Poesia sulla poesia scritta in mancanza di meglio vicino a Porto Recanati

by

di giuliomozzi

[Da Fantasmi e fughe, Einaudi 1999].

Che cosa è meglio?
È meglio una poesia dove si capisce tutto?
È meglio una poesia con gli uccellini e il vento?
È meglio una poesia lunga quattrocento pagine?
È meglio una poesia dove ci sono dei personaggi?
È meglio una poesia che fa diventare tristi per due ore?
È meglio una poesia giapponese?
È meglio una poesia dove non c’è mai la lettera effe?
È meglio una poesia che a guardarla bene non sembra neanche una poesia?
È meglio una poesia che fa divertire i bambini?
È meglio una poesia scritta da un vero poeta?
È meglio una poesia con le parole antiche?
È meglio una poesia che si può leggere anche stando in pigiama?
È meglio una poesia d’amore scritta a pennarello sul muro della sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Porto Recanati?
È meglio una poesia di Giacomo Leopardi?
È meglio una poesia che si può leggere all’incontrario e sembra uguale?
È meglio una poesia fatta con il computer?
È meglio una poesia che si può cantare come una canzone?
È meglio una poesia recitata ad alta voce in autobus mentre tutti fanno finta di non sentire?
È meglio una poesia che ho scritta io?
Che cosa è meglio?

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7 Risposte to “Poesia sulla poesia scritta in mancanza di meglio vicino a Porto Recanati”

  1. manu Says:

    in una città che non ricordo quale fosse, un mio amico stava partecipando assieme ad altre persone ad un ‘ritiro aziendale’, uno di quei posti dove ‘si fa gruppo e si sviluppa il senso di appartenenza all’azienda guidati da un guru’. l’ultima sera avevano ognuno un compito da svolgere. il mio amico doveva tentare di superare la sua linea rossa, ovvero, andare oltre, fare qualcosa che mai avrebbe creduto di riuscire a fare, vincendo ogni resistenza personale.
    quella sera, il mio amico uscì da solo e andò a passeggiare sul lungomare dove si affacciavano tanti ristorantini con luci soffuse e una clientela piuttosto raffinata. passeggiava e pensava al suo compito. finalmente si decise ed entrò in uno di quei ristorantini. si diresse al tavolo di un piccolo gruppo di persone sedute a cena, e scusandosi per l’intrusione chiese il permesso di dire una poesia. le persone abbozzarono un sorriso e lui cominciò non senza imbarazzo a dire la sua poesia, lì, in piedi. finito che ebbe ringraziò e uscì dal ristorantino.

    quando il mio amico mi raccontò questa cosa, ricordo che pensai a quanto siamo prevedibili, normalmente.
    ecco. penso che sarebbe meglio coltivare la sorpresa. il linguaggio poetico mi attrae per questo. spesso, mi sorprende

  2. Eméraude Says:

    è meglio la poesia che ho scritto io

  3. di questi tempi Says:

    È meglio tutto.
    Così ognuno trova la sua.

  4. Mirella Giordani Says:

    Le poesie peggiori sono quelle con le parole antiche o poetiche, e con gli uccellini e il vento. Per le migliori sono indecisa fra quelle che si possono leggere in pigiama, o quelle senza effe. Anche quelle che fanno ridere i bambini non sono male, ma forse si chiamano filastrocche.

  5. Maria Says:

    Sono attimi che corrono lungo i fili di salici piangenti, questi.

    Non polvere di quotidiano ma strati sopra strati accumulati su scaffali scuri. Inutile star lì a lustrare i giorni che tutto torna lucido ma poi non sporca il panno. Sono quelli fuori dai salotti i miei, barboni, che nascondono mostrandosi e svelano occultandosi. Macchiati, spesso, malati, a volte, e soli. Volutamente liberi.
    Sono parole che si cercano, si usano, e poi si abbandonano, sfilano via, senza bandiere, ad aspettarne altre simili per formare ancora strati di pulviscolo appoggiato sui ripiani come veli grigi, finché i lucidi non possono più starci fermi, inermi, a lasciarsi ammantare. Sono ancora parole, giù in discesa libera, che cercano, usano e infine mi abbandonano, e non mi restano. Non restano precise nemmeno nei ricordi. Le sensazioni, quelle sì, ci fanno tenda e girano intorno, girano, si spostano fuggendo al tatto quando allargo le braccia tentando di afferrarle. Sfumano ma restano nell’aria, nell’aroma di tutte le fragranze, troppe, tutte, e quindi senza odore.

    Sono occhi che girano distanti, non mi cercano l’intenso
    che qui continua a starci lasciandosi avvertire e mai definire o incasellare in giochi di ruoli strani.

    Sono attimi, polvere, parole e occhi.

    E c’è chi dice: poesia.

  6. Patrizia Says:

    E’ meglio una poesia vera…

  7. giuliomozzi Says:

    Sono d’accordo!

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