Smettere di scrivere

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di Giorgio Fontana

[…] Se l’impulso a rompere il silenzio della pagina bianca comincia da un qualche bisogno dell’ego, credo che la scrittura nella sua forma più compiuta sia una sistematica distruzione delle ragioni dell’ego. Non si scrive allo scopo di affermare sé stessi in qualunque modo — per mostrare il proprio libro agli amici, per avere una recensione, per ottenere la patente di “scrittore” — ma allo scopo contrario di uscire da sé stessi. Di staccare un oggetto da sé. […] Perché si smette di scrivere? […] Ecco, a me interessa molto di più uno sconosciuto che, nel silenzio della propria totale oscurità, rinuncia senza clamori e per semplice rispetto — perché a suo giudizio sa di non poter fare abbastanza. Compie un gesto per cui va ringraziato: rinuncia al desiderio malato di dire la propria, rinuncia alla santificazione di ogni opinione, rinuncia all’idea che poter pronunciare una parola significhi doverla pronunciare, e che la libertà coincida con il suo esercizio sempre e comunque. […]

Leggi per intero in Minima et moralia l’articolo di Giorgio Fontana Smettere di scrivere.

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48 Risposte to “Smettere di scrivere”

  1. davide Says:

    mah,punto di vista interessante,ma non mi convince

    “””Compie un gesto per cui va ringraziato: rinuncia al desiderio malato di dire la propria””

    Non credo il desiderio sia malato.

    Chi fa modellini di aerei e carri armati,o navi,o sottomarini,in scala,kit di montaggio in plastica,sogna veramente di diventare pilota da caccia,carrista,ammiraglio o incursore subacqueo?

    no,per quanto almeno chi fa aerei,fossero in scala 72,48,32 o 24,prima o poi,a modello manco finito,lo ha preso in mano e lo ha fatto ronzare per la stanza simulando il rumore delle turbine o delle eliche,con la bocca..infantile come cosa ,ma è divertente….:)

    insomma,la gente fa poche cose con le mani,ormai:ed è per questo che sente di avere poca presa sul mondo

    se fai kit di montaggio,creando mondi di plastica verniciata..o scrivi cmq sulla tastiera inventando mondi di carta,un po di presa la hai-poca,ma ne hai sempre di piu di chi i film e i libri o le foto si limita a guardarli o leggerli

    cmq il ragionamento mi credo sia piu a misura di chi vuol far narrativa-narrativa(che non è detto che non veicoli messaggi,anzi)

    chi punta subito all’ alta letteratura(magari poco”narrativa”),è come se volesse costruire una casa partendo dal tetto,invece che dalle fondamenta 🙂

    ecco,se alcuni di questi con queste velleità smettono di scrivere,beh,poco male 🙂

    “”””Ecco, a me interessa molto di più uno sconosciuto che, nel silenzio della propria totale oscurità, rinuncia senza clamori e per semplice rispetto — perché a suo giudizio sa di non poter fare abbastanza.””””

    a me non interessa,se smette:mi interessa sapere se continuerà a leggere;perchè se continuerà a leggere molto,prima o poi qualche idea magari tornerà fuori,e potrà nella sua cameretta,provare a “rifondare” qualcosa

    (il problema di molti,infatti è che leggono comunque poco,e magari anche poco vario;non ci si stancherà mai di ripeterlo)

  2. massimo cassani Says:

    Mi domando soltanto come si possa ringraziare qualcuno per un “non atto” che, in quanto “non atto” rimane un fatto privato, se non addirittura intimo. Se qualcuno che non ha mai scritto scrivesse da qualche parte: “Ho deciso di non scrivere”, avrebbe, di fatto, scritto, quindi non andrebbe ringraziato. Penso sia più nobile la decisione di chi ha scritto e poi decida di smettere, non per stanchezza, ma per umiltà.

  3. Maria Says:

    E’ proprio quello che succede a me. Smetto. E non ci sto troppo bene 🙂

  4. Carlo Capone Says:

    Scrivere,e scrivere, e scrivere, e scrivere, sempre chiusi lì dentro. Poi è logico che faccia male alla vista.

  5. davide Says:

    gente,se possibile,interventi un pò più strutturati e meno laconici,grazie

  6. Maria Says:

    Davide, cosa dovrei aggiungere al tutto quanto già detto?

  7. davide Says:

    ce n’è da dire,ce n’è ancora

  8. al3sim Says:

    È come quando smetti di fumare e tutte le persone alle quali lo dici si vengono a complimentare con te e ti dicono “che bravo!” senza ricordare che, tempo prima, hai commesso il grosso errore di iniziare.

  9. davide Says:

    personalmente io non ho mai sentito una grossa “dipendenza”

    (ah,mica dico non sia anche così,anzi il paragone che fa al3sim credo lo sottoscriverebbero in molti)

    il mio piacere primario rimane leggere,peraltro molto meno faticoso mentalmente

    Lo scrivere,credo inizi a funzionare,quando arriva qualche (dico:qualche)sbalordimento da altri ,di altri-fosse anche solo cautamente positivo,si intende eh

    non è una gara,certo;ma qualche volta,al bersaglio,al centro delle cose,si deve arrivare.

    se dopo un paio d’anni non ci sono reazioni genuine anche solo tipo “uhm pensavo che..beh insomma..mah..l’hai scritto davvero tu????”-ecco se questo non avviene,almeno ogni tanto,meglio appender la penna al chiodo 🙂

  10. Nadia Bertolani Says:

    Ergo, “Meno siamo meglio stiamo”!

  11. Giulio Mozzi Says:

    Davide, non ho mai visto nessun adulto fabbricare modellini in scala di romanzi.

  12. cartaresistente Says:

    Mi ha ricordato le parole di Ermanno Cavazzoni al recente Festivaletteratura. Sulla grazia di ricevere in dono le parole per riempire la pagina bianca.

  13. vbinaghi Says:

    Quel che scrive Fontana rispecchia in modo piuttosto sciagurato il regresso psicologico dell’intellettuale post-moderno, che vive la propria vocazione all’espressione in termini esclusivamente di performance. Se scrivere è essenzialmente una testimonianza esistenziale che rischia di risucchiare interamente la moralità di una vita, certamente smettere è più virtuoso che continuare. Se l’intellettuale fosse invece impegnato a comunicare una verità simbolicamente percepibile, sarebbe nello stesso tempo redento dal proprio narcisismo e spinto a continuare, accettando come unico motivo di rinuncia la scarsa percepibilità dei suoi scritti (se ciò che scrivo non dice niente a nessuno meglio fare altro per servire quella verità che più di ogni altra cosa mi preme).
    Le parole non sono spontanee come il sudore nè ricevute in dono come una grazia: sono cercate con ostinazione e scelte con un criterio che va oltre la logica, e che gli antichi chiamavano ispirazione, cioè la prossimità del poeta al Nume che intende celebrare. Tutto il resto sono lagne, circnlocuzioni di una soggettività incompiuta che ha perso l’unica ragione vera per orientarsi al sociale, e si ritrova con una retorica raffinata a disposizione ma sè stessa come unico oggetto e in fondo unico destinatario del discorso. Di questa scrittura, che certo somiglia più alla bava di una lumaca o al massimo a uno stronzo (anche quello è un’oggetto che si “stacca da sè”, come dice Fontana, ma certo non un meraviglioso esempio di trascendenza dell’opera), di questa scrittura che serve solo a rendere pubblico ciò che dovrebbe restare privato per una disperata ostentazione d’esistenza, non solo si può ma anche si deve fare a meno.
    Ma anche di molta filosofia presunta che serve volta a volta a giustificarla o a constatarne il fallimento, alzando il livello del vittimismo: senza una conversione morale, la scoperta del Logos resta il “vorrei ma non posso” di un adolescente a vita.

  14. cartaresistente Says:

    Cavazzoni lo diceva con il suo stile sarcastico, non credo certo “religioso”. Ironizzava con alcuni “colleghi” che, beatificati dalle scuole di scrittura, scrivono, scrivono, scrivono…

  15. davide Says:

    se ci sono libri che trovo insopportabili sono proprio gli ultimi di cavazzoni

  16. lupus.sine.fabula Says:

    Rinunciare può non essere buona cosa se consapevolmente si scriveva per esternare sé stessi; chiudere una valvola di sfogo è sempre tornare in dietro, fare un passo verso il buio in un corridoio tetro con una sola finestra.
    Rinunciare a scrivere per decantare sé stessi, quella può essere una buona mossa e sgrava il mondo da un peso immane e inutile.

  17. enrico Says:

    e se scrivere non fosse che uno dei modi possibili del cercare la propria consapevolezza, i colori del proprio sé cangiante e “antico”? Che cioè fosse una pratica, una delle pratiche possibili, del “conosci te stesso” (gnothi seautòn)? e se al fondo, sé e mondo non fossero poi così distinti? Nessun dramma a smettere. Ma dove e come si cercherà se stessi? questa la domanda. Se la scrittura “manca”, perché la si è dismessa? Oppure, per cercare se stessi, si aprirà un ristorante, disegnare, coltivare un orto? Perché no?

  18. vbinaghi Says:

    E se la cosa più importante della scrittura fosse non l’autore ma ciò di cui si parla? E se cercare sè stessi in pubblico, sperimentando alla cieca tra i possibili ma con questo muovendo gli affetti altrui, non fosse affatto una buona idea? Non è giusto che uno si ponga questa domanda e scopra che magari si fa meno danno a collezionare francobolli?

  19. gian marco griffi Says:

    Ma perché a uno che vuole scrivere gli volete far coltivare le patate o collezionare francobolli?
    Col cazzo che smetto di scrivere per mettermi a catalogare il gronchi rosa o a seminare cuori di bue.
    L’autore dello scarso articolo trito e ritrito di minima e moralia ringrazi pure qualche altro sconosciuto, questo sconosciuto qui continua a scrivere, magari facendo del danno a se stesso (ma non certamente al prossimo), e lo fa per nessuna delle ragioni menzionate nell’articolo.
    Ps per Davide: se uno mi dice “ma questo lo hai scritto davvero tu????” scusami ma mi viene da mandarlo a cagare.

  20. manu Says:

    “E se la cosa più importante della scrittura fosse non l’autore ma ciò di cui si parla?”

    oooooh là, parole sante

  21. davide Says:

    “””Le parole non sono spontanee come il sudore nè ricevute in dono come una grazia: sono cercate con ostinazione e scelte con un criterio che va oltre la logica, “”

    vabbè ,ragionamento anche condivisibile se non fosse che c’è la solita fissa del linguaggio

    per carità,problema grosso,con cui prima o poi tutti facciano,ma c’è altro,molto altro,prima di arrivare a ragionamenti piu aulici

    perchè si irride a volte,ai tanti “scriventi”inediti,che qua e la nelle loro camerette,scrivono?

    perchè il piu delle volte QUELLO DI CUI PARLANO(diverso dal”come lo dicono”)cioè,proprio gli argomenti,i contenuti,interessano solo a loro

    e quindi:ex marescialli lucani che scrivono gialli dove il colpevole si intuisce dopo 3 pagine,ex insegnante in pensione che fan saghe familiari che ricordano piu un diario o della memorialistica che non un romanzo,(non perchè siano scritti male,ma proprio perchè non si capisce dove sarebbe il momento topico),giovani 20 enni che scrivono romanzi giovanilisti ambientati al liceo dove il massimo della trama è un giro al cinema o ….a rimini,etc etc(figata eh!sdonk)

    alla gente ,mediamente-manca (anche) FANTASIA o al limite(termine fighetto,ma si può usar,a volte)CREATIVITA’

    e qui il linguaggio,il saper mette le parole al posto giusto ,centra poco

    infatti la narrativa italiana edita,anche con pretesa d’autore,ha 5-6 “giocolieri”,qua e la ,bravi a giocar con le parole,ma i cui libri davvero non si capisce di che parlino ,o parlan di cose minime che ricordano qualche divertessement d’autore piu che un romanzo

    (to be continued)

    x gian marco: “ma l’hai scritto tu????” non lo vedo così offensivo,anzi,dal LORO punto di vista voleva dire “non sembra una cosa così amatoriale,se avesse una copertina in brossura poteva stare anche in un libro edito”opinione loro,eh,posson pure sbagliarsi eh :))dal punto di vista mio insomma non era mica così male,tra i comuni mortali 🙂

    piccolo consiglio ai tanti che scrivono: se fate legger le vostre cose a vostri conoscenti o amici,,andate oltre la banale dicotomia di aspettarsi che dicano”bello/o/brutto”

    chiedergli invece se sembra una cosa “edita”:se avete conoscenti o amici in gamba,anche loro capiranno il perchè:un libro un passo,un racconto,inediti dico,può /possono anche non piacere ,ma se ne può capire se abbia/no un apparenza dilettantesca o se hanno un suo pubblico e una loro dignità ;e anche gli altri,a volte,lo capiscono

    aspettarsi che chiunque gioisca per quel che scrivete è mera utopia:è gia un mezzo successo se uno dice “guarda ,non è il mio tipo d letteratura,ma la mano si intravede”(a quel punto,magari sincerarsi se la persona,l’amico,o il conoscente,son li a blandire,o meno..ma di quello ce ne si può accorgere in molti modi)

    tempo fa un altro che scrive qui mi ha mandato un suo racconto:io ho detto chiaramente che è una tipologia di racconto/letteratura che non è nel mio empireo ,ma che la mano autoriale si intravvede,non è certo uno dei centomila racconti asfittici che l’italianità mette su nei propri blog personali

    son esempi minimi,questi sopra,ma ogni tanto vanno di nuovo rimarcati perchè in tanti,in troppi,si lanciano in ragionamenti ultra aulici o all opposto son fermi alla dicotomia “mi piace/non mi piace” ,che davvero in letteratura serve poco-

  22. Maria Says:

    Del perché e del per come, in fondo non mi importa un niente. Farsi tante domande, o parlarne tanto, forse estingue, più di tutto, il pensiero che porta al raccoglimento. Che sia di preghiera o di bestemmia.

  23. davide Says:

    cit giulio:

    “”Davide, non ho mai visto nessun adulto fabbricare modellini in scala di romanzi.””

    premessa :anni fa mi cooptarono come giurato in una mostra di modellismo statico(modelli”senior” gamma alta eh,mica modellisti della domenica,molti con velleità da artisti iperrealisti)

    a un certo punto uno ragazzo che aveva appena 19-20 anni,uno dei pochi giovanissimi (dico:uno dei pochi)viene a portare nella sede della mostra un discreto modello di f-16,aereo notissimo ,sui cui non ci son misteri:insomma si sa come deve essere un f-16 in sala 48…mica è un biplano Bleriot della 1a gm d cui le testimonianze iconografiche sono davvero poche eh insomma ,mancando foto a colori,qualche licenza è permessa

    il modello era ben fatto,tranne per un particolare curioso :il radome,”la punta”,la parte davanti che copre il radar,era colorata di viola…di viola,dico…

    io e un altro,tal fabio,esperto modellista,lo prendiam da parte ,e gli diciamo”finiture ok,verniciatura ok,assetti ok..ma il radome viola no,gli f-16 lo han grigio chiaro a parte alcuni prototipi che lo avevano nero…per favore,va a casa,rivernicialo..e se ti va,torna qui”

    il ragazzo inizia a storcere il naso,poi fa”..ma a me piace più così”

    noi:”esistono regole,e van seguite..ora scegli…se vuoi vederlo in bacheca,qui ,o meno..perchè così come è ora,non ci va..”

    il ragazzo non riportò nulla ma una volta alla settimana,finita la mostra,torno al club modellistico :anche se un pò recalcitrante,prese qualche consiglio da parte degli altri eh insomma,di licenze artistiche se ne prese un bel po meno,arrivando a far modelli decenti

    ecco,in letteratura è (un pò)così:di regole ce ne sono;d’accordo che è il regno della “fantasia”,diciamo,ma di regole ce ne sono comunque

    ma molti scriventi nelle loro camerette,decisamente,ignorano la cosa

  24. al3sim Says:

    @ Davide: un uso corretto da parte tua di segni di interpunzione, accenti e maiuscole renderebbe più agevole la lettura dei tuoi interventi, oltre che dare maggior credibilità alle tue argomentazioni.

    Dall’altra parte -volevo aggiungere alla discussione-, credo ci sia sempre meno senso critico e scarsa educazione alla lettura da parte del lettore: basta dare uno sguardo alle classifiche per rendersene conto. Molti testi non verrebbero pubblicati se ci fossero lettori più consapevoli.

  25. davide Says:

    @ al3sim : vedrò il da farsi 🙂

    sul resto del tuo intervento non concordo:

    la geremiade

    “””credo ci sia sempre meno senso critico e scarsa educazione alla lettura da parte del lettore: basta dare uno sguardo alle classifiche per rendersene conto.”””

    va avanti almeno da 30 anni,forse anche da prima

    insomma è davvero troppo inflazionata come lamentela,si può applicare a questo campo….come a troppi altri

    vorrei ricordare che negli anni 70 andavano in classifica certi libri di dacia maraini e di alberto moravia che oggi ci si chiede davvero come fosse possibile fossero ritenuti di un qualche interesse…

    per non dire dei libri di richard bach o nantas salvalaggio…..

  26. al3sim Says:

    Quindi, se non concordi con l’affermazione “credo ci sia sempre meno senso critico e scarsa educazione alla lettura da parte del lettore” vuol dire che sostieni il suo opposto “credo ci sia sempre più senso critico e una maggiore educazione alla lettura da parte del lettore” o un’alternativa neutra come “credo ci sia sempre lo stesso senso critico e la stessa educazione alla lettura da parte del lettore”.
    Nel primo caso si spiegherebbero ancor meno i successi di molti titoli arrivati in vetta alle classifiche. Nella seconda ipotesi, indipendentemente dal testo pubblicato, il pubblico reagirebbe con li medesimo interesse.
    Che poi sia un ragionamento applicabile a qualsiasi altro campo non è certo un motivo invalidante.

  27. enrico Says:

    “E se la cosa più importante della scrittura fosse non l’autore ma ciò di cui si parla?” ti chiedi Valter. Oh sì, sì. Ma qui il problema (scrivere/non scrivere) è o no dell’autore, dello – se vuoi – scrivente? Quindi non, precisamente, del mondo o della cosa (il mondo del referente, il mondo delle storie, il mondo – editoriale, o dei lettori – che applaude o che rifiuta). Certo, capisco. Se il mondo rifiuta, o si entra nel tunnel della depressione, della sofferenza psichica, o il mondo scolorisce nel non senso, non ho dubbi che possa essere arduo e persino impossibile continuare a scrivere (narrativa, ma anche poesia. Fontana – si rilegga solo la sua chiusa – pensa alla narrativa non ad altre forme del letterario!). Il nostro mondo, quello dell’occidente, è ossessionato dalla dimensione del “pubblico”, dalla “gloria” o dal “riconoscimento”. Anche Gesù lo sapeva, quando diceva “la mano destra non sappia…” Lasciando la scrittura “dei libri” al suo destino (ai suoi valori e ai suoi disvalori, alle sue ricchezze e alle sue povertà), possiamo intravedere la possibilità dell’uso della scrittura come “meditazione” e “autoascolto”, (ri)conoscimento di sé, rivelamento di sé a sé? Io penso di sì. E anzi penso che questo sia una dimensione sottesa anche alla scrittura per gli altri (per il mondo)… Penso che ci sia questo “luogo” della scrittura, e che questo luogo vada difeso e sostenuto, e in questo senso l’idealizzazione del “no”, non la capisco a fondo, se non come l’espressione di un desiderio capovolto…

  28. davide Says:

    salve al3sim,e buon anno

    Non credo che non concordare con un ragionamento sia così spesso avvallarne il contrario,e forse neanche propendere per l’ipotesi neutra-la “verità”,si sa,è piu spesso spostata in qui e in la,rispetto alla mezzeria,o rispetto ai due antipodi ..-insomma,poco è simmetricoo

    sono in possesso di un noto settimanale,non so se”culturale” ,ma di certo non tipo”Gente”o”Oggi”,del 1981 (!!!)dove alla rubrica “lettere al direttore” c’è il solito che dice “…eh,ma come si fa!cosa legge la gente oggi!guardate ai libri più veduti!!!terribili!”

    insomma se in ogni decennio c’è sta geremiade,vuol dire molti si lamentano,così,di default,tanto varrebbe prendersela col tempo atmosferico..(spero la cosa non suoni insolente)

    lei non mi fa esempi concreti,io glie li faccio:a fine anni 70 in classifica andavano nants salvalaggio e richard bach,le paiono grandi esempi di alta etteratura?credo di no

    di libri invalidi in giro ce ne sono,solo che qua sopra,a dire quali libri italiani ,ad esempio,ci siano piaciuti,saremmo stai,nel tempo,in 2-3 :

    io, sicuramente gian marco griffi,la Salabelle,,e davvero pochi altri:considerando che ci scriviamo,qui in qualche decina,possibile gli altri non sappiano fare nomi di autori di cui han trovato almeno un libro interessante?

    suvvia non si può continuare così,a lamentarsi,senza far mai esempi pratici,di libri validi,-o meno-che ci sono,eccome se ci sono

    e mi creda,non sono un”buonista”,di libri che non mi sono piaciuti ne ho”nominati”,eccome

  29. vbinaghi Says:

    Oggettivazione e pubblicazione sono due cose distinte.
    Si potrebbe dire che l’espressione linguistica è già oggettivazione (del pensiero) mentre la narrazione biografica presume una riflessione ulteriore, l’identificazione di un ricordo come icona di qualcosa di più profondo e complesso, quindi un processo di auto-appropriazione, di consapevolezza all’interno del quale può eventualmente posizionarsi un “insight” auto-terapeutico.
    La pulsione a rendere pubblico il proprio dire, invece, secondo me nasce da un’urgenza diversa, qualche volta addirittura alternativa. Non lo si fa per comprendersi e crescere, ma per essere compresi e apprezzati per quel che si è detto o scritto. Nel caso migliore, questo si appoggia sulla consapevolezza di aver raggiunto un risultato artistico, cioè di aver prodotto qualcosa come un’opera, un ente degno di “stare al mondo” o addirittura di rinnovare l’altrui percezione del mondo. Nel caso peggiore, è la ricerca di un’assoluzione, di un’approvazione, si potrebbe dire di una redenzione senza conversione. E’, letteralmente, la malattia (di un soggetto irrisolto) che si presenta come la cura. Il fatto che la TV prima e il web poi abbiano reso la pubblicazione di sè molto più facile, a prescindere dal vaglio di un editore (che dovrebbe garantire il lettore oltre che il proprio profitto) ha innescato una corsa all’esibizione che in qualche caso sembra l’unica forma di esistenza possibile. E invece bisogna ribadire con forza che la scrittura può essere la pubblica testimonianza di un insight, di un processo di guarigione e persino di una conversione, ma la testimonianza espressiva consegue dall’esperienza, non la sostituisce. Il sintomo è certamente in relazione alla malattia, ma ne attesta la presenza, non la risoluzione. Bene, definirei molte scritture che ho visto su web e su carta (e non solo di dilettanti), come scritture sintomali. Da questo punto di vista, trovo insulso l’invito che si fa da più parti a leggere libri purchè siano, come se l’essere pubblicamente accessibile oggi rappresentasse un valore in quanto tale. Ci sono libri che non valgono più di una sequenza di un reality show, o di una clip amatoriale su Youtube.

  30. PrinceValiant04 Says:

    Binaghi sempre più in basso

    L’invidia rancorosa (quella si sbavante) di uno scrittore cinquantenne semifallito per il giovane collega di successo…..che si ammanta di ragioni morali.

    Come li aveva capiti il buon vecchio Federico N.

  31. giuliomozzi Says:

    Prince, le argomentazioni di Binaghi possono essere discusse. Discùtile; mostra dove e come Binaghi ha torto. Lo fanno gli altri, perché non lo fai tu?

    Il tuo unico argomento, peraltro pessimo perché ad hominem, è pessimissimo perché dà per scontato che il “giovane collega” sia “di successo”: cosa che non è vera.

    (Uso come parametro minimo del “successo” la sicurezza di riuscire mettere insieme il pranzo con la cena grazie alla propria attività artistica).

  32. vbinaghi Says:

    PrinceValiant04. Ti perdono solo se sei la zia o almeno un cugino di Fontana. Scrittore che peraltro io stimo, avendo letto il suo libro sul berlusconismo, e infatti non ce l’ho con lui, come si può agevolmente leggere nei miei interventi, ma con una tipologia di scriventi che lui dà per acquisita ma a cui secondo me lui non appartiene. Ma bisogna saper leggere per leggere. E i fans non sanno leggere: sono solo in cerca di modelli da idolatrare, consegnandogli la propria pochezza psicologica ed eventualmente generazionale perchè la elevino a dignità di cultura.
    Dopo di che, siccome io sono uno che mette la faccia su quello che scrive (sapendo ogni tanto di far male), a quelli che tirano sassate nascosti dietro il nickname di un fumetto vintage chiederei di firmarsi, così magari ci si trova in giro e ci si offre da bere, o ci si prende a pugni, come nel buon vecchio west.
    Quanto all’essere falliti o meno, ho pubblicato dieci libri in dodici anni e certo con anticipi e diritti d’autore su quel che scrivo ci pago giusto le tasse universitarie dei figli, ma è anche vero che non ho mai puntato a mantenermi con la scrittura (in Italia possono dire di farlo non più di una cinquantina di persone, credo). Ho iniziato a scrivere a 40 anni perchè c’erano prima cose più importanti da fare, e soprattutto da capire, prima di “esprimersi”. Il che è non solo in linea con le mie tesi, ma ne costituisce la sostanza.

  33. davide Says:

    vedo che al solito in italia ,in generale,si va sul sociologismo strisciante,sulla “retta via”,e su qualche moralismo: uff che noia, meno male che ho fatto un buon capodanno!

    esempi pratici,più nel vivo,delle cose,mai nessuno eh!

    da sopra:

    “E i fans non sanno leggere: sono solo in cerca di modelli da idolatrare, consegnandogli la propria pochezza psicologica ed eventualmente generazionale perchè la elevino a dignità di cultura.””

    ma proprio no,un conto sono il gf e i programmi tv pomeridiani,un conto la letteratura anche solo di intrattenimento,che è davvero comunque meglio!le meningi va messe in moto un bel pò di più,pure se si leggesse il semplice wilbur smith(che non si capisce chi lo idolatri..)

    per non dire di più sopra:

    ” Ci sono libri che non valgono più di una sequenza di un reality show, o di una clip amatoriale su Youtube.”

    ma proprio no,direi che anche il piu semplice blockbuster da edicola
    valgano di più di un reality(sicuro) e di una clip amatoriale su you tube

    (equiparare un medio”giallo” da librearia, che di 4-5 ore di lettura abbisogna ,e qua e la può aver qualche guizzo narrativo-come peraltro ha già ammesso più volte da vari studiosi-,con una clip di 10 minuti su you tube ,dove che so, c’è solo uno a Ibiza che parla allegramente sul bagnasciuga-per far un esempio fra tanti -è davvero fuori contesto)

    approcciare la materia con meno moralismi credo sarebbe d’uopo

    nb:e dire che non sono un fan dei gialli,di solito

  34. vbinaghi Says:

    L’Italia è piena di gente che non sa distinguere tra “moralismo” e “moralità”, probabilmente perchè rifiuta di ammettere la seconda come fondamento di un’autodisciplina. Se non c’è una moralità nella scrittura allora tutto è ugualmente e grandemente poetico, e basta zampettare su una tastiera per sentirsi migliori di un frequentatore di talk-show televisivi. Contenti voi.

  35. PrinceValiant04 Says:

    Per Mozzi

    La critica di Binaghi a Fontana era sostanzialmente ad h.anche se “ripulita” con un linguaggio pedagogico-morale.Solo un lettore soggettivamente prevenuto può scambiare una critica compiuta dall’interno (e quindi tanto più interessante) al narcisismo dello scrittore per una sua esaltazione.Di fronte ad una “impura mescolanza” di argomentazioni(pseudo)oggettive e di risentimento soggettivo uno spuderato a ad h assume funzione dialetticamente”terapeutica”

    Per Binaghi

    Quindi ,quando tu hai scritto”Quel che scrive Fontana rispecchia in modo piuttosto sciagurato il regresso psicologico dell’intellettuale post-moderno” o,ancora,” Di questa scrittura, che certo somiglia più alla bava di una lumaca o al massimo a uno stronzo (anche quello è un’oggetto che si “stacca da sè”, come dice Fontana, ma certo non un meraviglioso esempio di trascendenza dell’opera), di questa scrittura che serve solo a rendere pubblico ciò che dovrebbe restare privato per una disperata ostentazione d’esistenza, non solo si può ma anche si deve fare a meno.”il tuo bersaglio non è Fontana?

  36. giuliomozzi Says:

    Ah, Prince, ho capito. Non hai capito. Tutto qui.

  37. vbinaghi Says:

    @Prince
    No, affatto. Quando uno teorizza su qualcosa, la prima idea che mi viene in mente (a differenza di te) non è che abbia qualche motivo di interesse personale o di bandiera o di congrega per farlo, ma che ritenga di poter affermare un certo stato di realtà. Quel che Fontana espone è una filosofia della scrittura a cui ne contrappongo un’altra.
    Non mi piace affatto il modo in cui Fontana intende la scrittura (una “condizione”), perchè la identifica con l’autorialità piuttosto che con il suo oggetto (quel che io chiamo “una verità simbolicamente percepibile”), e per questo uso l’espressione “sciagurato”. Ma capisco bene che in questo Fontana è in numerosissima compagnia, perchè da un certo momento in poi questa è la concezione della scrittura e dell’arte in genere che si è imposta in Italia (i motivi sono diversi, dalla facilità di auto-pubblicazione indotta dai nuovi media alle pessime filosofie del desiderio senza oggetto – Deleuze, Foucault, Lacan ecc. – alla deriva narcisistica dell’io-minimo nella società dei consumi).
    Capisco anche che le mie osservazioni possano sembrare “retro” a chi è nato in questo milieu culturale e non si è mai veramente confrontato con un’estetica che non sia quella del post-moderno. Ma io ho questo vantaggio: sono nato prima di Jack Frusciante e Woobinda, eppure ne ho già visto passare i cadaveri. I miei punti di riferimento sono storici ma soprattutto meta-artistici, sarà per questo che non dico Brizzi o Nove ma neanche Salinger (che Fontana giudica un grande) mi è mai sembrato degno di tutta questa ammirazione. Scritture mimetiche, che performano un io lacerato o una coscienza ridotta ai prodotti di massa che ha consumato, mi sembrano convulsioni psicologicamente compatibili ma da non esibire in pubblico, perchè le responsabilità morali e pedagogiche dell’arte nella formazione del gusto e della sensibilità corrente sono altissime, e andrebbero usate di conseguenza.
    Non pretendo affatto che tu sia daccordo con me, ma solo che mi riconosca la stessa dignità intellettuale dell’autore dell’articolo in questione al quale peraltro posso invidiare giovinezza e salute ma in termini di consapevolezza filosofica, se permetti, mi tengo la mia.

  38. davide Says:

    cit. da sopra

    “”L’Italia è piena di gente che non sa distinguere tra “moralismo” e “moralità”, probabilmente perchè rifiuta di ammettere la seconda come fondamento di un’autodisciplina.””

    non credo,perchè dietro il far spesso la morale,c’è spesso il moralismo

    cioè quella particolare forma di attivismo diciamo,para-simil-religioso-culturale che cerca sempre di dirimere tutto,indicar rette vie etc etc ,cosa va bene e cosa no,etc etc-

    ah beh un pò ne serve,ma in italia con la scuola sinistrese e quella cattolica ,si è esagerato ,il sonno viene ,di moralismi ne abbiam avuti abbastanza,manco così efficaci,peraltro
    (infatti si vede a cosa han preparato il terreno,indirettamente)

    non è che le cose servano ,o incidano,così,per accumulo,eh…

    nb: l’autodisciplina la lascerei alle maestranze della Toyota,o della Mitsubishi,quelli si che se ne intendono

  39. davide Says:

    “”””Capisco anche che le mie osservazioni possano sembrare “retro” a chi è nato in questo milieu culturale e non si è mai veramente confrontato con un’estetica che non sia quella del post-moderno.””””

    eh,un po retrò si,ma il TONO,più che le argomentazioni!

    e cmq,se nanni moretti diceva “tutto..ma il dibattito noo!” ,io dico “tutto..ma il postmoderno no,vi pregooo” 🙂

    erg,ogni tanto si potrebbe andar un pò oltre ad argomenti già dibattuti 56000 volte,così,con un minimo di originalità..

    e ancora:

    “””Ma io ho questo vantaggio: sono nato prima di Jack Frusciante e Woobinda, eppure ne ho già visto passare i cadaveri. I miei punti di riferimento sono storici ma soprattutto meta-artistici, sarà per questo che non dico Brizzi o Nove ma neanche Salinger (che Fontana giudica un grande) mi è mai sembrato degno di tutta questa ammirazione.”””

    non si capisce quale sia il vantaggio:se andiam ai voti nella comunità mondiale dei lettori,credo che Salinger dia svariate miglia di distanza a molti altri candidati

    su Brizzi (all epoca davvero molto giovane ,poi due discreti libri,i primi due, ha fatto; poco male se dopo si è letterariamente un pò perso)poco male,ma i suoi fans li ha,li aveva,almeno-si sbagliavano tutti?uhm,difficile

    su aldo nove no way,quello non fa gridare al miracolo neppure me

    anni fa chiesero a ketih richards e mick jagger cosa volessero dire con la famosa canzone:

    i’s only rock n roll!.(but i like it)”

    loro risposero “che è SOLO rock and roll..ma che ci piace davvero comunque e che vale qualcosa”

    ecco,credo così valga per molta letteratura

  40. giuliomozzi Says:

    Davide:

    dietro il far spesso la morale,c’è spesso il moralismo

    Ma, per l’appunto, qui nessuno “ha fatto la morale”. E’ questo che tu e il Prince non capite.

    se andiam ai voti nella comunità mondiale dei lettori,credo che Salinger dia svariate miglia di distanza a molti altri candidati

    Se questo è vero (e sono convinto che sia vero) hai dimostrato che il ragionamento di Binaghi è impopolare: non che è sbagliato.

    [Brizzi] i suoi fans li ha,li aveva,almeno-si sbagliavano tutti?uhm,difficile

    E questa è una scemenza, per di più contraddittoria con ciò che hai scritto poco fa:

    vorrei ricordare che negli anni 70 andavano in classifica certi libri di dacia maraini e di alberto moravia che oggi ci si chiede davvero come fosse possibile fossero ritenuti di un qualche interesse…
    per non dire dei libri di richard bach o nantas salvalaggio…..

    Se sostieni una cosa e anche il suo contrario, Davide, non stai discutendo: stai solo facendo casino. Se lo fai apposta (questo non posso saperlo) ci stai prendendo per il culo.

    Ti invito dunque a non fare casino; e, nel caso tu facessi apposta, ti invito a non prenderci per il culo. Perché mi sono stufato.

  41. davide Says:

    …ho gia scritto più volte che quando si usano termini un pò irati si corre il rischio involontario di far pensare che si stia “perdendo” ,dialogicamente..

    e ancora :

    “””Se questo è vero (e sono convinto che sia vero) hai dimostrato che il ragionamento di Binaghi è impopolare: non che è sbagliato.”

    No-perchè come diceva un vecchio politico italiano:

    “uno può aver ragione rispetto a mille persone,a duemila,a diecimila,ma se milioni amano una cosa,quell’ UNO,si sbaglia!”

    adesso il ragionamento calza ?credo di si

    quanto a Brizzi avevo premesso che ERA DAVVERO MOLTO GIOVANE quando pubblicò i primi libri,e forse manco lui aveva voglia di far grande letteratura,cosa a cui invece sembrano puntare altri(molti altri?),spesso forse non riuscendoci…:)

    riconfermo che non sto prendendo per il culo nessuno,ma un po di brio e ironia(mezzi tosti,e si vede,ma legittimi)si possono usare,eccome

  42. davide Says:

    nb:giulio non stiam discutendo di fisica teorica o ingegneria aeronautica,campo in cui si misura il centesimo di millimetro:

    qui-campo teoria letteraria o riflessioni cultura libresche,diciamo- le motivazioni a volte si assommano,vengon le ripetute per enfasi retorica,etc etc,ma tutte ste contraddizioni,non le vedo

  43. vbinaghi Says:

    @Calzolari
    Va in mona.

  44. davide Says:

    sorry ,ma non son esperto di alcune espressioni credo dialettali ! 🙂

  45. giuliomozzi Says:

    Davide, non è question di millimetri. Ma se il 30 dicembre alle 17.37 usi un argomento e il primo gennaio alle 18.33 usi l’argomento esattamente opposto, a me vien da pensare che nella tua testa regni una certa confusione. Ora citi questa frase:

    “uno può aver ragione rispetto a mille persone,a duemila,a diecimila,ma se milioni amano una cosa,quell’ UNO,si sbaglia!”

    Quando milioni di persone amavano Hitler e Mussolini, e pochissimi si opponevano, quei pochissimi si sbagliavano?

    Suvvia, Davide.

    Quando si cerca di ragionare attorno a una qualsiasi cosa, bisogna stare attenti prima di enunciare massime dal preteso valore generale. Perché il rischio di dire cazzate è considerevole.

    Da questo momento i tuoi commenti finiranno in moderazione. Li pubblicherò se mi sembrerà che contengano ragionamenti sensati (con i quali magari sarò in totale disaccordo: ma sensati).

  46. al3sim Says:

    @davide:

    “Non credo che non concordare con un ragionamento sia così spesso avvallarne il contrario,e forse neanche propendere per l’ipotesi neutra-la “verità”,si sa,è piu spesso spostata in qui e in la,rispetto alla mezzeria,o rispetto ai due antipodi ..-insomma,poco è simmetricoo”

    Se questo è il presupposto, allora non ho ben capito di cosa stiamo discutendo.

  47. Antonella Says:

    Salto a piè pari in fondo alla pagina, senza leggere attentamente gli altri commenti come faccio di solito. Ripeterò qualcosa, forse, pardon.
    Volevo dire questo: che partire da un certo ego, nella scrittura, è normale. Nessuno può negare che ogni scrittore voglia e intenda precisamente mettere qualcosa di sé (che sia un pensiero, che sia un pezzo di vita, che sia semplicemente la storia che ha inventato o di cui è stato testimone) in quello che scrive.
    Il problema, il nocciolo di tutto, a mio avviso, è che, se una storia resta lo specchio di chi la scrive, la persona che l’ha scritta non è uno scrittore “vero”. Scrivere davvero è un atto sociologico, parafrasando R.Barthes. La scrittura è compiuta quando si allarga e si confronta, quando crea una rete di relazioni, una rete di letture e di altre scritture, quando esprime e rappresenta (o volutamente non esprime e non rappresenta, ma lì siamo già oltre). Che poi mi piaccia o meno, che io la condivida o meno è un’altra cosa ancora.
    Se io persona x che scrivo mi rendo conto che, per un motivo che può essere la mia incapacità o il momento astrologico non propizio (ovviamente è una battuta!), le mie storie non riescono ad oltrepassare la barriera, il confine del privato e del limitrofo, per questo smetterò di scrivere? Forse. Forse aspetterò un momento migliore, forse cercherò di migliorare, mi renderò conto che devo leggere di più, magari un giorno smetterò.
    Quello che andrebbe, davvero, curato, molte volte, non è tanto l’ego in sé, ma la sua smisuratezza, la pretesa della sua esclusività.

  48. davide Says:

    “””Che poi mi piaccia o meno, che io la condivida o meno è un’altra cosa ancora.”””

    si,ma fino a un certo punto

    più spesso una certa esigenza “darwiniana” la si avverte ovvero,si vuole sapere se la “cosa” scritta,in sé e per sé,raggiunge solo se stessi,o, facendola leggere agli altri,se convince una,cinque dieci più persone

    E a quel punto,c’è proprio un cambio di paradigma

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