà non sarebbe da tralasciare, visto che è bella corposa e ruba spazio a chi a scrivere ci prova davvero, con dedizione).
    Non credo che la nostra situazione sia disastrosa. Però, la ricerca del buono è dura e faticosa.

  30. Massimo Mai Says:

    Trovare qualcosa di dignitoso è difficile, spesso mi becco decine di “boiate pazzesche” poi però leggo “Occidente per principianti” o “Riportando tutto a casa” ma pure Piperno e mi riconcilio con l’italiano (inteso come scrittore) contemporaneo. E poi però da capo mi sorbisco Piedimonte e di nuovo i cascano le braccia…insomma un ciclo senza fine .

  31. Paolo Zardi Says:

    Mi chiedevo che cosa si potrebbe dire, invece, della letteratura tedesca, o di quella francese, o di quella spagnola… Esistono? Sono messe meglio di quella italiana? E poi: ha ancora senso catalogare la letteratura sulla base della nazionalità degli scrittori? In che modo dovrebbe formarsi una letteratura italiana? Su quali basi condivise? Siamo sicuri che gli scrittori italiani si influenzino tra loro? Esiste una scuola italiana, o uno stile italiano? Cioè: è l’impronta che non va bene, o il problema (ammesso che che ci sia) è in realtà che non si può parlare di una narrativa italiana? Gli editori italiani favoriscono davvero alcune scelte piuttosto che altre?

    ps @antoniolamalfa – il suo romanzo:lo voglio! 😉

  32. Doctor Miao Says:

    In effetti è un mistero che non si leggano gli autori italiani, se non li si conosce personalmente. E’ molto più comprensibile che si smetta di leggerli dopo averli conosciuti: per la maggior parte, una massa di piagnoni che si paraculano a sinistra perchè da lì arrivano pubblicabilità, collaborazioni a giornali e recensioni.

  33. marisasalabelle Says:

    Nemmeno io leggo volentieri gli autori italiani. Mi sembra che alcuni di loro scrivano cose troppo costruite, ad esempio con un simbolismo troppo esplicito, o con uno schema precostituito; di altri, mi pare che non abbiano nulla da raccontare; quelli che raccontano una storia spesso sono autori di modesto valore letterario, commerciali, che miscelano più o meno sapientemente gli elementi al fine di dar vita a un prodotto che piaccia (va da sé che in questo non c’è nulla di male, solo che non sempre i loro prodotti mi sembrano ben riusciti); sono incontentabile, è vero. Ma quando leggo certi scrittori stranieri, mi sembra che abbiano un respiro che non ritrovo nei mie connazionali.

  34. gian marco griffi Says:

    Per me, se c’è un problema di mediocrità letteraria (e non ne sono certo), è un problema è mondiale.
    Non credo che la nazionale dei migliori scrittori italiani contemporanei si piazzerebbe così male al campionato del mondo di letteratura contemporanea.
    Forse la squadra degli scrittori mondiali del XXI secolo non passerebbe il primo turno al campionato del mondo di letteratura di tutti i tempi, ma anche qui forse è troppo presto per giudicare.
    Sul respiro degli stranieri rispetto ai nostri: totalmente in disaccordo.

  35. rosmarì Says:

    Le due negazioni presenti nel titolo del pezzo, cattive e non, affermano. Personalmente non tollero più facili frasi ad effetto .
    In particolare quella del titolo lascia intravedere sentimenti ben lontani da uno pseudorammarico verso la nostra letteratura contemporanea
    Perchè solo con sostanziose ragioni io farei a meno di leggere Starnone, Camilleri, Ferrante, De Silva, Baricco, Pastor, Saviano, Severgnini, Veronesi, Dacia Maraini, Serena Dandini eccetera eccetera

  36. Giulio Mozzi Says:

    Rosmarì, è proprio perché non sopporto i luoghi comuni che mi diverto talvolta a metterne un po’ alla berlina (come faccio in questo elenco).
    (Sono stato il primo a leggere un testo inedito di De Silva – tanto per stare alla tua lista -, ad accorgermi della sua bravura, a lavorare con lui come amichevole editor, a proporlo a case editrici eccetera).

  37. Marcel Proust Says:

    Serena Dandini. Estiqatsi.

  38. Giulio Mozzi Says:

    Me koyoonisquatsi? 🙂

  39. Carlo Capone Says:

    Esercizio per la scuola di Giulio: scrivete un racconto con quanti più luoghi comuni siete capaci di trovare.

    Secondo esercizio: Riscrivere il racconto sostituendo i luoghi comuni con espressioni anche di poco differenti.

    Scopo dell’esercitazione è rendere consapevoli delle insidie (il luogo comune è una trappola nascosta per i meno avveduti) di tali costruzioni, nonchè dimostrare come un cambiamento anche modesto favorisce il testo in freschezza.
    Esempio: “Dieci buoni motivi, e perchè no, anche undici, per smettere di eccetera”.

    Five cents, please (che per gli appassionati dei peanuts sarebbe anche esso un luogo comune).

  40. GiovanniMarchese Says:

    Personalmente credo di incontrare maggiori difficoltà andando incontro a un’opera narrativa italiana inedita rispetto ad un classico o anche a un’opera straniera poiché queste hanno in genere superato per arrivare a noi una sorta di filtro, il tempo, e una barriera, lo spazio. Le opere narrative contemporanee e inedite ci siedono accanto. Come sconosciute. Talvolta sono delusioni. E allora si diventa guardinghi. Altre magnifiche avventure. E ci si mostra più audaci. In ogni caso il lettore deve mettersi maggiormente in gioco rispetto ai classici, ai nomi noti. A quello che si conosce e si da per scontato. Ecco che entrano in gioco quelle figure che dovrebbero mediare queste opere, operare un filtro, fare conoscere e proporre alla lettura quei testi che meriterebbero maggiore considerazione. Il problema è che queste figure sono spesso fallaci. In buona fede, spesso, e ancor più spesso in malafede poiché hanno interessi di vario tipo a spingere un libro piuttosto che un altro. Ma che vogliamo farci, è così che va il mondo. L’unica è imparare da soli a scegliere cosa leggere. Che se sbagli per lo meno sai con chi prendertela! 🙂

  41. Giulio Mozzi Says:

    Dal che mi par capire che gli editor non italiani sarebbero (generalmente) in buonafede, e quelli italiani (generalmente) in malafede. Ho capito male?
    Se ho capito male, mi scuso.

    Per la mia esperienza, l’interesse degli editor sta nello spingere i libri che si possono vendere meglio. Se non fanno così, c’è un padrone che li sega. Il padrone, certo, può avere “interessi di altro tipo”. Nella piccola editoria, dove padrone e editor tendono a coincidere, la probabilità che “interessi di altro tipo” (es. la parentela, il contributo economico, la grande qualità del testo ecc.) prevalgano è maggiore.

  42. Carlo Capone Says:

    Il padrone fa ciò che vuole, e ci mancherebbe che non fosse così. Piuttosto sarebbe ora che tanti che hanno interesse a pubblicare capiscano che l’editore non è la mamma o il papà ma uno che si è messo in mezzo per far soldi, anche a tuo (legittimo) discapito.

    E’ vero che ogni possibile atteggiamento dipende anche, e forse soprattutto, dal tipo di mercato con cui l’imprenditore editoriale si misura. Mi viene in mente, questa cosa,ricordando “Chiedi alla polvere”, di John Fante, il noioso romanzo di un autore cult che a me non è piaciuto. Il protagonista riceve incoraggiamenti e qualche soldo ( qui sta la chiave del ragionamento) dall’editore di una rivista che gli pubblica un racconto. Lasciando perdere il romanzo, mi chiedo quando mai accadrebbe lo stesso in Italia. Non accade, presumo e spero, perchè da noi le riviste letterarie non se le fila nessuno, mentre altrove hanno un pubblico non dico vastissimo ma bastevole ad autoremunerarsi e magari pagare qualche soldo.

    D’altra parte se un autore italiano esordiente, che pubblica con un grande editore, vende mediamente 5000 copie del suo romanzo (dati AIE, ma un noto editor mi rivelò che vale lo stesso anche per uno affermato) è chiaro che soldi ne circolino pochi.
    Io, come diritti dal mio primo romanzo, ormai al macero, ho incassato sui 400 € netti, dal che devo desumere che ne avrò venduto un 6-700 copie (ufficiali, poi va a capire). Che non sono poche, visto che ho dovuto pagare per pubblicare (perchè avevo fretta, una maledetta e fottutissima fretta di pubblicare causa i miei 52 anni, e malgrado avessi non pochi estimatori, in forma scritta e orale: insomma, mia personalissima scelta e così sia), e visto che non ricevetti nessun supporto pubblicitario se non la forza intrinseca, presumo senza il minimo autocompiacimento, del romanzo.
    A proposito del quale conservo ancora il parere di un lettore di bergamo, tale Igor Esposito (ma come fa con questo cognome a essere di Bergamo? mah) il quale mi scrisse con grande cortesia per comunicarmi quanto segue”…. a parte l’enorme difficoltà di reperire il suo romanzo, (nota: gliel’aveva caldamente consigliato un mio conoscente di Dalmine, questo lo sapevo) devo dirle che al termine della lettura ero profondamente incazzato, perchè mi sono chiesto come mai nessuno conosca il suo libro mentre gli editori ci costringono a leggere tante schifezze che compaiono in bella vista in libreria.”

  43. GiovanniMarchese Says:

    Forse mi sono espresso male. Non mi riferivo agli editor. Ma a chi si occupa di recensire e far conoscere i libri il cui mestiere talvolta coincide con i pubblicitari. Fortuna che esiste Anobii. Gli editor, naturalmente, devono rendere conto all’editore per le loro scelte. Sono le regole del gioco. E le accetto. Certo, nessuno è perfetto, e anche gli editor possono sbagliare.

  44. Carlo Capone Says:

    Vorrei aggiungere un’ultima osservazione alle chiacchierine di qui sopra. Il mondo editoriale è un ambiente come gli altri, nè peggio nè meglio. Quindi io non mi stupisco affatto. Mi stupierei invece se fosse un’isola felice.

  45. Paolo Zardi Says:

    Ma tornando al post: al di là di tutte le classiche colpe che si elencano in questi casi (autori scarsi, editor furbetti, editori avidi, lettori privi di gusto) la letteratura italiana come sta? Cioè: questi presunti fenomeni sono una specialità italiana, o vale in tutto il mondo? E provo a ripetere una domanda che a mio parere è centrale: esiste una letteratura italiana, cioè un “canone” italiano contemporaneo?

  46. GiovanniMarchese Says:

    p.s. e naturalmente gli stranieri e i classici avendo superato già una sorta di “selezione naturale” ci appaiono come più solidi, più appetibili di un italiano all’esordio. Probabilmente è pure una percezione errata, in certi casi.

  47. Mario D. Says:

    una buona è che gli americani sono meglio

  48. Giulio Mozzi Says:

    Paolo, scrivi:

    la letteratura italiana come sta?

    Vedi la mia risposta alla prima domanda, qui.

    E scrivi anche:

    esiste una letteratura italiana, cioè un “canone” italiano contemporaneo?

    L’idea di un “canone del contemporaneo” mi pare un po’ paradossale. Ci sono di tanto in tanto dei tentativi di fare delle ricognizioni, di proporre una selezione: ad esempio questa antologia curata da Andrea Cortellessa per la prosa, e quest’altra curata da Vincenzo Ostuni per la poesia, entrambe pubblicate dall’editore Ponte Sisto.

  49. Paolo Zardi Says:

    Giulio, non conoscevo l’antologia di Cortellessa, ma leggendo alcune recensioni, qua e là, mi pare di capire che la sua aspirazione sia proprio quella di anticipare un “canone” per il futuro.

    Al di là del paradosso del “canone contemporaneo”, il mio dubbio (che non è retorico) potrebbe essere articolato meglio così: gli autori italiani contemporanei, dei quali in qualche modo stiamo parlando in questo post, procedono in ordine sparso, ciascuno con la propria proposta, o fanno parte, più o meno consapevolmente, di un movimento più ampio al quale diamo il nome di “letteratura italiana”? Nel primo caso, lo stato di salute della narrativa italiana dipenderebbe dal caso – dalla fortuna o dalla sfortuna di avere ottimi o pessimi scrittori; nel secondo, invece, potremmo riflettere se la “scuola”, il “modello” (non mi vengono parole senza virgolette), l’humus culturale dal quale nascono i romanzi italiani, sia fecondo o meno.
    Da non addetto ai lavori, intravedo alcuni nuclei attorno ai quali si stanno raccogliendo scrittori – uno di questi, mi pare, potrebbe essere la casa editrice minimum fax, alla quale poi Einaudi attinge con una certa regolarità. Gli scrittori che si erano ritrovati ne “I nuovi sentimenti” potrebbero indicare un’altra direzione. Ecco, Giulio, mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista su questo – cioè se secondo te esiste una “letteratura italiana” alla quale i principali autori contemporanei italiani appartengono, oppure no. Ovviamente,mi aspetto una risposta solo se questo discorso interessa anche a te! 😉

  50. marco Says:

    Io mi ritrovo molto nei punti 3 e 7, anche se mi sento in colpa 😉

    La mia conoscenza della letteratura italiana è principalmente affidata alle bancarelle (e ai consigli di un paio di maestri in pensione); ma considerato che in questo modo ho trovato, fra gli altri, Ortese, Meneghello, Manganelli, Landolfi, Morselli, Bianciardi, Mastronardi, Paola Masino, Gianna Mazzini, Samonà etc. etc. non ho di che lamentarmi.

    Per quanto riguarda scrittori un po’ più contemporanei – magari persino viventi 😉 – sì, su un paio di nomi potrei essere d’accordo anch’io, ma il vero problema naturalmente è la difficoltà di capire, nella selva di esordienti o autori poco conosciuti e peggio distribuiti, chi merita davvero.

    In altre lingue mi oriento meglio, non perché la critica dei giornali online sia qualitativamente così migliore – è frequentemente vuota, blurbesca, stereotipata – ma perché è molto più facile trovare siti o blog letterari che analizzano un grande ventaglio di opere con intelligenza ed erudizione, dai saggi del Times Literary Supplement (spesso gratuiti) a blog e riviste di critica fra l’accademico e il generalista che mettono tutti i contenuti online, ai molti blog di appassionati che dimostrano grande competenza.

    E’ guardando al tipo di opere trattate, i ragionamenti che hanno suscitato, magari confrontando colle sue le mie reazioni rispetto a una serie di letture in comune, meglio se di generi o stili diversi, che riesco ad interpretare l’opinione di un recensore e a ricavare qualcosa che vada al di là di un opinione che lascia il tempo che trova e riesca a stuzzicare la mia curiosità.

    E allora può anche capitare ch’io sia invogliato a leggere un libro che a un recensore che rispetto non è piaciuto, o intuire che non fa per me anche se ne parla come di un capolavoro.

  51. marco Says:

    Quello che trovo online in italiano raramente mi convince – si va da siti come Punto Critico, che sostanzialmente pubblica il tipo di tesine che mi facevano fare all’Università, a vari blog personali che offrono impressioni molto basiche (legittimo, per carità, non è che farei di meglio se avessi un blog, per andare in profondità ci vuole tempo e voglia).

    Per quanto riguarda stranieri e classici, infine, bisognerebbe anche vedere come funzionano ‘sti filtri.
    Proprio pochi giorni fa mi lamentavo del fatto che qui sembra che tutti parlino in blocco solo del “libro del momento” – di volta in volta Il Tempo è un Bastardo, Il Senso di una Fine, L’Arte di Vivere in Difesa, Limonov… mentre moltissimi autori che apprezzo e trovo e leggo abbastanza facilmente in altre lingue, spesso davvero “classici”, tradotti da case medio-piccole passano sotto silenzio.
    Che Giorgio Falco valga più di uno qualsiasi fra Josè Donoso, Ricardo Piglia, Juan Carlos Onetti, Uwe Johnson, Arno Schmidt, Jenny Erpenbeck, Brigitte Reimann, Patrick White, Shirley Hazzard, Raul Brandão, José Maria Eça de Queiroz, Halldor Laxness, Thor Vilhjalmsson, Jacques Chessex, Laszlo Krasznahorkai mi sembra molto difficile – ritengo probabile però che per quanto poco venda, sarà comunque più di quel che hanno venduto o venderanno le traduzioni della maggior parte di questi (in alcuni casi a sentire gli editori siamo fra i 100 e i 1000, altro che i 5000 dell’esordiente italiano).

  52. Carlo Capone Says:

    Raccomandazione per i giovani, o presunti tali, che scrivono.
    Va bene leggere i classici italiani e stranieri ma. Cosa cavolo scrivi se non sai manco dove è posizionata “l’attuale” narrativa italiana (in termine di stile, lingua, tendenze, eccetera)?
    Ora, d’accordo che bisogna essere originali, innovativi, battere nuove strade and so on, ma perbacco baccone gli autori italiani contemporanei si devono conoscere!
    Esempietto. Mi hanno detto che so guidare benissimo, uso una tecnica di cambio marce da campione, faccio rendere al meglio il motore alla coppia minima possibile: adesso prendo la macchina e mi esibisco per le strade di questa città sconosciuta.
    Ho capito, ma lo sai che qui il limite è di 20 km/hr invece che 50? lo sai che c’è una ztl che comprende i quartieri sud ovest oltre che quelli di centro? lo sapevi che per parcheggiare occorre il grattino che si acquista in edicola e al metrò?

  53. Paolo Zardi Says:

    Carlo: dove è posizionata l’attuale narrativa italiana in termini di stile, lingua, tendenze eccetera? Piperno, Fiore, Falco, Mozzi, Morozzi, Raimo: cosa li accomuna?

  54. Carlo Capone Says:

    Paolo, è verissimo, però mi ero posizionato un tantino spsostato, rispetto alla tua considerazione. Voglio dire che quando scrivi non puoi farlo, poniamo, con lo stile di Grazia Deledda o Fogazzaro o approntando dialoghi dal contenuto interminabile. Il guaio è che molti alle prime armi non lo sanno,ignorano, ad esempio, che il tema, che so, della malavita organizzata di Napoli, è supertrattato, eppure si cimentano, magari scrivendo di cose già scritte. Intendiamoci, se sei davvero bravo rendi godibile anche l’elenco del telefono, ma trovarlo uno così.

  55. Paolo Zardi Says:

    Carlo, concordo, ma direi che il discorso riguarda la necessità di conoscere un po’ tutta la narrativa – non solo quella italiana – cioè credo che quando uno scrive si confronti con la narrativa in generale, non solo con quella dei suoi connazionali.

  56. Carlo Capone Says:

    Paolo, diciamo che si confronta con quelli del suo tempo. Ma chi inizia a scrivere deve almeno sapere le coordinate del suo tempo. Sembra affare di poco, eppure molti esordienti commettono questo errore. Sempre per fare un esempio di poco, mi capitò di ascoltare le cose scritte da un tizio che non riusciva a staccarsi dall’intimo suo gusto di scrivere “ella disse”, “egli disse”.

  57. Carlo Capone Says:

    E poi, si può scrivere senza minimamente sapere che 20 – 30 anni fa ci sono stati un certo Tondelli o una Ballestra e, perchè no, un tal Mozzi? al principio della propria esperienza di scrittura magari sì, perchè sono altre le consapevolezze che l’aspirante cerca, ma dopo che le ha trovate no, l’orientamento è quanto meno auspicabile. Cioè, dopo Dante tu non puoi scrivere con la lingua di Bonvesin della Riva o di Jacopone.

  58. GiusCo Says:

    E’ difficile orientarsi nel contemporaneo italiano: esigenze di mercato, di prudenza e di sodalita’ diluiscono troppo spesso il giudizio. Non ho dubbi, peraltro, che qualcosa restera’, visto che l’accumulo di segnalazioni costruisce comunque una minima tramandabilita’. Dandoci un orizzonte di trent’anni, potremmo ricominciare a leggere oggi, negli anni dieci, quel che e’ stato prodotto negli anni ottanta del secolo scorso. Mi pare che in questo senso vada l’iniziativa riferita qualche giorno fa e su questo stesso sito per conto di Marco Drago (che pero’ parte dai novanta, a mio modesto avviso ancora troppo freschi per una neutrale messa a fuoco di oneri ed onori).

  59. Giulio Mozzi Says:

    Paolo, scrivi:

    Ecco, Giulio, mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista su questo – cioè se secondo te esiste una “letteratura italiana” alla quale i principali autori contemporanei italiani appartengono, oppure no.

    Il mio punto di vista è che esiste una letteratura italiana, composta dalle opere letterarie scritte in italiano. Non vedo come una qualunque opera letteraria scritta in italiano potrebbe non appartenere alla letteratura italiana.
    Sospetto che contribuiscano a costituire la letteratura italiana anche le opere letterarie scritte non in lingua italiana, ma che circolano esclusivamente o quasi nel territorio italiano (es. le opere letterarie scritte nei dialetti, ecc.) e/o che vengono lette esclusivamente o quasi da lettori italiani.

    Scrivi anche:

    dove è posizionata l’attuale narrativa italiana in termini di stile, lingua, tendenze eccetera? Piperno, Fiore, Falco, Mozzi, Morozzi, Raimo: cosa li accomuna?

    Scrivono tutti in italiano.

    Carlo, scrivi:

    Cosa cavolo scrivi se non sai manco dove è posizionata “l’attuale” narrativa italiana (in termine di stile, lingua, tendenze, eccetera)?

    Scrivi quello che ti pare.
    Conoscere il campo letterario italiano è utile a pubblicare, non a scrivere. (Mentre conoscere le opere di Manzoni e Dickens serve a scrivere, non a pubblicare).

  60. Paolo Zardi Says:

    Giulio, il fatto che scrivano tutti in italiano è un criterio incontrovertibile, ma forse un po’ minimalista. Non voglio allungare troppo il brodo, ma se parliamo di “cinema italiano degli anni cinquanta”, probabilmente non indichiamo il mero insieme dei film prodotti in Italia negli anni cinquanta, ma anche, e soprattutto, un certo modo di fare e intendere il cinema. Se dico: mi piace il cinema italiano degli anni cinquanta, sto esprimendo un parere che va al di là del giudizio sui singoli film. Mi chiedevo se tra una cinquantina d’anni si potrà parlare, negli stessi termini, di una narrativa italiana di inizio secolo (e tutti avranno chiaro cosa si intende), o se rimarrà solo il fatto che c’erano degli scrittori che scrivevano in italiano, per cui sarà necessario chiedere: ma chi, Falco o Morozzi, o Mozzi, o Lagioia, o Saviano, o Genna, o Sgambati? Te lo chiedo perché conosco poco gli scrittori italiani contemporanei – insomma: non è una domanda retorica.

  61. Andy Says:

    Secondo me, lo spunto più interessante dell’ultima parte della discussione è quello sulla definizione di “italiano”. Cioè, ha senso veramente chiedersi ancora se esiste qualcosa di italiano, e se sì, come lo si definisce?
    GM volando basso crea un’iperbole dicendo che è “letteratura italiana” tutto quello che è scritto in italiano. Più o meno. Che direi che è una condizione minima di esistenza, ma è sufficiente? Da un punto di vista burocratico, sicuramente, eppure non credo che tutti si sentano soddisfatti dalla definizione. Si può circoscrivere ulteriormente l’ambito? Probabile, ma è interessante? Ha senso?

    Ed in generale, esiste ancora qualcosa che sia italiano senza essere meramente Toto-cotugnesco (voglio dire escludendo spaghetti-mandolino-baffi neri-Rino Gattuso – non molliamo mai-popolo di santi-inventori etc.)?

  62. Giulio Mozzi Says:

    Paolo, scrivi:

    Giulio, il fatto che scrivano tutti in italiano è un criterio incontrovertibile,

    Quindi è un buon criterio, no?

    Mi chiedevo se tra una cinquantina d’anni si potrà parlare…

    Basta avere un po’ di pazienza, e lo sapremo.

    Andy: “italiano” o “austriaco” sono prima di tutto – diciam così – delle etichette anagrafiche.

    Adesso cerco di spiegare perché non penso che sia sensato impostare il discorso così come ha fatto Paolo (e Andy segue).

    Ogni tanto sento dire cose del tipo: “Questo romanzo è letteratura”, “Questo romanzo non è letteratura”. Dove alla parola “letteratura”, evidentemente, si assegna una sfumatura (importante) di valore.
    Nella testata del quotidiano “il manifesto” compare la dicitura “quotidiano comunista”. Possiamo supporre che quel “comunista” sia portato con un certo orgoglio. Quando B. grida: “Quelli sono comunisti!”, usa la stessa parola ma con una sfumatura di senso leggermente diversa.
    Allora: nel momento in cui una parola che di per sé potrebbe essere meramente descrittiva viene invece usata per esprimere un giudizio di valore, si entra nel casino (e B. è un buon esempio di come si possa fare casino con i giudizi di valore impliciti nelle parole).

    Dire che tra le cose anagraficamente italiane ce ne sono certe che sono effettivamente italiane, e altre che sono italiane per modo di dire; certe che sono propriamente italiane, e altre che sono sì italiane, vabbè, ma non volevamo riferirci a loro; eccetera; usare le parole in questo modo mi fa venire in mente la Fattoria degli animali:

    Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

    Poi: una cosa è ciò che è italiano e un’altra cosa è ciò che è percepito come “tipicamente italiano” da chi non ha conoscenza delle cose italiane.

    Nel 2005 passai qualche giorno a Vienna. Nel grande negozio Julius Meinl era in corso una speciale vendita dedicata ai prodotti tipici italiani.

    juliusmeiln

    La cosa divertente era questa: girammo mezz’oretta tra gli scaffali, e scoprimmo una quantità di prodotti tipici italiani che non avevamo mai sentito nominare, e che sono in effetti prodotti… esclusivamente per essere esportati come prodotti tipici italiani.

    In ambito editoriale, è chiaro che Venezia e Napoli sono più “tipicamente italiane” di Milano, Ancona e Cocomaro di Focomorto. Il “tipico” vince sempre. La celebre copertina di Der Spigel con spaghetti e pistola

    è ancora viva e attiva (ogni volta che passo in parti germaniche chiedo se qualcuno se la ricorda, e trovo sempre qualcuno che se la ricorda).

    In aggiunta a questo, mettermi a speculare oggi su che cosa sarà ricordato come importante tra cinquant’anni (come “importante”, non come “Italiano”: i giudizi di valore espliciti hanno ovviamente tutta la mia approvazione) mi pare un’occupazione un po’ oziosa.

    Diverso sarebbe domandarsi: esistono oggi, nella letteratura italiana, raggruppamenti e correnti e tendenze eccetera?

    Questa domanda può essere interessante, a condizione di non essere posta con l’intenzione di decidere che cosa è “veramente italiano”, o che cosa è “bello”. E’ interessante se è una domanda di descrizione.

  63. Andy Says:

    @Giulio e tutti quelli interessati alla discussione.

    Italiano e’ prima di tutto un’indicazione anagrafica riferibile a tutto cio’ che nasce in Italia.
    Angrafica>geografica, in quanto l’indicazione geografica limitirebbe l’italianita’ ai confini del Bel Paese, mentre e’ naturale considerare italiano (dal punto di vista meramente anagrafico) anche cio’ che viene generato da italiani al di fuori della nostra bella penisola.

    Lo spunto che viene fuori e’ quello sulla connotazione delle parole: termini con un significato ben preciso (geografico-anagrafico in questo caso) travalicano la propria natura per assumere una certa connotazione. Tale connotazione peraltro e’ suscettibile di numerose variabili( numerose o almeno tre: chi la usa, chi la sente ed il contesto in cui questo avviene) che ne influenzano il risultato finale, laddove per risultato si intende cosa rimane alla fine dello scambio di parole.

    Potremmo dire che a seconda dell’uso che si fa di un certo termine- e della sua connotazione- si possono ottenere risultati opposti. Sono peraltro convinto che questo accada soprattutto in termini di suggestione: un esempio su tutti e’ il termine naturale e le sue declinazioni (Bio, Fito etc.) abusato nell’Healtcare per contrapporlo al termine chimico, partendo dal presupposto che la percezione comune e’ chimico=fa male, naturale=fa bene. Tanto per dire, un farmco di origine naturale sara’ necessariamente meno puro, al contrario di un preparato di qualita’ farmaceutica che per definizione deve contenere solo quello che e’ misurabile con elevati test di quality. Potemmo quindi dire naturale=sporco e chimico=pulito.

    In entrambi i casi sto usando dei termini per suggestionare il mio potenziale cliente. Faccio un uso immaginifico di termini che pur avendo una connotazione molto precisa (chimico, santo cielo, perche’ deve essere per forza negativo?) vengono percepiti in maniera qualitativa.

    Insomma, scusate il pistolotto- per quelli che hanno avuto voglia di leggere fino a questo punto- ritorno alla mia domanda: che connotazione ha assunto il termine “italiano”? Oltre al suo utilizzo in senso positivo per i salumi e in senso negativo per la spaghetti-mafia, c’e’ qualcosa di nuovo oggi nel sole (anzi di antico)?

  64. Paolo Zardi Says:

    Giulio, la mia domanda, posta proprio in questi termini, sbagliati, era quella che riporti:
    “esistono oggi, nella letteratura italiana, raggruppamenti e correnti e tendenze eccetera?”

    Non con lo scopo di definire cosa è italiano, o cosa bello (non credo di averlo detto, comunque), ma per capire se, al di là del fatto di essere scritta da persone nate in Italia, la letteratura italiana è caratterizzata (anche) da qualcos’altro. Se gli scrittori italiani procedono in ordine sparso, o se esiste una “tendenza”.

  65. Giulio Mozzi Says:

    Esistono dei raggruppamenti, ad esempio, attorno alle riviste online che tutti conoscono.

  66. Valter Binaghi Says:

    Familismo amorale, per lo più. L’equivalente delle cosche mafiose per gestire il traffico editoriale e la sua promozione.

  67. mauro b. Says:

    @ Paolo Zardi

    cè questo ad esempio:
    http://it.wikipedia.org/wiki/New_Italian_Epic

  68. Andy Says:

    Della serie “si faccia una domanda e si dia una risposta”, vado con la lista:
    10 aggettivi che concorrono a connotare il termine “italiano” :

    1. Informale
    2. Classico
    3. Chiassoso
    4. Genuino
    5. Colorito
    6. Godereccio
    7. Camaleontico
    8. Fantasioso
    9. Seducente
    10. Ben fatto

    Menzione d’onore per i deliberatamente esclusi “peninsulare” e “machiavellico”.

  69. Carlo Capone Says:

    @ andy

    11. Barzellettiere.

  70. Andy Says:

    @Giulio: mi ricordo che ne avevi fatto già uno (o due), ma magari ne puoi aggiungere un terzo. Di decalogo, intendo. Sulle tendenze (leggi temi trattati) della narrativa (inedita e non) di oggi. Italiana, ovvio. Così, tanto per vedere se c’è qualcosa di nuovo. Sarebbe molto gradito.

    Ciao

    PS: da Iulius Meinl vendono formati di pasta senza dubbio italiani concepiti esclusivamente per l’estero (simili ai cellentani, tanto per dire). Inoltre, è carissimo.

  71. vbinaghi Says:

    Nuove tendenze? Cinquanta sfumature di rosa shocking.
    Autori: Letta, Bersani, Fassina, Vendola, Ingroia.

  72. MarcM Says:

    Post divertente, la (6) è in parte vera, almeno per quanto concerne ciò che più viene spinto, pubblicizzato e premiato.
    È doloroso (si fa per dire) però vedere che questi pregiudizi trovano chi li condivide, anche su un blog che immagino frequentato da gente che legge e stralegge. Lo stato della letteratura italiana, per quanto sgarrupato rispetto agli anni d’oro (ma vogliamo infilarci dentro un confronto tra il cinema italiano di oggi e quello degli anni ’50, ’60, ’70? Vogliamo farlo con l’arte?), non è malaccio. Forse paghiamo un vicolo cieco in cui ci ha cacciati Calvino, i cui figliocci, sono drammaticamente Baricco e De Carlo. Però i bravi ci sono. Aldo Nove è un grande scrittore. Antonio Moresco non sempre all’altezza ma quando funziona, vola altissimo. Aldo Busi grande prosatore anche se vittima di se stesso. Poi Filippo Tuena, Giuseppe Genna. Emanuele Trevi, anche, ha scritto un bel libro, che è addirittura andato al più “commerciale” dei concorsi. Lo stesso proprietario di questo blog lo vogliamo buttare via? Tra i giovani (in senso letterario, non anagrafico) c’è una discreta messe di talenti potenziali: Nicola Lagioia, Fabio Stassi, Franco Arminio, Tommaso Pincio, Paolo Cognetti, Giorgio Vasta, Vanni Santoni, Letizia Muratori, Marco Mancassola, Filippo Bologna, Laura Pugno, Christian Raimo, Alcide Pierantozzi, tutta gente che potrebbe un domani azzeccare quel grande romanzo che manca da tempo in Italia. Ecco! Quello che manca è di smetterla con le cose piccole e ben fatte e cominciare con quelle grandi.

  73. Gianluca Says:

    Da poco ho “cercato” di finire “L’uomo Verticale” di Davide Longo……….
    Ho promesso che dopo questo, avrei letto solo bei libri.

  74. plus1gmt Says:

    sfondi porte aperte

  75. davide Says:

    ..qualcuno ha voglia di rivitalizzare questo interessante thread?

  76. Roberto Says:

    Vorrei chiedere a Giulio quali sono i migliori autori italiani contemporanei, a suo giudizio (mi bastano tre nomi), e perché. Grazie.

  77. davide Says:

    grazie roberto per aver riportato su questo thread 😀

    però prima che ne parli,se vorrà, giulia,puoi dirci anche tu quali sono secondo te autori italiani contemporanei interessanti

    secondo me non esistono grandi o piccoli autori,esistno SINGOLI libri piu o meno riusciti

  78. Giulio Mozzi Says:

    Scelgo tra chi appartiene grosso modo alla mia generazione; ed escludo gli amici (non i semplici conoscenti, però). Michele Mari, perché le sue opere mi sembrano molto belle. Melania Mazzucco, perché le sue opere mi sembrano molto belle. Maria Grazia Calandrone, perché le sue opere mi sembrano molto belle. Se considero anche gli amici, aggiungo: Umberto Casadei, perché il suo unico romanzo mi sembra molto bello; Laura Pugno, perché le sue opere mi sembrano molto belle; Leonardo Colombati, perché le sue opere mi sembrano molto belle, anche se talvolta sono più ambiziose che belle; Stefano Dal Bianco, perchè le sue opere mi sembrano molto belle; Vitaliano Trevisan, perché le sue opere mi sembrano molto belle; Vanna Vinci, perché le sue opere mi sembrano molto belle. Ecc.

    Il problema della categoria “i migliori” è che non si sa mai bene “migliori di cosa” o “migliori di chi” debbano essere gli inclusi.

  79. davide Says:

    sopra gianluca scrive:

    “”Da poco ho “cercato” di finire “L’uomo Verticale” di Davide Longo……….
    Ho promesso che dopo questo, avrei letto solo bei libri.”

    io sul libro di Longo sarei un po meno negativo,però faccio mia la sua frase ,tolgo il nome dell autore che dice lui e per rimanere in tema metterei almeno un libro ,”i quindicimila passi” di vitaliano trevisan,che davvero ho mollato dopo venti pagine

  80. deborahdonato Says:

    Giulio, quando un’opera ti sembra “molto bella”?

  81. davide Says:

    appoggio la domanda di deborah

  82. Roberto Says:

    Vi risponderà che un’opera è bella quando è “bella” eheh…scherzo (non tanto però…)

  83. deborahdonato Says:

    “Alla domanda: – Che cosa è l’arte? – si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”. Benedetto Croce.

  84. davide Says:

    però: troppo spesso quando si divide in opere “belle” (o per converso,brutte)qua e la sento troppo odore di cattolicesimo italico (come interpretazione, mica come paramenti)

    tempo fa su Affari Italiani senti un giudizio duretto di giulio su un noto best seller (mi pare il primo libro di alessandro d’avenia,mi pare fosse quello)con l’aggettivo sopra

    ah,ecco qua

    http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/giulio_mozzi100310.html

    io quel libro di a’venia non l’ho letto ,ma se qualcuno l’ha letto quassù,vorrei sapere se sottoscrive il giudizio con quello stesso particolare aggettivo

  85. davide Says:

    nb:le riposte di mozzi sopra valgono davvero l’intervista tutta (anche quando le domande dell intervistatore sono un po,forse, troppo educatamente naif per uno con due decenni di esperienza e poco omologato come giulio :))

  86. deborahdonato Says:

    Il libro di D’Avenial’ho letto perchè sollecitata continuamente dai miei alunni (che lo avevano trovato incantevole, commovente, comunque erano stati molto presi).Feci loro un questionaro sugli ultimi libri letti e il 90% in cinque classi rispose “Bianca come il latte e rossa come il sangue”. Pertanto, io l’ho letto con questa indicazione: libro per adolescenti. Non è una critica, ma una constatazione. Alla fine, ha fatto leggere chi non leggeva mai.

  87. davide Says:

    d’accordo,ma lo troveresti “brutto” come invece giulio pare dica sopra nell intervista?

    io “brutto” per un libro,al di la delle volte in cui si deve esser coincisi per forza,lo trovo un termine troppo schematico,quasi quanto “bello” (altro termnen che ci metto un po prima di usare)

  88. marisasalabelle Says:

    Giulio, le tue argomentazioni (sul perché apprezzi determinati autori e le loro opere) mi sembrano davvero convincenti!

  89. Giulio Mozzi Says:

    Marisa: sono convinto che un giudizio di valore non sia argomentabile. Posso dire perché un’opera mi sembra interessante, o nuova, o intelligente, o divertente, o commovente, o eccetera; ma, alla fin fine, a dire “sì” o “no” è il mio corpo (che mi fa leggere fino in fondo oppure no; che mi fa rileggere oppure no).

    Davide: non è che “pare” che io dica che secondo me quel romanzo è “brutto”: lo dico proprio.

  90. marisasalabelle Says:

    Scherzavo, ovviamente.

  91. davide Says:

    ok giulio,son stato troppo cauto:ma sai com’è dopo anni uno può sempre cambiare idea : noto che non hai cambiato idea su quel libro 🙂

  92. Giulio Mozzi Says:

    Anche avessi cambiato idea, Davide, resta il fatto che in quell’occasione non “pare” abbia detto che quel romanzo è brutto: in quell’occasione proprio l’ho detto.

  93. davide Says:

    roberto se ci sei,dicci le tue tre opere preferite,se ti va,grazie

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