Dieci cose che un c.d. insegnante di “scrittura creativa” deve sapere

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Un'insegnante di scrittura creativa, colta in una postura tipica.

Un’insegnante di scrittura creativa, colta in una postura tipica.

di giuliomozzi

Non “tutto ciò che un c.d. insegnante di scrittura creativa deve sapere”, ma solo dieci cose (e ce ne sono molte altre, immagino) che un cd. insegnante di scrittura creativa deve sapere.

1. L’espressione “scrittura creativa” (calcata sull’angloamericano “creative writing“) è orribile (è orribile non di per sé, ma per l’uso e l’abuso che si è fatto, in Italia almeno, negli ultimi venti o trent’anni, dei termini “creatività” e “creativo”). Meglio sarebbe usare espressioni del tipo “Retorica”, “Retorica della narrazione”, “Teoria e tecnica della scrittura letteraria”, “Teoria e tecnica della narrazione”, eccetera.

2. Ciò che è tecnica si può insegnare come si insegna qualunque tecnica, e può essere oggetto di una didattica (la didattica è, a sua volta, una tecnica). Tutto il resto – ciò che potremmo chiamare: l’arte – non può essere oggetto di una didattica ma solo di una pedagogia. Anche uno zuccone può apprendere decentemente una tecnica; non è prevedibile quando una pedagogia possa o non possa essere fruttuosa.

3. Vi sono due specie di “insegnanti di scrittura creativa“: quelli che hanno prodotte e pubblicate opere letterarie di valore, e riconosciute come tali, e quelli che invece no. Non è detto che i primi siano migliori dei secondi sul piano della didattica, cioè della tecnica dell’insegnamento della tecnica: un buon rètore può essere un insegnante più potente di un estroso artista. Sul piano della pedagogia, la faccenda è imprevedibile. Il miglior pedagogo è quello che sa di essere un servo inutile: non dipende da lui che un pezzo di legno diventi sedia o violino.

4. Delle cinque parti tradizionali della retorica – inventio, dispositio, elocutio, actio, memoria – oggi la più trascurata è spesso l’inventio: che è il fondamento di tutto. La dispositio fa spesso la parte del leone (vedi la mitizzazione del sistema dei “tre atti”, la pretesa centralità della trama, eccetera). L’elocutio è frequentemente tirata via, e ridotta al – pur necessario – apprendimento dello stile semplice, purtroppo spesso ipostatizzato come stile ideale (quando invece è, semplicemente, il primo gradino della scala).

5. Gli esercizi possono essere divertenti, e possono dare soddisfazione agli allievi. Però sia chiaro: è praticamente impossibile produrre un testo bello per esercizio. La lettura e commento degli esercizi deve quindi rifiutare a priori la domanda: “Ma quello che ho scritto, è bello o no?”. Peraltro, ci sono due specie di esercizi: quelli che servono ad applicare regole apprese (necessari ai primissimi livelli, e poi inutili) e quelli che servono a far scontrare gli allievi con le difficoltà, affinché scoprano e inventino i modi di affrontarle (spesso trascurati, questi, e invece necessari per il passaggio – diciamo così – alla fase adulta). Un percorso formativo centrato sugli esercizi può produrre solo allievi capaci di fare bene gli esercizi.

6. Le persone che si iscrivono ai cosiddetti corsi di “scrittura creativa” hanno le più diverse motivazioni: è bene dunque cercare di scoprirle, e cercar di dare a ciascuno qualcosa di corrispondente alla motivazione. L’ideale, però, è progettare e comunicare le iniziative formative in modo che solo chi ha le motivazioni giuste per questo o quel corso si iscriva a questo o quel corso.

7. Spesso le difficoltà degli allievi non stanno nella scrittura in sé, ma in tutto ciò che la precede. Giochi ed esercizi di focalizzazione, di attenzione selettiva, di percezione eccetera possono essere più utili che lezioni ed esercizi di retorica propriamente detta. Imparare il nome e la funzione di ogni singolo pezzo di una bicicletta (o di una qualunque altra macchina), o imparare ad accorgersi di tutte le persone che ogni giorno si incontrano per andare da casa al lavoro, eccetera, ovvero imparare a guardare analaiticamente le cose, è il primo passo.

8. La passione per la scrittura in sé e per sé appartiene ai genii e agli ingenui (che sono molti di più dei genii). Le persone normali (che sono la stragrande maggioranza) hanno al massimo un forte interesse a scrivere di una determinata cosa. Il motto dice: Rem tene, verba sequentur: insegnare a mettere a fuoco ciò di cui si vuole scrivere, e a osservarlo analiticamente prima di cominciare a scrivere, è già molto. E’ quasi tutto.

9. Chiunque dichiari ambizioni palesemente superiori alle proprie capacità deve essere allontanato dal corso (e riborsato della quota d’iscrizione).

10. Vi sono due specie di insegnanti di scrittura creativa: quelli che si sa che cosa fanno in aula, e quelli che non si sa che cosa fanno in aula. Cercate di appartenere alla seconda categoria.

L’immagine in alto viene da qui.

50 Risposte to “Dieci cose che un c.d. insegnante di “scrittura creativa” deve sapere”

  1. GattoMur Says:

    Sul punto 4, ti chiederei una precisazione, se possibile. Tu dici che lo stile semplice “è il primo gradino della scala”. Intendi il primo in una scala che va dal facile al difficile? O l’aggettivo “primo” non aveva, per te, alcuna connotazione di minore difficoltà?
    Come dire: prima impari a scrivere in stile semplice, poi impari “gli stili complessi” (non so se sia un’espressione adeguata)? Il dubbio è che, forse, per alcuni autori lo stile semplice sia il punto di arrivo di una lunga ricerca stilistica (come dire: per scrivere semplice bisogna essere molto dotati tecnicamente).
    Grazie.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Un esempio di “stile semplice” com esito di “una lunga ricerca stilistica” è, secondo me, Pontiggia. Il Pontiggia delle “Vite di uomini non illustri” o di “Nati due volte”.
    Però, quando cominci a guardarlo da vicino, ti accorgi che “semplice” non è, quello stile.
    Anche lo stile dell’ultimo Montale, quello dei “Diari”, si presta come esempio.
    Si tratta di “stili semplici”, ovvero di stili che non puntano né verso l’altro né verso il basso; stili che non “choccano”; e che hanno tuttavia una densità di senso ben diversa da quella dello “stile semplice” del principiante.

    Scrivendo il punto 4 avevo in mente, più che altro, quell’istinto per la letterarietà che fa preferire, agli scriventi ingenui, “volto” a “faccia”, “recarsi” ad “andare”, eccetera.

  3. Anna Says:

    Gentile signor Mozzi, benedetto sia il decalogo! Mi piacciono in particolare i punti 1,2,3,4,5,6,7,8,9 e 10

  4. Giulio Mozzi Says:

    Santi numi, Anna! Che cos’ha che non va il punto c?

  5. Chiara Says:

    Grazie Giulio! Limpido e prezioso. Mi piace questa definizione della creatività: “far quel che si può con quello che si ha”. Quindi diventa importante quello che si ha. Più “sguardo” e meno “fantasia”…

  6. ff0rt Says:

    Bel post, lucido e ragionato. Quando sento parlare di “creativo” a me viene da anteporti “Vieni avanti…”, parafrasando una celebre battuta d’avanspettacolo. Purtroppo da noi la parola “retorica” è ancora circondata da una pessima fama che risale ai pomposi discorsi propagandistici fascisti, per cui è difficile spiegare che si tratta di una tecnica come un’altra, utile per rendere interessante e chiaro un testo, e non solo per carpire il consenso.

  7. Giulio Mozzi Says:

    No, ff0rt, il discredito della retorica (della cosa, oltre che della parola) è cominciato un po’ prima: all’epoca della battaglia tra i classicisti (difensori della retorica) e romanticisti (difensori dell’intuizione). In Italia la riforma scolastica detta “Croce/Gentile” espulse definitivamente l’insegnamento di ogni tecnica dello scrivere e del comunicare dalla scuola italiana: perché la scrittura non poteva che essere Arte, e l’arte è Intuizione.
    (Queste sono semplificazioni brutali, beninteso).

  8. enrico ernst Says:

    1. si apprezza la contraddizione: rinunciare al termine “scrittura creativa” non è così facile (un cd. insegnante di scrittura creativa). Ho l’idea che altre diciture – che non siano così vaghe e “orribili” come scrittura creativa, non così “comprensive” ed elastiche – siano destinate a essere marginali, inadeguate, troppo precise, troppo, se si vuole, “belle”.
    2. Didattica e pedagogia. Io proporrei non il termine “pedagogia” ma il termine “formazione”. Per cui si parla anche di “romanzo di formazione” per esempio.
    3. Il “servo inutile”. Sì. Capisco il paradosso. E approvo essenzialmente, ma viene da essere sospettosi però. Perché in definitiva, esagerare con il servaggio porta a una non troppo congrua immagine del ruolo del pedagogo; quest’ultimo cerca di porre all’attenzione dell’altro, dell’allievo – inevitabilmente – le sue idee di valore (lo fa anche suo malgrado, ed è chiamato a farsene consapevole), e poi orienta, o cerca di orientare, come chi sa di poter sapere anche cose che propriamente non sa ecc. in entrambi i casi il termine “servo” risulta improprio. Sull’utilità, poi… anche come idea limite, miraggio, o speranza, si cerca di essere utili ai propri allievi, anche oltre la dimensione della didattica; direi “utili” nel senso di “invito al viaggio”, per esempio, stimolo, invito a mutare punto di vista e così via. (Può anche essere però che io non abbia capito precisamente cosa vuoi dire con questo punto).
    5. Faresti Giulio gentilmente un esempio per illustrare entrambe le categorie di esercizi di cui parli? Sugli esercizi, direi: che a volte è bene che gli esercizi non siano “slegati” ta loro, ma dentro un’ottica più generale, un percorso più vasto, che l’allievo possa “guardare”.
    6. Sì, in teoria sì. In pratica, continueremo a incontrare, come è giusto e inevitabile (in laboratori “generalisti” e non così orientati come la tua bottega, Giulio) allievi con ambizioni e “disegni” e desideri diversissimi, e noi insegnanti dovremo “leggerli” e rispettarli, per quanto possibile. Qualcuno inevitabilmente risulterà esaltato e soddisfatto del nostro “servizio”, qualcuno frustrato (sperando che non sia “troppo frustrato”).
    7. “Imparare a guardare analiticamente le cose, è il primo passo”. Per me, un aspetto è l’analisi, la messa a fuoco, un altro è la “liberazione della bestia”, e vedo che per questo secondo corno della questione la “scrittura zen” della Goldberg per esempio funziona in modo strepitoso (vedi il capitolo “inventio”). L’analisi e basta, all’inizio, rischia di inaridire un campo che va anche irrorato di colori accesi, di tentativi pazzi.
    8. Sì. “Scrivere prima di scrivere”, concordo. E tuttavia, i passaggi, che so io, da una visione a un racconto, non sono propriamente e solamente analitici… bisogna anche spingere un po’ l’allievo tra le scapole sul precipizio, perché osi, ad esempio.
    9. Oh no. Spedire a casa qualcuno, io direi di no! Nel processo si può anche tanto cambiare, tutti possono cambiare, le ambizioni si ridimensionano, le capacità accrescono e mutano: non siamo lì a insegnare anche per questo? A chi si ritrovi slogato tra le punte di una forbice mostruosa tra ambizione e capacità, in modo per così dire pervicace e autistico, a questo ipotetico allievo tocchi l’onere: a) di – se lo ritiene frustrante – abbandonare l’aula e il corso/laboratorio; b) di andarsi a confrontare con la realtà fuori dall’aula, e di farsi “parlare” da essa…

  9. Giulio Mozzi Says:

    1. Enrico, basterebbe parlare di “letteratura”, ad esempio.
    Ricordo una scena molto divertente, in una scuola, con un gruppo d’insegnanti. Domando: “Ma, secondo voi, i Promessi sposi sono scrittura creativa?”. No, decisamente no, secondo tutti. “E la Divina commedia?”. E qui lo scollamento: per alcuni sì, per altri no, per altri – meraviglioso residuo crociano! – in certe parti sì e in certe parti no.

    2. So che “pedagogia” è un termine un po’ antiquato: la facoltà di Pedagogia oggi si chiama Scienze della formazione. Ma tra un “pedagogo” (non un “pedagogista”, eh!) e un “formatore” mi pare ci sia qualche differenza.

    3. Enrico, il grosso del lavoro sta in questo: mettersi difronte al pezzo di legno che si crede sedia e dirgli: “Idiota, non ti accorgi che sei un violino?”, e/o difronte al pezzo di legno che si crede violino e dirgli: “Cretino, non vedi che sei una sedia?”.
    Ovvero: il lavoro vero del pedagogo consiste in un gesto di riconoscimento.

    5. Se parlo per un’ora delle sfumature di incertezza che si possono ottenere con certi usi del congiuntivo, e poi assegno l’esercizio di raccontare qualcosa usando quegli usi: è un esercizio del primo tipo. Se butto in acqua gli allievi dicendo loro (ad esempio): scrivete una storia perfettamente verosimile, ma alla quale sia impossibile credere – è un esercizio del secondo tipo. Come funzioni l’effetto di verosimiglianza, lo si capirà facendo.

    7. Un pedagogo potrà occuparsi di “liberazione della bestia”. Un insegnante no.

    9. Certo che si può cambiare, Enrico. Mandar via una persona, rinunciare a dei soldi, sono gesti pedagogici talvolta di una certa efficacia.

  10. Daniela Says:

    La foto è meravigliosa. Punti 5,6,7,8,9,10 i più riletti.
    6.”L’ideale, però, è progettare e comunicare le iniziative formative in modo che solo chi ha le motivazioni giuste per questo o quel corso si iscriva a questo o quel corso”. Fondamentale.
    7.”Giochi ed esercizi di focalizzazione, di attenzione selettiva, di percezione eccetera possono essere più utili che lezioni ed esercizi di retorica propriamente detta”. Non vedo l’ora.
    8.”Le persone normali (che sono la stragrande maggioranza) hanno al massimo un forte interesse a scrivere di una determinata cosa”. Pensavo fosse un difetto (sono l’unica che l’ho pensato?), anche se amo sperimentare e ci provo, ma ho in effetti un paio di tendenze che sono più prepotenti di altri.

  11. Matteo Says:

    cos’ha che non va scrivere “volto” invece di “faccia” e “recarsi” invece di “andare”?

  12. giuliomozzi Says:

    Nessuno ha sostentuo, Matteo, che non vada bene scrivere “volto” o “recarsi”.
    E’ una questione di registro stilistico. In certi testi andrà bene “volto”, in altri andrà bene “viso”, in altri andrà bene “faccia”, in altri ancora andrà bene “muso”.
    L’errore sta nel preferire (questo è il verbo che ho usato qui) una parola a un’altra solo perché la si ritiene “più letteraria”.

  13. Matteo Says:

    Okay, chiaro. Concetto ampliabile a molte altre “preferenze” stilistiche e contenutistiche, nello scrivere.
    Però bisogna fare occhio pure al contrario, credo: snobbare a priori sinonimi e stile “alto/ambizioso” (capiamoci), prosciugando lo scritto solo per timore di essere troppo “letterari”. Secondo me qualche azzardo poetico (ri-capiamoci) è necessario, per quanto possa essere ingenuo e/o sembrare presuntuoso.

  14. Denise Cecilia S. Says:

    Particolarmente d’accordo con Matteo, nel suo ultimo commento.
    A mio parere troppi si permettono di cassare termini normalissimi – e pure inseriti nel contesto giusto, va da sè – con la folle scusa che incarnerebbero uno stile “aulico”, “arcaico”, o peggio “ricercato”.
    Senza per altro curarsi di capire se tali termini sono ricorrenti e tipici del linguaggio dell’autore o sono effettivamente inseriti di forza.

    Detto ciò, il decalogo è prezioso.

  15. Felix Says:

    “hanno prodotte e pubblicate opere”? Il participio concordato è ormai un relitto. Lei insegna a scrivere così?

  16. Felix Says:

    … e insegna a scrivere “romanticisti” in luogo di “romantici”?

  17. Giulio Mozzi Says:

    Felix, “romantico” e “romanticista” sono due parole distinte con due distinti significati, esattamente come “classico” e “classicista”. Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di proporre ad altri il mio modo di applicare le concordanze (mi limito a ricordare la regola: il participio concorda con il complemento oggetto se il complemento oggetto precede – anche in forma di pronome – il participio).

  18. Felix Says:

    A) Mi dispiace, ma il termine romanticista non esiste: si dice classicisti e romantici. B) Nell’it. contemporaneo si dice “ha prodotto e pubblicato opere”: non ci piove. Lei come dice: “Ho mangiata una gallina?”.

  19. Giulio Mozzi Says:

    A-ha. Classico è uno che è classico; classicista è uno che sostiene un ideale classico (o uno che studia il periodo classico). Quindi: romantico è uno che è romantico; e chi sostiene un ideale romantico (o chi studia il periodo romantico) è romanticista.

    La formazione è morfologicamente corretta. Nel momento in cui mi parli di “italiano contemporaneo” ammetti che la lingua non è statica: pertanto non puoi rifiutarmi una formazione (anche se fosse di nuovo conio), morfologicamente corretta e dal significato intuitivo. La parola “romanticista” (al singolare) si legge peraltro in più di quarantamila pagine web (secondo Google): ciò la ammette di diritto nell’uso dell’italiano contemporaneo, no?

    Se la regola impone una concordanza, sarà sciatteria concordare di meno; concordare di più sarà, al massimo, un vezzo stilistico. Non sarà un caso se nessuno dei miei editori mi ha cassati questi vezzi…

  20. Felix Says:

    Già, più di 40000 risultati su Google. Ma legga bene: la ricerca rinvia a romanticismo e romantico, non a romanticista (il motore la ignora completamente). Digiti su Google “romanticista dizionario”: nessun dizionario riporta romanticista. Inoltre: lei dice bene: il classicista è uno che sostiene un ideale classico; ma il romanticista cosa sosterrebbe? Esistono i romantici e basta.
    Non c’è nessuna regola che imponga il participio concordato. Non si tratta, beninteso, di un errore, ma di un relitto, un arcaismo, una forma fuori corso ab immemorabili. In ogni caso, se lei preferisce scrivere “Ho mangiata la minestra” e “Ho picchiata la nonna”, padronissimo.
    Infine: non si fidi degli editori: sapesse quanti sfondoni lasciano passare.

  21. Felix Says:

    Dall’Enciclopedia Treccani:
    “– in presenza di un participio passato seguito da un complemento oggetto, il participio è di solito al maschile singolare, indipendentemente dal genere e dal numero del complemento oggetto
    Ti ho scritto numerose lettere
    – è sempre più rara, anche se non sbagliata, la concordanza con il complemento oggetto, normale fino a un secolo fa
    Ti ho scritte numerose lettere”

    http://www.treccani.it/enciclopedia/concordanza_%28La-grammatica-italiana%29/

  22. Giulio Mozzi Says:

    Felix, per avere i risultati per “romanticista” devi scrivere la parola singola tra virgolette. O non abbiamo ancora imparato a usare i motori di ricerca?

    Come vedi, la Treccani non considera “errore” le mie concordanze esagerate, relittuali e arcaistiche. Che peraltro non sono fuori corso “ab immemorabili”, bensì – dice Treccani – da un secoletto circa.

    In Einaudi nel 1995, ci fu quasi un consiglio d’amministrazione sulle mie concordanze. Volarono i piatti. Poi si trovò un accordo.

    Peraltro, come dicevo nella prima risposta, non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di proporre ad altri il mio modo di applicare le concordanze.

    Il guaio è questo, Felix: non si può contemporaneamente ricordare che la lingua cambia nel tempo, e censurare un comportamento che esula consapevolmente dall’uso linguistico del momento. Non si può, perché se si censurano i comportamenti che consapevolmente (spero che tu mi accordi la conspevolezza) esulano dall’uso linguistico del momento… ci si oppone al cambiamento!

    Detto questo: che sono “padronissimo” di scrivere “Ho mangiata la minestra”, lo sapevo bene; ma tu ti sei accordo che “padronissimo”, in quanto superlativo di un sostantivo, è una formazione morfologicamente sbagliata? Ciò non le ha impedito di imporsi nel tempo (come “generalissimo” per “il generale in capo”, trasmigrato addirittura in altre lingue).

    Anche “40000 risultati su Google” è una formula strana. Io direi piuttosto: “40000 risultati da Google”. Possiamo decidere di non lasciarci prendere dall’anglicismo imperante, e difendere l’italianissimo “da” (o almeno accontentarci di un “in”); oppure possiamo lasciare che la lingua faccia il suo mestiere.

    * * *

    Vedo comunque che nei tuoi interventi manca una cosa. Manca la domanda: “Perché concordi a quel modo?”. Evidentemente, Felix, il desiderio di censurare l’ha avuta vinta, in te, sulla curiosità. Non t’importava capire il perché di un comportamento oggettivamente bizzarro (lo so benissimo che è tale), ma solo cogliere l’occasione per dire: “Ah tu, che t’impanchi a insegnare: t’ho colto in fallo!”.

  23. Felix Says:

    Mozzi, potrei dirle che la maggior parte di quei risultati (come lei sa benissimo) riguarda la lingua spagnola e gli altri rimandano a siti non affidabili dal punto di vista linguistico; potrei dirle che nessun vocabolario della lingua italiana riporta quel lemma, nemmeno tra i termini rari e disusati (come lei ha certamente verificato, pur tacendone), e ciò basta a tagliare la testa al toro; potrei dirle che “su” o “da”, in quel caso, pari sono; potrei dirle che un secolo è un bel po’ di tempo, dunque “ab immemorabili” è espressione adeguatissima; potrei dirle che non ho mai asserito che il participio concordato sia un errore (mi rilegga); potrei dirle, soprattutto, che un docente di “scrittura creativa” dovrebbe insegnare ai propri allievi che in un testo letterario nulla è casuale o preterintenzionale, dunque un forte arcaismo, un errore lessicale e un’espressione marcata, ancorché legittimi, devono essere motivati (ma come può farlo un docente che usa quelle forme sempre e dovunque?). Potrei dirle questo e molto altro, ma mi rendo conto che non servirebbe a nulla, perché lei pensa esclusivamente a difendersi, non a ragionare. Mi arrendo e la saluto cordialmente.

  24. Giulio Mozzi Says:

    No, Felix: non ho controllato sui vocabolari. Ma, essendo un parlante italiano, sfrutto una delle potenzialità della lingua italiana: costruisco le parole che mi servono: l’importante è rispettare la morfologia e il senso.

    Vedo che Google fornisce comunque rinvii a un bel po’ di pagine italiane. Dici che si tratta di “siti non affidabili dal punto di vista linguistico”. Ma – è il problema già sollevato – siamo parlando di autorità o di uso? Ragioniamo con le regole o viviamo la plasticità della lingua.

    “Ab immemorabili”, più che “espressione adeguatissima”, mi pare un’iperbole (a me, fatto personale, stanno un po’ antipatiche le iperboli; ma non sono certo illegittime).

    Giustamente scrivi:

    …un docente di “scrittura creativa” dovrebbe insegnare ai propri allievi che in un testo letterario nulla è casuale o preterintenzionale, dunque un forte arcaismo, un errore lessicale e un’espressione marcata, ancorché legittimi, devono essere motivati.

    Sono d’accordo. Infatti, ho un motivo per concordare a quel modo. (E, come ho già detto, non insegno a concordare a quel modo). Ma vedo che la domanda non arriva ancora.

    Ah: questi che stiamo scrivendo, sono “testi letterari”?

    …lei pensa esclusivamente a difendersi, non a ragionare..

    Eh, Felix: se tu contesti la legittimità di una scelta, io posso solo provare a dire perché mi sembra legittima. Se tu avessi detto, poniamo, che quel modo di concordare ti pare brutto, avrei risposto in tutt’altro modo. Ma tu non l’hai detto, se non sbaglio.

  25. Felix Says:

    I dizionari, Mozzi, non rappresentano l’autorità, come lei dice, ma registrano l’uso. E “romanticista” è ignoto ai lessici. Se qualche internauta lo usa, ciò non significa che il termine sia accettato e accettabile (lei parlava della polemica tra classicisti e romantici: mi citi un solo manuale, una sola voce enciclopedica, un solo saggio in cui si dica “polemica tra classicisti e romanticisti”).
    Il rispetto della morfologia e del senso non sono sufficienti. Se io scrivessi “architettore” in luogo di “architetto” (come si faceva qualche secolo fa) rispetterei sia il senso sia la morfologia, ma farei ridere i polli (a meno che non lo scriva in un testo letterario al fine di conferirgli una patina anticheggiante; ma se lo usassi in un testo narrativo volutamente sciatto e mimetico del parlato informale farei ridere ancor di più i suddetti polli: ecco perché il mestiere di docente di scrittura creativa non può essere esercitato se non da esperti di cose linguistiche e, soprattutto, di lingua degli autori).
    Ma avevo promesso di arrendermi. Grazie e cordiali saluti.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Ecco, Felix: vedo che continui accuratamente a evitare la domanda che ti invitavo a fare.

    E, ripeto: come puoi fare riferimento all’uso, se poi ti disturba un (morfologicamente corretto) nuovo conio?

    “Architettore” può essere usato in un testo letterario non solo per dare una “patina anticheggiante”. Può essere anche usato per far sorridere il lettore. In un testo deliberatamente sciatto potrebbe ugualmente stare, come ipercorrettismo (o come tentativo fallito, da parte di un personaggio o del narratore -narratore in senso narratologico- elevare il proprio discorso). Ecc.

    Comunque, ora la domanda me la farò da me; e tenterò di rispondere. Perché mai ho deciso (consapevolmente) di esagerare nelle concordanze?

    Risposta: per dare un po’ di fastidio al lettore. Per distrarre il lettore dall’ “effetto di realtà” che la narrazione ben fatta produce; e per costringerlo a ricordarsi che sta semplicemente leggendo un testo scritto.

  27. Pensieri Oziosi Says:

    Be’ romanticista non è sicuramente una novità. Per una parte dell’Ottocento era un termine comunemente adoperato nella critica letteraria. Alcuni esempi:

    Non tutte le leggi della Poetica sono un soggetto di controversia fra i Classicisti ed i Romanticisti; ma quelle segnatamente che riguardano l’arte drammatica, il Romanzo storico, e la imitazione della natura scelta, ossia l’esattezza della copia nelle descrizioni dei fatti, e nella pittura dei caratteri e delle passioni.
    [Ferdinando Orlandi, Dissertazioni storico-critiche sopra il romanticismo e il classicismo, Magheri (Firenze) 1839.

    Disse già tempo un bello spirito francese che talvolta bastò un solo individuo per render ridicola una intera nazione. Una tal sorte avrebbe potuto correre l’Italia in faccia agli stranieri per colpa di pochi, se non avesse avuto il buon senso di rider essa la prima del vaniloquio ambizioso dei nostri Romanticisti. [Giuseppe Acerbi, Biblioteca Italiana, Proemio al Tomo XIII, MIlano 1819 — Ivi interessante anche una notarella sulle traduzioni di opere dal francese, inglese e tedesco]

    Sei i canoni tratti dai classici e l’uniforma[r]si nello scrivere a quelli è ciò che precipuamente costituisce il classicismo, Dante non fu classico mai, nè lo Schlegel ha torto dandocelo come il capo de’ romanticisti. [Tommaso Gargallo, “Di alcune novità introdotte nella letteratura italiana”, nel Nuovo Giornale de’ Letterati, Tomo XXXVI, Pisa 1838]

    Vi concedo che Dante e Petrarca, Ariosto e Tasso sieno Romanticisti. Ma il Grossi è un Romanticista d’un’altra specie. Egli è come i Byron, i Goethe, i Walter-Scott e simili altri scrittori, tanto rinomati in Europa. [Felice Romani, “Sui primi cinque canti dei Lombardi alla Prima Crociata di Tommaso Grossi ragionamento di Don Libero”, Rusconi (Milano) 1826]

    Ma perché miei cari romanticisti avete ripudiate quelle leggi che noi classicisti adoriamo come frutto della greca sapienza?[Recensione anonima sull’Annotatore Piemontese, Volume Quarto, Torino 1836 — Notare la concordanza del p.p.]

  28. Giulio Mozzi Says:

    Eh, P. O., ma basta dire che i tuoi sono esempi “non affidabili dal punto di vista linguistico” – e il gioco è fatto.

    Ahimè.

  29. Felix Says:

    Eh, Mozzi, suvvia, sono esempi affidabilissimi, ma risalenti a quasi due secoli fa. Vuole tornare ad architettore? Desidera dire poeti ermetisti e non ermetici? Vuole dire dipintori? Faccia pure. Ma oggi si dice romantici, non romanticisti. Lo riferisca anche al suo amico.

  30. Giulio Mozzi Says:

    Felix, sei incontentabile: ma anche imprudente. “Dipintore” è una parola di uso corrente nel linguaggio sindacale (esempio: ci ho lavorato, in gioventù). “Ermetista” è una parola di uso corrente nel linguaggio della storia della filosofia (indica gli appartententi a una corrente di pensiero filosofico-mistico sorta nel tardo ellenismo e poi ripescata da alcuni pensatori rinascimentali: Wikipedia, vedi e vedi).

    Ma, a parte questo: è o non è lecito usare una parola dal senso perfettamente intuibile, e costruita secondo tutte le regole morfologiche?

    Secondo me sì, qualora porti un significato che non è portato da altre parole e/o qualora fornisca una sfumatura (anche scherzosa, eventualmente) al discorso.

    E comunque, tu hai scritto: “Faccia pure”. Il succo è tutto qui. Faccio, perché è lecito, ossia possibile senza violare e anzi applicando le regole (attuali, non di due secoli fa!) della sintassi e della morfologia. Non vedo perché dovrei impoverire il mio discorso, e soprattutto non vedo perchè dovrei impoverirlo secondo criteri incoerenti.

    Si può essere postmoderni (anzi: lo si è inevitabilmente, secondo alcuni teorici, poiché siamo nella piena postmodernità) senza sostenere il postmodernismo, e si possono produrre opere postmodernistiche senza essere postmodernisti (tenendo conto che le opere prodotte nella postmodernità sono inevitabilmente postmoderne indipendentmente dal fatto che siano o no postmodernistiche).

    I suffissi esistono, poffarbacco.

  31. dm Says:

    (Capperi, ci sono in giro viventi al guinzaglio e non s’accorgono che non c’è padrone.)

  32. Felix Says:

    Mi scrive un’amica: “Ti conviene dar ragione a quel Mozzi, altrimenti ti porta all’esasperazione. E’ questo il suo gioco con chiunque osi muovergli un appunto. E ha una pletora di seguaci pronti a spalleggiarlo a spada tratta”. Dunque, ho capitA la lezione: da oggi scriverò: “Ho picchiata la nonna perché amava troppo i romanticisti e detestava i poeti ermetisti, nonché i dipintori figurativi”. E lo scriverò non solo nei testi poetici e narrativi (per costringere il lettore a ricordarsi che sta leggendo un testo scritto, altrimenti quel deficiente mica se ne accorge), ma anche in testi tipo “Dieci cose che un c.d. insegnante di ‘scrittura creativa’ deve sapere” (anche se non è un testo narrativo: ma che differenza fa? Vogliamo forse fare i pignoli?). Ed eviterò accuratamente di insegnare agli aspiranti scrittori che tutto, in un testo letterario, dev’essere motivato, perché non esistono né padroni né guinzagli, capperi! Grazie, Mozzi & C., mi avete impartitA una bella lezione.

  33. dm Says:

    (Il bello è che qui dentro si è, piuttosto spesso, in disaccordo con Giulio Mozzi, io credo di avergli opposto una quantità irragionevole di ragioni buone, argomenti più o meno leciti, in un tempo piuttosto lungo. Ma, noto costantemente, è difficile esprimere concordanza di opinioni nel blog, perché subito si viene tacciati di “spalleggiare” o peggio. In ogni caso, è una costante che nell’idioletto dell’individuo-poco-dialettico “esasperare” stia per “disputare”, o semplicemente “discutere”. Ciao ciao.)

  34. Felix Says:

    Magnifico! Oltre ad avere imparatA la lezione mozziana (per cui, ripeto, da oggi scriverò “Ho picchiata la nonna perché amava troppo i romanticisti e detestava i poeti ermetisti, nonché i dipintori figurativi”), ho imparatA anche quest’altra: “portare all’esasperazione” non significa affatto ‘rispondere fischi per fiaschi (pontificando in materie che si ignorano) al solo fine di snervare l’interlocutore’. Niente affatto. Significa ‘disputare’ o semplicemente ‘discutere’. Girerò il prezioso ammaestramento alla mia amica.

  35. Pensieri Oziosi Says:

    Ancora un paio di note sparse:

    1. Naturalmente, se romanticista era un termine comunemente adoperato nella prima metà dell’Ottocento lo si ritroverà di riflesso nella produzione storiografica e filologica sul periodo, a partire da Cesare Cantù in poi.

    2. Il testo di riferimento è quello di Ilaria Bonomi, Stefania De Stefanis Ciccone, Andrea Masini, “Il lessico della stampa periodica milanese nella prima metà dell’Ottocento”, La Nuova Italia, 1990.

    3. A chi fosse di passaggio a Strasburgo posso consigliare la piacevolissima “Raccolta de proverbi milanes – Sestinn e dialogo di Don Nasone classicista con Don Kyrieleison romanticista – Terzine”, Vallardi (Milano) 1820, disponibile alla Bibliothèque Nationale et Universitaire.

    4. L’autore del “Ragionamento di Don Libero” citato nel mio commento precedente e dato alle stampe in forma anonima era Felice Romani, il librettista di riferimento di Bellini e Donizetti, ma, ovviamente, non dei “Lombardi alla Prima Crociata”, adattato per Verdi da Solera.

  36. Felix Says:

    Sì sì, ho capitA la lezione: non si dice romantico, ma romanticista. Anche se i lessici, i manuali e i saggi letterari hanno romantico e non romanticista. Tranquilla, Pensieri Oziosi, ho già promesso due volte di scrivere d’ora in poi “Ho picchiata la nonna perché amava troppo i romanticisti e detestava i poeti ermetisti, nonché i dipintori figurativi”. Cos’altro devo fare? Chiedere perdono? Buttarmi un chilo di cenere in testa?

  37. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 12 settembre 2014, ore 06. 33 – « Longtemps je me suis couché de bonne heure ». Ieri sera, assistendo al primo ddibbattito dopo il rientro – c’erano tutti, da Vattimo a Sgarbi, più vispi, più litigiosi che mai -, spegnendo, prima che il ddibbattito fosse finito, il televisore, ho pensato che il mondo si divide fra chi si sveglia presto la mattina perché è andato a dormire presto la sera e chi la sera tira tardi, anzi, dà l’impressione di non volere andare a dormire mai. Si può andare a dormire presto per tante ragioni: perché ti ci mandano, perché sei un bambino, oppure perché il giorno dopo devi andare a lavorare, e lavorare, si sa, stanca. Però può anche succedere che si vada a dormire di buon’ora perché si vuole alzarsi presto la mattina, ma non per necessità, per « bisogno », ma perché non si vede l’ora di farlo, per esempio perché si deve partire per le vacanze etc. Io, per esempio, ho cominciato ad alzarmi presto più di mezzo secolo fa per andare a correre, tutto solo, nello stadio deserto – a quei tempi non correva nessuno -, nel silenzio incontaminato – se fossi di Roma potrei dire « maggico » – dell’alba – a quei tempi il mondo era ancora piuttosto silenzioso. In generale, chi si alza presto, chi vuole alzarsi presto, lo fa perché gli piace cominciare qualcosa, perché ama, per così dire, l’inizio. Perché poi lo ami non si sa bene, che ci trovi di tanto bello, che cosa si aspetti che debba succedere, dopo che si è iniziato. Forse, in quel dare il via a qualcosa – il primo tratto di penna, il primo colpo di bacchetta, la prima pennellata – c’è la speranza, opinabile, di ogni giocatore: la speranza di vincere. « Un coup de dés jamais n’abolira le hazard »…, « Fusse che fusse la vorta bbona »… Ma poi: vincere che? No, deve trattarsi di qualcos’altro… Comunque, una volta che si è presa l’abitudine di svegliarsi presto, poi non la si perde più. Anche quando non abbiamo più niente da fare, da « iniziare ». Io, per esempio, la mattina – presto, prestissimo – scrivo il diario. Che è come dire che non faccio niente, non inizio niente. È come andare a correre, su una pista vuota, dove si sente soltanto il suono, cadenzato, dei tuoi passi: tac, tac, tac, tac… Mi prendevano anche per matto, un mezzo secolo fa… “.

  38. dm Says:

    (Mah, io ho imparato un mucchio di cose esasperandomi ed esasperando, ma io sono io. Quanto alle nonne, secondo me le nonne bisogna rispettarle mica nominarle per futili pretesti di concordanza. Ah, le nonne! Le nonne sono il nostro futuro!…)

    Quanto alla cenere, vedi precisazioni:
    .

  39. LiveALive Says:

    “Per distrarre il lettore dall’ “effetto di realtà” che la narrazione ben fatta produce; e per costringerlo a ricordarsi che sta semplicemente leggendo un testo scritto.”

    Questo è un punto che mi interessa. A me è sempre stato detto che se il lettore non si accorge di leggere vive un’esperienza emotivamente più intensa. Allora mi vien da chiedere: perché ricordare al lettore che sta leggendo?

  40. acabarra59 Says:

    “ 10 novembre 1993 – Beniamino Placido non capisce perché il bianco e nero sia definibile « onesto ». Lo è perché dichiara la sua natura di immagine, altro dalla realtà. “.

  41. acabarra59 Says:

    Ma, per quanto ci riguarda, credo che la questione sia piuttosto questa: “ 31 luglio 1984 – L’atteggiamento « scientifico » nei confronti del testo letterario – fino all’instaurarsi di un vero e proprio tabù del contatto diretto con il medesimo per una moltitudine di lettori che con la letteratura sono riusciti a non avere nessun vero rapporto -, la lucidità analitica etc. non impediscono che la potenzialità mitico-allucinatoria della scrittura si ri-proponga altrove che nei libri di letteratura propriamente detti, per esempio nelle letterature « minori«» o minime e, soprattutto, nel giornalismo. “.

  42. Giulio Mozzi Says:

    Felix, scrivi:

    Sì sì, ho capitA la lezione: non si dice romantico, ma romanticista. Anche se i lessici, i manuali e i saggi letterari hanno romantico e non romanticista.

    Mi spiace: se è questo che hai capito, non hai capito niente. Vedi quanto già scritto qui, dove suggerisco per le due parole due ben diversi significati.

    Scrivi anche:

    Tranquilla, Pensieri Oziosi, ho già promesso due volte di scrivere d’ora in poi “Ho picchiata la nonna perché amava troppo i romanticisti e detestava i poeti ermetisti, nonché i dipintori figurativi”.

    E questo è un espediente retorico trito e ritrito: fingere che l’altro prentenda di stabilire la propria opinione come regola per tutti (il che non è, come puoi vedere qui).

    Cos’altro devo fare? Chiedere perdono? Buttarmi un chilo di cenere in testa?

    No, non devi fare niente. Sarebbe carino da parte tua, invece, evitare di attribuire ai tuoi interlocutori opinioni o intenzioni sciocche che essi non hanno, solo per poterle agevolmente deridere.

  43. Giulio Mozzi Says:

    LiveAlive, scrivi:

    A me è sempre stato detto che se il lettore non si accorge di leggere vive un’esperienza emotivamente più intensa. Allora mi vien da chiedere: perché ricordare al lettore che sta leggendo?

    Presumo sia vero che se il lettore non si accorge di leggere ecc.

    Ma a me interessa che il lettore abbia un’esperienza consapevole. Ossia che si renda conto che se sta piangendo o ridendo, sta piangendo o ridendo davanti a delle parole.

  44. Felix Says:

    Caro Mozzi, la mia amica ha ragione: il suo gioco è fin troppo scoperto: portare il prossimo all’esasperazione con polemiche sterili e infinite.
    1) Non esistono due diverse accezioni e non esistono due termini distinti: oggi si dice romantico e basta. Compulsi qualche dizionario prima di pontificare. Dopodiché, se qualche dizionario registra il termine romanticista (senza marche d’uso!), ammetterò pubblicamente d’aver torto.
    2) Il participio concordato non si usa più da un secolo, ergo si tratta d’un arcaismo (lei lo usa perfino nel testo qua sopra, che non è né una poesia né un racconto: quindi il suo discorso sull'”esperienza consapevole” ecc. ci sta a pigione).
    3) Cosa avrei dovuto rispondere a Pensiero Oziosi, che si ostina a produrre esempi di due secoli fa (col suo avallo)? Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.

  45. acabarra59 Says:

    “ Martedì 9 luglio 1996 – Che cosa facevo, tutto il giorno, da bambino? Stavo fra le donne. Per esempio la nonna e la sorella della nonna. Per esempio nel ‘52. Che cosa facevano la nonna e la sorella della nonna nel ‘52? Litigavano. Litigavano come avevano litigato nel ‘92 (Ottocento), nel ‘902, nel ‘12, nel ‘22, nel ‘32, nel ‘42 e come riuscirono a fare anche nel ‘62. Nel ‘72 no, perché la nonna, come sento dire che si dice ora, aveva « schiodato ». Nel 1892 nasceva il partito socialista. E le due inseparabili litigavano. Nel 1902 Cechov pubblicava Tre sorelle. E le due sorelle si accapigliavano. Nel 1912 Papini dava alle stampe Un uomo finito. E le due donne continuavano a darsele di santa ragione. Nel 1922 i fascisti marciavano su Roma. E Ida e Olga litigavano anche per strada. Nel 1932 Aldous Huxley scriveva The brave new world. E quelle non temevano di menarsi, animosamente, come avevano sempre fatto. Nel 1942 usciva Lo straniero di Camus. E le due donnine, invece di viaggiare, si prendevano a schiaffi. Nel 1962 c’era il centro sinistra e ognuno era da considerarsi « più libero ». Ma le due, vecchie com’erano, si impegnavano in un furioso corpo-a-corpo, lanciandosi insulti terribili, anche in forma di citazione di quelli del 1892, del 1902, del 1912, del 1922, del 1932, del 1942, del 1952. Se non stavo attento, rischiavo di prenderle anch’io. Per non rischiare facevo come il nonno: mi defilavo. Lui nella sua stanza in fondo al corridoio, io da qualche altra parte, il più lontano possibile da quelle due furie scatenate. Il nonno, quando proprio non ne poteva più, tirava un moccolo. Io no, ma, con tutto il mio piccolo me stesso, entusiasticamente approvavo. “.

  46. Giulio Mozzi Says:

    Felix, la polemica l’hai avviata tu. Io me ne stavo buono buono a farmi i fatti miei.

    “Oggi si dice romantico e basta”. Ma, se ciò che conta è l’uso, e se si ammette che la lingua cambia nel tempo, non si può negare il diritto di usare le parole in modo diverso da quello dell’uso dominante. Altrimenti, come farebbe la lingua a cambiare? E: se voglio fare una distinzione, potrò o non potrò coniare un neologismo o risuscitare una parola disusata? Certo che posso. Le tue censure sono sul piano della legalità: ma se fai un discorso di legalità non puoi (perché vanifichi tutto il discorso) essere autocontraddittorio.

    Idem per il participio concordato.

  47. Pensieri Oziosi Says:

    Scusa, Felix, ma perché pensi che io mi stessi rivolgendo a te?

    Il mio intervento, mi sembrava fosse chiaro, è sul fatto che romanticista non è un neologismo. Non mi sembra di aver dettato da nessuna parte come tu debba scrivere.

    Va bene voler essere al centro dell’attenzione, però insomma…

  48. Felix Says:

    Pensieri Oziosi, no, non è affatto così. Qui si parlava di lingua italiana contemporanea e tu tiri fuori esempi di duecento anni fa. Nessuno ha detto che romanticista sia un neologismo, dove l’hai letto? Io ho detto che nella lingua italiana contemporanea non esiste.
    Mozzi, lei è maestro in fatto d’intorbidamento d’acque. Ecco il mio primissimo intervento: ” “hanno prodotte e pubblicate opere”? Il participio concordato è ormai un relitto. Lei insegna a scrivere così?”. Bastava rispondere: “No, Felix, non insegno a scrivere così, ma mi piace usare forme arcaiche e disusate, non solo nelle opere letterarie ma anche nella lista della spesa”. Fine. Non sarebbe nata nessuna polemica.

  49. Giulio Mozzi Says:

    Che non insegno a scrivere così, Felix, l’ho scritto il 9 settembre scorso.

    Non mi piace usare forme arcaiche e disusate. La ragione per cui uso le concordanze in un certo modo l’ho spiegato il 10 settembre scorso.

    A volte, per conversare piacevolmente, basta leggere ciò che gli altri scrivono e tenerne conto nella risposta. Addio.

  50. Felix Says:

    1) Eh, Mozzi, non scrisse solo quella frase, altrimenti la polemica non sarebbe nata (come ho già detto: ma evidentemente lei non legge “ciò che gli altri scrivono” e non ne tiene conto nella risposta).
    2) La ragione per cui lei “usa le concordanze” (strana formula: infelice e dilettantesca, se lo lasci dire: non significa un fico secco) sarebbe quella di dar fastidio al lettore, ecc. Ma le usa anche nel testo qua sopra, che non è né un racconto né una poesia; e le usa anche nei post. Lei le usa sempre, Mozzi, e ciò produce effetti di comicità involontaria. Un docente di “scrittura creativa” dovrebbe saperlo. Addio.

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