Il Natale del 1998

by

di Marco Bellotto

Roberto Main, il protagonista di questa storia, non è un personaggio che ho creato io; è esistito davvero, e si chiamava proprio Roberto Main.
E’ stato mio cliente per anni, tanti piccoli processi per furto e spaccio di droga. Sicuramente la persona più sfortunata che io abbia mai conosciuto. Orfano fin dalla più tenera età, è stato preso in affidamento da una prima famiglia che ha rinunciato (all’epoca si poteva), e poi da una seconda che si è limitata a spedirlo in un collegio dove è cresciuto fino a quindici anni. Da cosa nasce cosa: la sua infanzia infelice, la sua adolescenza infelice, la tossicodipendenza, il bisogno di denaro e quindi i reati, e infine l’AIDS. Quando l’ho incontrato entrava e usciva dal carcere in continuazione, e, come tutti gli eroinomani all’ultimo stadio, stava meglio dentro. In prigione, per lo meno, non sembrava completamente allo sbando.
Però non l’ho mai visto disperato o anche solo demoralizzato; c’era in lui una quieta determinazione ad andare avanti. Perché ti ostini a vivere, Roberto, mi chiedevo. Non credo lui avesse una risposta: quando era libero andava in cerca di un lavoro, mangiava alle cucine popolari e dormiva dove poteva. Quando era in carcere aspettava di uscire. Non è mai voluto entrare in una comunità terapeutica.

Come tutte le persone davvero sfortunate, ebbe una grande occasione e la perse. Si innamorò di lui Adriana, una studentessa sarda che lo portò a vivere a casa sua. Roberto smise di drogarsi e di spacciare, riuscì anche a mantenersi un lavoro per qualche mese, vivevano come dei fidanzatini. Poi successe qualcosa, non ho ancora capito bene cosa: lui ricominciò a drogarsi, lei prese lo stesso vizio e si mise a rubare. Quando venne a conoscenza dei processi di Adriana, il padre venne dalla Sardegna e se la riportò a casa. Arrivò troppo tardi, però: lei era già sieropositiva.
Roberto era rimasto nuovamente solo, e per la prima volta lo vidi abbattuto: Adriana gli mancava. In quel periodo aveva trovato da dormire grazie a un prete della Sacra Famiglia che gli aveva messo a disposizione una roulotte nel campo sportivo. Ma in seguito, come sempre accadeva a Roberto, erano sorti dei problemi; la roulotte nel campo sportivo non poteva più stare, e così fu trascinata per un centinaio di metri e portata in uno spiazzo ai margini della strada. Questo a metà dicembre.
Qui entro in scena io. E’ la vigilia di Natale, circa le sei di sera e io sono ancora in studio, ma non per lavorare. Ascolto la musica dei REM, penso a Federica, la donna che non ne vuole sapere di me, e non ho voglia di tornare a casa. Fuori dalla finestra nevica. La segretaria mi annuncia una telefonata, aria di rogne. E’ Roberto: i vigili hanno fatto rimuovere dallo spiazzo la roulotte. Bisognerebbe andare al deposito del Comune, e pagare la multa, ma naturalmente Roberto non ha i soldi.
Richiamami fra dieci minuti, gli dico. Metto giù il telefono, metto i piedi sul tavolo e rimugino: è Roberto Main, la persona più sfigata della terra; non ti ha pagato quasi mai, gli hai prestato dei soldi, e adesso ti chiede pure questo favore. Un favore inutile perché è Roberto Main, dopodomani la sua roulotte sarà di nuovo rimossa, oppure lui sarà di nuovo arrestato, oppure succederà qualcos’altro.
Ma era la vigilia di Natale… Roberto mi richiama, e io, mentre parlo con lui, decido di andare. Bisogna fare presto, mi dice, il deposito chiude alle sette e mezza.
Prendo la mia Panda e mi butto nel traffico del centro città, tutti sembrano rassegnati a stare in coda sotto le luminarie di Natale, ma io no. Ho deciso che riuscirò a riprendere quella roulotte, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia. Guardo i passanti che camminano svelti sotto la neve; qualcuno sorride. Penso a Federica; in questo momento mi manca di meno.
Arrivo al deposito della polizia municipale, pago la multa, ma di Roberto non c’è nessuna traccia; è andato a parlare con il prete per convincerlo a riprendere la roulotte al campo sportivo; ma se non arriva con buone notizie, il deposito chiude, il carro rimozione se ne va e lui non ha da dormire questa notte. L’autista del carro saltella e si batte le braccia sui fianchi, i vigili vogliono tornarsene a casa, la neve non li mette di buon umore, a loro. Io cerco in tutti i modi di guadagnare tempo.
Alle sette e tre quarti arriva Roberto in motorino. In un sacchetto di nylon enorme ha tutta la sua roba, si intravede un album gigante di Dylan Dog. Ha avuto l’assenso del prete, la roulotte, fino alla fine delle feste può ritornare dov’era. Pago il carro attrezzi anche per il secondo trasporto.
Roberto si avvicina per ringraziarmi e si accende una sigaretta. Mi guarda con aria perplessa.
– Avvocato cos’ha. Mi sembra giù.
– Non è niente Roberto, problemi di donne. – Chissà perché gli ho detto la verità.
Roberto resta zitto, prova a dire qualcosa, poi ci ripensa; infine ritorna al motorino. Prima di partire si volta verso di me e mi urla, sicuramente l’hanno sentito tutti:
– Avvocato non deve preoccuparsi, il mondo è pieno di figa.
Quella stessa sera, ad una festa a cui sono andato per puro caso, ho conosciuto Barbara. Il resto non ve lo racconto, è un’altra storia.
Di Roberto, invece, voglio dire un’ultima cosa. E’ morto l’anno scorso, al suo funerale non ci sono andato nemmeno io perché l’ho saputo un mese dopo.
Io non so come sarà il Giudizio Universale. Mi figuro una scena del tipo Nostro Signore alto venticinque chilometri che guarda la moltitudine degli esseri umani sotto di lui, e li giudica uno a uno. Arrivato al turno di Roberto Main, gli chiederà se ha fatto qualcosa di buono in vita sua, e a quel punto io mi alzerò, richiamerò la Sua attenzione e dirò: una notte di Natale di tanto tempo fa mi ha ricordato che il mondo è pieno di figa.
Buon Natale, Roberto, e buon Natale a tutti voi.

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8 Risposte to “Il Natale del 1998”

  1. davide Says:

    commovente davvero,la storia sopra fa davvero scendere qualche lacrima. Buon natale a tutti.

  2. Carlo Capone Says:

    Buon Natale, Marco Bellotto, sei un grande.

  3. Carlo Capone Says:

    Leggo solo ora. Marco, sei ancora più un grande.

  4. vbinaghi Says:

    Bello.

  5. cricristi Says:

    Grazie, di tutto, a tutti e due.

  6. Antonio Cilardo Says:

    Complimenti… mi hai strappato un sorriso amaro.

  7. Guido Sperandio Says:

    Ecco, qualcosa che val la pena di leggere in mezzo a una miriade di blog che pretendono di fare letteratura.

  8. RobySan Says:

    …è stato preso in affidamento da una prima famiglia che ha rinunciato (all’epoca si poteva)

    Solo per amor di precisione (e senza riferimento alcuno al valore, o meno, letterario dello scritto): si può ancora adesso, ed è ovvio: affido non è adozione. Dall’affido si può recedere, semplicemente perché non ci si sente in grado di proseguirlo.

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