Aforismi sul post-moderno

by

di Valter Binaghi

deserto-1I

Trionfo dell’inglese. Una lingua che parifica ogni interlocutore nell’immediatezza del “tu”.
Niente gerarchie presunte, niente antecedenti storici al discorso. Una lingua simile non doveva conquistare il mondo? L’unica possibile per il commercio, che omologa i distinti nella democrazia del denaro. Ma dal crogiolo in cui si fondono identità storiche e tradizioni, l’unica dignità che sopravvive è la variabile del prodotto interno lordo.Trionfo della miseria.
Una lingua esperta nello smontaggio, lingua da manuali per eccellenza, distingue per funzione, mai per forma, conosce il genere maschile e femminile ma solo come un’aggiunta, acquisita per importazione sopra una grammatica che resta sostanzialmente neutra nell’onnifruibilità del “the”. Sarà per questo che la nostra specie sta perdendo i più dolci connotati della caratterologia erotica, per ritornare al puro dimorfismo sessuale? Trionfo della semplificazione.

II

Dal lunotto dell’ultimo vagone, un passeggero guarda il paesaggio fuggito.
Filosofie della cultura, solo malinconie senili? Le inventarono coloro che per ultimi percepirono con vivace consapevolezza il declino delle Forme e del Rito, alla vigilia del gran falò del primo conflitto mondiale, che fece vuota spoglia di tutto ciò che non resisteva al nuovo Sacramento del Tritolo. Penso a Nietzsche, a Ortega Y Gasset, a Spengler. Intelligenze vive e per nulla senili, si lasciarono alle spalle la nostalgia del classico per appropriarsi della sua eredità trascendentale.

III

Se l’uomo non ha più un compito da adempiere all’interno di una Forma consacrata, se il suo agire non si configura come un contributo a una Storia che lo supera, chi gli darà il sostegno nel dolore e il perdono delle sue mancanze? Eccolo allora assegnarsi la missione della felicità personale (il miglior modo per condannarsi all’infelicità perpetua), o addirittura della genialità, fino alla presunzione di ottenere i doni dello Spirito con qualche modo dell’agire tecnico, dalla genetica alla magia. Un narciso nevrotico, organismo cibernetico in perenne scarsità d’informazione, come Houellebecq lo rappresenta nei suoi romanzi deprimenti.

IV

Due soldi di filosofia della cultura. Quando la Forma non è più intesa e autenticamente celebrata, si trasforma in una vuota spoglia catechistica e cerimoniale, facile bersaglio di una reazione nominalistica, che sul momento è salutare. Restituisce alla spontaneità dell’intelligenza e alla freschezza dell’esperienza i loro diritti ma poi si muta a sua volta in una scolastica positivista, che prova ad estirpare ogni ambizione metafisica da un’intelligenza ridotta a pura ragione strumentale. Per compensazione, la ricerca del senso della vita è affidata all”autenticità” dell’esperienza, dal sentimentalismo di Rousseau al dionisiaco romantico, fino al doloroso Dasein del filosofo che passeggiava nella Foresta Nera e si è arruolato coi lupi.
Oggi ci restano Giorello e Vattimo, l’idolatria dell’esistente e la vestale dell’assenza. Giorello: perduta la sicumera dell’età eroica, il neopositivismo di oggi è più salottiero e tollerante, ma sempre fieramente schierato in difesa dell’agire tecnico e della sua totale libertà dal politico. Vattimo: sbarazzatosi allegramente anche della Storia, dopo la Religione, il soggettivismo odierno si trastulla con l’idea di un’interpretazione indefinita, chiacchiera possibilista e inconcludente, incapace di trovare il coraggio di un Senso che dia dignità alla parola o di tacere per sempre.

V

Un punto di vista privilegiato per studiare il declino della Forma sociale: il concetto di nobiltà. Prima la nobiltà è un Ordine cui conformarsi (ancien regime), poi un privilegio da rivendicare (restaurazione), infine la corsa al benessere che mette tutti contro tutti (democrazia) e da ultimo l’unica aristocrazia possibile resta quella del distruttore di un mondo in rovina: il terrorista.

VI

L’alternativa ideologica al declino è il neopaganesimo e la sua illusione di un ritorno alla natura. In realtà l’innocenza del mondo antico è inattingibile: si nega l’esistenza cristiana a prezzo di una grave rimozione della coscienza. Poiché la ragione umanistica era profondamente permeata del personalismo cristiano, il materialismo moderno la vuole depurata da qualsiasi pretesa metafisica e ridotta a pura ragione strumentale. Fuori di questo c’è la mistica, che però è stata sottratta al contesto di un Ordine religioso e ritorna ad essere il luogo dell’ambiguità, il languore romantico dove Numi senza volto cavalcano le anime ridotte a destrieri del dio. Pezzi del sacro pagano ricevono ora un carattere demoniaco, il quale non tarda a rivelarsi. Chi ancora si rifiuta di vedere la continuità tra romanticismo tedesco e nazismo? Si comincia con l’inno alla terra natia e si finisce ad Auschwitz. Per non dire delle mitologie rurali della santa Russia, dove si finisce ad estirpare le idee sovversive con scariche a medio voltaggio.

VII

Il professor Gentili posò il registro sulla cattedra, ignorò il brusio della classe e cominciò a scrivere col gesso, sulla lavagna. Il primo scricchiolio zittì gli studenti, che provarono a leggere la frase, parzialmente coperta dalla sagoma del prof. Finalmente lui posò il gesso, si voltò verso di loro e disse: “Ricopiate questa frase. E’ il titolo del tema”.
Sulla lavagna c’era scritto:
“L’importante non è sapere come Essere, ma fare bene la cacca” (Antonin Artaud)
Gli studenti scrissero di buona lena, ma poi qualcuno mostrò il tema ai genitori, e uno di essi espresse l’allarme della comunità al preside attonito.
Gentili ebbe un richiamo per iscritto. Non si offendono così le patrie lettere.
Non è strano? La borghesia di destra e di sinistra non ha la minima idea di una gerarchia che non sia dettata da un estratto conto bancario, ma si affanna per inculcare ai propri rampolli l’erudita memoria delle Forme del passato.
Il Museo è l’alibi del Capitale, con esso crede di comprarsi il perdono per il suo peccato, ma non è proprio il Museo l’arma del delitto?

VIII

Novembre 2005. Le banlieu parigine bruciano della rabbia di giovani “beurs” in rivolta.
Niente a che vedere con il presunto scontro di civiltà. Qui l’Islam non c’entra, o meglio brilla per la sua assenza: a questi giovani è stato detto che se avessero tolto il chador e imparato l’argot sarebbero stati francesi come tutti gli altri. Ma la crisi economica rivela l’anello debole, e i meteci ritornano ad apparire tali. La menzogna dell’uguaglianza solennemente sancita (e materialmente impossibile) ha partorito ancora una volta il furore. In questo Marx aveva ragione: la democrazia promette ciò che non può mantenere, e avvicina la rivolta anziché allontanarla.

IX

La gnosi più o meno terroristica e il quietismo new age sono la perversione della mistica.
Una mistica senza carità, che non ha in sé la pazienza di Dio né la sua sollecitudine per l’uomo, e quindi crede di poter affrettare il Regno eliminando i cittadini renitenti, o ignorando i sofferenti e realizzando un proprio narcisistico benessere spirituale, dimenticando che, nelle intenzioni di Dio, il Regno è per loro. Nella Lettera dell’apostolo Giovanni è scritto: chi dice di amare Dio che non vede e detesta l’uomo che gli è prossimo, è un mentitore.

X

La gnosi e il nichilismo sono inseparabili, come l’incudine e il martello. Il secondo compie ciò di cui la prima dichiara apertamente il motivo: la negazione sistematica di ogni valore di questo mondo, a causa dell’odio inestinguibile per il suo Creatore.
La gnosi è più antica del cristianesimo, e probabilmente rappresenta la tentazione diabolica sottesa ad ogni culto e cultura, è l’autentica malattia dello spirito, che può prendere molte forme. Dal ‘sarete come dei’ al ritrovarsi verme della terra, oscillando tra i due errori e mancando l’unica verità possibile, quella dell’incarnazione. La dignità spirituale a un animale! Questo, secondo molti padri della chiesa è lo scandaloso sussulto di Satana, che lo ha portato a rifiutare il piano di Dio.
Il mito prima, la filosofia poi, la Rivelazione infine, hanno presupposto lo svelamento dell’Essere e l’apertura del pensiero alla verità. Ma per lo gnostico il mondo è oggetto di una corruzione irrimediabile, assolutamente incapace di redenzione tranne appunto quella dell’uscita dal mondo.
La verità è ciò cui allude il Simbolo, ma lo gnostico disdegna il carattere analogico della Sapienza (il sapere o è Assoluto o non è), e prima accusa ogni Religione d’idolatria, per poi travolgerla con il suo furore iconoclasta e salutare insieme alla caduta delle teste coronate il trionfo della massa amorfa, cioè di quel mondo insulso e demente su cui aveva scommesso dal principio.

XI

La vita non consiste in una serie di istanti indifferenti, ognuno dei quali sarebbe “un quanto” di significato. Molta parte di una vita può presentarsi come grigia, insoddisfacente, contraddittoria, eppure risultare redenta dal fatto di essere un tratto del sentiero che porta all’Atto significativo, esemplare; questo può consistere in una svolta morale, in un’espressione illuminante, in un’opera che rende il mondo più umano. Proprio perché il tempo della vita è disomogeneo e qualitativo, e vi sono istanti capaci di risignificare tutta una durata, nasce il Rito.
Dalla stessa radice del Rito si sviluppano il sentimento e la morale dell’Opera, quali si riscontrano nella pratica artistica e artigianale del mondo precapitalistico. Dopo questo si piomba nel tempo dell’indifferenza, in cui rimane solo la mera novità a segnare il confine tra valore e non valore: qui il cumulo delle esperienze si affanna a prendere il posto della qualità senza poterla sostituire. Ne risulta un’esistenza estenuata, deprivata e convulsa. Ogni giorno è Domenica, e così scompare la festa. La fatica è inaccettabile, perché non c’è uno Scopo che la giustifichi.
Solo a partire da questa negazione della liturgia si può comprendere il mutamento portato dalla riforma protestante nel sentimento del peccato e nell’esperienza religiosa. Dopo Lutero, l’esistenza intera finisce sotto il concetto della colpa: scompare quindi il peccato come momento determinato e determinante, così come quello di Opera buona intesa come atto d’autentica corrispondenza all’iniziativa salvifica di Dio. Tutta la vita dell’uomo è avvolta nell’inautentico, gli atti particolari perdono il loro carattere efficacemente simbolico (nel bene e nel male): dunque il peccato è l’intera esistenza e l’assoluzione è fuori da questa vita. La santificazione dell’esistenza non può più contare su eventi determinanti né su passaggi sacramentali, perciò l’inquietudine e l’angoscia di realizzazione debbono rivolgersi all’indefinito dell’accumulo quantitativo (il Calvinismo non crea ma fornisce un fondamento etico al Capitalismo, secondo Max Weber), oppure al rinnovamento fine a se stesso (il progressismo illuministico, in cui il valore sta nel puro tra-passare).
Questa rimozione del liturgico di cui il mondo moderno è figlio, porta inevitabilmente con sé la crisi della libertà e della responsabilità umane: infatti l’atto rituale è ciò che viene veramente, propriamente scelto per sé stesso, ciò in cui la volontà può appagarsi senza condizioni. Rivela allo spirito le sue potenzialità e soprattutto lo struttura negli impegni che andranno a costituire la sua fisionomia. Da ciò derivano margini positivi e consistenti, ma anche limitazioni ed esclusioni: tutto quello che dà concretezza e storicità ad un’esistenza.
Si sono visti ragazzi gettare massi dai cavalcavia delle autostrade sopra le macchine in corsa: intorno a loro si affannano psichiatri per comprendere cosa si nasconde dietro queste infanzie serene, stracolme di balocchi, cui fu risparmiata ogni privazione ed ogni conflitto. Essi ignorano che un’infanzia senza eventi decisivi né limitazioni è come un anestetico totale, in cui la consistenza dell’io non riesce a superare il torpore vegetativo: a paragone di ciò la crudeltà del gesto e il clamore della condanna valgono almeno una dimostrazione d’esistenza.

XII

Quando il nichilismo esce dalle accademie ed entra nelle strade hai la depressione come condizione abituale delle masse, e l’esaltazione narcisistica del successo o il nirvana degli additivi come alternative di sopravvivenza. L’uomo della strada vorrebbe compagni e figli da amare, ma lo statuto della merce si è esteso anche ai gesti più umilmente umani e il sacrificio di sé in favore dell’altro risulta insopportabile a questo narciso sempre più curvo sul ciglio della vita, che accetta l’idolatria di un corpo ridotto alla propria anatomia, interamente assegnato al Servizio Sanitario Nazionale.
L’intellettuale di sinistra contempla lo sfacelo, carico di un’impotenza colpevole: vorrebbe ritornare alla vita, ma è prigioniero della negazione originaria che ha sottoscritto. L’orrore che gli suscitano parole come Ordine, Tradizione, Norma, o meglio le caricature che ne ha fatto la pedagogia illuministica di cui si nutre da tre secoli, gli sbarrano il cammino come le tre belve a Dante nella selva oscura. Così resta lì, sul ciglio dell’orrido, in un’attesa senza strategia, inutile.
L’intellettuale di destra si butterebbe volentieri tra le braccia di un dio, senza troppo far caso che le sue grandi ali puzzino di napalm, come quelle di un bombardiere americano.“Solo un dio ci può salvare”, belava già il vecchio Heidegger, il cui peccato di gioventù nazista rendeva quantomeno ambigua quella preghiera. Come si distingue il soffio di Dio dall’alito del demone?
Ha trafficato con la luce dei Lumi e la tenebra del Potere, l’intellettuale, ha sparacchiato la sua riserva di fuochi artificiali come un grosso bambino demente, e adesso non ci vede più.

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22 Risposte to “Aforismi sul post-moderno”

  1. Roberto Michilli Says:

    E’ un testo di grandissimo interesse sul quale devo riflettere. Intanto mi permetto di segnalare alcuni refusi che disturbano in una argomentazione di questo livello:
    – Houellebecq e non Houllebeecq;
    – un’Ordine
    – Poichè
    – anzichè
    – sè (più volte)
    – perchè
    – nè
    – un’anestetico.
    Un cordiale saluto.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Roberto. Ho corretto.

  3. vbinaghi Says:

    Grazie a a tutti e due.

  4. mauro b. Says:

    I
    Dove si avverte questo cambiamento? La neutralità dell’inglese non può essere invece indice di un mondo in cui le differenze non hanno più il peso opprimente che hanno avuto fino ad oggi?
    III
    Perché l’uomo diventa quello raccontato da Houellebecq? La ricerca della felicità è inscritta nel dna.
    IV
    Per le parole con la maiuscola non c’è già la religione? Si può ancora parlare di ricerca del senso della vita? Non solo dopo Vasco Rossi. La vita non ha senso, non lo può avere. Cerchiamo di vivere meglio se è possibile. L’ambizione metafisica è la vana speranza di un innamorat* non corrispost*. Tutta la solidarietà possibile, ma no è no.
    VI
    La continuità tra romanticismo e nazismo, ma pure tra illuminismo e nazismo secondo alcuni ( secondo Darnton no, e io nel mio piccolo concordo ) che vuol dire? Prima del romanticismo non c’erano forse nazismi sparsi?
    VIII
    Capisco che il post si chiama aforismi, ma che la democrazia avvicini o allontani le rivolte non ha senso.

  5. vbinaghi Says:

    I
    Il peso opprimente è una cosa, la negazione un’altra.

    III
    Quello che può essere inscritto nel DNA è un dispositivo di adattamento. Qualcosa come la felicità dev’essere oggetto di fede prima che di ricerca.

    IV
    Vasco Rossi non è esattamente tra i miei “maitre à penser”. La maiuscola è il residuo di uno scarto che il linguaggio non può affrontare direttamente.

    VI
    Chiamare le cose col loro nome significa indicare col nazismo Il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi guidato da Hitler.

    VIII
    La democrazia avvicina le rivolte perchè presuppone pari opportunità che non è in grado di realizzare se non mutandosi in qualcosaltro.

  6. Giulio Mozzi Says:

    I.

    Spacciare l’inglese per lingua del “tu”, quando è la lingua in cui tutti si danno dei “voi” (anche gli amanti nell’intimità!), e il “tu” (“thou”) è riservato agli usi solenni – mi pare un po’ ardito, Valter. (Questa non è un’obiezione. Mi sono divertito a leggere l’articolo in Wikipedia sull’opposizione tu/voi).

    Ciò detto: ho sempre trovato bizzarro che a “conquistare il mondo” sia stata una lingua nella quale la relazione tra scritto e parlato è sostanzialmente casuale (e quindi una lingua, da un punto di vista occidentale e alfabetico, impraticissima). Ricordo il professor Alberto Mioni spiegare a lezione, in quel poco di università che ho fatta, che l’inglese ha sostanzialmente una scrittura ideogrammatica: c’è poco da ragionarci su, per sapere come si pronuncia una parola bisogna… saperlo!

    Da questo punto di vista, però, il cinese (futura lingua conquistatrice del mondo?) ha forse qualche chance in più. Pesco a piene mani da Wikipedia (da qui):

    […] Anche se il mandarino è considerato spesso per motivi culturali come una sola lingua, la sua variazione regionale è paragonabile a quella delle lingue romanze. Nonostante ciò, tutti gli utenti delle varietà parlate di cinese hanno usato sempre una lingua scritta convenzionale comune che, fin dall’inizio del XX secolo, è stata chiamata “cinese vernacolare”, ed è basata su un insieme quasi identico di caratteri. È divisa in otto dialetti molto diversi tra loro ed il principale di questi è il mandarino standard, che è la lingua madre con il maggior numero di parlanti al mondo: più di un miliardo. […] Questa diversità delle forme parlate e la comunanza della forma scritta ha generato un contesto linguistico che è molto differente da quello europeo. In Europa, la lingua di ogni nazione è stata standardizzata solitamente per essere simile a quella della capitale, rendendo facile, per esempio, classificare una lingua come francese o spagnola. Ciò ha avuto l’effetto di accentuare le differenze linguistiche lungo le divisioni amministrative degli stati. Inoltre, la lingua scritta viene modellata su quella della capitale e l’uso del dialetto locale o di forme ibride viene percepito come socialmente inferiore quando non completamente errato. In Cina, questa normalizzazione non è accaduta. […] Pochi linguisti sostengono seriamente che cantonese e mandarino siano la stessa lingua nel senso letterale del termine, ma per la percezione popolare di una lingua o di un dialetto, le considerazioni linguistiche spesso non sono importanti tanto quanto quelle culturali o nazionalistiche. Nel descrivere la loro lingua, i cinesi considerano il cinese come una singola lingua, in parte a causa della lingua scritta comune. […] Il rapporto fra le lingue parlate e scritte cinesi è complesso. Questa complessità è dovuta al fatto che le numerose varietà del cinese parlato hanno attraversato secoli di sviluppo almeno a partire dalla Dinastia Han. Tuttavia lo scritto è cambiato molto meno. […]

    Sull’importanza dell’alfabeto e/o dell’ideogramma il libro classico credo sia il Gelb, Teoria generale e storia della scrittura, Egea (Università Bocconi), 1993; una introduzione veloce alla questione si può leggere qui (articolo di Enrico Redaelli).

  7. Maria Luisa Mozzi Says:

    Valter, vado in pallone ogni volta che usi la parola Forma (con la “F” maiuscola). Nella storia della filosofia,da Platone e Aristotele in qua, questa parola ha cambiato significato spesso, si è fatta un giro di 360°.

  8. vbinaghi Says:

    @Giulio
    Il motivo per cui non è stato il cinese a conquistare il mondo già nel XVI secolo è in parte misterioso. Sto studiando la vita del gesuita Matteo Ricci, che dimorò in Cina e ne apprese la lingua in quell’epoca (dinastia Ming) e sto scoprendo cose interessanti (che ovviamente sarebbe difficile comunicare in questa sede).

    @Maria Luisa
    Vero. E’ per questo che uso la maiuscola. Perchè sia chiaro che punto al significato metafisico = forma originaria, che tende all’origine, cioè all’Archetipo, di cui le forme sensibili sono epifanie simboliche.

  9. enrico Says:

    II (numeri romani!) più studio l’argomento, più mi chiedo se il “classico” esista… o non sia propriamente un miraggio della prospettiva nostalgica o idealizzante o anche demisitificante… in che senso parlare di “classico” oggi? O non più sobriamente della civiltà greco-romana? (che poi per me i greci con i romani c’entrano così poco…). Persino l’amatissima (da me) distinzione apollineo/dionisiaco di Nietszche mi pare, oggi, davvero in difetto, parecchio semplificante, un po’ greve e “wagneriana”… e poi una domanda: cosa intendi per “eredità trascendentale”?

  10. enrico Says:

    post-scritto, sempre sul II. Non si dovrà utilmente abbandonare la diade tutta occidentale e novecentesca – e in realtà “terrifica” – senilità versus vitalità (giovinezza), con la “sovrascritta” negativo, brutto, stanco da una parte (senilità) e positivo dall’altra (vitalità/giovinezza). Questo mi sembrerebbe un passetto di sanità e pulizia teoretica…

  11. vbinaghi Says:

    L’eredità trascendentale è esattamente ciò che resta quando si sono rimossi i caratteri inevitabilmente epocali del “classico”. Qualcosa che secondo alcuni rende possibile l’analogia tra i tre mondi : Dio, Mente e Natura.

  12. vbinaghi Says:

    @Giulio
    In effetti l’articolo che hai segnalato di Redaelli è tosto. Da studiare. Anche se la conclusione:
    “Cercare una spiegazione del sacro, anziché «farlo» (sacri-ficium = fare il sacro) significa averne rotto l’incantesimo per sempre.”
    E’ semplicistica, ingenuamente dualistica. Non coglie il movimento interno del rito-mito, che rende necessaria l’esplicitazione nella cosciente lontananza dalla semplicità dell’origine.
    La narrazione è il destino dell’esperienza, e Illuminismo e Romanticismo sono nel destino di ogni narrazione: il loro fallimento crea nella coscienza lo sgomento del significato che prelude a nuove epifanie.

  13. Enrico Says:

    Vorrei riferirmi soltanto a Roberto Michilli: Scrivere Perché, Poiché, sé. e alla via così, non è un refuso, è una forma di timidezza,, un temere di offendere il computer che ha inventato quest’ uso.

  14. michele facen Says:

    Pasoliniano. Eccoci giovani invecchiati senza speranza,costretti di nuovo a desiderare un nuovo medioevo, la distruzione, la morte come unico alito di vita. Vi ricordate Rimbaud quando chiedeva una rivoluzione che non avveniva mai?Eppure lui mica trafficava con la luce dei lumi e la tenebra del potere:Lui stesso era ed e’ la luce. Questo deve essere un intellettuale:un non-essere che rifrange in tutte le direzioni:”la vita e’ altrove”.

  15. Magda Guia Cervesato Says:

    XI: Il paragrafo ultimo contraddice forse un pò lo splendido primo, o almeno così a me pare (-> l’infanzia priva di privazioni E’ parte di quella vita grigia potenziale tratto del sentiero verso l’Atto – o consecutio di Atti – significativi). Al di là di questo, rifletto spesso sul fatto che è arduo (e infruttuoso?) fare paralleli tra le giovinezze ruspanti dei tempi andati e quelle che a noi grandi paiono stati vegetativi: l’adolescente anestetizzato e semi-analfabeta cui mi verrebbe spesso di dare una scrollata di libri in testa mi stupisce altrettanto spesso con riflessioni in cui io, pur avendole già sentite, lette, scritte, sottolineate, accarezzate insomma, non riesco altrettanto spesso a lanciarmi (oltre che, sul momento e a sangue caldo, a sposare). E non credo si tratti ‘solo’ del discorso intorno allo spontaneo dei bambini che si perde da adulti per essere riconquistato nel ridivenire ‘come bambini’, ma proprio di un Fatto (il mistero del nuovo e del come si incarna) misterioso e valido di per se’ come ogni mistero. Non indiscutibile certo, ma lampante, anche perchè nella storia ricorrente.
    Sui paraocchi di tanti, troppi psichiatri, nulla da dire, e meglio non addentrarsi 🙂

  16. Born To Be Abramo Says:

    è effettivamente “Houellebecq”, non bisogna dare troppa corda ai correttori improvvisati

  17. Pensieri Oziosi Says:

    Mah.

    Il punto numero I sembra confondere grammatica, registri linguistici e potere espressivo. Giusto per prendere un esempio estremo, che in Giapponese i verbi non abbiano una coniugazione personale, o che gli equivalenti dei nostri pronomi personali (watashi, anata…) vengano adoperati quasi solamente per enfasi, non rappresenta un ostacolo alla chiara espressione di sofisticati rapporti gerarchici tra i parlanti.

    Anche in inglese, dove comunque si dà del Voi a tutti e non del Tu (che oggidì è praticamente riservato a Dio o alla Madonna: Our Father who art in heaven, hallowed be thy name… Blessed art thou among women, and blessed is the fruit of thy womb, Jesus…), esistono abbondanti dispositivi linguistici per esprimere tali rapporti (ad esempio, l’utilizzo, più marcato negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, di appellativi quali Sir and Ma’am).

    ***

    «La gnosi è più antica del cristianesimo»

    Volendo si può distorcere a sufficienza il significato di gnosi (ad esempio identificandola in alcuni aspetti del giudaismo ellenistico) o quello di cristianesimo (intendendo soltanto la dottrina post-Nicea) per giustificare tale frase. Oppure, magari, lo so che così è banale, possiamo anche farci meno viaggi ed accettare il loro significato comune, e dire semplicemente: «No, non è vero.»

    ***

    Forma, Atto, Rito, Ordine, Tradizione, Norma…

    Certo, viene da domandarsi come abbiano fatto, o facciano tuttora, Kant, Fichte, Hegel, Feuerbach, Marx, Schopenhauer, Nietzsche, Husserl, Adorno, Weber, Heidegger, Marcuse, Habermas, Apel, a filosofeggiare in una lingua dove non è possibile distinguere tra Forma e forma, tra Atto e atto, tra Rito e rito, tra Ordine e ordine, tra Tradizione e tradizione, tra Norma e norma. Ah, come siamo ben fortunati noi!

    ***

    “L’importante non è sapere come Essere, ma fare bene la cacca” (Antonin Artaud)

    In realtà nemmeno Artaud sente il bisogno di mettere maiuscole ad libitum:

    «Ce qui importe ce n’est pas de savoir comment être, mais comment bien faire caca.»

    D’altronde, la scatologia per Artaud rimane un tema d’interesse per tutta la sua vita. Trent’anni prima, nella “La Recherche de la fécalité” scrive alcuni versi che forse sono più pregnanti per il tema dell’articolo:

    Dio è un essere?
    Se ne è uno, è merda.
    Se non lo è,
    non è.

  18. vbinaghi Says:

    “possiamo anche farci meno viaggi”
    Ecco appunto, possiamo pure starcene a casa.
    La gnosi è qualcosa che si comprende in termini teologici. La filologia, soprattutto quella speciosa, non aiuta.
    Ma probabilmente è al suo orrore per le maiuscole, Pensieri Oziosi, che lei affida il suo zelo religioso.

  19. lycopodium Says:

    Da Artaud a Castellucci, siamo sempre lì, medesima gnosi?

  20. lycopodium Says:

    p.s. Per il resto, non posso che sottoscrivere, quasi parola per parola. Un bel regalo di Natale, di cui mi sono accorto solo oggi, vigilia dell’Epifania. Grazie.
    pp.ss. Grazie anche a Giulio Mozzi per il link davvero interessante sul passaggio un po’ entropico dal mythos al logos.

  21. carla Says:

    anche io penso a Nietzsche con nostalgia, quando leggo certi suoi saggi fulminanti.
    ciao Valter, bello leggerti!

  22. vbinaghi Says:

    Il modo in cui io intendo la gnosi ha più a che fare con la spiritualità che con la teologia in senso stretto. Nella storia delle eresie cristiane la gnosi ha un posto ben preciso e degli epigoni (manichei, bogomili, catari ecc). Ma la visione che ne dà per esempio Hans Jonas nella sua celebre monografia ne contempla le tracce precedenti e l’ombra lunga sulle filosofie contemporanee (certo esistenzialismo, certo post-modernismo). Lo stesso fanno Voegelin e Besancon, da una prospettiva diversa (la storia delle ideologie politiche).

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