“Quella misteriosa disciplina che è la scrittura creativa”

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di Livio Romano

Ho cominciato a insegnare scrittura creativa, come la si chiama, praticamente per caso. Erano i tempi del mio esordio einaudiano. Mi chiamava un sacco di gente a concionare sulle questioni più disparate. Mi davano un sacco di soldi. Io ero entrato in questa giostra chiamata “promozione” come un’Alice nel paese delle meraviglie. Mi pareva di dover sempre dire di sì, di non poter mancare ad alcun convegno, di non poter declinare alcun invito.
Non mi divertivo quasi mai, e anzi da subito queste manifestazioni dello Spirito si rivelarono un gran rottura di scatole. E però ci andavo. Spesso beccavo il gettone di presenza: altre volte spendevo soldi miei per pagarmi viaggi e alberghi e baby sitter – ché a 32 anni io avevo già due figlie, ed ero, e sono rimasto, poverissimo, e non ho mai usufruito di alcun aiuto da parte di nonni ed esponenti variegati della Famiglia Mediterranea. […]

Questo articolo di Livio Romano, apparso nel sito di Scuola Twain, non mi convince (lì, nei commenti, dico perché); e tuttavia invito a leggerlo. gm

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119 Risposte to ““Quella misteriosa disciplina che è la scrittura creativa””

  1. icalamari Says:

    Ho letto tutto, risposte comprese.
    Bene, se non fosse che Romano é parte dell’establishment culturale di questo paese, del quale sarebbe il caso di curarsi, verrebbe da dire: ma lasciatelo perdere, poveraccio.
    Tristezza.
    Ma no, c’è Vibrisse. Aaallegria!

  2. Daniela Says:

    Letti, l’articolo e i commenti. Sono contenta di avere deciso di seguire il corso che spero farai da gennaio a Pd. Mi hanno, per anni, sconsigliata e consigliata di farne a bizzeffe, di corsi di scrittura. Il tuo sarebbe il primo che seguirei, a parte quello di scrittura teatrale nel 2006 a vr, che mi è servito più per combattere la mia allora poca autostima che altro. Non ho mai amato i corsi di scrittura perché solitamente hanno costi folli, a cui non potevo né volevo accedere, magari tenuti da persone totalmente sconosciute a me e col rischio di perdere tempo, o peggio che di essere infarcita di illusioni o al contrario sorbirmi una specie di disgusto da professore verso l’allievo. E poi per tanti anni avevo la paura del confronto, non lo nego. Alla fine in un corso vorrei ricevere degli strumenti (di qualsiasi tipo, compreso l’esperenziale), come e più dei libri di Carver, Cerami e i tuoi. Ecco, leggendo Romano di cui non conoscevo l’esistenza mi era passata la voglia. Ho capito il sarcasmo, la satira (si dice così? Ché ho fatto scuole non letterarie), è scritto bene ma di cattivo gusto. è come se io facessi un articolo sui miei clienti pigliandoli a pesci in faccia trincerandomi dietro a un ” questo lavoro lo dico apertamente mi fa campare ma lo odio”. Vecchi o nuovi clienti verrebbero da me sereni e contenti? Allora mi chiedo, se uno non si sente confortable in quel ruolo di insegnante di scrittura creativa per x motivi (timidezza, poca stima, ecc) dove credo, ma tu Giulio smentiscimi, sia fondamentale (a parte la conoscenza) empatia, fiducia, stima, flessibilita’ e tanta passione, dicevo uno non dovrebbe farsi delle domande e poi darsi delle risposte? Ché se uno arrotonda coi corsi va benissimo ma pigliare così la gente che lo segue pubblicamente non so, secondo me non è stata una mossa azzeccata. Ma io non sono nessuno, so poco di articoli di costume o di altro e comunque sto aspettando dalla lanterna le ultime info e poi ripeto, spero parta il tuo corso.

  3. normanna Says:

    Credo che basterebbe insegnare la scrittura. Prima ancora, la lettura. Molta lettura. A quella “creativa” non credo e non ho mai creduto. Imparare a tritare i minerali, polverizzarli e ricavarne i colori, mischiarli con l’uovo e l’aceto e farne le tempere; gessare le tavole; riprodurvi le linee dei disegni ricalcandole; poi, pian piano, imparare a stendere i colori, velatura per velatura. Questo si faceva nelle antiche botteghe dei pittori. Ecco: fate il parallelo con la scrittura. Quel che manca, oggi, oltre al sapersi riconoscere “non creativi”, è il sapersi riconoscere bisognosi d’apprendere i rudimenti del leggere e dello scrivere. O, almeno, bisognosi di continuare a perfezionarli. Con umiltà, curiosità; completo abbandono e fiducia in chi ne sa più di te. Come i ragazzi pittori a bottega dai maestri. La creatività potrà venire da sé. Potrà, ma sarà soltanto un atto liberatorio, il tirarla fuori della maieutica.

  4. Lucio Angelini Says:

    Non potrei essere più d’accordo. “… con particolare riguardo alle gnocche di 35 anni che si agghindano da ballerine di lap dance la sera della lezione, forse al fine di sedurre il docente”: ah ah ah;
    “pagano non per addentrarsi nei meccanismi dell’arte del narrare, bensì per capire com’è fatto da vicino un essere umano che ce l’ha fatta a pubblicare”: ah ah ah; “resoconti di viaggi con la Parrocchia durante i quali ci si sente dei Chatwin redivivi”: ah ah ah.
    Grande Livio Romano (di cui non sapevo nulla fino ad ora).

  5. Marisa Salabelle Says:

    E va bene, pensò l’anziana scrittrice. Ho settant’anni, mi sono laureata in lettere, ai miei bei tempi, col massimo dei voti e la lode, ho insegnato italiano nelle scuole medie per quarant’anni, ho letto diecimila libri e, sinceramente, credo di saper scrivere nella mia lingua. Conosco la grammatica e la sintassi, ho un lessico ricco e vario, conosco i diversi registri espressivi. So qualcosa di tecnica della scrittura, ho fantasia, inoltre scrivo da una vita, ma se voglio che i miei manoscritti siano presi in considerazione per un’eventuale pubblicazione non ho altra scelta: devo per forza frequentare una scuola di scrittura. Scrivere romanzi da autodidatta l’hanno fatto in tanti, per secoli, e alcuni con ottimi risultati, ma oggigiorno non è neanche lontanamente concepibile: anche ammesso che la tua opera, non accreditata dall’assidua frequenza di uno o più corsi e soprattutto firmata con un nome sconosciuto nel giro dei lettori, editor e talent scout, venga letta da qualcuno, se l’hai scritta come pareva a te sarai sottoposta a un fuoco di fila di domande che metteranno in discussione ogni tua scelta, sebbene del tutto lecita e documentata nella letteratura di tutti i tempi. Perché usi il tempo presente nella narrazione? Come mai hai chiamato Laura la protagonista? Come ti sei permessa di scrivere frasi più lunghe di una riga e come hai potuto immaginare di usare il verbo al passivo? Domande imbarazzanti, alle quali non saprai come rispondere: ho scelto il presente perché volevo dar l’impressione di seguire gli eventi mentre si verificavano, ho usato il passivo perché credevo che fosse ancora una pratica lecita, è vero, ho il vizio di fare frasi un po’ lunghe, ma mi sembrava che filassero e Laura è il nome della mia migliore amica… Così la professoressa in pensione, visto che le rimaneva un po’ di tempo libero, tra le cure da dedicare ai nipotini, alla vecchissima madre e al marito, e aveva qualche risparmio da parte, mise mano al portafoglio e pagò la sua quota per poter frequentare la scuola di scrittura creativa. A stretto giro di posta ricevette il dépliant col programma del corso e i nomi dei docenti, tra i quali riconobbe un suo ex alunno che, a quanto ricordava, non aveva mai preso più di 5 nei compiti d’italiano.

  6. Patrizia Patelli Says:

    Io sottoscrivo la risposta di Giulio. La parola è democratica, tutti hanno il diritto di provare ad esprimersi e magari imparare un po’ di più a farlo. Il punto è che non si può insegnare a nessuno a diventare scrittore in cinque o dieci incontri (questo non dipende dall’insegnante ma dal percorso che costui ha fatto o farà per conto suo), ma se si ama la parola e si amano le persone, a tutti si può far capire che ciò che ha da dire è importante e lo si può incoraggiare a farlo in una forma comunicabile. E poi la domanda mi sorge spontanea… ma se uno si rompe tanto a tenere sti corsi, ma perché continua a tenerli?
    Io, in queste parole (e Livio Romano non lo conosco e non l’ho mai letto e probabilmente scrive libri meravigliosi, quindi mi baso sulle parole che ha scritto nell’intervento) ci vedo il disprezzo e il dileggio per le persone, e se non c’è almeno quel rispetto che cosa mai si può trasmettere? I manuali esistono già su carta, non ho bisogno che mi vengano letti ad alta voce.

  7. Greco Sabrina Says:

    Se si avesse l’umiltà di porsi delle domande, di esser sicuri di saper leggere…
    Nei corsi di scrittura si impara a leggere, libri e interventi. Questo è un risultato che un corso di scrittura potrebbe sì garantire, rilasciando un bell’attestato finale.
    Io ho partecipato ad un solo corso con Giulio Mozzi (molto bello) e ad alcuni suoi laboratori (interessanti).
    Mi piacerebbe tantissimo prendere parte ad un corso con Livio Romano che per me è un vero mito. L’origine salentina comune è una coincidenza che me lo fa amare di più.
    Ha un’acutezza da occhio di lince, i suoi testi hanno grande sostanza e un’efficacia stilistica rara.

  8. Marco Adornetto Says:

    A mio parere Livio Romano voleva soltanto prendere in giro questi corsi di scrittura creativa che, secondo lui, non servono a niente. L’unica ricetta consigliata, prima di tentare di scrivere qualcosa, è leggere molti libri. Buoni libri s’intende.

  9. Livio Romano Says:

    La battuta del secolo: io faccio parte dell’estabilishment culturale. Maddai che son colo un poveraccio. E guadagnare è una parola pazza ed esagerata. Mi chiamano, son contenti di venire, li diverto moltissimo, lo faccio con fatica e dopo aver lavorato ad altre cose per 10 ore, mi scrivono, mi mandano roba, la leggo: mi pare piuttosto equo per 150 euri no? Ho già spiegato che NON penso quel che ho scritto degli allievi, che usavo un tono iperbolico e satirico per riderci un po’ su, suvvia! E’ gente che vien lì e dichiara che non legge alcunché perché non vuole che la sua prosa si contamini, tanto per dire. Lasciatemi divertire un po’ quando parlo di loro FRA ADDETTI AI LAVORI.
    Riassumo al massimo: parlo do consigli fornisco esempi, ma non me la sento di esprimer giudizi sui loro scritti e, proprio per questo, evito proprio che ne producano, di scritti, durante gli incontri. Tutto qua.

  10. Illusion79 Says:

    L’intento umoristico di Romano è, a mio modo di vedere, palese. Non fatico ad immaginare milioni di discussioni simili tra gli “adetti ai lavori”.

    Capisco però perfettamente la presa di posizione (il fastidio?) del Sig. Mozzi, il cui operato è probabilmente dettato più da una certa vocazione che non da mere esigenze profittuali.

  11. Federico Platania Says:

    @Livio:
    Sarà che la retorica cattivista non mi emoziona più da tempo, ma ho trovato il tuo pezzo davvero antipatico. E’ come se un ristoratore, su un blog di gastronomia, parlasse male dei suoi clienti e poi nei commenti cercasse di metterci una pezza dicendo: ma via, facevo solo un po’ di satira di costume!
    Mi sfugge il senso del tuo intervento: lo sfogo di qualcuno che non ne può più di fare il lavoro (uno dei lavori) che fa? Legittimo (anche se, lo ammetterai, un po’ di cattivo gusto, pensando a chi ha partecipato ai tuoi corsi e si riconoscerà nelle tue parole. E non vale l’argomento del “solo per addetti ai lavori” visto che quel blog può essere letto da chiunque).
    Oppure far sì che il numero degli iscritti al prossimo corso sia uguale a zero (che, paradossalmente, mi sembra proprio quello che tu stesso auspichi, visto che ti pesa tanto questa attività).

  12. enrico Says:

    Domanda a Livio: ma t’importa davvero insegnare a qualcuno, formarlo, ascoltarne la voce, individuare il suo percorso, accompagnarlo nella scoperta di mondi, di suoni, di storie? Dal tuo pezzo, se devo inferire: la risposta è no (faccio eco all’intervento di Platania), col che mi posso pure sbagliare. Però sai che alla fine della tua satira/sfogo (la satira non dice verità? Ah sì? Perché è “iperbolica”? Ohibò!) anch’io mi chiedo: perché lo fai? Perché è la tua routine? Perché procura reddito? Perché? A mio modesto avviso, se barri le caselle sbagliate alle domande suddette (tipo: “sì perché procura reddito”), è meglio che te le fai te, le domande, e ti metta in discussione seria ma seria fino alla crisi, e che la “messa in discussione” squaderni in nuovi sensi la tua “simpatia” (che sfocia in una iiridente, insidiosa insofferenza)…

  13. Giulio Mozzi Says:

    Illusion79: insegnare a scrivere e raccontare è uno dei lavori di cui campo. Questa professione è molto più importante, dal punto di vista economico, per me che per Livio.

    Calamari: sostenere così, senza un minimo di distinzione, che Livio è “parte dell’establishment culturale di questo paese”, mettendolo quindi sullo stesso piano, che so, di Umberto Eco, Antonio Franchini, Giovanna Melandri, Elisabetta Sgarbi, eccetera, o anche del sottoscritto – che rispetto ai sopraddetti conta un cazzo, ma dispone comunque di una certa quantità, sia pur labile e precaria, di potere -: be’, mi pare proprio fuori luogo.

    Livio: un discorso tra addetti ai lavori è un discorso che si fa in un luogo chiuso. Tu hai pubblicato il tuo pezzo in un blog, nella rete, nel luogo più aperto del mondo.

  14. gian marco griffi Says:

    Le gnocche di 35 anni che si agghindano da ballerine di lap dance per sedurti sono un problema. Che poi a letto sbagliano i congiuntivi e ti si ammoscia. Una tortura. Tu provi a insegnargli l’incipit di Moby Dick e loro ti sbattono in faccia le tette e un fico d’india. E quasi quasi ti viene voglia di metterti a insegnare lap dance, altro che a scrivere.

  15. virginialess Says:

    Ho letto nel suo blog che Romano è un insegnante di lingue. A mettere insieme pranzo e cena dovrebbe, con oculata parsimonia, arrivarci. Ha anche pubblicato alcuni libri, non so quanto remunerativi. Non uscirà dalla condizione di “povero” per quei pochi “euri”…
    La metto sul personale. Non faccio più lezioni private di estetica agli studenti di architettura geometri. Il bizzarro ordinamento della facoltà li obbliga a sostenere quest’unico esame di filosofia, disciplina mai studiata in precedenza.
    L’ho deciso per non mancar loro di rispetto, dopo aver cestinato la mail che stavo scrivendo a un collega. Il tono era più o meno quello che Romano riserva ai suoi discepoli paganti.

  16. Andrea D'onofrio Says:

    E’ brutto perchè è estraneo. Ed è più brutto perchè un Livio Romano estraneo non te lo aspetti.

  17. Paolo Gallina Says:

    A me non sembra che Livio Romano la pensi come Mozzi. Anche perché Mozzi mai scriverebbe “…un pezzo fra l’iperbole fictional, il costume colorito e cattivista e il resoconto di un’esperienza che -l’ho detto- ho fatto, e faccio, solo per arrotondare…” e Mozzi stesso ce lo conferma nel suo commento. Il dileggio dei discenti da parte del docente non è previsto in nessun manuale di pedagogia, neppure se intesa nell’ambito ristretto di un’educazione alla scrittura. Così come l’irrisione di un nutrito gruppo di erudite vegliarde ex-insegnanti. Anche se tutto questo viene edulcorato da una buona dose di autoironia, laddove Romano scrive. “…chi mi dà l’autorità di dar consigli a questa gente più colta di me?” Autentica modestia? Ma non sono gli stessi allievi che Romano sovrasta con la sua facondia per impedire loro di parlare a ruota libera e cazzeggiare su psichiatria e primarie del centro-sinistra?
    Si domanda chi gli dà l’autorità (direi meglio autorevolezza) di dar consigli; ma basta leggere la nota biobibliografica sul suo blog “Niente da ridere” per capire da dove giunge tanta popolarità, prestigio, reputazione. Scrive dei suoi libri:
    – Mistandivò (…) viene accolto sia dalla critica militante (?) che da quella accademica come la prima rivelazione della narrativa meridionale del nuovo decennio.
    – Porto di mare,(…) è accolto dal pubblico e dalla critica con lo stesso favore dell’esordio.
    – Niente da ridere è accolto dal pubblico e dalla stampa con entusiasmo.
    – Il mare perché corre , molto ben accolto dal pubblico e dalla critica.
    Alt. Niente da ridere, su questa immagine di pubblico e critica in perenne attesa del verbo e pronti ad accoglierlo con entusiasmo e festosità.
    Ha ragione Patrizia quando scrive: “La parola è democratica, tutti hanno il diritto di provare ad esprimersi (…) se si ama la parola e si amano le persone, a tutti si può far capire che ciò che ha da dire è importante. E poi la domanda mi sorge spontanea… ma se uno si rompe tanto a tenere sti corsi, ma perché continua a tenerli?”
    Per denaro? Aggiungo io. Bene, allora è giusto domandarsi, come fa Romano, se si è idonei o meno a tenerli questi corsi, e se alla fine si decide per l’inidoneità bisognerebbe rinunciarvi per onestà. E non, con snobismo da scrittore consacrato, citare: “romanzi tutti pieni di fichi d’india, muretti a secco, donne isteriche, innamorati pazzi, gente che decide di andarsene a vivere in campagna, ricordi di nonne che facevano la salsa in casa e il resto delle tristezze”. Perché a crocefiggere velleitari scrittori ci aveva già pensato lo snob per antonomasia Arbasino, bocciando gli epigoni proustiani che producevano prose piene di ricordi di nonnine, marmellatine e via dicendo.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Sia chiaro: Livio Romano è un eccellente scrittore. Malmenato dall’editoria, che lo trova troppo difficile, troppo artista, troppo troppo, troppo scrittore. I suoi libri meriterebbero pubblicazioni in pompa magna. Ma l’establishment culturale lo respinge.

    Questo è il mio giudizio.

  19. gian marco griffi Says:

    E io uscendo dall’ufficio andrò a comperare Mistandivò.

  20. Carlo Capone Says:

    Ma Livio Romano va letto, mazza e uno, per cercare di capire la sua personalità di scrittore e di uomo, ambedue ragguardevoli. Leggendo il suo ultimo lavoro [Diario Elementare] anche io a volte ho finito per trovarmi spiazzato (esilarante e da uomo veramente buono il rapporto con i suoi nanetti, e sbalordito lo sguardo su un nascente loro razzismo, al punto che la minaccia di punizione è mettere i diari sul bordo finestra mentre piove, affinchè si inzuppino. And so on ). Poi ho capito, almeno così credo, che la sua cifra puntuale è l’understatement, visto anche la sua passione per un certo tipo di british way of life, e da qui mi sono spiegato parecchie cose.
    Guardate che questo qui è un tipo, di uomo e scrittore, davvero fuori del comune, come ho detto leggetelo, chè ne vale la pena. Del resto basta seguire le sue periodiche riflessioni su fb [ohibò, mi son scoperto] per accorgersene.
    Ah, a scanso di equivoci, e come Giulio Mozzi ben sa, non scrivo più, non devo pubblicare alcunchè, nè chiedere favori ad alcuno. Quelli, al limite al limite, li faccio io agli altri.
    Ora scappo perchè sto diavolo di Nasdaq oggi è una montagna russa.

  21. Daniela Says:

    Stamattina ho scritto un’opinione non da addetta ai lavori, sull’articolo del sig. Romano (su un blog che seguo abbastanza spesso e che avrei consultato tipo domani o dopodomani). Non avendo mai letto niente di Romano mai mi permetterei e permetterò di dire nulla sia sul suo modo di scrivere né tanto meno sulla sua persona. Stiamo commentando un articolo e su questo io mi fermo. Ché quelli bravi possono anche scrivere cose antipatiche e di conseguenza leggere commenti antipatici. Così va il mondo, così dovrebbe andare, fedeli a se stessi nel bene e nel male. Poi personalmente, dico, come marketing per invogliare la massa a seguire corsi di scrittura, gente come me che odia però le ballerine, non è ben riuscita nonostante lo ribadisco l’articolo sia scritto bene e cogliendo anche l’ironia dell’autore (ma non l’iperbole!). Non credo neppure che questi commenti pregiudicheranno l’affluenza ai suoi corsi (anzi auguro di cuore aule gremite).

  22. enrico Says:

    La domanda non riguarda nessuno in particolare, non per esempio Livio di cui non ho letto nulla, e che se mi capita leggerò con curiosità e interesse (anch’io detesto le etichettature, mi piace discutere di quello che una persona dice, non di quello che “è” o si suppone che sia). Però poniamocela, questa domanda. Via. Un grande persino grandissimo scrittore può essere un insegnante che si annoia, con un fondo di cinismo, che non ne può più della “gente”, stanco e disilluso di “quelli lì” (i suoi allievi: quelli che lui chiama: le vegliarde, le ballerine, i mielosi. gli accademici, quelli con l’ambizione malriposta ecc.)? E quindi, forse ma forse, una persona “al posto sbagliato” nel ruolo di insegnante? A me, pare, pare di sì… e forse si può dire semplificando al massimo: un artista è un artista, e un insegnante è un insegnante (ed esistono però anche gli artisti-insegnanti)

  23. Livio Romano Says:

    Giulio, grazie per i complimenti: son sempre graditi. E grazie anche a Carlo Capone. Sapete che mi hanno scritto degli ex allievi? Dicendomi: oh ma l’ironia questi niente eh? Sì, è vero. Son stato tentato dalla vanità di far circolare in maniera più vasta il pezzo in questione, rispetto al sito della Scuola Twain cui era in origine destinato. E’ un rischio che ho ovviamente calcolato. Compreso quello che le gnocche 35enni si riconoscessero. Però, ripeto, come ha scritto Marco Ardonetto -e come ironizza Gaetano Cappelli nel suo ultimo romanzo- era solo un modo per ridere un po’ di questi corsi visti dalla parte di chi vi insegna. Paolo Gallina, come dice enrico: chi ti dice che gli allievi non siano attratti proprio da questo “cinismo” che tu stigmatizzi? Chi l’ha detto che la verve pedagogica sia propria solo di chi fa il bravo maestro maieutico e blabla, e non anche di colui che comincia una lezione prendendo se stesso per il culo e la finisce facendo lo stesso con una serie di sciatterie che gli capita di appuntarsi leggendo libri celebrati (come a dire: state attenti a quel che mi mandate, se considero questo periodo che vi ho letto sciatto, immaginate cosa posso pensare dei vostri, di periodi)? Quanto all’obiezione di Federico Platania, vale quel che ho appena scritto: se c’è gente che viene ai miei corsi e li frequnta fino alla fine vuol esattamente dire che trovano gradevole il mio modo di condurli, articoletti coloroti o meno.

  24. luciamarchitto Says:

    lo so che non interessa a nessuno, ma a me ha dato molto fastidio il termine vecchie bacucche e tutte le altre cose sulle donne che poi hanno generato il commento di Griffi, sarà anche quello ironico? Capisco che Romano sia “frustato” perchè costretto a fare un lavoro che non gli piace, e che sia frustato perchè è un ottimo scrittore (non lo conosco ma non dubito dei pareri più sopra esposti) e non riesce ad avere quel successo che merita, ma questo non è certo colpa di chi si iscrive a un corso di scrittura, anzi quelle persone dovrebbe ringraziarle perchè avere un lavoro che non ci piace è sempre meglio che non aver niente da fare.
    Poi concordo nello scoraggiare chi non sa scrivere, ma ci sono modi e modi.

  25. Livio Romano Says:

    Ohssignore. Ma no Luciana, no! Non son frustrato affatto! Son felice dei libretti che ho scritto e dei lettori che hanno avuto, c’è gente che pur essendo molto in gamba non riesce a pubblicare mai. Ho una vita mediamente appagante sotto ogni punto di vista. Da un paio d’anni mi son rifugiato in una piccola casa editrice che ha un ufficio stampa strepitoso e con l’ultimo libro è riuscita a farmi vendere cinque volte di più che, per dire, Marsilio. I corsi di scrittura costituiscono solo l’1% di tutto quel che faccio. “Vecchie bacucche” dà fastidio? Non credo alle mie orecchie, sul serio. Come mi scrive un’ex allieva: “Se intervenissi diventerei violenta, possibile mai che la gente non sappia apprezzare l’ironia?”. Lo scrittore Gaetano Cappelli su Facebook addirittura mi rimprovera di non approfittare di cotanta offerta muliebre durante i corsi, con questo mostrando un sano cinismo che, io che conosco di persona il narratore, è pieno di umanità e vuol in sostanza dire: “Maddai, son riunioni di gente che vuol passare due ore in maniera intelligente, perché mai prendersi tanto sul serio?”. In realtà io alle “vecchie bacucche” di quel lontano corso son rimasto affezionato. Mi scrivono. Le vado a trovare. Son sicurissimo che riderebbero di gusto di questa polemicuzza.

  26. normanna Says:

    “Frustato”, come scive Luciana, mi suona meglio; sarà stato un refuso, ma mi suona meglio. Con le professoresse dai capelli (immagino) rosso menopausa che nascondono frustini nelle borsettemeripoppins. Ma vi state pubblicizzando a vicenda, Mozzi e Romano? 🙂
    Che poi, a proposito di buone prassi pedagigico didattiche rapportate alla cultura e qualità dell’insegnante, il mio peggior insegnante di matematica fu un fisico nucleare; il migliore un veterinario.

  27. normanna Says:

    “scrive”: la maledizione del refuso 😛

  28. Illusion79 Says:

    Forse leggo male io, ma credo si chiami Lucia, non Luciana…

    Detto questo, credo che la “polemicuzza” di cui parla Romano sia forse imputabile al fastidio di molti circa lo sputare nel piatto in cui si mangia. O almeno, a giudicare dai commenti più nervosi.
    Ma sempre meglio che mangiare nel piatto in cui sputano gli altri, eh. (Si sdrammatizza un po’…)

    Una volta acquisiti, forse col tempo ci si scorda dei privilegi acquisiti. Perché avere gente disposta a pagare per leggerti/sentirti non è altro che questo.

  29. normanna Says:

    Vero: Lucia, non Luciana. A leggere dobbiamo imparare. E, per quel che mi riguarda, anche a controllare meglio i refusi prima di inviare un commento. (Y)

  30. Greco Sabrina Says:

    Io credo che Livio Romano abbia raccontato simpaticamente la verità e l’abbia saputa raccontare, sdrammatizzando e cogliendo il senso di cose importanti.
    Logicamente da umorista ha dipinto macchiette, e ci è riuscito ottimamente, forse un po’ per ironizzare sui segreti del successo editoriale di chi guarda a lui come il depositario di verità che si ostina a tenere per sé, e che si cerca di voler carpire addirittura con domande “trabocchetto”, che non potrebbero avere accesso a nulla se non ad un notato sbandieramento di chi cattivamente si mette in intenzione propositiva dovuta in nome di una dimostrabile preparazione nozionistica.
    Ho riso tanto leggendo il pezzo, ne ho ammirato, come sempre, il coraggio e la provocazione.
    Che poi ci siano pure persone da lui ben riconosciute come veramente interessate alla scrittura e non solo a trascorrere ottimamente il tempo (cosa apprezzabile), questo è chiaro.
    Io, invece, ho letto una grande umiltà in chi non ha mondi fantasmagorici da svelare, tanto addirittura da non sapere neanche il perché del fatto che in tanti lo vogliano ascoltare, in chi si rende ben conto delle eterne difficoltà di uno scrittore serio davanti alla scrittura e delle odierne difficoltà davanti a un’editoria che cerca di sopravvivere onestamente oppure ambiguamente con logiche di mercato predominanti su tutto il resto. E’ giusto non creare false illusioni, esser chiari. Non è pagando per un corso che si ha il diritto di essere in credito di risposte e di incoraggiamenti a prescindere. Inoltre, come ci sono persone incompetenti appassionate di un determinato lavoro, possono esserci persone competenti non particolarmente appassionate, la cui prestazione professionale è comunque richiesta proprio per una questione di alta competenza e non certo per vacui infiammi. Livio Romano si rende conto dell’utilità dei corsi tanto da accettare comunque di tenerli, non sottraendosi ad una domanda culturale. Non si guadagnano mica miliardi insegnando in scuole di scrittura! Parliamo di onestissimi esigui profitti sin troppo meritati.
    “L’addetto ai lavori” l’ho inteso come un riferimento a chi sa benissimo che tali circostanze descritte sono sì reali.

  31. luciamarchitto Says:

    Sì, mi chiamo lucia e nel mio commento c’è un refuso, chiedo scusa a tutti, non ho colto l’ironia che c’è nel pezzo, sono contenta di essermi sbagliata, ma una cosa non capisco: se i corsi costituiscono solo l’1% di quello che fai e se quello che fai oltre ai corsi ti soddisfa e ti fa vivere, perchè li fai?

  32. Giulio Mozzi Says:

    Illusion, hai scritto:

    Una volta acquisiti, forse col tempo ci si scorda dei privilegi acquisiti. Perché avere gente disposta a pagare per leggerti/sentirti non è altro che questo.

    Secondo me la tua affermazione è falsa, in quanto confonde il “privilegio” con la stima. C’è gente che paga per studiare con me: siamo sicuri che sia un mio “privilegio”? Non sarà che sono un bravo professionista, e qualcuno mi stima? Un buon avvocato, un buon restauratore di mobili, un buon insegnante d’inglese, un buon analista, eccetera, sono dei “privilegiati” o dei “bravi professionisti”?

    Livio, scrivi:

    Sapete che mi hanno scritto degli ex allievi? Dicendomi: oh ma l’ironia questi niente eh?

    E’ fuor di dubbio che tu abbia tentato di fare un pezzo ironico. Non sono scemo, l’avevo ben capito, non c’è bisogno che tu citi anonimi “ex allievi” (noto: non “ex allieve”: il maschilismo sta nei dettagli) che scrivono privatamente a te (ma qui stiamo discutendo pubblicamente: si facciano vivi, perdiana!), per dirmi che sono scemo a non capire l’ironia. La mia opinione è che tu abbia sbracato, tutto qui.

  33. Livio Romano Says:

    Sì sì ho sbracato sapendo di sbracare: fuor di dubbio anche questo. Gli (generico: due femmine e un maschio) ex allievi mica ce l’avevano con te, Giulio, dai! E’ gente che ti segue e ti legge: sa bene di quanta ironia sei capace tu stesso. Una volta abbiamo letto un tuo pezzo e abbiamo riso tutti di gusto. Ho dato l’impressione ce l’avessero con te? Me ne scuso.

  34. Felice Muolo Says:

    La classe non è acqua.

  35. Antonella caputo Says:

    Leggendo l’articolo di Livio Romano ho riso di gusto, ma proprio piegata in due. Perché ho l’onore di conoscerlo di persona e di aver partecipato al suo ultimo corso di scrittura, dopo due anni che lo imploravo affinché ne tenesse uno e, come ho appurato in seguito, anche lo avevano fatto. Ho riso perché ha trasformato in un godevolissimo pezzo di costume il lavoro serissimo che fa, ironizzando principalmente su se stesso, invece di tirarsela e prendersi troppo sul serio. Avrebbe potuto scrivere un articolo in pompa magna e invece ha preferito l’ironia, e meno male, ché di cose serie e tristi e tragiche ne leggiamo e sentiamo continuamente. Sono certa che scrivendo il pezzo lui sapeva di godere della stima dei suoi allievi e che non avrebbe suscitato altro che ilarità, come appunto è successo a me. Avevo partecipato ad un altro corso l’anno precedente, totalmente insoddisfacente. Lui invece ha saputo coinvolgerci da subito. E’ arrivato ogni volta accompagnato da un plotone di libri. Con sgomento, tutti abbiamo scoperto di conoscere non più di un decimo a testa degli autori che ci presentava -tra questi anche Parole private dette in pubblico, di Giulio Mozzi, giacché siamo a casa sua mi par giusto nominarlo. Non vado a raccontare il suo modo di insegnare, mi preme solo sottolineare l’assoluta professionalità con cui l’ ha fatto, la competenza, il sorriso, l’umiltà, la capacità di ascolto e l’indiscussa preparazione, Eppoi, la disponibilità a sorbirsi i nostri raccontini e poesie e persino libri e sogni nel cassetto, non è impagabile? Gli ho mandato un mio racconto dopo 5 mesi dal corso, l’ha letto e mi ha risposto, evidenziando punti di forza e punti su cui lavorare, e dandomi consigli gratuiti. Poi, e concludo, se a lui i corsi di scrittura fan vomitare, questo è affar suo, non di certo gli abbiamo regalato i soldi. Anche a me succede che certe mattine, proprio chissà che darei invece di entrare in classe a sorbirmi mocciosi, lagne e litigi, e sorridere e consolare e inventarmi strategie continue e far aprire quaderni e lavorare dando il meglio di me mentre la mente va e sogna una corsa in riva al mare.

  36. Antonella caputo Says:

    @Livio: perdonami se magari ho rovinato il tuo pezzo di costume con questo mio intervento sì serio, ma mi pareva doveroso.

  37. enrico ernst Says:

    “quelli ironia niente?”
    Ci si sente in colpa poi, di non essere stati ironici pure noi della polemicuzza, e di non avere capito l’ironia, e di essere stati di nuovo quei babbei che, alla barzelletta gustosa e saporita, hanno fatto una critica sdegnata sul fatto che il narratore si sia dimostrato machista, sciovinista, cinico ecc. Tutti quelli che hanno riso si sdegnano e incupiscono, il criticone è additato, e il suo numero di telefono dcompare dalle agendine telefoniche: ma guarda quello che non capisce neanche una bella gustosa saporita barzelletta, e va sempre a parlare di… valori…
    A meno che dire: “sono ironico” sia come dire: “quelle che dico sono tutte fregnacce a cui nemmeno io credo” io pemso che nell’ironia di Livio siano espressi comunque dei “valori”… quando dice per esempio: “In un corso vai là e ascolti. Al limite, fai domande. Ma io col tempo son diventato abilissimo a riempire le stanze le sale le aule di parole, discorsi, letture continue di brani tratti da romanzi, e a lasciar dunque alle domande assai poco spazio”. Qua mi domando: va che è ironico (quindi meglio che me ne sto zitto, e semmai non rido, ecco) oppure no? Un bel problema! Li sento già quelli che hanno riso di gusto prendermi a palline di carta se dico che se Livio davvero lavora in un “corso” per non far parlare i suoi allievi, bhe io ho un’idea dell’insegnamento della scrittura creativa, e forse dell’insegnamento tout court, del tutto diverso, profondamente diverso (Giulio dice: io sono democratico): se i miei “allievi” non parlano e “subiscono” l’arringa, io mi preoccupo, li stano, li invito a “entrare”, a “esserci”, a farsi protagonisti del processo formativo, scrivono e leggono in classe, mi incalzano, voglio che mi si contrappongano se devono, e che stanino, loro, le mie mannchevolezze… poi mi sento un vecchio serioso e la parola mi si mozza… ci sono ricascato: le sue erano solo ironie, fregnacce, per farce ride… quanto mi sento inadeguato! Quanto!

  38. Santiago Says:

    Cazzo Mozzi ma pure qui trovi il modo di impermalosirti?! ma dai sembri una vecchia checca isterica! e rilassati una buona volta e sù!
    Sono d’accordo con Livio, deve essere frustrante insegnare (insegnare…) scrittura per chi ambisce ad essere quantomeno il migliore.
    Come minimo è un bel paradosso.

  39. Giulio Mozzi Says:

    Livio, ti prego. Lo so benissimo che i tuoi ex allievi non ce l’hanno con me (ripeto: non sono scemo). Ti faccio solo notare che gli argomenti del tipo: “Certi amici miei che non ti dico chi sono sostengono in conversazioni private la tal cosa” sono argomenti un po’ debolucci.
    Non ha senso argomentativo invocare un’autorità (o una testimonianza) anonima (a meno che non si sia in regime di terrore, ecc., il che mi pare non sia).

    Ringrazio quindi Antonella Caputo per il suo intervento.

  40. Giulio Mozzi Says:

    Santiago, vedo che la qualità dei tuoi contributi alla discussione non migliora. Ti rimetto in moderazione per qualche giorno.

  41. Vincenzo cucinotta Says:

    A Livio Romano, vorrei chiedere se davvero ritiene che scrivere della gente con cui viene a contatto cose che neanche pensa, sia una bella cosa.
    Se lei dicesse, nella forma che più ritiene opportuna, in veste più o meno ironica a seconda dei suoi gusti, ciò che davvero pensa dei suoi discenti, beh, sarebbe quantomeno un’operazione di sincerità, estrema, ma pur sempre sincerità.
    Ritengo sia molto più offensivo utilizzare strumentalmente altri, con cui si è anche stabilito un rapporto personale, al puro fine di mettere su un pezzo di costume.

    A Giulio Mozzi, vorrei ricordare che già in un recente passato abbiamo avuto una lunga discussione sulle scuole di scrittura creativa, e vedo con piacere che non sono l’unico a pensare che si tratti più di un’occasione di socializzazione che di insegnamento vero e proprio.
    La cosa che però qui mi colpisce è la tua strana concezione della democrazia, per cui tutti dovrebbero essere in grado di dare il meglio di sè, che possano tutti accedere a quelle conoscenze che nel caso in esame li porti a scrivere quanto meglio sia loro possibile. Forse, sarebbe utile ricordare che per partecipare a questi corsi, devi già sin dall’inizio essere un privilegiato. Privilegiato perchè devi avere i soldi per iscriverti. Privilegiato perchè ne devi avere il tempo difficilmente conciliabile con una vera e dura attività lavorativa.
    Apparentemente, non ti rendi conto insomma che la pretesa di tendenza all’uguaglianza in cui ti senti così attivamente impegnato, non riguarda le condizioni economiche iniziali, di classe come direbbe un marxista, ma le doti di natura. Se sei sano e vitale ma povero, son cavoli tuoi, ma se sei ricco ma portatore di un handicap, allora è immorale non aiutarti.
    Qui, addirittura, non si tratta neanche di un handicap, ma della mancanza di una dote che tutti in fondo riteniamo eccezionale, dell’artista della parola potremmo dire, e di un incomprensibile diritto a doverci provare, un vero paradosso.
    Io invece, pensa, credo che dovremmo rimuovere quegli ostacoli di natura sociale, e quindi proprio creati da noi stessi, che determinano disuguaglianze e discriminazioni, ma, vivaddio, che fioriscano mille differenti fiori, che ognuno manifesti in pieno le sue specificità, anche quelle che su un piano sociale vengono considerate caratteristiche negative, i nostri personalissimi limiti, anche quello di scrivere in maniera piatta, anche questa è a suo modo una delle cose che contribuisce a renderci unici ed irripetibili.

  42. Carlo Capone Says:

    @ Cucinotta

    le scuole di scrittura non sono luoghi di socializzazione. Cioè, lo saranno anche ma in larga misura sono luoghi di gioie e straordinaria sofferenza. Io vi ho sempre goduto.

  43. Carlo Capone Says:

    A dirla tutta, ci sguazzavo. Ecco.

  44. Illusion79 Says:

    Ho usato il termine privilegio, e non stima, nel caso specifico del signor Romano, per le seguenti ragioni. Perché a seguito di UN libro pubblicato (benché di successo ecc…) gli viene fulmineamente consegnata l’autorevolezza di chi è deputato ad insegnare. Per sua stessa ammissione, scopriamo che viene messo in cattedra, gli danno “un sacco di soldi”, mentre dichiara (con una buona dose di autoironia) di non aver avuto gli strumenti necessari per tale mansione.

    Lui stesso ammette: “Ma, soprattutto, non c’è volta in cui qualcuno fra i corsisti non si alzi e mi chieda qualcosa sulla mia personale esperienza –intesa non tanto come esperienza di uomo nato con l’ossessione del raccontare, bensì come uomo che quei racconti ha pubblicato. Insomma, pagano non per addentrarsi nei meccanismi dell’arte del narrare, bensì per capire com’è fatto da vicino un essere umano che ce l’ha fatta a pubblicare. Per chiedergli com’è che lui ha avuto questa ventura e loro no.”

    Questa ventura, meritatissima nel caso del sig Romano sia chiaro, io la vedo comunque un privilegio. Non tutti i bravi calciatori possono sperare di divenire ottimi allenatori.

  45. Giulio Mozzi Says:

    Vincenzo, non credo che la mia concezione della democrazia (che tu “riassumi” con parole che sento molto estranee, tipo il molto new age “dare il meglio di sé”) sia strana. E’ più o meno quella del dizionario.

    Dal fatto che qualcuno sia d’accordo con te su una certa opinione non consegue che questa opinione sia vera.

    Scrivi:

    Apparentemente, non ti rendi conto insomma che la pretesa di tendenza all’uguaglianza in cui ti senti così attivamente impegnato, non riguarda le condizioni economiche iniziali, di classe…

    Non posso non rendermi conto di quanto contino le condizioni economiche (meglio: sociali, economiche e culturali) iniziali, Vincenzo. Se non me ne rendessi conto sarei scemo e – sinceramente – non mi pare il mio caso.
    .
    Indubbiamente è la scuola pubblica che deve insegnare a tutti a esprimersi, oralmente e per iscritto, almeno decentemente (così come deve insegnare a comprendere i discorsi e gli scritti). Se la scuola pubblica non lo fa, o lo fa scarsamente, ha o non ha senso proporre attività formative non formali?

    (Buona parte del mio lavoro, peraltro, si svolge presso la scuola pubblica o soggetti no profit; c’è una quantità di materiale mio disponibile gratuitamente in rete, ecc.).

    Mi è difficile sentir evocare i “mille fiori” di maoistica memoria (ma Mao si limitava a “cento”) senza pensare alla feroce repressione che ne seguì.

    Non credo che abbia senso sostenere il diritto all’imperizia.

  46. Giulio Mozzi Says:

    Illusion: ipotizzo che anche l’espressione “un sacco di soldi” sia lievemente ironica.

    L’esordio di Livio Romano non fu dovuto a un “privilegio”, ma a arrivò al termine di una normalissima trafila. Mandò in giro i suoi testi, furono discussi, furono apprezzati, eccetera. Lo so bene, perché c’ero. Peraltro, quando pubblicò il suo primo libro, da una quindicina d’anni Livio già collaborava a giornali e riviste locali: ovvero, faceva gavetta. (Vedi il racconto sintetico che fa lo stesso Livio qui).

  47. Illusion79 Says:

    Il privilegio non lo attribuisco al pubblicare, ma alla presunta capacità di insegnare ad altri “giusto” a seguito di un ottimo esordio.

  48. Greco Sabrina Says:

    Illusion: una domanda. Quali sono “gli strumenti necessari per tale mansione” e in quale punto dell’articolo Livio Romano dichiara di non averli avuti?
    Non dimentichiamo che Livio Romano è pure insegnante.

  49. enrico Says:

    @ Vincenzo. Tengo laboratori di scrittura gratuiti per gli utenti (consiglio di zona di Milano) e a prezzo ultra-calmierato (Cinisello Balsamo). Quindi vedi che le tue affermazioni sono parzialmente, e oggettivamente, non vere. Iniziano tra l’altro ad arrivare, ai miei laboratori, persone con cultura medio-alta estromessi dal mondo del lavoro in seguito all’approfondirsi della crisi capitalistica in atto. da una parte è straziante, e dall’altra ci si rende conto come una crisi possa nascondere delle potenzialità. Sono agli esordi nella collaborazione con le scuole (elementari e medie), in biblioteca a Sesto. Penso anch’io, e mi spenderei volentieri in tal senso, che la scuola pubblica italiana (vogliamo parlare della “grande dormiente”, l’università?) debba accogliere tra le sue materie d’insegnamento, la scrittura in senso lato (sono laureato in filosofia e prima della tesi di laurea NESSUNO mi ha chiesto di scrivere una riga una!), e la scrittura creativa in specifico. Sono contento di sentire da Antonella che l’insegnante Livio Romano sia un ottimo ascoltatore e uno che si dedica amorevolmente ai suoi studenti. Al di là dei “pezzi di costume” è forse questo che conta. In che senso un laboratorio di scrittura creativa è un luogo di “democrazia”? Dico quello che penso: è un luogo di democrazia perché il docente chiede al discente di partecipare in prima persona alla propria formazione, intervenendo, esponendosi anche, mettendo le mani in pasta, scrivendo, leggendo agli altri, facendo “girare” i suoi pensieri e le sue emozioni… in altre parole: la lezione per me non è la vecchia lezione ex cathedra” del silenzio loro (i discenti) e del verbo mio (il docente). Non solo per motivi si badi bene “valoriali” (sono buono e democratico) ma anche meramente pedagogici: cosa possono imparare loro se non “fanno”, se non fanno esperienza? Se non partecipano ma sono solo “vasi da riempire”?
    Vorrei infine dire a Illusion, che in un certo senso mi sento un privilegiato a insegnare scrittura creativa, in questo senso: è bellissimo lavorare a “liberare” e veder fiorire le voci, le visioni, gli incanti, delle persone, sulla carta. Aiutarle a superare blocchi espressivi, e a farle assaggiare la gioia della scrittura. Sentire allievi che ti dicono: “Sono venuto qui perché voglio tornare ad occuparmi di me e della mia parte creativa” (oltre che per socializzare e “uscire la sera” perché no?). Oh sì, se ci intendiamo sul termone, è uno stupendo, impagabile, privilegio!

  50. enrico Says:

    @ Illusion, e Sabrina. Anch’io ho iniziato a insegnare così, alla bersagliera. Un amico ha aperto una scuola di teatro, eravamo stati compagni tra le bianche aule della Scuola civica di teatro Paolo Grassi, e mi ha detto: “Vieni a insegnare scrittura creativa da me… tu mi hai insegnato tanto, e penso che possa insegnare ad altri…” Ho inziato così… poi però anno dopo anno ho sentito la profonda necessità di studiare e di formarmi per diventare un insegnante “migliore”: e dunque, mi sono trovato a studiare narratologia, per esempio, e a leggere tutti i libri che trovavo sull’argomento “creative writing” (mentre la mia vita professionale si avvicinava sempre di più a farmi diventare un “autore”): ho trovato sulla mia strada il Ricettario di Mozzi, “Scrivere Zen” di Goldberg, “La grammatica della fantasia” di Rodari, i “Consigli” di Cerami e tanti altri… ma, vedete, per me l’insegnante, e si sarà già capito, non è (solo) un esperto, uno che ha molto studiato, ma è uno che si dedica alla formazione delle persone… forse mi ripeto: ci sono super esperti, grandi artisti, coltissimi, e raffinatissimi, che sono meravigliosi conferenzieri magari, ma non è detto che abbiano anche il “fuoco” dell’insegnante…

  51. massimo cassani Says:

    Non so se l’ho mai detto/scritto, ma insomma: a me la definizione di “scrittura creativa” non piace/non è mai piaciuta. Comprende troppe cose, è un ombrello troppo ampio (anche chi scrive claim per la pubblicità fa scrittura creativa, in fondo…) Oltretutto, per quanto vedo/ho visto, Giulio insegna qualcosa che definirei “scrittura narrativa”. Se anche restassi da solo a pensarla così, io la penso così (ecco).

  52. Greco Sabrina Says:

    Enrico, ogni insegnante, sai bene, continua a studiare.
    Lo sforzo maggiore inizia proprio nel momento in cui il non ancora insegnante è chiamato a insegnare.
    Ma non si deve confondere l’esperienza con la competenza.
    Torno a ripetere che per me il problema, al di là del sapere o non saper scrivere, è il voler dire veramente qualcosa.
    Non è giusto esigere impegno senza poi concedere all’insegnante il diritto a sua volta di chiedere impegno, serietà e rispetto all’allievo.
    Nè si può permettere di contribuire all’abbassamento del livello culturale elogiando elaborati che realmente non hanno alcun valore, soltanto perché si è stati pagati per altro, fomentando ambizioni che in realtà non sono rette da motivazioni forti e con senso di bellezza e di lungimiranza.

  53. Vincenzo cucinotta Says:

    Giulio, non ti vorrai nascondere dietro una definizione da dizionario per glissare sulle mie obiezioni…

    Enrico, eppure credevo che fosse chiaro da ciò che scrivo che non parlavo specificamente di te, non è che facessi casi concreti. Veniva piuttosto fuori dalle parole di Giulio una tendenza generale a volere combattere fieramente quelle cose che ci fanno diversi per natura, per come siamo nati e siamo fatti, e credere del tutto lecito che i mezzi di cui un bambino dispone dipendano dalla famiglia in cui nasce, e questo discorso mi interessa molto più dei corsi di scrittura creativa. In ogni caso, la prassi coinvolgente sicuramente meritoria su un piano didattico mi pare che non c’entri per niente con la democrazia, ma qui capisco che devo dotarmi di robusti dizionari sennò perderò la partita.

  54. enrico Says:

    @ Massimo. A me piace che il termine “scrittura creativa” possa comprendere anche la drammaturgia e la scrittura poetica, perché amo queste pratiche di scrittura, le ho visitate, e le propongo ai miei allievi.
    @ Sabrina. L’elaborato di un allievo, in primis, a mio modo di vedere, non va né elogiato né rifiutato, va… letto, e considerato… quando dico “considerato” significa: accolto come un’espressione dell’impegno creativo dell’allievo: quindi con massimo rispetto. Per me docente significa anche: vederne, e farne vedere, limiti e potenzialità. Perché l’allievo possa “migliorare” (librerarsi dai cliché, sperimentare nuove soluzioni, differenziare rami secchi e rami verdeggianti…). Se questa non è la sfida dell’insegnante qual è la sua sfida? Paradossale è dire che chi si muove in questo senso possa “abbassare il livello culturale” di alcuno… la verità è poi che l’insegnante può “sbagliare”… giudicare prima del tempo, tranciare giudizi, “fermarsi al look”, mettere alla porta – metaforicamente parlando – i banali e i mielosi, i troppo ambiziosi e gli orgogliosi, irriderli ecc. perdendo così una occasione d’oro: cercare di lavorare con loro, per scoprire altre facce della/e medaglia/e! (Ammesso che loro vogliano farlo insieme a te; se non vogliono farlo, magari “mollano” e ti salutano, e va bene anche così…)

  55. enrico Says:

    @ Vincenzo, velocemente. Sì forse non ci si intende sul termine “democrazia”, o meglio ognuno cechovianamente parla di una cosa diversa. E d’altra parte hai ragione: bisogna impegnarsi a lavorare per “abbattare” gli ostacoli all’accesso della cultura in genere. Ed è un discorso generale, che va al di là dell’ambito della scrittura creativa, anche qui concordo. E coinvolge tanto la scuola. In una battuta: vi siamo impegnati, a superare quegli “ostacoli all’accesso”… ultimamente ho chiesto a una classe delle medie inferiori di 25 persone se qualcuno era mai andato a teatro: non si è alzata una mano, sai, non una… sono rimasto impressionato, davvero… chissà – mi chiedo – se si tratti di una questione eminentemente di appartenenza a determinata classe sociale (è vero ad esempio che il teatro costa tanto più del cinema) o non anche ad altro… il che ci porta forse off topic…

  56. Carlo Capone Says:

    Forse.

  57. vbinaghi Says:

    Io non la conoscevo, signor Livio Romano, e continuerò beatamente a farlo.
    Mangiare sui sogni degli uomini lo facciamo un po’ tutti, ma disprezzarli intimamente è spregevole.So bene, come lei sa, che essere pubblicati e da chi dipende più dal clinamen di Epicuro che dalla propria eccellenza (almeno in questo paese), e preferirei che di questo lo scrittore si dolesse più che spacciare allegramente la propria fortunata differenza.

  58. Marisa Salabelle Says:

    Giulio: “Indubbiamente è la scuola pubblica che deve insegnare a tutti a esprimersi, oralmente e per iscritto, almeno decentemente (così come deve insegnare a comprendere i discorsi e gli scritti). Se la scuola pubblica non lo fa, o lo fa scarsamente, ha o non ha senso proporre attività formative non formali?”.
    Mi pare che le due cose non siano paragonabili.
    La scuola pubblica fa, o cerca di fare, il suo dovere, e se non riesce ad insegnare a esprimersi correttamente a tutti gli allievi i motivi possono essere molteplici e certo non analizzabili in questo contesto. Ma la scuola pubblica non deve insegnare a scrivere racconti o romanzi, a costruire
    trame o a inventare dialoghi. Talvolta propone esercizi di questo genere, ma non è questo il suo compito. In ogni caso non mi pare che i corsi di scrittura (creativa o meno) possano rappresentare una supplenza ai doveri della scuola o un’opportunità per imparare quello che la scuola non è riuscita a insegnarti. I corsi di scrittura sono frequentati da appassionati, costano una cifra e non mi pare che abbiano come target “quelli che a scuola non hanno imparato bene”! A ciascuno il suo.

  59. Giulio Mozzi Says:

    Vincenzo, prima scrivi:

    A Giulio Mozzi, vorrei ricordare…
    La cosa che però qui mi colpisce è la tua strana concezione della democrazia…
    Apparentemente, non ti rendi conto insomma…

    Poi scrivi:

    …credevo che fosse chiaro da ciò che scrivo che non parlavo specificamente di te…

    No, certo, figuriàmoci.

    Perché il mio concetto di democrazia è strano? Lo dici ma non spieghi perché. Io ho detto perché non mi pare sia strano. Posso aggiungere un rimando alla voce di Wikipedia. Chiarire il senso delle parole che si usano non è “nascondersi”: è, banalmente, cercare di spiegarsi.

    Marisa, scrivi:

    … la scuola pubblica non deve insegnare a scrivere racconti o romanzi, a costruire trame o a inventare dialoghi.

    C’è una bibliografia sterminata che ci spiega e ci rispiega che oggi tutto è narrazione, o giù di lì. Anche un curriculum vitae è una narrazione. Anche in un colloquio per un’assunzione si racconta, ci si racconta, si fa una “prova di narrazione”.

  60. enrico Says:

    Scrivi Marisa: “…la scuola pubblica non deve insegnare a scrivere racconti o romanzi, a costruire trame o a inventare dialoghi”. E perché no?

  61. enrico Says:

    @ Marisa. Serve un’argomentazione.
    Molto interessante e opportuno il rinvio, Giulio, alla “isegoria” in wiki, piuttosto che alla “democrazia”. Grazie.

  62. normanna Says:

    “Ma la scuola pubblica non deve insegnare a scrivere racconti o romanzi, a costruire
    trame o a inventare dialoghi. Talvolta propone esercizi di questo genere, ma non è questo il suo compito.”
    Sarebbe come dire: “La scuola pubblica non deve insegnare a fare una torta, usando bilancia e litro, o a tagliare e cucire una gonna, usando il metro da sarta, o a tenere la contabilità domestica” e via di questo passo. Insomma: quando sai leggere, sai anche capire come sono strutturati e costruiti i testi che leggi; altrimenti non sai leggere e, di conseguenza, non sai scrivere. “Talvolta propone esercizi di questo genere”? Non so come sia ora (sono fuori da nove anni) ma gli “esercizi di questo genere” fanno parte della normale azione didattica fin dalla stesura delle prime frasi. Ho lavorato con la costruzione di fiabe, favole, poesie, testi teatrali, sceneggiature per fumetti insieme ai bambini delle elementari, e tutto nel “normale” programma di italiano. Sinceramente, non avrei saputo come fare altrimenti. Di più: i miei maestri delle elementari hanno lavorato, con me, con le stesse modalità.

  63. Marisa Salabelle Says:

    Vedo che vi siete scaldati per la mia osservazione. Allora dirò: intanto, dipende dal grado di scuola. Elementari, medie, okay, anche biennio. Più avanti, le priorità sono altre. Guardatevi le linee guida, pensate alle competenze richieste a fine scuola superiore: non è richiesto “saper creare una trama”, “saper costruire un dialogo”. Personalmente, qualche volta propongo ai miei studenti di scrivere racconti, anche di partecipare a concorsi, ma certo non dedico le mie tre (quattro dopo la riforma Gelmini) ore settimanali di italiano a questo. Devo insegnare a sviluppare il testo argomentativo, devo insegnare a fare il saggio breve o l’articolo, devo aiutarli a stendere relazioni e tesine, devo cercare di lavorare sull’ortografia, sulla sintassi, sul lessico, sulla punteggiatura; in ogni classe ci sono almeno cinque o sei semianalfabeti (non lo dico in senso spregiativo, purtroppo è la realtà). Devo fare letteratura, analisi del testo e naturalmente devo valutare. Ogni tanto devo anche chiacchierare coi miei ragazzi. Tempo per lavorare alla scrittura creativa non ce n’è. Poi, “tutto è narrativa”, non sono d’accordo, anzi, in genere scoraggio i ragazzi che, al posto di un testo argomentativo, si limitano a raccontare le loro esperienze. Forse sbaglierò… Ma credo che questo sia il mio lavoro.

  64. gian marco griffi Says:

    A me, andare nella scuola che andavo, mi faceva schifo.
    Premesso questo: perché il saggio breve, l’articolo, il testo argomentativo sì e il racconto (coi dialoghi e le trame e tutto il resto) no? Boh.

  65. enrico Says:

    ciao Marisa. Volevo dirti che non si tratta di “scaldarsi” ma – davvero – di capire e di confrontarsi. Poi, le tue scelte e le tue priorità (se sono tue, o sono “ministeriali”, va capito forse meglio) ecco sono rispettabilissime. Scrivi: “devo (DEVO) insegnare a sviluppare il testo argomentativo, devo insegnare a fare il saggio breve o l’articolo, devo aiutarli a stendere relazioni e tesine”. Ok, mi verrebbe da dire; anche questa è scrittura creativa, da un certo punto di vista (molto, molto allargato). E poi dico: a me questa preferenza smaccata e “assoluta” per la dimensione analitico-razionale della scrittura mi pare una presa di posizione – se mi passi il termine – schiettamente ideologica. E non condivisibile. Li vogliamo dei piccoli critici-giornalisti, non li vogliamo artisti, non vogliamo sentire i loro fantasmi… che rivoltino come guantini la creatività altrui (i testi altrui, i romanzi e le poesie altrui), la loro, di creatività, e le loro visioni… fuori di qui… che peccato! che peccato! Quante occasioni perdute! Cosa stiamo facendo? (piccolo aneddoto:ho fatto scrivere, ultimamente, dei dialoghi a ragazzi non di madre lingua italiana e con difficoltà evidenti nella lingua nostra: che meravigliosi risultati! Che impasti affascinanti, e quante potenzialità espressive! Che via notevole per avvicinarli all’italiano!)

  66. Marisa Salabelle Says:

    Griffi: mi pare di aver spiegato, e per quanto mi riguarda non saprei dire di più, perché il testo argomentativo e meno quello creativo. Enrico: non ci crederai, ma come insegnante ho degli obblighi, non posso fare quello che mi pare, posso ritagliarmi degli spazi, ma anche la mia creatività è limitata. In ogni caso, sono molto favorevole alla scrittura argomentativa, che vuol dire scelta ideologica, imparare ad argomentare è utilissimo, è importante, anche Giulio, su un altro post, ne sosteneva l’insegnamento. E poi all’esame di stato i ragazzi avranno il saggio breve, non il racconto. L’analisi del testo io la reputo un lavoro utilissimo e molto formativo. Se facessimo scrivere ai ragazzi solo favolette e racconti non insegneremmo loro ad argomentare razionalmente (Dio sa se ne hanno bisogno!) ed Enrico direbbe: che occasione sprecata! Io poi diffido un po’ di una visione eccessivamente romantica che vede tutti i ragazzi come dei potenziali artisti. Insegnagli bene la lingua (se ce la fai), insegnagli a costruire un testo articolato, logico e chiaro, non importa che diventino tutti Giovanni Boccaccio, e avrai fatto il tuo lavoro.

  67. Vincenzo cucinotta Says:

    Giulio, che ti succede, ti sei confuso?
    In primis, stavo rispondendo non a te, ma ad Enrico (come avrei potuto rivolgermi a te in una frase che iniziava rivolgendosi ad Enrico?)
    Inoltre, cosa più importante, una cosa è parlare dei privilegi della generalità dei soggetti che accedono a tali corsi, un’altra, mi pare, ma eventualmente correggimi, di cosa tu consideri democrazia.
    Per il resto, mi confermi che ti nascondi dietro una definizione, dietro l’autorità della fonte, evitando di confrontarti con le mie obiezioni, me ne farò una ragione.

  68. Marisa Salabelle Says:

    Ecco, leggendo i commenti a un altro post (quello su Dante) mi è tornato in mente un lavoro che ho fatto alcuni anni fa, con “Vita di Galileo”, proponendo ai ragazzi di riscrivere alcune parti e alcuni argomenti del dramma in forma creativa, per esempio telegiornale, lettera, diario, dialogo… quindi sì, si può fare, ma, almeno nel triennio delle superiori, molto marginalmente. I ragazzi si divertirono, anch’io mi divertii, ma si tratta di un gioco, un esperimento, qualcosa che fai una tantum, non può essere lavoro di tutti i giorni, non ce n’è il tempo e comunque non è necessariamente preferibile al pedante ma formativo riassumere, studiare, ripetere… oh, sì, sono cose più noiose… anche fare gli esercizi di grammatica è più noioso…

  69. Paolo Gallina Says:

    @vbinaghi. Clap, clap!

  70. enrico Says:

    Certo Marisa non sono un “irrazionalista”, né un romantico… no… ti invitavo ad argomentare, e gli allievi è bene che imparino a essere critici, e ad argomentare, ci mancherebbe… quando tu dici “favolette”, in quel solo vocabolo, come un dettaglio illuminante, vedo un grande ostacolo alla comprensione di “che cosa sia l’arte”, o cosa possa essere la scrittura creativa (ma chessoio anche il dipingere, o il fare musica) per la formazione dell’individuo e delle sue capacità in generale (lasciando stare il Ministero e i suoi programmi: in quel dettaglio sei TU che ti esponi)… una grande, grande sottovalutazione delle potenzialità formative del “fare arte” (i greci la chiamavano “techne”: capacità artigianale)… così al liceo – userò la mia facoltà critica anche “sui” programmi ministeriali, si vede che comunque ho fatte buone scuole – si fa “storia dell’arte” ma non si dipinge, si studia Leopardi ma non si scrive una poesia, si fa filosofia ma non ci si prova neanche a ipotizzare di scrivere o di impostare un trattatello di filosofia, e se per la nostra cultura fosse importante il nuoto, si avrebbe una “teoria della bracciata” e una “storia del nuoto”, senza mai vedere la superficie iridescente di una vasca di piscina – dirò ancora: che peccato e che pochezza ideologica!… il tutto mi senra fin troppo chiaro, e fin troppo deleterio… persino vagamente malinconico…

  71. Greco Sabrina Says:

    Enrico, per me il rispetto se non è reciproco non si può discutere né argomentare di nulla. Stiamo parlando di uno scrittore che ha fatto rinunce personali pur di portare avanti, e duramente, le proprie personali battaglie (dimostrabili pure attraverso i suoi testi), molto più di tanti altri per giunta.
    Vedersi davanti persone che, invece di cercare di aggiungere alla propria esperienza informazioni e materia utile (approfittando della possibilità di avere un confronto), si sforzano invece di capire e pretendono così di poter carpire le ragioni di cotanta “fortuna”, cercando di mettere addirittura in difficoltà, con l’uso di dottorati e vantando d’altra parte altissime cognizioni che qualcuno sarebbe giusto finalmente riconoscesse, dando loro la gloria, o trovarsi dinanzi persone che non rispondono alla domanda di impegno per limiti di arroganza o di incapacità di produzione comunque banalizzante, io credo scoraggi molto pure un santo.
    Penso che la presa in considerazione vada meritata.
    E la testimonianza della sua allieva conferma serietà e disponibilità, e considerazione.
    Ora, o Livio Romano è un pessimo insegnante e una persona poco intelligente, oppure non è stato capito il suo messaggio.
    Io penso che lui abbia invitato ad un approccio diverso ai corsi di scrittura. Semplicemente.

  72. enrico Says:

    Sabrina! Ciao!
    Non so che insegnante sia Romano, perché non lo conosco come insegnante; ho solo letto il suo caustico articolo; se c’è la testimonianza confortante di Antonella, l’ho già detto, sono contento, perché vuol dire che tra il satirico, iperbolico e insieme “svilente” autore di pamphlettino o pezzuncolo – quello che dice “insegno per arrotondare” – e l’insegnante “in carne e ossa” c’è uno split, una scissione – sinceramente me ne rallegro; se Romano ha trovato tante pessime persone nei suoi corsi (usciamo da ‘sto schermo dell’ironia), la mia esperienza (otto anni di lavoro nel campo) è TOTALMENTE diversa: ho incontrato persone che si vogliono “provare” e vogliono esprimersi, solo in un caso, in otto anni, ho trovato una persona che voleva solo “conferme” ma poi sono riuscito a entrare in “contatto” con lui e abbiamo superato il gap. E anch’io come Giulio non mi sognerei mai di prendere per i fondelli i miei allievi e le loro “opere” a quel modo, con quella sprezzatura cinica e satirica. Forse perché non sono Lo Scrittore, a cui si chiede “hai pubblicato, ma come hai fatto a pubblicare?” ma un semplice insegnante di scrittura creativa che cerca di lavorare come autore? Può essere. Ho un altro carattere, ho un altro concetto dell’ironia? Può essere, anzi sicuramente! Per esempio, ricordo ancora il profondo fastidio provato quando la grande Guzzanti ha dato del “ciccione” a Ferrara… diversità, divergenze, Sabrina… mi urta però quando la maschera dello sminuire (la polemicuzza, il pezzuncolo ecc.) e quella della satira cinica diventano una gran bella barriera difensiva… estremizziamo! In Italia vedi – con l’uomo di televisione e spettacolo e il barzellettiere Berlusconi, e il comico Grillo, come espressione di potente leadership (e di “simpatico” cattivismo) – un problemino in questi campi, c’è mi pare, ed è grosso come una casa… non dico che non si debba far satira, ma forse c’è satira e satira…

  73. Greco Sabrina Says:

    “Prendere per i fondelli” o legittima difesa?:-)
    Se fossi una scrittrice (giochiamo al se fossi) che si impegna duramente nel proprio lavoro e fossi riuscita a far pubblicare i miei libri, e, chiedendomi di insegnare le tecniche di narrazione, mi trovassi dinanzi a gente (Livio ha messo in grassetto, nel testo, le parti del suo discorso da notare) interessata in realtà “al come ho mai fatto” affinché i miei libri trovassero un editore, manifestando quindi disinteresse concreto al corso e pure invidia, permetti che almeno un po’ di satira ci sta?
    Perché, vedi, il discorso si sposta stupidamente dalla scrittura e scivola su quella che Livio Romano fa diventare una bella buccia di banana. Da miracolato a miracolante.
    Egli ha fatto una scelta. Soltanto coloro che sono veramente interessati (tanto da volerlo vedere come persona che può loro dire qualcosa con cui veramente han voglia di misurarsi) hanno la sua vera considerazione. Serietà a serietà.

    Ma ti rendi conto che Livio Romano è uno scrittore coi fiocchi e un appassionato dell’insegnamento? Non c’è più rispetto…:-)

  74. Giulio Mozzi Says:

    Vincenzo, ho risposto a questo tuo intervento, nel quale ti rivolgi a me.

    Ora scrivi:

    Per il resto, mi confermi che ti nascondi dietro una definizione, dietro l’autorità della fonte, evitando di confrontarti con le mie obiezioni, me ne farò una ragione.

    Non erano rivolte a Enrico, quelle obiezioni? (Alle quali peraltro mi pare di aver risposto qui).

    Mi sembra una discussione del tipo:
    A: “Allora, a proposito di questa patata…”.
    B: “Guardi che quello è un cavolfiore, non una patata”.
    A: “Vedo che lei sottovaluta le problematiche della patata”.
    B: “Ecco, questa è l’enciclopedia. Vede il disegno? Quella che lei ha in mano non è una patata”.
    A: “Lei si nasconde dietro una definizione, dietro l’autorità della fonte”.

    A questo punto, non mi interessa più. Mi spiace, Vincenzo, ma mi sono stufato di discutere con chi mi pare parli a caso.

  75. Giulio Mozzi Says:

    Marisa, scrivi:

    Elementari, medie, okay, anche biennio. Più avanti, le priorità sono altre

    Elementari, medie, biennio. Dieci anni di scuola. Triennio: tre anni.
    Dunque, la cosa ha una qualche importanza in dieci anni su tredici.

    Guardatevi le linee guida…

    ,

    Le conosco.

    Personalmente, qualche volta propongo ai miei studenti di scrivere racconti, anche di partecipare a concorsi, ma certo non dedico le mie tre (quattro dopo la riforma Gelmini) ore settimanali di italiano a questo.

    Nessuno ha sostenuto che nelle ore d’italiano si debba fare solo crittura narrativa. E non credo che proporre agli studenti di scrivere racconti e di partecipare a concorsi sia un’attività didatticamente sensata. Penso che sarebbe più sensato insegnare loro come si racconta una storia (non necessariamente inventata).

    Marisa, questo è il progetto dell’Iprase di Trento nel quale lavoro. Ci sono anche alcune pubblicazioni. (Una te la mando privatamente, perché è una bozza). Così magari riusciamo a uscire dalle generali e a capire meglio di che cosa stiamo parlando.

  76. enrico Says:

    @ Sabrina. Una sempre maternissima Greco: povero scrittore! povero povero povero scrittore, che ce lo invidieno e nun lo rispettano, e le 35enni ci fanno vedere la calzamaglia, e lui che fa? Si difende poro cocco, e tu faresti mica uguale? Eh se faresti uguale, povero scrittore…

  77. Livio Romano Says:

    L’amatissimo insegnante di scrittura creativa David Foster Wallace scriveva: “Non mi piace insegnare scrittura creativa. Ci sono due settimane di roba che puoi insegnare a uno che non ha ancora scritto cinquanta racconti e sta ancora imparando. Poi diventa solo questione di gestire le diverse opinioni soggettive degli studenti sul problema di come dire la verità vs. obliterare il proprio ego”. Sabrina, sei l’unica ad aver centrato davvero il nodo principale della questione. E poi che noia questa concezione sacerdotale, quasi ecclesiastica della pedagogia. Cosa c’è di strano nell’insegnare per arrotondare? Decine di narratori americani, si sa, lo facevano. Inoltre, enrico che non ti firmi (se c’è una sola cosa che ho imparato in 30 anni di scritture è che prender la parola significa assumersi delle responsabilità, andare in Questura a render conto di quel che hai messo nel pezzo, attirarsi l’antipatia feroce di decine e decine di persone cui hai rubato un pezzo di vita per trasfigurarlo in narrativa o, semplicemente, persone delle quali hai raccontato le geste in articoli giornalistici): per quanto mi sforzi non riesco a capira cosa c’entri l’ironia della Guzzanti che dà del ciccione a Ferrara con il tono del mio articolo. Mi rendo conto che è una questione di carattere. Il mio è razionalista, antiretorico, relativista, e quando sei davanti a dieci o quindici persone o piaci loro o se ne vanno. Lo chiamano mercato.

  78. Livio Romano Says:

    (Preciso che i grassetti nel pezzo su Scuola Twain non li ho messi io ma, suppongo, Francesco Lanzo che mi ha invitato a scrivere l’articolo).

  79. Greco Sabrina Says:

    Io farei uguale uguale, Enrico.
    Livio Romano è, tra gli scrittori, una delle persone che ammiro e che stimo di più in assoluto.
    Fino a quando si scherza si scherza.
    “Maternissima”?
    Per tua informazione, se penso a come vorrei scrivere, mi piacerebbe scrivere come lui o come Giuseppe Tramontana.
    Un commentino, il tuo, discutibile.
    “Che ce lo invidieno e nun lo rispettano”: eh no, lo rispettano eccome Livio Romano, s’informi, s’informi Enrico.
    Quanto alla calzamaglia, da donna devo dire senza interesse alcuno che Livio Romano è pure un gran bell’uomo.
    Sempre maternissima, saluti.

  80. Greco Sabrina Says:

    Devo precisare che il fatto che l’aver affermato che Livio Romano sia pure un gran bell’uomo non è di sicuro il motivo portante della mia tensione a lui come scrittore e come persona?
    Non vorrei che il maternissima si trasformasse in altro (che solo tu puoi sapere).

  81. massimocassani Says:

    @ enrico: la drammaturgia non è narrazione per il teatro?

  82. enrico Says:

    Bòn. Massimo, sì, certo. Secondo me però, a meno di stirare il concetto di molto, un dialogo teatrale (lascia stare l’arco – appunto narrativo – di una pièce) non è propriamente “narrazione”. E per esempio, sarei in dubbio nell’affermare che il Beckett drammaturgo “narri”… che tra parentesi io penso che il teatro esploda come crisi della narrazione: cioè la funzione del “narratore” viene fatta fuori. Ci sono i personaggi… a volte narrano anche, a volte urlano, insultano, si lacerano, tacciono ecc. Ti devo dire però che penso sia la poesia la forma di scrittura creativa che risulta, a mio modo di vedere, più riottosa alla categoria del “narrare”… anche se esiste la poesia narrativa, da Omero ad Ariosto, a Pavese e Carver… aggiungo che una delle pratiche di scrittura che uso in classe, ad esempio, la “scrittura zen” (o se vuoi automatica, o se vuoi “senza freni”, “con le ossa”) non rientra nella pratica narrativa (chi l’ha inventata di fatto, e non a caso forse, è una poetessa).
    @ Livio. Mi chiamo Enrico Ernst. Nessun problema a firmarmi. Forse dovrei cambiare… come si chiama… nickname?… ma vabbè ormai sono Enrico. Sì non so. Scrivendo quella cosa della Guzzanti, mi rendevo conto forse che non centravo, in quel caso, il mio obiettivo. Però. Quando parli di muretti a secco, vecchie bacucche e 35enni che (forse) seducono il professore vestite come ballerine di lap, e in altri vari luoghi, il tuo articolo – non è capitato solo a me – è sembrato particolarmente greve e di dubbio gusto (quealcuno ha detto anche esplicitamente pieno di disprezzo, non io). SI tratta forse di una questione di sensibilità. Tant’è. Sai cosa ci vedo io? E non solo nell’articolo ma anche nella discussione che ne è succeduta. Un fastidioso egotismo. Questione di sensibilità. Sull’arrotondare… fai una cosa che non ti piace, e per far soldi… molto bene. Peccato che – voglio dire – sia insegnare. Sì la visione che tu dài dell’insegnamento nel tuo pezzo non mi calza per nulla, per nulla. Così non ho capito se concretamente non fai parlare i tuoi allievi, non ne ascolti le domande o se era uno scherzo. Se era uno scherzo non mi fa ridere, e se invece è vero: io la vedo in modo molto diverso, come ho detto altrove. Non è questione di considerare l’insegnamento un fatto sacrale. Al contrario. Io sono lì per loro, perché loro “prendano la parola”, perché possano mettere in pratica, e in discussione, quello che sto trasmettendo. Io sono lì perché sento che posso aiutarli a cercare la loro peculiare via all’espressività nella scrittura – e quando “manco” mi dispiace, mi metto in discussione. Se no sarei altrove. A fare uno spogliarello culturale, o a farmi applaudire perché sono colto e ho un sacco di cose da dire… non sarei forse in una classe… insegni per narcisismo? perché “piaci”? Perché il mercato ti richiede? Buono per te, buono per te, Livio. Può essere che il narcisismo sia uno degli aspetti del lavoro dell’insegnante (che “mostra” quello che sa) e tuttavia può essere anche una grandissima fregatura, un ostacolo brutto… Se sei anche bravo, brillante, e li incanti, buono per te un’altra volta. Io la vedo differente.

  83. gian marco griffi Says:

    Per me il problema fondamentale della discussione è rappresentato da ‘ste vecchie dell’università della terza età. Se le incontra per strada scappi, Romano, che le arriva un’ironica ombrellata in testa. Ma forse si salva perché non son più tra noi, e il problema alla fine è già risolto.

  84. Greco Sabrina Says:

    “Io sono lì per loro, perché loro “prendano la parola”, perché possano mettere in pratica, e in discussione, quello che sto trasmettendo.”
    Quindi, Enrico Ernst, bisogna essere tuoi allievi, pendere dalle tue labbra, affinché la presa di parola sia rispettata nell’opinione diversa dalla tua senza vedersi appioppare strani epiteti?

  85. Greco Sabrina Says:

    “Come uno diventa mediocre? Con il compromesso e con fare concessioni, oggi su una questione, domani su un’altra, seguendo i dettami del mondo – senza contraddire mai il mondo, e seguendo sempre la pubblica opinione!” Vincent Van Gogh. Il quale spesso dipingeva ritratti nella speranza di guadagnare un po’ di soldi.

  86. Vincenzo cucinotta Says:

    Giulio, se tu non vuoi rispondere alle mie domande, sei certamente libero di fare così ed io altrettanto libero di fermarmi qui, non è necessario per questo buttarla in caciara in modo che non si capisca più niente.
    Vorrei solo aggiungere una breve osservazione.
    Parlare di democrazia non può essere copiare una definizione o leggersi il lemma della Wikipedia, parlare di democrazia significa impostare una discussione di teoria politica che richiede tempi e modi molto più lunghi e dettagliati e che chiaramente qui non si può fare. Criticavo soltanto un uso disinvolto e un po’ affrettato del termine, e spiegavo perchè, tutto qui. Se invece di rispondere alle mie obiezioni puntuali, tu fai citazioni, è evidente che stai sfuggendo al punto rifugiandoti dietro una pretesa autorità, eppure dovresti sapere che nel linguaggio autorità assolute non ne possono esistere.

  87. Giulio Mozzi Says:

    Non ho risposto alle tue domande, Vincenzo, perché non mi hai fatto nessuna domanda.

  88. Greco Sabrina Says:

    Senza passare a commenti o a troppe citazioni (“Insegnare scrittura” vuol dire che ci vediamo domani sera e mi fai vedere un bel testo?
    Vuol dire che si insegnano inventio, elocutio, dispositio, actio e memoria.”) su un libro di pregio che ritengo dal mio punto di vista appassionato uno strumento assai bello, nonché utilissimo, (“Parole private dette in pubblico”, Giulio Mozzi, Fernandel), è inutile ricordare, Vincenzo, che Giulio Mozzi è un grande professionista dell’insegnamento della scrittura, e che le tecniche di produzione narrativa possono essere insegnate così come si insegna la musica.
    Il tutto dovrebbe essere utilizzato nella maniera ottimale, e cioè riflettendo e migliorando la produzione scritta in tutte le manifestazioni della vita, e non solo al fine di assecondare una ipotesi improbabile (o probabile) di vedere un giorno i propri testi pubblicati.
    Quel che tu dici riguardo alle possibilità e ai mezzi di ciascuno per accedere a corsi altamente qualificati è vero, ma ti faccio presente che generalmente i costi sono assai contenuti e che lo stesso discorso, allora, lo si può fare per l’accesso all’Università e ai master. Se si diffondesse la valorizzazione della scrittura come tradizione culturale da coltivare, preservare, e da non perdere (con la considerazione dovuta che la tendenza è logicamente quella, invece, di metter a tacere e non certo di destare coscienze alla parola, parlando nello specifico di un mezzo potente attraverso cui si esprime l’atto di volontà) si potrebbe pensare di trovare strade che possano garantire a tutti l’accesso a questi corsi. Quanto alle doti “naturali” e alla seria preparazione, lì si può far poco univocamente.
    Il discorso “socializzazione” lo trovo banalizzante e valido per una percentuale bassissima di partecipanti. Certo, è preferibile passare il tempo in un contesto culturale che in uno mortificante, ma è comunque una opportunità personale che non andrebbe sprecata.
    Se pensi che si è partiti con la svalutazione di concetti e valori altissimi quali l’Unità d’Italia, il tricolore, per passare poi a tutto quanto concerne la lingua italiana e la cultura italiana, con la sistematica azione di corrosione della precisione linguistica per consentire subdole manovre di potere sull’opinione (lo stesso controllo della stampa è dichiaratore), se consideri lo smantellamento ai danni del Dante Alighieri, l’Ente fondato da Carducci, ti rendi ben conto che c’è chi lavora con precisione per far apparire l’insegnamento della scrittura come una inutile perdita di tempo.
    Ora, se invece di esprimere un’opinione partendo da un comune presupposto culturale si preferisce attaccare professionisti che da tempo (forse da sempre) lavorano sul campo per consentire una prosecuzione che sia il più possibile significante e significativa, credo si contribuisca esattamente ad assecondare un gioco a perdere chiamato e voluto.

  89. enrico Says:

    @ Sabrina. Non ho capito. Non capisco la virulenza con cui difendi non le posizioni di Livio espresse nel pezzuncolo, ma la sua “persona”… o la sua statura di scrittore e di uomo… guarda è più semplice: io dico: a me interessano gli studenti, mi piace stare con loro, e sentirli parlare, se non parlano mi preoccupo, sono lì per loro come un qualsiasi insegnante che fa il suo mestiere con passione e piacere: me la tiro per questo, tu dici? Boh, può essere. Può essere. Tutti ce la tiriamo un po’ e pensiamo di essere nel giusto. Livio non li fa parlare gli allievi o il meno possibile (anche se non ho ancora capito se scherza o meno, se sta cosa succede nella realtà o meno: però l’ha scritta santa pazienza!), perché le loro bocche sono troppo spesso (a suo dire, e nella sua esperienza) “forni”, di banalità, invidie, prosopopea, arroganza (tranne pochi felici casi, di giovani brillanti che chissà perché non pubblicano). Lavora per soldi, senza piacere con persone che gli stanno sugli zebedei, perlopiù. Io, come altri, Sabrina, mi sono chiesto: ma perché diavolo lo fai? Per soldi? Sono un idealista: un insegnante non lavora per i soldi. Anche se viene pagato, giustamente, per il suo lavoro. La pensi diversamente? Bene. Tutti elementi (egotismo e narcisismo incluso dell’io narrante) che deduco dalla sua satira e dai suoi interventi. Livio è una persona fantastica e un fantastico e bravissimo insegnante, come sostieni tu e Carlo e Antonella? Bene. Posso ripeterlo ad nauseam: ne sono contento, non lo conosco, non ho frequentato un suo corso, dunque nel merito sono agnostico. Oh! Ho letto un articolo, ironico o non ironico, dove – diavolo – sono espresse delle cose, dei valori, e un vissuto, casualmente riguarda qualcosa che mi sta a cuore, e l’ho criticato. Anche come sempre per definirmi a me stesso, e dirmi “ciè che non sono ciò che non voglio” come diceva Montale. Questo è il lato costruttivo e formativo della discussione e della polemica. E così non per paraculaggine ma ringrazio Livio per essersi “esposto” e avermi dato l’occasione di interrogarmi sul mio lavoro e sulla mia deontologia professionale. Questo è. Se non è chiaro che io non voglio che alcuno penda dalle mie labbra, e non sono riuscito a scpiegarlo, sono sinceramente dispiaciuto; si tratta di un paradossale rovesciamento di quello in cui credo.

  90. enrico Says:

    piccolo addendum: anch’io quando insegno mi faccio pagare, adoro il momento in cui il mio lavoro è gratificato dal soldo, e tuttavia non riesco tanto a sfangarla, non riesco tanto, ma forse come dice Livio, “lo chiamano mercato”, bellezza … e tuttavia, ci saranno tempi migliori…

  91. Greco Sabrina Says:

    Tu sostieni delle cose, Enrico, in nome della tua preparazione e della tua esperienza.
    E diamo per buona la tua fede perché sei un professionista serio e una persona intelligente.
    La stessa cosa, però, vale per gli altri.
    Chi afferma, chi sostiene, chi prende posizioni (richiamo al dimostrabile) è lo scrittore e l’uomo, visto che si tratta di scrittura e di ideali, sennò chi?

    Tutti lavorano per soldi, la retribuzione è un diritto implicito nella definizione e nel concetto stesso di lavoro.

    Le vie espressive non sono soltanto quelle standardizzate. Io ho letto un pezzo di satira e di umorismo, in certe parti volutamente e sapientemente caricaturale e provocatoria. Sai meglio di me cosa significa. Come afferma Giulio Mozzi, Livio Romano è troppo scrittore e troppo difficile. Quanto all’uomo, mi piacciono le sue battaglie, il suo coraggio, il suo impegno, la sua onestà intellettuale. O si è stupidi o si difende quel che si riconosce.

  92. enrico Says:

    @ Sabrina. Mi fai riflettere sulla distanza o vicinanza tra autore in carne e ossa e io narrante (io scrivente articoli, se vuoi), le teorie narratologiche vogliono una significativa distanza – ma sempre? In altre parole. Uno che scrive un articolo così cinico e provocatorio sul suo lavoro di insegnante e sui propri allievi può anche essere un buon insegnante? La domanda è aperta, forse più interessante di quello che sembra. Daniela scrive (secondo commento qui sopra, da rileggere, da meditare): “Ecco, leggendo Romano mi era passata la voglia (di fare un corso di scrittura creativa)”. Ottimi risultati! Ottimi! E povera scuola Twain!

  93. Greco Sabrina Says:

    P.S. Enrico, perdonami ma, esprimo un pensiero personale, La “Scrittura Zen”, a dire il vero, non mi attira molto.

    “Laboratorio di scrittura Zen ovvero di scrittura “sotto le ossa” utilizzando semplici esercizi di composizione letteraria e di meditazione. Il corso propone di ricreare un posto in cui scrivere, in cui avere del tempo per esprimere le proprie emozioni “senza pensare”, senza limiti e giudizi. Un luogo in cui regna sovrana la parola e il proprio corpo, dove le ossa scoperte si nominano al mondo e si autorigenerano. La scrittura diventa così uno strumento utile per conoscersi, aprirsi, equilibrarsi. E’ previsto anche un corso successivo di livello avanzato.”

    Possibile ora che qualsiasi cosa diventi terapia? Non sarebbe più facile individuare la malattia?
    Come fa una scrittura ad essere “automatica”? Bisognerebbe distinguere l’atto dello scrivere (come possibile ipotetica presa di consapevolezza di uno status, di una condizione, di un elemento che potrebbe risultare di qualche rilevanza) dalla scrittura, che è ben altro.
    Come si possono esprimere le proprie emozioni “senza pensare”, quando l’espressione include di per sé quasi una traduzione in altra lingua e quindi comunque una elaborazione, cioè una decodificazione e una nuova codificazione? Mah.

  94. Greco Sabrina Says:

    Enrico, io penso che l’obiettivo di Livio Romano sia proprio questo. Scoraggiare chi non è veramente interessato.
    Daniela scrive: “è come se io facessi un articolo sui miei clienti pigliandoli a pesci in faccia trincerandomi dietro a un ” questo lavoro lo dico apertamente mi fa campare ma lo odio”.
    Un allievo non è propriamente un cliente.
    Non confondere, poi, il cinismo con l’ironia e la provocazione.

    Insomma Enrico, “povero scrittore, povero povero povero scrittore”, “povera scuola Twain”… suvvia, su col morale! Un po’ di scrittura Zen per alleviare?:-)
    (Quest’ultima, naturalmente, è una battuta.)

  95. Daniela Says:

    Urca peppa sono stata nominata! 😉 Non la tiro per la lunga: vi sto leggendo. Io di scrittura so poco,mi diletto da vent’anni a scribacchiare e non leggo mai abbastanza, visto la vitaccia lavorativa che faccio che mi permette solo salti mortali per coltivare la mia creatività.Ma osservo, assimilo e imparo sul campo, diciamo. So bene però quello che sento, che penso e che scrivo, e sull’articolo di Livio la vedo così, ma ripeto non è un attacco alla persona, ma solo a quelle righe e concetti che a me sono arrivate in quel modo. Il bello è proprio il fatto che a ognuno di noi è arrivato in modo diverso, che bello e che fortuna. Non amo convincere nessuno delle mie idee (beh forse solo il mio compagno) e né mi devo far convincere, ma amo sempre gli scambi di idee che aiutano ad aprire la mente. Torno a un’unico passaggio del mio post. I miei clienti li amo e li odio un giorno sì e un giorno no e sì, pure io li prendo in giro e mi hanno ispirato diversi post ironici, ci mancherebbe. Quando ho fatto la pseudo insegnante per 3 anni è stato più o meno uguale, odio e amore verso quegli adolescenti tanto vicini a me. Gli allievi non sono clienti, dici Sabrina, non so, sarà così probabilmente, per me “che so ignorante” e non mi riesco a esprimere benissimo, sono sotto molti aspetti uguali: si aspettano un servizio, ognuno ha un obiettivo, diversi hanno aspettative, pagano e vogliono un risultato, essere capiti, confortati, redarguiti, seguiti, impostati e mandati a quel paese se necessario e vogliono “vincere” la loro sfida interna. Faccio discorsi grezzi, terra terra, da popolino ma la vedo così. Magari dopo un corso di scrittura la penserò diversamente, chissà me lo auguro che di cose da imparare ce n’è a bizzeffe. Grazie a Sabrina, a Enrico, a Livio e a tutti gli altri, che mi state facendo scoprire un sacco di cose (per questo mi piace seguire questo blog).

  96. Daniela Says:

    Mamma mia mi è scappato più di un errore ortografico (colpevole il t9) ma “un” con l’apostrofo li batte tutti. Chiedo venia

  97. Greco Sabrina Says:

    Prendo spunto da una considerazione di Daniela (che saluto) per arrivare a precisare, soprattutto rivolgendomi ad Enrico, che l’attacco al pensiero espresso può diventare attacco alla persona.
    Chiede Enrico: “Uno che scrive un articolo così cinico e provocatorio sul suo lavoro di insegnante e sui propri allievi può anche essere un buon insegnante? La domanda è aperta, forse più interessante di quello che sembra.”
    Se l’articolo fosse realmente un articolo cinico (la provocazione di per sé non è assolutamente negativa), la risposta è no, non potrebbe essere un buon insegnante.
    Poiché Livio Romano è un ottimo insegnante (escludo che la stessa persona possa essere ora un ottimo ora un pessimo professionista quando si tratta della delicata materia dell’insegnamento, i cui principi e valori informativi sono gli stessi a fondamento di qualsiasi tipo di docenza), il pezzo scritto da Livio Romano pur sembrando ad alcuni eccessivo, non potrebbe mai contenere affermazioni ciniche.
    Se le contenesse (ricordiamo che l’articolo è stato pensato e scritto, e riguarda l’esperienza), non ci si potrebbe limitare a parlare di qualche frase detta “mancando la mossa”, o di uno stile (nel caso in questione) non approvato in base al gusto, ma il dato chiamerebbe in causa princìpi e valori della condotta e della visione della stessa persona.
    Il primo significato della parola “cinico”, infatti, è: “Che manifesta indifferenza nei confronti di qualsiasi ideale umano e disprezza ogni tradizione e consuetudine”. (Zingarelli)
    Ora, a parte la (credo) adorazione degli allievi per Livio Romano, la personale storia umana, l’impegno serissimo, la sua produzione letteraria di coraggiosa denuncia sociale e la grande umanità manifestata in mille occasioni, nonché il riconoscimento dell’impegno e della professionalità ai corsi di scrittura testimoniato e testimoniabile, è evidente che l’articolo non può essere un articolo cinico per la stessa ragione per cui la parola è il verbo, e cioé il valore di un’opera è la ragione della sua pubblicazione (diffusione) ed è valore dell’uomo che la scrive (Livio Romano è stato chiamato all’insegnamento della scrittura per quanto ha scritto).

  98. enrico Says:

    @ Daniela. Il tuo buonumore e la tua bonomia mi confortano e mi placano. Grazie. Ci vogliono le donne tra le “beccate” dei maschi…
    @ Sabrina, consiglio di comprare il libro edizioni Mediterranee, “Scrivere Zen” di Nathalie Goldberg, e non basarsi su una specie di abstract, poi ne riparliamo… nessuna terapia, la pragmaticissima Goldberg intende la “scrittura Zen” (esercizio a tempo che chiede molto semplicemente allo scrivente di “non staccare la mano dal foglio”. Tutto qui? Sì tutto qui!) la intende – dicevo – come allenamento alla scrittura e ricerca, oltre la logica e la progettualità dello scritto, di uno scrivere “continuo” senza starci su a pensare… troppo… alla ricerca di quelli che lei chiama “i primi pensieri”, quelli più carichi di energia, non i “pensieri di pensieri”… anche una forma di meditazione se vuoi… per questo “zen”… direi che bisogna provare. E vedere se funziona, a me piace e dà grandi soddisfazioni, ogni tanto, e non sempre, la uso. Prova, dài, fallo adesso! Apri un libro e segnati la prima frase che trovi; trascrivila, sarà il tuo incipit; inizia con 15 minuti, continuando sulla scorta dell’incipit casuale, non staccare la penna dal foglio, o le dita dalla tastiera, non lasciarti invischiare dalla logica, non riscrivere o correggere, e “punta alla giugulare”, cioè: se qualcosa ti fa paura e ti espone, tuffatici dentro, vuol dire che è ricco di energia… buona meditazione! Grazie anche a te Sabrina, discutere e anche accapigliarsi è comunque bello, prove di isegoria… ciao

  99. Greco Sabrina Says:

    No, Enrico caro, scusa la sincerità e la schiettezza, con tutto il rispetto per Nathalie Goldberg, non mi interessa.
    Io la mano dal foglio la devo staccare…:-)
    Ho in mente alcuni libri da acquistare prossimamente, e tra Covacich, Angelini, Mozzi e Binaghi (sicuramente si aggiungerà qualcun altro che ho comunque scritto su un fogliettino), va via il budget stanziato per il premio natalizio letture meritate.

    Comunque, vediamo come sarebbe.
    In questo istante ho aperto il libro di Giulio citato e sai cosa ho trovato scritto? Dunque, pag. 65:
    “ma perché l’acquisto di una copia di un libro scritto da me (dopo aver sfogliato, leggiucchiato a prestito da qualche parte, sentito descrivere da un amico eccetera) è il primo e più concreto segno che un lettore possa darmi.”
    Quindi, come puoi notare, con me il discorso si fa misterioso e forse andrebbe applicato al contrario.:-)

  100. Greco Sabrina Says:

    P.S. Sul fogliettino, le nausee di Boscolo.

  101. gian marco griffi Says:

    Nausee di Boscolo? È incinto o ciucco?

  102. Livio Romano Says:

    Scrive Enrico: “Ringrazio Livio per essersi “esposto” e avermi dato l’occasione di interrogarmi sul mio lavoro e sulla mia deontologia professionale”. Ecco vedi a cosa serve provocare? A mettere in moto discussioni. Ritorno qui per supportare ancora una volta le argomentazioni di Sabrina (la quale, sia dette per inciso, non ho mai incontrato in vita mia). “Diario elementare”, librino sul mestiere di maestro di scuola, è stato adottato da due Facoltà di Pedagogia italiane come testo da portare all’esame. Anche lì: ironia e provocazioni in quantità (a volte perfino nei confronti degli alunni). Ma se studiosi accademici hanno pensato di farlo leggere agli studenti qualcosa significherà.

  103. Greco Sabrina Says:

    Grazie, Livio. Supportiamo e sopportiamo.:-)

  104. Greco Sabrina Says:

    Ho letto le prime pagine sul sito Fernandel. Complimenti Livio. Interessantissimo.

  105. Greco Sabrina Says:

    Bella la dedica. Naturalmente l’ho letta dopo. Adesso la Goldberg mi perseguita…:-) Colpa di Enrico.
    Aggiunto.

  106. andrea barbieri Says:

    Domenica scorsa alla Tenda di Modena ho visto il cortometraggio “La forza non basta” di Valentina Arena, che ho avuto il privilegio di sostenere con una piccolissima quota. “Noi crediamo che la violenza contro le donne non sia colpa delle donne stesse ma dell’intera struttura sociale e mediatica” è l’idea alla base del corto.
    E’ chiaro che quando accedo al magico mondo della letteratura italiana e leggo: “con particolare riguardo alle gnocche di 35 anni che si agghindano da ballerine di lap dance la sera della lezione, forse al fine di sedurre il docente” mi cascano le braccia.
    Sembra che la domanda Come posso essere utile al mondo? – con poche eccezioni – non interessi nessuno, che quello letterario sia un mondo a parte. Come un’organizzazione ludica, un gioco di ruolo.

  107. Greco Sabrina Says:

    Andrea Barbieri, io non so nulla di psicologia, nel senso che non ho studiato testi di psicologia. Parli però di donne e di meccanismi psicologici e comportamentali. Benissimo.
    Livio Romano ha lamentato, nei confronti di tali donne, la mancanza di un interesse verso il significato, verso l’apprendimento, oggetto del corso, l’incontro e lo stesso senso della serata, quel che cioè può scaturire da un confronto, cosa che interessa a lui come docente e agli organizzatori come diffusori di cultura.
    Ora che lo scrittore, come affermò Marguerite Duras, sia un seduttore (uomo di potere), è chiaro. Pure Giulio Mozzi, ricordo bene, durante una lezione parlò di un gioco di seduzione riguardo la scrittura.
    Inoltre, solitamente, lo scrittore è circondato da un alone di fascino perché lo si crede in possesso di un’arma e di un mezzo potente, immaginifico e reale. Lo si pensa cioè un vincente, un uomo che schiude mondi, una persona di successo, e aspirando alla sua attenzione paradossalmente si alimenta l’autostima credendosi eccezionalmente in grado di prendere le distanze da quanto attorno risulta invece “vile” (in realtà comportandosi allo stesso modo delle donne che cercano di sedurre l’uomo “ignorante” pieno di denaro). Come se lo scrittore vivesse in altro mondo e la scrittura nulla avesse a che fare con la realtà.
    Io ipotizzo che queste donne, evidentemente, provano a rispondere, nell’interrelazione, facendo la stessa cosa, in una sorta di emulazione competitiva, e cioè provando a sedurre, naturalmente (purtroppo) in modo diverso, non attraverso la scrittura ma usando malissimo i mezzi a disposizione per le finalità concrete o psicologiche più disparate: reale conquista, attenzione, stupido gioco, espressione di frustrazioni, tentativi di compensazioni, evasioni, sentimentalismi, ecc.
    Da qui ad “autorizzare” alla violenza ne passa.

  108. enrico Says:

    @ Sabrina. C’hai paura delle scrittura Zen eh? Tanto che non ci provi neanche… vabbè, peccato! E sulla battutaccia delle 35enni (s)vestite da ballerine… sarà una battutaccia machista? Rileggersi Palanhiuk, mi sembra “Soffocare”, dove ci sono le ballerine vere di lap… lì maggiore… empatia…

  109. enrico Says:

    Esercizio ermeneutico: la battuta sulle 35enni è:
    – una battutaccia machista
    – sapiente provocazione
    – morceau di vita vissuta
    – momento di sapida ironia
    – un invito a delinquere
    – un invito alla invidia dell’italiano medio
    – espressione del narcisismo dell’io narrante
    Mettere una o più crocette…

  110. Livio Romano Says:

    Battutaccia machista suggerita da morceauu di vita vissuta TAL QUALE.

  111. enrico Says:

    o anche: – acuta osservazione sociologica tanto che l’articolo verrà adottato dall’Istituto Nazionale di Solciologia, e impiegato come testo obbligatorio in numerosi workshop sulla antropologia dell’insegnamento della scrittura creativa in Italia

  112. Paolo Gallina Says:

    Battutaccia machista, espressione del narcisismo dell’io narrante.

    @enrico. O anche: – acuta osservazione sociologica ecc.
    Questa sì la riconosco come fulgida battuta ironica nei confronti di LR. Invece, per definire il testo in questione, scomoderei altre categorie non necessariamente linguistiche (cinismo, supponenza, dileggio) e tutte a supporto del narcisismo dell’autore.

  113. normanna Says:

    La battuta in questione, come del resto tutto l’articolo (e, temo, pure l’averlo ripreso da Mozzi su questo blog), mi sa tanto di artificio; un mezzo per meglio apparire e proporsi. Si tratta di battuta da poco, facile come i rutti o le puzzette dei film con Alvaro Vitali. Fastidiosa, innanzitutto, perché finta. A meno che non si accetti per vero il fatto che un uomo, non esattamente bellissimo né potente, sia tanto narcisista da pensare che giovani trentacinquenni si abbiglino e si acconcino per sedurlo! Capisco se si fosse trattato di Alessandro Gassman 🙂 (che era a Modena ieri). Se l’autore (Romano) non è un timido (che a volte eccellono, i timidi, in questo tipo di uscite), è sicuramente uno che conosce gli strumenti della captatio. In bene e in male. C’è riuscito a crearsi ulteriore visibilità, e c’è riuscito Mozzi a scatenare più di settanta commenti su questa pagina – che vorrebbe ragionare di narrazione, credo d’aver capito – comprensivi di refusi, errori ortografici, congiuntivi sbagliati. http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=7772&_idfrm=61————————

    Buon pomeriggio domenicale.

  114. Greco Sabrina Says:

    Enrico, esprimendo il mio pensiero, la mia opinione, ho detto che non mi interessa, non che ne ho paura. Chiarezza linguistica. Pregasi volersi attenere, please.:-)
    Preferisco acquistare un testo di scrittura di Giulio Mozzi come “Parole private dette in pubblico”, o un libro di quelli che ho citato (un’altra aggiunta: Federico Platania. Questo per farti capire interessi e assonanze tematiche).
    Questione di ricerca e di gusto.
    Covacich mi fa emozionare molto più della Goldberg.
    Chi mi conosce davvero sa, inoltre, che ho paura di pochissime cose. Sono una persona che ama le sfide.
    Per avere, nel vivere, aderenza con me stessa, ho ascolti che sono miei.
    Parlando di scuola elementare, in omaggio a Livio Romano di cui ho grandissima stima, sapendo di aver avuto ottimi insegnanti, rammento che la mia maestra ci faceva sognare, immaginare, da bambini – io ero la più piccola. Avevo cinque anni e per attraversare aule e corridoi ricordo che la maestra mi faceva accompagnare da una bambina alta alta con le trecce castane che si chiamava Giuliana, di cui ho perfetta memoria, che per tutto il tempo mi teneva per mano sorridendomi – con la dettatura delle prime righe di un racconto che si fermava sul più bello e noi poi, con calma, dovevamo continuare. Il titolo era infatti “Continua tu”.
    Ero felicissima ogni volta che ci assegnava quel compito da svolgere in classe o a casa.
    La mia vita è piena di uno strano caso con cui intelligentemente mi diverto pure. Preferisco affidare alla scelta, mia o dell’insegnante, l’incipit di una storia.
    So delle carte di Brian Eno, ma è cosa diversa dal decontestualizzare una frase a caso da un libro. Sorry. I don’t like it.:-)
    Mi piace andare sotto le ossa, e ancora più dentro. E’ quel che esse stesse mi chiedono.

  115. Livio Romano Says:

    Paolo Gallina & C., rido. Abbandono questa ‘discussione’ poiché è ormai chiaro che comincia a far capolino, oltre a una totale mancanza di humour, una qual vostra invidia la quale mi fa sbellicare dalle risate. “Narcisista”, “acquisire visibilità” (questa è la più esilarante), “pensare che le ragazze vogliano sedurlo” (attenzione eh: pensare che, tipo uno psicotico in fase delirante), “supponenza” e il resto delle vostre amenità. Ma su su.

  116. Greco Sabrina Says:

    Normanna, bellissimo Alessandro Gassman, ma Livio pure è un gran bell’uomo. E poi dice, guardandoti serio e captivante, “Oh, yes”.
    🙂

  117. normanna Says:

    Sabrina, preferirei senza dubbio Gassman. E, in genere, per me, gli uomini seri e captivanti (e le persone in generale) sono e son stati ben altri. De gustibus… 🙂 Però: “totale mancanza di humour, una qual vostra invidia”, sta scherzando, signor Romano? 😛 Stavolta, buona serata domenicale (qui c’è freddo e un po’ di neve).

  118. Greco Sabrina Says:

    Normanna, il mio intervento ha un senso ed è evidentemente una battuta divertente diretta nei confronti di coloro che, per un qualche interesse personale, negano la bellezza e cercano di sminuire.
    Io non devo scegliere tra Gassman e Romano.
    Non vado al cinema per contemplare Gassman, non mi iscriverei volentieri ad un corso di Romano perché è un gran bell’uomo.
    E’ chiaro ed evidente che ci sono eccellenti professionisti, e che ci sono eccellenti professionisti che hanno pure il dono della bellezza fisica.
    Non posso però non ammettere, pur se mi ritenessi, per ragioni comprensibili o incomprensibili, in concorrenza o in competizione con una persona, le oggettive qualità.
    Credo, tra l’altro di avere dei gusti che soddisfano le mie esigenze, e ciò mi basta perché non sono mai finalizzate a riempire vuoti con stupidità. Ciao.

    P.S. Il serio e “captivante” era riferito allo sguardo, che è quel che più mi interessa di una persona.

  119. Greco Sabrina Says:

    America oh kei

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