Dieci cose che un c.d. insegnante di “scrittura creativa” non deve mai fare

by

di giuliomozzi

[Vedi anche il post gemello Dieci cose che un c.d. insegnante di “scrittura creativa” deve sapere].

1. Lodare per compiacere.

2. Ridicolizzare.

3. Acconsentire a chi sostiene che la scrittura è una forma di terapia.

4. Spacciare per normativo ciò che è descrittivo.

5. Assegnare un gran numero di esercizi divertenti che chiunque può svolgere con soddisfazione.

6. Meravigliarsi se qualcuno non è riuscito ad arrivare in fondo a Ulysses.

7. Usare a man bassa il manuale dell’Oulipo.

8. Incoraggiare chi meriterebbe di essere fermato, o almeno moderato.

9. Perdere i manoscritti.

10. Sconsigliare la lettura de I promessi sposi.

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73 Risposte to “Dieci cose che un c.d. insegnante di “scrittura creativa” non deve mai fare”

  1. normanna Says:

    Mi piace. E grazie per avermi illuminato sull’Oulipo.
    Sinceramente grazie per questo blog (vibrisse).

    ” OULIPO ? Qu’est ceci ? Qu’est cela ? Qu’est-ce que OU ? Qu’est-ce que LI ? Qu’est-ce que PO ?
    OU c’est OUVROIR, un atelier. Pour fabriquer quoi ? De la LI.
    LI c’est la littérature, ce qu’on lit et ce qu’on rature. Quelle sorte de LI ? La LIPO.
    PO signifie potentiel. De la littérature en quantité illimitée, potentiellement productible jusqu’à la fin des temps, en quantités énormes, infinies pour toutes fins pratiques.
    QUI ? Autrement dit qui est responsable de cette entreprise insensée ? Raymond Queneau, dit RQ, un des pères fondateurs, et François Le Lionnais, dit FLL, co-père et compère fondateur, et premier président du groupe, son Fraisident-Pondateur.
    Que font les OULIPIENS, les membres de l’OULIPO (Calvino, Perec, Marcel Duchamp, et autres, mathématiciens et littérateurs, littérateurs-mathématiciens, et mathématiciens-littérateurs) ? Ils travaillent.
    Certes, mais à QUOI ? A faire avancer la LIPO.
    Certes, mais COMMENT ?
    En inventant des contraintes. Des contraintes nouvelles et anciennes, difficiles et moins diiffficiles et trop diiffiiciiiles. La Littérature Oulipienne est une LITTERATURE SOUS CONTRAINTES.
    Et un AUTEUR oulipien, c’est quoi ? C’est “un rat qui construit lui-même le labyrinthe dont il se propose de sortir”.
    Un labyrinthe de quoi ? De mots, de sons, de phrases, de paragraphes, de chapitres, de livres, de bibliothèques, de prose, de poésie, et tout ça…
    Comment en savoir plus ? En lisant.
    En lisant quoi ?”

    Me lo metterò tra i preferiti 🙂

  2. massimo cassani Says:

    ciao Giulio, vorrei capire meglio il punto 4.

  3. giuliomozzi Says:

    Un conto è descrivere come è fatto un romanzo standard, un altro conto è dire che un romanzo deve essere fatto in quel modo lì.

  4. Anna Says:

    Mille grazie, in particolare per l’Ulysses!

  5. Giovanni Accardo Says:

    Confesso che in passato sono incorso nell’errore indicato al punto 2 e della qualcosa mi dispiaccio molto. Sul numero 5, anni fa sono entrato in conflitto con una famosa insegnante di scrittura che usava questa tecnica. Anche questo mi dispiace. Ma forse su questo avevo ragione io.

  6. ISA Says:

    3. Acconsentire a chi sostiene che la scrittura è una forma di terapia

    noooo!!!!ma così mi rompi le uova nel paniere!!! mi stronchi sul nascere la carriera di futura naturopata scritto-terapeuta (sto scrivendoci su una tesina…). Esiste la scrittura e lo scrivere, che possono essere due cose molto diverse

  7. vbinaghi Says:

    Esiste la scrittura ed esiste la scrittura adatta alla pubblicazione. Erroneamente per qualcuno sono sinonimi e, da parte di chi ne è consapevole, è grave colpa incoraggiare questa equivalenza. Penso che Giulio intendesse innanzitutto comunicare questo. Che poi una scrittura “soggettiva” possa risultare auto-terapeutica non lo negherei in linea di principio, ma è molto difficile che accada, se non c’è già un processo innescato di guarigione. E’ più facile lo scatenamento di forme di compiacimento che risultano aggravanti per la propria nevrosi. In generale, l’autoterapia è un’illusione.

  8. giuliomozzi Says:

    Isa: la scrittura può essere una componente – anche importante – di un lavoro terapeutico (così come il teatro, la pittura eccetera).

    Ma l’esperienza mi dice che quando uno sostiene cose del tipo: “Per me la scrittura è una forma di terapia”, di solito è vero il contrario (ovvero: la scrittura, per quella persona, è uno dei modi in cui si manifesta una patologia).
    A livello pedagogico, il discorso è un altro (vedi a es. il libretto dell’immancabile Duccio Demetrio, qui).

    Se tu fossi disponibile a farmi leggere la tesina, quando sarà finita, ne sarei felice.

  9. Anna Says:

    sto leggendo e rileggendo vbinaghi…

  10. ISA Says:

    sarà fatto, Giulio, se hai la pazienza di aspettare un anno, sarò curiosa d conoscere il tuo parere

  11. dm Says:

    Nota sulla pericolosità di un c.d. insegnante di scrittura creativa. Il commento si riferisce al punto 8, “. Incoraggiare chi meriterebbe di essere fermato, o almeno moderato.”

    Letto questo ed altri articoli, sono convinto che Giulio Mozzi consideri in modo appropriato la fallibilità di un insegnante di scrittura creativa. Insomma, sono convinto che Giulio non creda di essere infallibile come insegnante, e che nessun insegnante, in definitiva lo sia.
    Mi domando: poiché l’insegnante è fallibile, ha senso che intervenga ‘a togliere’ oltre che ‘a mettere’? Mi spiego. Il compito di un insegnante di scrittura creativa è soprattutto quello di trasmettere pratiche e saperi all’allievo. E questo può solo essere positivo: alla fine di un corso di scrittura creativa, l’allievo avrà imparato, in misura della predisposizione propria e anche di quella dell’insegnante, queste cose. Se l’insegnante fallisce – cioè: se questi saperi e pratiche non sono quelli adatti all’allievo o se in generale sono fuorvianti -, l’allievo avrà accumulato un bagaglio inutile di conoscenze. Nella vita accade spesso. Questo è il caso in cui l’insegnante ha sbagliato ‘a mettere’.
    Se però l’insegnante sbaglia nel valutare chi “merita” – il verbo è preso dall’articolo – di essere “fermato”, non aggiunge un bagaglio inutile di conoscenze, non soltanto, ma fondamentalmente toglie autostima, motivazione e, pertanto, sensibilità al proprio talento. Gli procura un danno. Questo è il caso in cui l’insegnante ha sbagliato ‘a togliere’.

    Aggiungo: nell’ambito degli studi sulla creatività, ha una certa fondatezza ‘scientifica’ il fatto che le persone difficilmente riescano a intravedere la creatività nell’altro, ma siano portate più che altro a riconoscere la propria creatività. Questo concorre alla fallibilità dell’insegnante di scrittura creativa.

    Questa cosa dovrebbe essere inserita in un decalogo per gli insegnanti di scrittura creativa (e ovviamente riguarda tutti gli insegnanti la cui attività ha qualcosa a che fare con l’esercizio della creatività).

  12. di questi tempi Says:

    lo trovo un buon decalogo. chi insegna offre “punti di vista”. chi impara cerca di “guardare oltre” e fa piacere farlo senza sentirsi ingannati o umiliati.

  13. soleil Says:

    interessante punto di vista
    OT: mi commuove vedere come immagine di testata del buon Henki Bilal…

  14. dm Says:

    Rileggo il mio commento e noto che una frase si presta ad ambiguità. “Nell’ambito degli studi sulla creatività, ha una certa fondatezza ‘scientifica’ il fatto che le persone difficilmente riescano a intravedere la creatività nell’altro, ma siano portate più che altro a riconoscere la propria creatività.” E’ sottinteso: la propria creatività: nell’altro. Cioè, posto che esistono creatività diverse in uno stesso ambito (ad esempio “pensatori caotici” e “pensatori ordinati” sviluppano un uso diverso della creatività), è molto piu’ facile riconoscere nel prossimo una creatività che funziona in un modo simile al nostro.
    E, di passaggio: questo può essere uno dei motivi per cui un’opera che secondo un lettore competente è bella, è invece mediocre per un altro lettore, anche lui competente. Può essere, secondo me.

  15. giuliomozzi Says:

    Daniele (dm), delle decisioni vanno prese. Tra l’insegnante che incoraggia tutti “perché non si sa mai”, e quello che stoppa tutti quelli la cui creatività ha forme dissimili da quella sua propria, immagino possa esistere tutta una variabilità.

  16. Marco Candida Says:

    Giulio, ma ti rendi conto dell’approccio “psicanalitico” del tuo modo di insegnare scrittura? Ma tu pensi che Elizabeth Harris o Michael Downs o le persone che ho conosciuto alle università americane se ne vadano in giro dicendo cose come “Se dici che la scrittura è terapeutica allora vuol dire questo” “Se sconsigli la lettura dei promessi sposi allora vuol dire che hai picchiato la mamma a due anni” “Se sei normativo allora vuol dire che hai un unghia dell’alluce incarnita…”.

    Ma dico, spero tu stia scherzando. O vuoi proporti come Maga Magò? Io pensavo che questi decaloghi fossero scherzosi, ma dai commenti che ho letto mi devo ricredere.

    E’ una questione molto dilettantesca (ossia quelli che hanno cominciato a scrivere tardi e per lo più diari) considerare la scrittura un mezzo per esprimere se stessi e la propria psiche malata o la propria anima bella. Guarda che è solo per finta, non è vero. Altrimenti non si chiamerebbe fiction. La fiction può avere connotati di verosimiglianza estremamente persuasiva, ma perché è la sua funzione. Farti credere che sia vero quel che vero non è. Altrimenti risolviamo tutto in una letteratura che è una confessione da parte dell’autore al suo lettore. Invece scrivere è molto più di questo. Leggere un libro non è solo farsi gli affari dell’autore. Semmai è il contrario. E’ l’autore che si interessa degli affari del lettore, che lo scandaglia e lo conosce – lo conosce senza conoscerlo di persona.

    Anche queste ultime (“lo conosce senza conoscerlo di persona”) sembrano un po’ affermazioni da Maga Magò, ma non lo sono veramente. Quando leggo un buon testo è il testo che conosce me, mi rivela qualcosa. Ecco, significa questo: e questa è un’affermazione accettabile, e non è un’affermazione da Maga Magò.

    Ritengo, Giulio, che questo sia un deragliamento. Tu ci devi parlare di letteratura. Devi dirci che cosa ti ricorda un testo che è stato scritto (cosa in cui sei bravissimo, e spesso ne fai anche una colpa – assomiglia a quest’altro! non è innovativo!), devi portare esempi che vengano dalla letteratura, e non basarti su un testo o su qualche affermazione isolata per decidere che forma ha la psiche del suo autore. Questo è totalmente ingiusto e inacettabile, e non serve a nulla. E’ una strada chiusa. La letteratura è assai e assai più forte della psicanalisi. Difronte alla parola di un poeta qualunque filosofo o psicanalista è pronto a tacere e a mettersi ad ascoltare. E ogni volta che si giudica l’autore per ciò che non lui ma le sue opere dicono, io, ed ecco un’altra affermazione da Maga Magò, sento che si sta facendo un atto di codardia: si giudica l’autore per non sottomettersi alle sue parole e non voler riconoscere che quelle parole riguardano non chi le pronuncia ma colui al quale sono dirette, di lui stanno parlando ed è alla luce di quelle parole che chi ascolta dovrebbe farsi un esame della psiche e della coscienza.

  17. giuliomozzi Says:

    Marco, io sono contrario agli abusi di professione. Gli analisti facciano gli analisti, e gli insegnanti di retorica facciano gli insegnanti di retorica.

    Nel momento in cui sono non nella posizione del tecnico (cioè del puro insegnante di retorica) ma nella posizione del pedagogo o del consulente editoriale – be’, qualche decisione la devo prendere. E, sì, oso prendere delle decisioni in prospettiva, immaginando ad esempio che cosa una certa persona potrebbe fare in futuro.

    Scrivi che non devo

    basarmi su un testo o su qualche affermazione isolata per decidere che forma ha la psiche del suo autore.

    Ti conosco da più di dieci anni, Marco, e non mi sono mai domandato che forma abbia la tua psiche.

    Mi domandi:

    Ma tu pensi che Elizabeth Harris o Michael Downs o le persone che ho conosciuto alle università americane se ne vadano in giro dicendo cose come “Se dici che la scrittura è terapeutica allora vuol dire questo” “Se sconsigli la lettura dei promessi sposi allora vuol dire che hai picchiato la mamma a due anni” “Se sei normativo allora vuol dire che hai un unghia dell’alluce incarnita…”.

    No, non lo penso. Non capisco come ti venga in mente che io possa pensare delle cose così strampalate.

    I miei decaloghi sono scherzosi e serii insieme. Mi pare evidente. Basta controllare il link sui Promessi sposi.

  18. Maria Sardella Says:

    Aggiungerei: Avere il coraggio di dire che il manoscritto non è credibile. Che non tutto ciò che si scrive è Scrittura. Io non ci riesco davanti agli occhi sgranati dalla speranza aspetta un verdetto. Come sifa? Aiuto!

  19. Maria Sardella Says:

    Sifa, arg…. Si fa!

  20. Marco Candida Says:

    Giulio, stai cercando di dire che negheresti la pubblicazione di un testo adatto alla pubblicazione perché il suo autore non ha chance in prospettiva?

  21. massimo cassani Says:

    @Giulio. Punto 4: capito.

  22. massimo cassani Says:

    Dice vbinaghi: “Esiste la scrittura ed esiste la scrittura adatta alla pubblicazione”. Sono molto d’accordo con Valter. D’altra parte funziona così anche con la parola non scritta, ma detta. Non si parla sempre allo stesso modo (dipende dai contesti, dagli interlocutori, dagli obiettivi che di intende raggiungere…).

  23. gian marco griffi Says:

    Punto 6: Dopo “Giulietta è na zoccola” dei tifosi del Napoli a quelli del Verona, quelli del Belfast che fossero riusciti ad arrivare in fondo all’Ulysses potrebbero scrivere su uno striscione “Molly Bloom is a Gibraltar bitch” a quelli del Dublino (magari in gaelico). E sarebbe anche un po’ vero.

  24. vbinaghi Says:

    @Maria
    Stiamo parlando di insegnamento. Con la matematica non è la stessa cosa? Ciò che può essere insegnato deve essere valutato come appreso o no. Il punto è che non tutto può essere insegnato.

  25. giuliomozzi Says:

    Marco, mi domandi:

    Giulio, stai cercando di dire che negheresti la pubblicazione di un testo adatto alla pubblicazione perché il suo autore non ha chance in prospettiva?

    No. Sto dicendo che, nel mio lavoro di consulente, se uno mi manda un lavoro non privo di interesse ma non adeguato per la pubblicazione, devo cercar di capire – ad esempio – se quelli sono i primi passi di una persona che in futuro potrebbe fare cose ben più interessanti – o il limite massimo al quale questa persona potrà arrivare.

    Chiamale, se vuoi, previsioni. O scommesse.

  26. Marco Candida Says:

    Comunque, Giulio, spero non sia necessario ricordarti che la letteratura è più forte del tuo giudizio e anche del giudizio di migliaia di addetti ai lavori. E’ più forte.

  27. Fabio Ciriachi Says:

    a Giulio: a proposito della risposta a Isa del 30/12 alle 17,43, non trovi che anche quando la scrittura “è uno dei modi in cui si manifesta una patologia” già solo per questo può essere considerata preliminare a un inizio di processo terapeutico (sempre che lo si voglia seguire)?

  28. Luigi Tuveri Says:

    In riferimento a Giulio Mozzi che ringrazio per tutto quello che ha cercato di farmi capire… non mi permetto di esaltarlo, non ne ha bisogno.

    1. Lodare per compiacere.

    Giulio è perfetto, non ti loda quasi mai.

    2. Ridicolizzare.

    Mai, anzi, ricordo monenti di commozione alle sue lezioni.

    3. Acconsentire a chi sostiene che la scrittura è una forma di terapia.

    Con oggettività si cerca il senso della storia scritta al di là di chi è il suo autore.

    4. Spacciare per normativo ciò che è descrittivo.

    Ok.

    5. Assegnare un gran numero di esercizi divertenti che chiunque può svolgere con soddisfazione.

    Tipo leggere in un’estate “Alla ricerca del tempo perduto” ?

    6. Meravigliarsi se qualcuno non è riuscito ad arrivare in fondo a Ulysses.

    Però lui l’ha letto tutto.

    7. Usare a man bassa il manuale dell’Oulipo.

    ?

    8. Incoraggiare chi meriterebbe di essere fermato, o almeno moderato.

    Sempre pesantemente moderato, io.

    9. Perdere i manoscritti.

    Li aveva.

    10. Sconsigliare la lettura de I promessi sposi.

    Citati a ogni pie’ sospinto.

  29. mentecreativa84 Says:

    Reblogged this on mente creativa blog.

  30. Marco Candida Says:

    Poi, non riesco a capire cosa vuol dire previsione o scommessa. Se una persona si presenta con un romanzo che non va ancora bene per la pubblicazione, gli si dice “Non va bene, ma non si scoraggi”. Poi starà a quella persona presentare qualcosa che possa andare meglio.

    Nella mia esperienza un autore non allega mai un racconto in una busta e lo invia a un unico soggetto che glielo valuti e pubblichi. Manda i suoi scritti ovunque, si sottopone al giudizio di molti. E se ha scritto qualcosa di valido, passerà. Non solo, ma se è un nome nuovo non trova mai un solo soggetto pronto a garantire per lui, ma spessissimo attira l’attenzione di un gruppo di persone (autori o piccole case editrici, quando non proprio quelle grandi). Si crea attorno a lui l’interesse di un gruppo, che lo aiuta e ne parla. Poi quando il nome nuovo ha trovato una sua collocazione (e piccola o grande non importa perché la letteratura è più forte), allora questa attenzione diminuisce, anche perché c’è lo scandalo della pubblicazione, del farcela. Le cose a questo punto cambiano, gli atteggiamenti, com’è ovvio che sia, mutano.

    A me piace dire che le persone ti aiutano fin tanto che il loro aiuta non serve a niente. Ma quando ci si rende conto che invece è servito, quando ci si rende conto che non sei tu, Giulio, che scegli un bel niente ma che è l’opera che si fa scegliere da sola, che è abbastanza forte e convincente da sola, ecco che arrivano, di solito, gli ostacoli.

    L’opera si fa scegliere da sola, ma nessun autore che è un autore smetterà mai di ringraziare chi deve ringraziare. Perché un’opera si fa scegliere da sola, ma questo non esclude che ci siano ingiustizie. Che poi non sono ingiustizie: sono cure, non ingiusizie. Perché non ce niente che fa più male di vedere un uomo affermarsi grazie esclusivamente al suo valore.

  31. enrico Says:

    Marco scrivi: “Giulio, ma ti rendi conto dell’approccio ‘psicanalitico’ del tuo modo di insegnare scrittura?” Io però non ce la vedo questa cosa che dici, a meno che tu fossi ironico. E sulla scrittura-terapia… una mia allieva scrive in “modalità zen” un testo nel quale una donna impasta su un grande tavola da cucina della farina, dell’uovo, fa caldo, suda… tutti le dicono: “ma questa è un’immagine di maternità”… “ah sì?” fa lei, che si è appena sposata. Bhe, ha lasciato il laboratorio dopo qualche mese perché incinta… ma a parte gli scherzi, è pur vero che se la scrittura deve essere terapia che lo sia “senza di noi” insegnanti… perché, per la precisione, non siamo, non siamo, non siamo 83 volte) terapeuti! anche se abbiamo a che fare con il fuoco dell’immaginario e dell’inconscio, le sfumature della voce e dei desideri dei nostri allievi… e poi, però: ci sono allievi che si spingono un poco più in là, e molto aperti, e altri che invece più cauti… valgono le regole dell’ascolto e del massimo rispetto!

  32. enrico Says:

    (mi rileggo: italiano qui e là stentatissimo! scusate!)

  33. Marco Candida Says:

    Sì, Enrico, ma se tu fai un laboratorio di scrittura o corso che si intitola “Il diario” o “Racconto me stesso” o “Confesso: sono io”, poi è logico che ti trovi a leggere scritti che parlano dell’autore. Se tu intitoli i tuoi corsi “Dire la mia vita in un libro” o “Sputo tutto” poi è logico che qualcuno si presenterà dicendo “La scrittura è terapia” o “Qui siamo in terapia”. Scusate un istante. Il grande Stephen King ogni volta che viene intervistato (ci sono le interviste su Youtube) dice: “Sapete, è buffo, la gente paga due trecento dollari uno psicoterapeuta per raccontargli desideri, paure… Io invece faccio la stessa identica cosa nei miei libri e vengo pagato!”. Giulio scherza, è tra il serio e il faceto (difficile coigliere veramente in errore Giulio), ma le sue parole sono state prese seriamente, e allora io mi sento di dirgli che la letteratura è più forte della psicanalisi, è più foirte del suo stesso giudizio ed è anche più forte del giudizio di un gruppo di pinformati addetti ai lavori. E’ più forte di milioni di persone. In fondo un libro che vende un milione di copie non vende sei miliardi e novecento novantone milioni e novecento novantanove mila e novecento novanta nove nove nove nove nove copie. Si può dire che sia stato ben ben ignorato quello che poi chiameremo best seller! Figurarsi chi vende pochissimo… ed eppure è molto più forte di tutti quanti. Sembra una favola straordinaria, ma basta controllare, ed è la verità. Alle volte basta una riga contro cinquecento pagine e quella riga è più forte delle cinquecento pagine. Fa cadere le braccia, sembra impossibile, ma è la verità, è così, basta controllare.

  34. mentecreativa84 Says:

    Grazie, ribloggo! Mi piacerebbe facessi una capatina sul mio ogni tanto. Ciao!

  35. enrico Says:

    scusa Marco, “la letteratura è più forte della psicanalisi”… ma che cos’è? Un incontro di boxe? Lo istruisci tu, mica altri…

  36. giordano boscolo Says:

    che cosa vuol dire “c.d.”?

  37. enrico Says:

    cosiddetto o così detto

  38. Marco Candida Says:

    No, Enrico, vedi che non capisci? Non lo istruisco io. Lo istruisce la letteratura. La letteratura è più forte. Più forte di tutto. Non bisogna avere paura.

  39. giuliomozzi Says:

    Marco se l’incoraggiare fosse una pacca sulla spalla e via, potrei convenire. Ma siccome incoraggiare una persona significa – per me – prendere degli impegni nei confronti di quella persona; e siccome per motivi puramente fisici io (come chiunque) sono in grado di prendere e reggere un certo numero di impegni e non di più; allora devo fare delle scelte, e le faccio sulla base di un giudizio (scommessa) di valore proiettato anche sul futuro.

    Ricordandomi sempre (ma è ovvio: serve dirlo?) che posso sbagliarmi.

    Peraltro ho il sospetto che frasi del tipo: “La letteratura è più forte. Più forte di tutto. Non bisogna avere paura” siano assai povere di significato.

  40. giordano boscolo Says:

    n.l.s. – non lo sapevo

  41. Marco Candida Says:

    E dire invece che quella frase povera di significato io l’ho scritta soprattutto per te, perché ho pensato, leggendo il decalogo, che ne avessi bisogno. Sono un po’ sul melodrammatico, forse, ma oggi va così. Sì, la frase che ho scritta è una frase falsa. Ma non è forse il mestiere dello scrittore scrivere una bugia che contenga una verità? Penso possa valere anche per piccole frasi come “la letteratura è più forte di tutto” e “non bisogna avere paura”.

  42. giuliomozzi Says:

    Marco, scrivi:

    Ma non è forse il mestiere dello scrittore scrivere una bugia che contenga una verità?

    No, credo di no.

    Sospetto che il “mestiere dello scrittore”, come dici tu, ovvero “ciò che gli è più proprio”, come direi io, consista nel dire quel che si dice con la massima precisione possibile: sia che si racconti qualcosa di “vero” (nel senso più banale della parola), sia che si descriva un’immaginazione. Intendendo per “precisione” quei modi di dire (ce ne sono molti e diversi) che fanno apparire nella mente di chi legge qualcosa di molto preciso.

  43. Marco Candida Says:

    Giulio, mi vengono in mente Pascoli e Leopardi. Pascoli si era accorto che attraverso la precisione lessicale poteva ottenere lo stesso effetto del “vago e indefinito” leopardiano. Capisco cosa intendi, e sono assolutamente d’accordo: a volte per dire una cosa precisa devo mettere fuori fuoco l’immagine che voglio raccontare. Però per fare questo forse sarai d’accordo con me che mi è necessaria consapevolezza di quel che sto facendo e degli scopi che voglio raggiungere e conoscenza di colui al quale mi sto rivolgendo. Per creare un effetto devo sapere che compiendo un certo movimento genererò nell’altro quell’effetto. Quindi, per riprendere quel che dicevo sopra, è l’opera che guida il suo lettore, e non è il lettore a giudicare o a guidare l’opera. L’opera è fatta apposta per essere esplorata e giudicata, ma è nel lasciarsi giudicare ed esplorare che l’opera ti giudica e aiuta ad esplorare te stesso. E’ come se un’opera dicesse: “Dammi un voto” e il voto che le dai è il voto che stai dando a te stesso. Temo persino che questo sia vero sempre, per qualsiasi opera, di qualsiasi autore.

  44. giuliomozzi Says:

    Ovvero, se do il voto zero a un’opera orrenda, do zero a me stesso?

  45. Elena Says:

    Sono un po’ senza parole per lo scambio tra Giulio e Marco, che ho trovato drammaticamente bello, come potrebbe essere un’opera di finzione e forse, chissà in quale misura, lo è pure.Sarò matta, ma mi ha fatto venire in mente i Sei personaggi…

    Per me insegnare è una pratica modesta, si passano tecniche, piccoli saperi che per qualcuno concorrono alla costruzione (rivelazione) di un talento. Alla fine si valuta l’efficacia dell’apprendimento e dell’insegnamento. Non il talento. A volte bisogna proprio resistere a questa tentazione di valutare il talento, ma a scuola (dove lavoro, senza l’onere selettivo di un consulente editoriale, di un editor) non è quello che si verifica, né si potrebbe, se non in misura infinitesimale.
    Piccolo esempio: i fanciulli di IV ginnasio non sanno scrivere.
    Non parlo solo della forma, mi riferisco alla grafia. Le loro dita abituate a schiacciare tasti, non sanno più accompagnare la penna. Perciò assegno un compito: quattro righe ogni sera, soggetto libero, nessuna valutazione del contenuto. Io controllerò la frequenza quotidiana di questa pratica e, random, l’ortografia, la sintassi.
    M. è arrivato in Italia a sette anni, la sua prima alfabetizzazione, avvenuta in un alfabeto differente, gli crea ancora qualche problema di disgrafia. Quando apro il suo quaderno, mi accorgo che ha scelto di raccontare una storia, la sua storia: i boschi attorno all’istituto, l’educatrice che distribuisce gallette, il suo risveglio nel cuore della notte, la porta socchiusa, una vecchia accanto al letto del suo migliore amico, la paura. Quattro righe ogni sera. Una storia affascinante in una lingua a tratti imprecisa, con una grafia storta.
    Io conosco il mio limite: gli insegnerò lettere più tonde, qualche snodo sintattico e resterò lì, con quella bella storia sotto gli occhi a fare quel che mi chiede. Starò a guardare mentre ordina i suoi ricordi, senza chiedermi troppo che senso abbia (ché non competenze da terapista) con la commozione di quando ti accorgi che un senso c’è.

    L’aspetto paradossale, almeno per me, è che se anche scolarizzare è il solo metro che ci sia dato per misurare questo mestiere, la motivazione che lo muove non è tanto il passaggio di contenuti e tecniche, ma il privilegio di assistere a quel momento in cui qualcosa sboccia, in modo del tutto personale e imprevisto. Accorgersi che la propria parte in quel piccolo e silenzioso evento è davvero minima: accompagnare il talento senza soffocarlo e far sentire che è importante e bello che qualcosa accada. Pazientando quando serve.

  46. enrico Says:

    Elena! Un intero fiore questo tuo commento, grazie!

  47. sergiogarufi Says:

    candida non finisce mai di stupirmi.

  48. enrico Says:

    Marco, se estrapolo dai tuoi commenti interessanti e densi: quella è più forte di questa (la lett versus la psi), quella (l’opera) dà i voti al lettore… mi chiedo se tutto questo non sia forse il lungo sogno dell’esame e della valutazione (io sogno di continuo di dovermi laureare mentre non sono per nulla pronto, sogni angosciosissimi)… queste metafore sono… esaltanti, da una parte.. ma anche un po’… bambinesche, o appena appena puberali, adolescenti, se posso così esprimermi… hanno una energia fresca, divertente, una loro allure provocatoria. Poi non so bene cosa c’entri tutto questo con la scrittura creativa, o anche autobiografica. Ho fatto un 5 anni di analisi, e un seminario di Giulio su “scrivere la propria vita”. Scrivo (anche) di me, cioè mi capita, la mia forma di meditazione (più che di analisi). Non mi verrebbe di paragonare neanche lontanamente le cose. E tanto meno metterle sul ring e dire la letteratura è più… più… piùùù

  49. Pensieri Oziosi Says:

    Il punto numero 4 (Spacciare per normativo ciò che è descrittivo) è un’afflizione anche in altri campi. La cosa che mi lascia sempre un po’ perplessa è che non solo chi espone fa spesso questa confusione, ma anche chi ascolta.

  50. Marco Candida Says:

    In questi ultimi periodi alcuni lettori hanno usato le mie piccole opere per mettermi nuovamente di fronte a me stesso. La cosa non mi ha lasciato indifferente e sto pensando a qualche riflessione che vorrei ordinare in un pezzo. Questa discussione mi ha aiutato in tal senso.

    Il punto fondamentaler che mi preme sottolineare è che quando apriamo un libro, siamo noi che muoviamo gli occhi e leggiamo. Siamo noi che interpelliamo il libro, non lui noi. Stiamo cercando qualcosa. Noi siamo al suo cospetto e non il contrario. E’ il libro a giudicare il lettore. Ora, si sono inventati parecchi modi per sottrarsi al giudizio (e al grande potere) che un’opera letteraria esercita sui suoi lettori. Uno di questi modi è la lettura “psicanalitica”. La quale dice: “L’autore usa l’opera per parlare di se stesso a se stesso. Io sono salvo, non ce l’ha con me. Io non c’entro”. Questo, però, mi sembra (e di fatto è) un modo assai e assai rudimentale di vedere le cose – e sembra non tenere conto della complessità e della forza che sta in un’opera letteraria. Ed è appunto un volersi sottrarre al confronto coi contenuti dell’opera, contenuti che sono lì per riguardare direttamente il lettore. Non c’è davvero provocazione nel dire che la letteratura è più forte della psicanalisi, la letteratura è più forte del giudizio della cosiddetta critica letteraria (almeno quella che appicica aggettivi – come “esaltante” o “bambinesca” – dalla sua tribunetta), è più forte del giudizio di milioni di addetti ai lavori. Se non si pensa questo come si può scrivere? Negare questo, sarebbe come negare di stare respirando mentre si sta respirando. Si nega a parole, ma è necessariamente così. Chi legge è il paziente – sia egli psichiatra, filosofo o altro. Sbaglierò, mon mi pare possibile che un paziente si possa presentare dal suo psicanalista e nel raccontargli le sue paure, i suoi desideri sia lui a psicanalizzare il suo terapeuta. Leggere è ascoltare, e l’autore è il primo e più grande ascoltatore della sua opera, è ascoltandola con attenzione che è riuscito a scriverla.

  51. Giulio Mozzi Says:

    Marco, scrivi:

    …si sono inventati parecchi modi per sottrarsi al giudizio (e al grande potere) che un’opera letteraria esercita sui suoi lettori. Uno di questi modi è la lettura “psicanalitica”. La quale dice: “L’autore usa l’opera per parlare di se stesso a se stesso. Io sono salvo, non ce l’ha con me. Io non c’entro”.

    Il 31 luglio 2010 alle 16.06 scrivevo in vibrisse (in realtà è una cosa che vado dicendo da vent’anni):

    Credo che la letteratura sia un’attività relazionale. Ossia credo che quando produciamo “qualcosa di scritto”, lo facciamo per entrare in relazione con qualcuno.

    Scrivi anche:

    Non c’è davvero provocazione nel dire che la letteratura è più forte della psicanalisi,

    e a me vien da risponderti che non c’è davvero provocazione nel dire che la gastronomia è più violetta dell’equitazione.

  52. Maria Luisa Mozzi Says:

    Marco, che cosa vuol dire “vince”, “è più forte”?

  53. Marco Candida Says:

    Maria Luisa, forse vuol dire che un testo letterario ha finalità molteplici, mentre di solito un’interpretazione attua una reductio delle finalità dell’opera. “Vincere”, “essere più forte” significa “avere una maggiore complessità”.

    Giulio, non so se l’ultimo paragone del tuo ultimo commento è meramente provocatorio. In ogni caso, no, non c’è provocazione se si pensa che la pastisada de caval è una squisitezza gastronomica veronese che prevede la macellazione dei cavalli. L’interpretazione di un testo letterario di solito prevede lo squartamento del testo e, spessissimo, del suo autore.

  54. vbinaghi Says:

    Poichè il testo (se l’autore riesce davvero a licenziarlo, cosa assai determinante per la raggiunta artisticità dell’opera) ha un’autonomia mondana rispetto alle intenzioni del suo autore, l’interpretazione può benissimo trascurare l’autore e analizzare i dispositivi simbolici che il testo contiene, dimostrandosi “più forte” dell’autore stesso. Gadamer diceva che un’opera artistica è la storia delle sue interpretazioni.

  55. Elena Says:

    Quindi, Marco, non ha mai senso che la critica si occupi dell’autore?

    Concordo la lettura è un incontro rivelatore, o almeno può esserlo. Per me spesso lo è stata. Aggiungo che questa tua insistente definizione del lettore “al cospetto” del libro, interpellato, messo a nudo, giudicato dal libro mi è parsa particolarmente affascinante, seppure fragile come (quasi) tutti gli assunti.

    Ma la scrittura cos’è (che da qui si è partiti, tra serio e faceto)? Il verdetto di un oracolo? Un sorteggio del Libro dei Mutamenti? Parola di Dio? Tutte cose che per qualcuno hanno un potere rivelatorio.
    Insomma se c’è da leggere qualcuno ha scritto, un autore c’è stato. Esiste l’opera per se stessa, senza il suo autore, a prescindere da lui? Ovvio che sì, dato che la pubblicazione l’ha resa pubblica: Eppure mi pare che interrogarsi sull’autore permetta di illuminare un po’ meglio l’intenzione comunicativa, il che è interessante se, come credo e come suggerisce Giulio, la letteratura è relazione.
    Tra l’altro, mentre, con la tua opera, mi dici chi sono, sarà un po’ dura resistere alla tentazione e al piacere di immaginare chi sei, se ci somigliamo e quanto, perché senti il bisogno di illuminare qualcosa di me.
    Oppure: supponiamo che Valter Binaghi sia vissuto nel Settecento, forse sapere qualcosa di lui (gli studi, le letture, le lingue parlate, gli incontri fondamentali, la “vita”…) aiuterebbe a comprendere la sua accezione di Forma, evitando in sua assenza interpretazioni prive di fondamento.
    E conoscere i lutti di Pascoli o le siepi leopardiane non rende meno universali i loro testi, dato che anzi quei lutti e quelle siepi sono nel vissuto di molti e, in potenza, di tutti, ma solo la letteratura e la poesia ne fanno qualcosa di universale.

    Però forse ciò di cui parli è l’invadenza di un giudizio che pretende di appiattire tutto a poche coordinate biografiche o psicologiche, tradendo non solo il dettato dell’opera e la sua autonomia comunicativa, ma anche la verità del suo autore che ha certo diritto, come tutti,di rivendicare il proprio “essere forma” contro la pretesa semplicistica di sentirsi attribuita una forma.
    (giusto per usare un termine che, credo, con l’accezione di Valter non ha nulla a che vedere). E questa rivendicazione, ammesso che io abbia bene inteso, a me è sembrata drammaticamente bella.

  56. Elena Says:

    Mi accorgo che il commento di Valter sulla forma stava da un’altra parte, non so più dove. Ma mi è rimasto in testa.

  57. Marco Candida Says:

    Binaghi, Gadamer diceva che un’opera artistica è la storia delle sue interpretazioni, ma questo assunto potrebbe facilmente essere messo in discussione da un sostenitore dell’antistoricismo!

    Elena, non ci credo che quello che scrivo è fragile se lo trovi affascinante. Devi scegliere. Non puoi dichiarare che non ti batte più il cuore mentre ti sta battendo. Alla domanda che mi poni, e ti ringrazio per l’importanza che mi dai qui, non ha mai senso che la critica si occupi dell’autore, potrei tenere fede alla linea qui adottata e rispondere: “No, mai. La letteratura è più forte di tutto. Non bisogna avere paura”.

    Ovviamente ha senso. Chi ti scrive ha pubblicato un romanzo, il primo, che reca in esergo una citazione di Umberto Galimberti al libro di Karl Jaspers Genio e follia. In quel libro il filosofo trattava alcuni testi poetici come patografie (letteralmente scritture del dolore), ponendosi la domanda: “Quanto di geniale e quanta espressione di patologia reale c’è nelle poesie di Hölderlin o nelle opere teatrali di Strindberg o nella pittura di Van Gogh?”. Per me che scrivo da quando ho dodici anni, questa domanda e quel libro avevano un potenziale romanzesco (verità dentro la bugia, bugia dentro la verità) enorme e ci ho costruito sopra una storia di finzione. Quindi, sì, ha senso farsi delle domande sull’autore a partire dal testo, ma per fare questo è necessaria molta accuratezza. Molta.

    Ad esempio, se scrivo che il protagonista del mio romanzo abita in Via Emilia 102 a Tortona sto fornendo un dato che c’entra con la mia biografia, visto che anch’io abito in Via Emilia 102 a Tortona, ma se scrivo che il mio protagonista è un collezionista di sedie di vimini è da dimostrare che poiché il mio protagonista abita in Via Emilia 102 a Tortona e poiché io abito in Via Emilia 102 a Tortona, allora anch’io colleziono, o ho una passione, per le sedie di vimini. Mi sembra che spesso il lettore salti a questo genere di conclusioni e per questioni di ben più ampia rilevanza.

    Elena, che l’autore di un’opera senta il bisogno di illuminare qualcosa a qualcuno non ha molta importanza. E’ l’opera che illumina o non illumina. Conosciamo autori che hanno lavorato dodici anni (dodici!) per comporre un testo di poche centinaia di pagine. Alessandro Manzoni ha impiegato dal 1821 al 1842 per consegnarci la versione definitiva di romanzo che contiene anche sviste e piccole contraddizioni al suo interno e che è lungo grosso modo seicento pagine. Scrivere non è una conversazione come stiamo facendo tu e io adesso e se anche ci sono state opere scritte in tre giorni o di aspetto leggerissimo sono sintesi miracolosissime operate da menti scassate, che non facevano altro che scrivere e scrivere. Sarei tentato di dire che esistono opere che ci parlano e opere che non lo fanno. E questo è più o meno tutto, e per questa ragione l’autore di un’opera, se crede in ciò che ha scritto, può anche non desistere mai e seguitare a cercarsi qualcuno in grado di comprenderlo.

  58. Giulio Mozzi Says:

    Marco, scrivi:

    …di solito un’interpretazione attua una reductio delle finalità dell’opera,

    e a me – che di critica ne ho letta tanta – pare che questo sia spesso vero nella cosiddetta critica “militante”, ovvero quella fatta giorno per giorno sulle novità che si pubblicano; e sia in genere non vero nella critica non militante, ovvero quella che non è pressata dal voler/dover rendere conto delle novità che si pubblicano.

    Scrivi anche:

    Gadamer diceva che un’opera artistica è la storia delle sue interpretazioni, ma questo assunto potrebbe facilmente essere messo in discussione da un sostenitore dell’antistoricismo,

    ma a me par di ricordare che Gadamer fosse appunto, per dirla come la dici tu, un sostenitore dell’antistoricismo.

    Infine, se

    “Vincere”, “essere più forte” significa “avere una maggiore complessità”,

    perché non usare espressioni del tipo: “La letteratura ha una maggiore complessità della psicoanalisi”?

    D’altra parte, bisognerebbe dimostrare che la maggiore complessità è un bene. Lo è?

    (Postscriptum:

    La pastisada de caval è una squisitezza gastronomica veronese che prevede la macellazione dei cavalli

    Sì, ma non è violetta).

  59. Elena Says:

    (A volte questoi scambi mi sembrano proprio un lusso, perciò grazie Giulio)

    Marco, quando ho detto fragile intendevo dire non definitivo, non assoluto. Il cuore batte anche per faccende che non durano per sempre o che non sono sempre vere. Per esempio ci sono opere letterarie che amo molto e che però non leggerei sotto quella forma. A caso: L’Iliade, La vita nuova, L’Orlando furioso, Il sentiero dei nidi di ragno, …
    Alcune opere letterarie raccontano in modo eccellente il proprio tempo e magari appassionano, divertono, interessano ma non mi mettono all’angolo.Nella lista ho faticato di più a trovare esempi otto-novecenteschi, forse perché è lì che qualcosa cambia nel modo di intendere il lettore. Ma è una cosa che butto lì, ci devo pensare.

    Tornando a quel che scrivi: è difficile trovare un codice comune senza conoscersi, ma mi pare di comprendere molte delle cose che dici, incluso l’ascolto dell’autore alla propria opera che altrimenti non potrebbe scrivere. Questa è davvero una cosa molto agffascinante. La leggo come una tua personale interpretazione della lienea orfica, ispirata del poetare. Si potrebbe dire, senza pretesa d’originalità, che il poeta, quando non gioca, ascolta o disseppellisce una verità che non sa di avere e che forse neppure gli appartiene.
    Probabilmente è molto vero talvolta, ma neppure questo credo possa valere per tutti o ogni volta.

    Ma poi, anche qui, ti avrò compreso bene, Marco? In alcune tue formulazioni c’è, mi pare, un’imprecisione o una polisemia (scegli tu, sceglieremo noi) che le rende insieme vere e false. Perché tu parli di ascoltare l’opera (proprio l’opera, non chessò la propria umanità, che pure sarebbe molto) prima di scriverla o nello scriverla, dunque prima che sia compiuta. Allora l’Opera, nella tua accezione, pare quasi un’entità metafisica. E qui, nonostante la suggestione (il cuore ecc.), non so più seguirti.

  60. Elena Says:

    E poi ancora: certo che l’opera d’arte mi interpella, ma la sua autonomia non riguarda soltanto il suo rapporto con l’autore che la “licenzia”, ma anche con me che leggo, sento, comprendo o credo di comprendere.
    Ho letto giovanissima la Casa dei doganieri:ì, che, nel mio immaginario di allora, era una vecchia casa che aveva ospitato due amanti ora lontani; il tema del ricordo si legava alla fine di un amore, il conto che non torna all’insensatezza di essere stati così vicini, così vicini all’eternità, e infine ridotti a un nulla che non lascia traccia. C’era tutto il mio sentire di allora in quel Montale.
    Poi ho scoperto che il Tu che non ricorda era solo un incontro casuale e fuggevole, una Silvia leopardiana morta giovanissima, la casa un luogo di confine, di soglia, la memoria che c’è o non c’è un tentativo impossibile di fermare il tempo, trattenere qualcosa che è già morto, trascorso prima ancora di nascere. Allora ho sentito, più di prima, il senso di quella urgenza di un “varco”, dei dadi, di chi va e chi resta. E’ stato quando ho incontrato Montale che ho sentito la più vasta complessità di quel testo. E devo l’averlo incontrato incontrato a quel poco di ipertesto sull’autore, sulle circostanze compositive.
    Per dire, giova alla profondità e alla complessità di un testo come Hotel Supramonte, alla forza con cui esso mi parla, sapere che il suo autore vi fu sequestrato? la concretezza di quella fame e di quella sete, che non sono metafora? Per me sì.
    Oppure ancora: il fatto che Seneca non fosse cristiano, nonostante l’equivoco che ne ha fatto a lungo un best seller, per me rende i suoi testi ancora più interessanti.

    Certo, Marco, sapere che tu e il tuo personaggio abitate a Tortona può valere poco o tanto o niente. Un autore non è il suo narratore, né il suo personaggio, ma è dall’immaginario dell’autore che entrambi nascono e, talvolta, saperne di più amplifica o mette più a fuoco alcuni dei significati con cui l’autore ci “illumina”.

  61. gian marco griffi Says:

    Io ci avevo la fidanzata, a Tortona, ma non stava in via emilia 102.

  62. Marco Candida Says:

    Giulio, la critica non è solo quella militante e non militante, è anche l’opinione di un lettore che ti scrive per e-mail. Quanto a Gadamer, sì, era antistoricista e (a parte che ho risposto a Binaghi solo con una ironia) questo aggrava la sua posizione: non si è nemmeno reso conto che usando “storia di” usava per lui un’espressione priva di senso. Quanto alla “maggiore complessità”, sì, posso usare quell’espressione se preferisci. Ma perché costringermi a farlo se voglio usarne un’altra? Quanto al “violetta” avevo letto “violenta”.

    Elena, sì, interessarsi alla vita dell’autore va bene. Dicevo solo che non va bene quando si fanno interpretazioni (di solito sommarie, senza essere esperti) che rimbalzano il contenuto dell’opera al suo autore. Quando non ci si vuole confrontare con l’opera, non si vuole capire che l’opera ci sta parlando, e non è solo un soliloquio fesso del suo autore che scrive di se stesso a se stesso. Tutto qua.

  63. Giulio Mozzi Says:

    Marco, scrivi:

    Quanto al “violetta” avevo letto “violenta”.

    E quando hai letto Gadamer, sei sicuro di aver letto bene?

    😉

  64. Marco Candida Says:

    Questa la dovevi proprio dire, sì?

  65. Giulio Mozzi Says:

    Comunque, Marco. Togliamo di mezzo la parola “critica” – che indica un’attività specifica, anche abbastanza “codificata” dal punto di vista professionale -, se vogliamo parlare di quello che più semplicemente potremmo chiamare “lettura”.
    Ho il sospetto che il tono un po’ da crociata che hai preso qui, e alcune parole ad effetto che hai tentate, non aiutino tanto a capire che cosa vai dicendo.

    Provo.
    Esiste una vanità del lettore, che legge questa o quella opera, e magari senza pensarci troppo la giudica, o la etichetta, o la lega in paragone con altre; oppure che fa le stesse cose pensandoci un sacco, e quindi la giudica, la etichetta, la storicizza ad esempio, avendo in mente una propria idea di letteratura e/o di storia – secondo la propria ideologia, si sarebbe detto una volta.
    Se chiamiamo tutte queste attività qui, e tutte quelle simili, nel loro complesso, “interpretazione”, non abbiamo difficoltà a riconoscere che la quantità di interpretazione che c’è in giro è tantissima (sull’autobus: “L’hai letto l’ultimo di Ammaniti?”, ecc.) e che la più gran parte di essa è semplificatoria, ipersemplificatoria, addirittura futile.
    Anche alcuni “grandi sistemi interpretativi” (parlo della letteratura) stati molto in voga – almeno in ambito accademico e/o di dibattito culturale – nei decenni scorsi, come il marxismo, il “sartrismo” (da Sartre), lo strutturalismo, la psicoanalisi eccetera, oggi appaiono come costruzioni molto più ideologiche che filosofiche o scientifiche (come pretendevano di essere).
    In realtà, la “semplificazione” introdotta da quei grandi sistemi interpretativi diventava brutale nel momento in cui ciascuno di essi si pretendeva esclusivo, assoluto e veritiero.

    Parafrasando la frase attribuita a Gadamer e riportata da Valter Binaghi (frase che, a sua volta, non è altro che una bignamesca semplificazione: teniamone conto) potremmo allora dire: l’opera (d’arte) (letteraria) c’è; le letture che ne vengon fatte, e i discorsi che ci vengon fatti sopra, si depositano o si disperdono nel tempo; e, per così dire, nel tempo si “incorporano” all’opera stessa; che così, quando viene letta per l’ennesima volta e magari a secoli di distanza dalla sua composizione, risulta costituita non solo da sé stessa ma anche – come il sugo di cottura dell’arrosto, mi vien da dire, visto che sono le sei e quaranta di mattina e sto cuocendo l’arrosto – dal corpus delle letture e interpretazioni, che le risultano in qualche modo incorporate.
    Questo avviene non solo quando uno studente diligente legge la Commedia con tutte le note storico-critiche in calce; ma anche quando lo stesso studente legge un romanzo di Ammaniti avuto in prestito dall’amico che gliene ha parlato, che lo ha convinto a leggerlo.

    Per non disperdere l’opera nelle migliaia, nelle continaia di migliaia, a volte addirittura nei milioni di esperienze di lettura isolate – per non ottenere l’effetto di far sparire l’opera, dobbiamo sempre ricordarci che tutto ciò – tutte quelle letture – avvengono perché l’opera ha, come direbbe Marco, una sua “forza”, o, come Marco direbbe solo sotto costrizione, 😉 , una sua “complessità”. Potremmo usare altre parole per dire la stessa cosa: a me, per esempio, verrebbe da usare “mistero”. Prendo la definizione di “mistero” da un qualunque dizionario teologico in rete:

    Non è qualcosa di semplicemente oscuro o inspiegabile (come, per es. un’uccisione « misteriosa »), ma è il piano amoroso di Dio per la salvezza dell’umanità che ora è stato svelato per mezzo di Cristo (Rm 16,25; Ef 1,9; 3,9; Col 1,26‑27; 2,2; 4,3). Mentre è stata rivelata definitivamente in Cristo, la realtà misteriosa di Dio trascende la ragione e la comprensione umana. La mente umana non può afferrare Dio; è la maestà divina che afferra noi.

    L’opera (d’arte) (letteraria) non è oscura o inspiegabile, tutt’altro: è come un baule dal quale, ogni volta che lo apriamo, estraiamo cose vecchie e cose nuove. Si offre alla nostra lettura – alla nostra contemplazione – ed è tutta lì, fisicamente, davanti a noi, e nel momento stesso sfugge alla mia presa:

    Salti saltabecchi friggendo puro-pura
    nel vuoto spinto outrè
    ti fai più in là
    intangibile-tutto sommato-
    tutto sommato
    tutto
    sei più in là
    ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
    ti identifico tra i non sic i sigh
    ti disidentifico
    solo no solo si solo
    piena di punte immite frigida
    ti fai più in là
    e sprofondi e strafai in te sempre più in te
    fotti il campo
    decidi verso
    nel tuo sprofondi
    brilli feroce inconsutile nonnulla
    l’esplodente l’eclatante e non si sente
    nulla non si sente
    no sei saltata più in là
    ricca saltabeccante là

    L’oltraggio

    Questo era Oltranza-oltraggio, di Andrea Zanzotto. Ora: Dante, ultimo canto della Commedia:

    Bernardo m’accennava, e sorridea,
    perch’io guardassi suso; ma io era
    già per me stesso tal qual ei volea:

    ché la mia vista, venendo sincera,
    e più e più intrava per lo raggio
    de l’alta luce che da sé è vera.

    Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
    che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
    e cede la memoria a tanto oltraggio.

    Qual è colüi che sognando vede,
    che dopo ‘l sogno la passione impressa
    rimane, e l’altro a la mente non riede,

    cotal son io, ché quasi tutta cessa
    mia visïone, e ancor mi distilla
    nel core il dolce che nacque da essa.

    Così la neve al sol si disigilla;
    così al vento ne le foglie levi
    si perdea la sentenza di Sibilla.

    La parola che lega i due testi è “oltraggio”: l’andare oltre, ovvero il trascendere (“trascendere” è parola tecnica, e quindi già una semplificazione…).

    Il lettore non può afferrare l’opera; è l’opera che afferra il lettore. I tanti singoli lettori, dispersi sul pianeta e nei secoli, sono tutti insieme perché sono tutti afferrati dalla medesima opera, o perché sono tutti afferrati dalla letteratura, tutti rapiti in contemplazione. La vera “critica” è qualcosa di simile alla “mistica” – sennò, è mera strumentazione.

    Ciò detto: come esistono dèi falsi e bugiardi, esistono opere letterarie che non valgono venti secondi di contemplazione (e in questa frase l’aggettivo “letterarie” è descrittivo). Non sono io che le giudico, potrei dire: sono loro che non mi afferrano (ma sarebbe un modo di cavarmela facile facile).

    Fattostà che anche un il dio della tradizione giudaicocristiana è un dio che chiede di essere scelto. Quando chiama, gli si può rispondere o no. Ma anche per rispondere può essere necessario, diciamo così, un certo addestramento. Come il giovane Samuele:

    Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuele!» e quegli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!» e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quegli rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Allora il Signore disse a Samuele: «Ecco io sto per fare in Israele una cosa tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi. In quel giorno attuerò contro Eli quanto ho pronunziato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. Gli ho annunziato che io avrei fatto vendetta della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha puniti. Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata l’iniquità della casa di Eli né con i sacrifici né con le offerte!». Samuele si coricò fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però non osava manifestare la visione a Eli. Eli chiamò Samuele e gli disse: «Samuele, figlio mio». Rispose: «Eccomi». Proseguì: «Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio agisca con te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto». Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. Eli disse: «Egli è il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene».

    Ecco. Il lavoro dell’insegnante di scrittura, del consulente editoriale, eccetera, arriva fino a un certo punto; dopodiché, all’allievo che ti sveglia con un quesito nel cuor della notte, bisogna dire: “Va’ dalla tua opera, che ti sta chiamando”.

  66. enrico Says:

    gentile Marco, mi scuso innanzitutto per certe mie affermazioni un po’ “giudicanti” e col rischio di diventare offensive (“bambinesco”: non a te, bada bene, ma al tuo ragionare), che ti hanno fatto parlare di “tribunetta”; quelle articolazioni discorsive mi servivano per capire meglio, e per farti esporre e meglio articolare; sarà interessante leggere, attraverso il flusso dei commenti, quanto la tua posizione si sia mossa e precisata, tanto che l’affermazione “la letteratura è più forte della psicoanalisi” (con annessa citazione di King) sia diventata “la letteratura è più forte della lettura psicoanalitica” e, per vasi comunicanti: “la letteratura è più forte della critica letteraria”. Non ripeto qui che queste “categorie competitive” mi paiono fondamentalmente disutili – disutili per comprendere e la letteratura e la critica (per cui tra l’altro trovo calzante la “violetta” di Giulio). Ovvero: la critica letteraria (come l’attività del leggere) vive certo la sua particolare posizione “parassitaria”… perché ci sia un critico letterario (un lettore) ci deve prima essere l’opera letteraria da criticare (da leggere)… e tuttavia questa “posizione post” non necessariamente (come anche ha ben accennato Giulio, nel suo “la critica come mistica”) è una posizione “declassata”, da porre sul gradino minore di una chissà quale scala… (se in effetti chiamiamo la critica una lettura come “corpo a corpo con il testo”, tentativo di comprensione e danza con lo scritto, o anche come semplice “resoconto impegnato” di una lettura, il tutto pare ancora più assurdo: senza scomodare le categorie del “lettore ideale”, se un testo è di un autore, o più autori, come argomenta Elena e non mi dilungo, un testo letterario, un testo tout court, ha sempre un lettore, almeno in potenza, no? Ha senso dire dunque che la letteratura è più forte della… lettura? O è meglio dire che questa impostazione “agonica” non funziona proprio bene? Non porta molto lontano?). L’altro corno. Quello su Opera e Autore. Anche qui è un problema di “coloriture”. L’autore lavora all’opera, e la congeda, la dona. Il suo dono attraversa i secoli, i lettori, le loro case, le biblioteche, l’opera viene portata sui mezzi pubblici, e nei parchi, nelle cantine e nei solai, sulle cime delle montagne, e sulla battige… l’opera muove, si muove… mentre il loro autore può anche essere da tempo terra alla terra, scomparso sotto il sole… l’opera, è stato detto, aggancia… eppure l’Opera non può che portare in giro i segni, i dubbi, le interrogazioni, le immagini, le illuminazioni dei suoi padri e madri… le sue radici… a meno che, con il più virulento strutturalismo, non fossimo pronti per una Opera frutto “macchinico” (o, con coloritura idealistica, frutto dello Spirito, e non di un uomo o di una donna)… (grazie a tutti per la profondità dei contributi!)

  67. Maria Luisa Mozzi Says:

    Giulio. Un’opera letteraria trascende, cioè va al di là e sale verso l’alto. Al di là di cosa? E che cosa c’è in alto?

  68. gian marco griffi Says:

    Oh ma quanto è GRANDE Andrea Zanzotto? Neppure Van Basten mi ha esaltato tanto. Non c’entra niente col vostro discorso, neh? Pardòn.

  69. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: preferisco la parola “oltraggio” e il verbo “inoltrarsi”. Mi pare rendano – meglio del tecnicissimo “trascendere” – l’idea che si tratti di un’esplorazione, di un’avventura e di un rischio.

    Il penultimo capoverso del mio primissimo racconto (“Lettera accompagnatoria” in “Questo è il giardino”):

    Un grande scrittore, in una lettera alla donna che in quel momento amava, scrisse che ogni lettera è “una specie di segnavia verso una creatura umana, lungo una strada per la quale si procede sempre più felici, finché in un momento luminoso ci si accorge che non si avanza affatto, ma si gira soltanto nel proprio labirinto, solo che si è più eccitati, più confusi del solito”. Non faccio questa citazione per uno sfoggio di istruzione, ma perché l’ho trovata adatta. Si potrebbe dire che in certe lettere, ma forse in tutte le lettere, la cosa importante viene detta dopo l’ultima frase, nel silenzio che segue. Io sono molto timido e riservato e anche per questo faccio il mestiere che faccio. Molte volte mi è successo, in conversazioni intense, piene di affetto e di emozioni, con persone alle quali volevo molto bene o desideravo volere molto bene, che le parole via via mi sparissero dalla mente, finché nella mente mi restava una sola piccola frase, o poche piccole frasi, magari incongrue ma piene di un significato enorme, misteriose, impossibili da dire. In quei momenti sembra di sentir scricchiolare tutte le giunture del cervello, come se si cercasse di sollevare un peso superiore alle forze. Dire quelle frasi, trasformare il loro mistero in una semplice sequenza di compressioni e decompressioni dell’aria, sentirle disperdersi esauste e inutili, sa-rebbe stato troppo.

    Lo scrittore citato è Franz Kafka. Il mestiere del personaggio è: borseggiatore.

  70. Maria Luisa Mozzi Says:

    Se sono bulimica nella lettura di opere letterarie, le cerco e le interrogo, le contemplo ma anche me ne nutro; se a volte, quando ho fortuna, ho l’impressione di riuscire a dare senso alla vita attraverso di esse, a intravedere dentro di esse qualcosa di vero ed universale, ecco, allora ho continuamente cercato e a tratti colto l’oltraggio dell’arte. E’ questo?

  71. enrico Says:

    il tuo semplice domandare Maria Luisa mi sembra così fantastico! Come se esso stesso fosse interno al “letterario”, un domandare letterario, di spessore letterario… continua a chiedere, continua continua finché la domanda diventi così esile, sincera, così irrevocabilmente priva di una qualsiasi possibile risposta, da dileguare in un sommesso canto notturno, un sommessissimo canto felice…

  72. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: credo di sì.
    Con la dovuta prudenza attorno a parole come “vero e universale”. E piuttosto che di “impressione” cercherei di usare parole come “intuizione” (cioè: cercherei di usare un vocabolario non psicologico, o che non rischi di essere preso per tale).

  73. Sliver Oacks Says:

    ma così non la si finisce più.
    esempio: anche l’aggettivo “bulimica” utilizzato da Maria Luisa è decisamente fuori contesto – e utilizzato male. se M.L. avesse realmente – ma è chiaro che usa una metafora – un atteggiamento “bulimico” rispetto alla lettura, detesterebbe i libri che legge, sia per quantità (sarebbero volutamente più di quelli che può assorbire) che per qualità (per “vomitare” un libro, come il cibo per chi è affetto da bulimia, non è importante cosa si legge).
    la bulimia – per come è intesa oggi in senso clinico – non ha nulla a che vedere con “riflessioni” e “interrogazioni”, essendo un comportamento compulsivo, tantomeno col “nutrimento” (si mangia e si vomita per deperire). dunque, il termine (o la metafora) è nettamente inadeguato. dunque, ancora, prudenza anche in questo caso.
    (Non me ne voglia Maria Luisa, non è una critica a lei, ma a una spiacevole abitudine lessicale molto diffusa; e poi in fondo qui si parlava anche di “terapia”, per cui…).

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