Cosa insegnare a scuola / Un esempio concreto: la lettura

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di giuliomozzi

Sempre riflettendo attorno al tema del seminario di Trento su Cosa insegnare a scuola (17-18 novembre: ci sono ancora posti, credo), e tenendo conto delle discussioni nate qui, qui e qui, mi vien da proporre un’ulteriore domanda: a proposito della lettura, stavolta.
– Per le signore e i signori insegnanti: quando volete proporre ai ragazzi la lettura autonoma (non in aula, intendo) di un’opera letteraria, come fate? In che modo la presentate? Quali sistemi, eventualmente quali astuzie usate? Come catturate il loro interesse? Come sollecitate la loro curiosità?
E, dopo: in che maniera cercate la risposta dei ragazzi?
– Per tutti: quando a scuola vi proponevano un’opera letteraria da leggere autonomamente, come ve la proponevano? In che modo ve la presentavano? Ecc.
E: c’è qualche opera letteraria davvero importante per voi, della quale potreste dire: “Ecco, se non me la proponevano a scuola, chissà se l’avrei mai letta…”.

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16 Risposte to “Cosa insegnare a scuola / Un esempio concreto: la lettura”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Giulio, perchè, secondo te, gli insegnanti sono così restii a parlare del lavoro che realmente svolgono in classe?
    Ho imparato moltissimo da una “scaletta” di lezione di Valter Binaghi e dal diario di Enrico, scritti in altro contesto, qualche tempo fa.
    Direi che sono le uniche cose che “ricordo”, nel senso che hanno lasciato un segno, di tutti i discorsi che da più di un anno a questa parte stiamo facendo.

  2. valter binaghi Says:

    Rispondo solo all’ultima delle domande sopra, perchè non insegno Lettere e non sono autorizzato a dare opere letterarie in lettura.
    L’Eneide, senza dubbio. E poi la Divina Commedia e l’Orlando Furioso. Infine i Sepolcri del Foscolo. Se non proposti a scuola difficilmente vi sarei approdato mentre, per cultura e temperamento, Leopardi e Manzoni prima o poi li avrei intercettati.

  3. Andrea Vecchietti Says:

    _ Non ricordo particolari strategie d’insegnamento, nel senso che io non ricordo una persona precisa che in classe abbia motivato attivamente noi alunni; io ho sempre amato la letteratura e ciò lo ricordo chiaramente dalle medie inferiori alle superiori.
    In un caso soltanto, quasi con timidezza, una prof di italiano mi esortò a leggere Baudelaire e i Maledetti, ma fu un incontro a tu per tu dopo una interrogazione andata molto bene; l’incontro nel mio caso risultò molto fertile, e mi ritrovai col senno di poi a pensare come fosse riuscita a pungere alcune mie corde profonde:
    “Andrea leggi questo, se ti piace, perché serve a questo […, seguì spiegazione]. Gli artisti spesso sono discutibili, ma per quel che riguarda i classici c’è solo da ragionare. Se quadri che valgono materialmente 30€ (mutatis mutandis, chiaro, si parla di 15 anni fa praticamente) vengono venduti a milioni di euro c’è un perché, non sono tutti coglioni. Se persone che spendono la loro vita a scrivere vincono il Nobel, c’è un perché. Quando fai le cose pensa al perché, perché la gente muore per dei colori e per dell’inchiostro”. Me lo ricordo a memoria praticamente, magari un po’ retorico, ma nel mio caso di grande effetto. Nessuno cerca di condurre gli alunni al centro dell’insegnamento, è già difficile fargli capire che riguarda loro quello che si insegna, ma in pochi ci provano: i ragazzi vivono la vita senza esserci davvero dentro, senza imparare a giocarsi tutto quello che hanno.
    Per quel che mi riguarda non ho altri esempi da riportare, c’è una grande povertà d’insegnamento. Tuttora la letteratura è un mio grande rifugio, quindi nel mio caso grazie alla retorica.
    _ La prof sopracitata mi consigliò poi la lettura di ‘Come diventare nazisti’, sulla storia della Germania degli anni 30. Quello non l’avrei mai letto da solo e mi piacque assai. Per quel che riguarda la narrativa, ricordo Poe.
    Saluti.

  4. monicawinters Says:

    A noi davano una lista di titoli. qualche volta prima delle vacanze estive, una volta per scegliere il libro su cui fare la tesina per l’esame di maturità. La mia amica Ughetta aveva la mamma insegnante che le ha portato a casa tutti i libri della lista.
    La seconda domanda è difficile perché tanti anni dopo la fine della scuola ho iniziato a conoscere molti più libri, e forse avrei conosciuto anche i libri conosciuti a scuola. Però di un’opera letteraria davvero importante per me non ho ricordo. Ricordo di aver letto l’Idiota di Dostojewski e la Nausea di Sartre (ma questa era una lettura autonoma che è diventata dopo lettura di classe).

  5. anita Feltrin Says:

    A me nessuno ha mai insegnato ad affrontare la letteratura….
    Gli insegnanti imponevano libri, che sistematicamente, non leggevo,mentre leggevo tutti i libri che mi capitavano in mano. Secondo me, ha ragione Andrea, c’è e c’era una grande povertà di insegnamento.

  6. ildiariodistefi Says:

    Di solito i miei insegnanti spiegavano perchè un certo romanzo o una certa poesia andasse letta (facevano anche pubblicità negativa, comunque: la mia prof. d’italiano detestava D’Annunzio, ne parlava malissimo. L’ho letto per conto mio una volta finito il liceo). In genere riuscivano ad incuriosirmi, specialmente se il professore o la professoressa in questione avevano presa su di me o sapevano proporre la lettura in modo intrigante.

  7. roberta reginato Says:

    Dal ginnaio passo al liceo classico e oltre ai libri di testo mi consegnano una serie di volumetti in edizione economica, per nulla scolastici (e nessun genitore contestò la spesa): Il Principe, Orlando Furioso, Gerusalemme liberata, Il principio di non contraddizione, Antigone con testo a fronte…
    Da sola non li avrei mai letti, senza dubbio!
    Il mio prof. di italiano ci recitava a memoria la Divina Commedia, poi decodificare tutto l’apparato critico delle note a pié pagina era quasi un rebus che sfiorava la psicanalisi. Mi chiedevo se davvero Dante intendeva dire tutto quello che i critici attribuivano alle sue parole… ciò che più mi piaceva era però l’analisi estetica dei testi, la scoperta di quella dimensione artistica che riesce a rendere nello stesso tempo privatissimi e universali un sentimento, un ideale, una denuncia.

    Da allora, nelle librerie economiche, ho iniziato a comprarmi i classici e a leggere da sola anche quelle che credevo fossero pagine scolastiche “da antologia”. Soprattutto quelli del 900, che a scuola non si leggevano perché eravamo sempre “indietro” con il programma.

    Da insegnante, i libri li faccio toccare, li leggo a voce alta, li faccio ascoltare in video e audiolibri, li trasformo in spettacoli teatrali, in recital. E per fortuna abbiamo in tutta Italia meravigliosi progetti di promozione della lettura e accoglienti biblioteche.
    E non mi dimentico di raccontare gli scrittori: chi erano, la loro biografia di uomini, perché scrissero. Racconto le opere intrecciate con la loro vita vera.

  8. di questi tempi Says:

    A scuola (elementari, medie, superiori) la lettura è sempre stata imposta e quindi faticosa e spesso non compresa.
    Mi ci sono appassionata, più tardi da sola e gli stimoli li ho avuti dalle persone che ho via via incontrato.
    Ma forse la scuola e gli insegnanti sono cambiati.

  9. enrico Says:

    io vedo spesso che la gente (parlo degli adulti che partecipano ai miei laboratori) cambia modo di leggere quando, da un libro, devono scrivere qualcusa: cioè devono “usarlo” per obiettivi del tutto personali… ora sto leggendo in una “classe” di persone anziane la favola della “Bella e la Bestia”… loro devono riscrivere la favola, modernizzando, cambiando narratore, punto di vista, elementi della trama ecc. è molto emozionante vedere come partecipano al mio leggere pubblico… prendono appunti, non si perdono una parola, segnalano i punti forti e i punti deboli… so chhe ne parlano a casa, e che le nipotine e i nipotini dicono che non è quella la storia che hanno imparato da Disney… una roba travolgente, inaspettata…

  10. anonimo Says:

    vogliamo più decaloghi

  11. Marco Candida Says:

    Mi ricordo Congo di Michael Crichton. Libro che non ho mai nemmeno letto, ma sapere della sua esistenza mi ha aperto tutta una strada. Io dalle elementari e medie sono uscito con l’ottimo. Questo significa che ci provavo ad essere un buon alunno, uno scolaro avvertito. Mi adeguavo. E aver visto Congo nell’antologia di letteratura, mi ha autorizzato a interessarmi alla letteratura contemporanea. Se tu vedi un autore che trovi al supermercato in un’antologia di scuola, e vuoi essere un buon scolaro, allora pensi che be’, dopotutto, quell’autore sia un buon autore. Oggi penso che senza quel brano letto sull’antologia scolastica alle medie magari non sarei neppure diventato un lettore, chi lo sa… Invece, Congo, Crichton. Ossia la possibilità di leggere qualcosa di contemporaneo con una lingua facile e che ti stampava in testa immagini – come nei film. E poi, importante!, era esotico rispetto alle altre letture proposte – era scolastico, ma anche un po’ peccaminoso. Quel brano nell’antologia mi autorizzava a “peccare”, potevo farlo! Potevo! E’ da lì che mi è venuta la voglia di leggere, la voglia vera. Perché fin che leggi i classici, sì, ti stai istruendo, stai facendo il bravo scolaro (magari anche avvertito, cosciente della grandezza delle opere che stai leggendo; non un semplice automa… ma pur sempre uno scolaro, uno che apprezza ciò che trova nel percorso che gli hanno indicato), ma non stai facendo proprio una cosa che ti piace sul serio sul serio, non stai esplorando il campo, non stai facendo i passi sbagliati che sono gli unici passi necessari per imparare a orientarsi e a trovare da te qualunque strada tu voglia trovare. Dunque alla seconda domanda, io rispondo: se non me l’avessero fatto scoprire a scuola io sarei sempre restato indifferente a Congo di Michael Crichton.

  12. Felice Muolo Says:

    Come Candida, durante le medie, quando ho scoperto che nell’antologia italiana c’erano anche stralci di opere di autori vivi e vegeti, mi è scoppiata la passione per la letteratura. Purtroppo.

  13. Elena Says:

    A volte entro in classe, proseguo con la mia lezione, e chiedo loro di avvertirmi quando manca un quarto d’ora alla fine. Loro sanno cosa significa: terminiamo quel che stiamo facendo e semplicemente io inizio a leggere. Se sono tranquilla e il libro mi piace davvero un’attenzione assorta mi conferma che qualcosa di buono sta succedendo. Alla fine rivelo il titolo e l’autore.Così la lettura è una specie di coccola con cui ci si saluta prima della fine della lezione.
    [Una volta ho iniziato le mie lezioni in una terza che non conoscevo direttamente con la lettura del Canto di Ulisse di Levi. Ho spiegato che la cultura è qualcosa di cui ci impadroniamo e che ci appartiene per sempre. E’ quella parte di identità e dignità che neppure la più terribile delle tragedie umane può cancellare.]

    Proseguono la lettura a casa, da soli. Passato un mese mi prendo un’ora per la discussione sul libro. Chiedo se qualcuno ha qualcosa da dire, faccio qualche domanda per rompere il ghiaccio: Allora chi vi ha raccontato la storia? Di chi era la voce? Qualcuno ha voglia di riassumere in poche parole la trama? Vi pare che l’autore abbia scelto un intreccio lineare o complesso? Cosa vuole il personaggio x? Hai detto che y non ti sembra felice, cosa gli manca?
    Poi prendo alcune frasi del libro che mi sono segnata, chiedo loro di spiegarle, di trovare a loro volta dei passi interessanti.
    Se non sono del tutto d’accordo con me o fra di loro è meglio, finiscono per confrontarsi tra loro. A volte riesce, altre meno.
    Al Triennio la lettura è più consapevole, si cerca di mettere in correlazione opera e contesto; il libro assegnato è un classico e ci si lavora anche e soprattutto durante l’interrogazione: soddisfatta la curiosità sulla qualità dello studio, mi diverto a farli ragionare, guardare le cose da prospettive differenti, articolare confronti.
    All’inizio è spiazzante, mi dicono, ma quando capiscono che non c’è “La Risposta giusta”, ma la loro interpretazione fondata e argomentata, ci provano una certa soddisfazione. Almeno mi pare … alcuni … i pochi che, terminati gli studi, me lo hanno detto.

    Circa la mia esperienza: la lettura ad alta voce, mi ha conquistata anche quando andavo a scuola. Peccato ci sia tanto poco tempo.
    Sui titoli imperdibili sono incerta, ma condivido abbastanza il canone di Valter. Citerei dei classici. Ci sono opere a cui si può arrivare in ogni caso, altre che usciti da scuola è difficile incontrare da soli.
    Molti classici lontani nel tempo hanno bisogno di una guida.

  14. Maria Rita Says:

    Anch’io come Valter non insegno italiano, quindi come dice non posso dare loro testi in lettura programmata. Ciò non mi impedisce di parlarne, consigliare i ragazzi a letture che possano coinvolgerli, chiedere cosa hanno letto nelle ultime settimane e confrontarsi… questo sì, eccome! Sarà ‘deformazione’, ma anche se insegno una materia ‘collaterale’ non solo mi devo comunque ‘servire’ della letteratura per motivi didattici, ma non mi è passato mai il vizio dell’italiano.
    Al liceo la mia insegnante, magnifica con la critica, oserei dire fissata, non ci ha mai consigliato letture, né coinvolto in letture… dunque mi sono sempre autogestita: dai classici alle letture contemporanee. E tra i classici il libro che non avevo mai letto ma che lessi d’un fiato, quando mi capitò di studiarne l’autore, fu Il rosso e il nero di Stendhal; oppure le opere della Austen, ricordo il piacere nel ritrovare la sera sotto le coperte dopo lo studio, dopo le attività, dopo tutto, la lentezza di Mansfield Park.
    Con i miei studenti spesso leggo classici a commento di opere d’arte, magari proprio quelle che li affascinano di più, tipo a commentare Munch chiamo Il lampo di Pascoli o la Passeggiata di Kafka, e così per altre. A volte capita che si parta proprio dal commento ad un’opera d’arte e che si aprano parentesi storico-letterarie, o pure musicali, e si chiede ‘avete mai letto… a me è piaciuto il momento in cui… dovreste leggerlo’… e devo dire che per alcuni è successo così e che dopo un po’ abbiano letto proprio quel libro di cui si accennava.
    Con altri, con cui si è avuto uno scambio di opinioni allargate alla vita, magari sono stata più diretta e ho suggerito il libro che poteva aprire una strada nella testa, nel cuore. E l’anno scorso, dopo una chiacchierata tra il filosofico e l’esistenziale durante una visita didattica, a ragionare di vita e di destini, dopo tanto discutere, trovare di lì a poco nel giornalino scolastico la recensione del libro che avevo suggerito (era Il dolore perfetto di Riccarelli), con delle belle puntualizzazioni da parte di una studentessa, beh… devo dire che è stato un vero piacere.

  15. Moira Says:

    Al ginnasio l’insegnante di greco ci narrava le avventure di Odisseo gesticolando furiosamente. Il suo entusiasmo ha contagiato la classe che aspettava con ansia il suo arrivo. Io ho amato l’Odissea ed è l’unico libro che rileggo periodicamente (traduzione di Rosa Calzecchi Onesti).
    Il professore di italiano e latino del ginnasio, invece, faceva precedere la lettura della Divina Commedia da un disegno a gessetto sulla lavagna: un buon quarto d’ora a disegnare i gironi, uno dopo l’altro, nomi inclusi. Seguiva una lettura lenta e accidentata dei versi.
    Ho apprezzato Dante solo anni dopo, a casa, in lettura privata, anche grazie a Sermonti e Benigni.
    In prima liceo l’insegnante di lettere ci propose di leggere alcuni testi e poi di presentarli ai compagni: ricordo che io scelsi Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe (autore che ho riscoperto comunque più tardi).
    Ricordo un’insegnante di filosofia in seconda liceo: ci proponeva un libro a settimana. Stava a noi leggerlo o meno, non è che poi in classe se ne parlava. Lei proponeva e basta. Ricordo L’opera al nero della Yourcenar e Il profumo di Suskind. In classe, sempre con questa insegnante, abbiamo letto il Candide di Voltaire: lei lo trovava divertente, io no. Un po’ meglio con il Satyricon di Petronio, ma la lettura ad alta voce funzionava poco. Non so se per colpa dei testi scelti o della modalità in sè. Fatto sta che non funzionava: durante la lettura, nonostante lei cercasse di farci leggere a turno per tenerci impegnati, ci distrevamo facilmente. Nonostante i testi da lei proposti non fossero entusiasmanti, mi ha trasmesso la sua passione per i libri.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Alle medie non mi furono consigliate opere letterarie da leggere autonomamente. Nell’estate tra la terza media e la quarta ginnasio lessi da solo “I promessi sposi”: al terzo giorno di scuola la professoressa (anziana, quasi preistorica nei metodi d’insegnamento, e tuttavia appassionata e splendida: la chiamavamo “la zia Maria”) lo scoprì, e quasi mi rimproverò.
    Negli ultimi due anni del liceo l’insegnante, giovane e ardente (era al primo incarico nelle superiori, credo; o al primo incarico nel liceo dopo essere passata per il ginnasio), ci assegnava un libro al mese. Una cosa molto semplice: ci spiegava di che si trattava, lo raccontava un po’, e poi diceva: “Chi vuole, lo legga”. Un mese dopo si trovava un’ora per discuterne.
    Era più interessante quando leggeva e commentava in classe.

    Mi ricordo che quasi litigammo su La coscienza di Zeno. Io dicevo che a quello che Zeno raccontava, non ci credevo; e che non sapevo cosa farmene, di un narratore al quale non si può credere. Lei diceva che no, che il “memoriale” di Zeno era il fedele resoconto della sua malattia. Avevo ragione io, nell’analisi (non sapevo allora cosa fosse un “narratore inattendibile“, come lo chiamano i narratologi: ma qualcosa avevo intuito), ma ero proprio sciocco (e adolescente) nel rifiutare una narrazione solo perché non ci potevo credere.
    A pensarci oggi mi vien da ridere.

    Poi, alla fin fine, di tutti i libri che ci fece leggere, quello che mi impressionò di più fu Il male oscuro di Giuseppe Berto. Come se quello fosse un narratore attendibile…

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