Cosa insegnare a scuola / Un esempio concreto: la scrittura

by

di giuliomozzi

Sempre riflettendo attorno al tema del seminario di Trento su Cosa insegnare a scuola (17-18 novembre: ci sono ancora posti, credo), e tenendo conto delle due discussioni nate qui in calce alle mie domande (Ma, secondo voi, che cosa bisogna insegnare a scuola? e Ma voi, di preciso, che cosa avete imparato a scuola?), mi vien da proporre un’ulteriore domanda su un esempio concreto (che a me interessa particolarmente, com’è ovvio): la scrittura.
Le domande sono:
– per gli insegnanti: voi, che cosa insegnate ai vostri ragazzi, attorno alla scrittura? E, secondo voi, che cosa bisogna insegnare ai ragazzi attorno alla scrittura?
– per tutti: voi, di preciso, che cosa avete imparato a scuola, attorno alla scrittura? Che cos’è che oggi usate, fate, ricordate quando scrivete, e di cui potete dire: “Ecco, questo l’ho imparato a scuola”?.

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24 Risposte to “Cosa insegnare a scuola / Un esempio concreto: la scrittura”

  1. Agata Pulvirenti Says:

    La punteggiatura è l’ unica cosa, riguardo alla scrittura, che mi è rimasta dalla scuola. Non mi sovviene null’ altro. Agata

  2. chiara Says:

    Ho imparato a scuola:
    Ad affrontare la paura del foglio bianco cominciando a scrivere anche cose confuse e disordinate, perché poi si può sempre dare un ordine diverso, rivedere, correggere e tagliare (ad esempio: cominciavo i temi in un modo perché sapevo che per me l’importante era cominciare, poi alla fine del tema, quando avevo trovato cosa volevo dire e lo avevo detto, praticamente sempre riscrivevo la parte iniziale).

    Che, quando si vuole esprimere un concetto, utilizzare termini semplici, evitare grandi giri di parole e proporsi di essere chiari può essere un’ottima cosa.

    La punteggiatura ma in generale le regole grammaticali e sintattiche (che poi le abbia imparate bene, questo non è detto…).

    L’uso della scrittura come strumento di espressione delle mie idee e delle mie emozioni attorno a quelle idee (ricordo i temi di letteratura come un’esperienza molto coinvolgente) e, connesso a questo, il fatto che perfino per uno studente a scuola la scrittura non è solo dire quello che si pensa o dimostrare che si è capito, ma anche suscitare emozioni in chi legge.

    Che ci sono persone (qualche mio compagno) la cui scrittura nasce naturalmente lavorata, altre (io, ad esempio) la cui scrittura nasce sporca, faticata, ridondante e va lavorata moltissimo. Sicuramente è a scuola che ho imparato a conoscere che tipo di scrittura ho, quali sono le caratteristiche di fondo del mio modo di scrivere, sulle quali posso lavorare moltissimo, ma che restano come base ineliminabile dalla quale parto e che non posso cambiare.

  3. valter binaghi Says:

    A scuola ho imparato che non si scrive come si parla.
    E il corollario fondamentale: vita e scrittura non si rispecchiano nè si devono inseguire reciprocamente, pena la caduta nella volgarità o nella pedanteria.

  4. Giovanni Accardo Says:

    Alla scuola elementare ho imparato a scrivere in modo ordinato e in buona calligrafia. Al liceo ho imparato che per scrivere, per avere un patrimonio lessicale e di idee, per imparare l’uso corretto dell’ortografia e della punteggiatura, bisogna leggere. Io però, quando frequentavo il liceo, leggevo soprattutto libri di politica o di psicanalisi (senza capirci molto, a dire il vero), mentre avrei dovuto leggere romanzi e /o poesie; quelli sono arrivati dopo, all’università. Quindi a scuola ho ricevuto uno stimolo che ho messo a frutto qualche anno dopo. Ma lo stimolo è stato fondamentale. A scrivere ho imparato mentre scrivevo la tesi di laurea, con un professore che è anche poeta e critico letterario: le sue continue correzioni sono state fondamentali, anche se talvolta m’irritavano, perché mettevano a nudo le mie carenze linguistiche.
    Quando insegno (in un liceo) ho sempre in mente quello che mi è stato utile per imparare, ma forse dovrei ricordarmi anche di quello che non ho imparato.

  5. ness1 Says:

    Per insegnare a scrivere bisogna insegnare a leggere, e mica solo le parole: la realtà, soprattutto (questione d’attenzione – preghiera, per Simone Weil); ergo: il silenzio; poi si parla in risonanza al resto e la scrittura scaturità da sé, prima ancora che coi meccanismi, dal suono-ritmo (ma “sound” è la parola più comprensiva e completa)…

  6. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ci sono, ovviamente, un livello base e uno più elevato.

    Nelle mie lezioni parlo poco e cerco di formulare richieste precise ai mei alunni. Gli esercizi che svolgiamo sono fondalmentalmente di imitazione e di manipolazione di testi dati. La lettura a voce alta del proprio testo è un momento essenziale delle esecitazioni.

    Un discorso a sè va fatto per la descrizione, che richiede esercizi di osservazione e il passaggio dalla vista alla parola.

    Se interessa, posso dire di più.

  7. Sergio Pasquandrea Says:

    Di tutto ciò che ho imparato sulla scrittura, niente l’ho imparato a scuola, tranne le regole dell’ortografia, che mi sono state insegnate nei primi anni delle elementari.
    Però c’è anche da dire che, dopo una bravissima maestra, poi ho sempre avuto insegnanti che andavano dal mediocre in giù.

    Oggi, che sono un insegnante, cerco di insegnare la correttezza formale e la chiarezza nell’esporre il proprio pensiero. Tutto il resto non ha a che fare strettamente con la scrittura, ma con la personalità, la maturità, la crescita interiore.

  8. Moira Says:

    Alla scuola elementare ho imparato a scrivere bene imitando, cioè ricopiando i brani più belli dei libri che stavo leggendo, grazie a una maestra molto dolce che mi ha trasmesso l’amore per la lettura.
    Alle medie ho imparato l’analisi grammaticale e l’analisi logica, con una prof. molto severa ma anche molto brava.
    Alle scuole superiori ho imparato il greco (che anche oggi mi è utile per risalire all’etimologia delle parole), il latino e quindi, grazie alle versioni settimanali, la costruzione delle frasi, i periodi, le subordinate.

  9. Maria Rita Says:

    Prima di tutto… A LEGGERE!!!
    Io vedo quanta differenza c’è tra ragazzi che scrivono benissimo perché leggono tantissimo e ragazzi che NON scrivono, bensì ammazzano la lingua italiana, perché non ne hanno ‘dimestichezza’, in alcun modo.
    Un esercizio ‘simpatico’ è assegnare nell’ambito dello scritto di italiano (che insegnavo prima, ma ora mi capita pure con la st. dell’arte) un compito che tra le tipologie di analisi e commento al testo, saggio breve o articolo di giornale contemplino un tema già trattato in questi ambiti da uno scrittore, o saggista o giornalista. Alla correzione, far vedere ai ragazzi uno scrittore di professione come l’avrebbe svolto. Vi assicuro che è l’esercizio più accolto e vissuto dai ragazzi, specie quando si ritrovano ad aver imbroccato la strada giusta, li gratifica pure.
    Poi… dal ‘potevi scrivere così per dire la stessa cosa ed essere più chiaro e scorrevole’ viene tutto il resto: dalla sintassi, alla forma e così via.

  10. Maria Rita Says:

    … e visto che parliamo di grammatica e dal momento che, cancellando una frase, per la fretta, è venuto via un pezzo di concetto… mi correggo nel verbo ‘contemplino’. Non era più riferito ai plurali ma al singolare ‘compito’, dunque: che contempli un tema già trattato… etc. etc… è giusto correggersi anche in un semplice post!

  11. dm Says:

    Al liceo ho imparato a scrivere direttamente ‘in bella’. Il tempo era sempre troppo poco. Anche oggi i testi che scrivo (compresi quelli pagati) hanno solo bisogno di un ripasso sui refusi.
    Utile.
    L’altra faccia è che non ho imparato a correggere un testo (ma questo non riguarda la domanda).

  12. GattoMur Says:

    A scuola ho imparato molto poco, tanto meno c’è mai stato qualcuno che mi abbia insegnato a scrivere. Quello mi sembra di averlo imparato un po’ da solo, già nel triennio avevo strutturato un mio metodo, che consisteva nello scrivere in maniera un po’ roboante e fatua; ma faceva colpo, e l’ho portato avanti per un bel po’. Poi ho smesso, ma dopo i 35 anni. Fino a quell’età ho scritto in maniera insopportabile, facendo in un certo senso sfoggio di muscoli (che non avevo).
    A scuola insegno tutto il contrario. Faccio scrivere molto, in tutti i modi (sono al biennio). Spesso con imitazioni e parodie.
    Per Maria Luisa Mozzi: a me interessa, vorrei di più. Grazie.

  13. anna Says:

    Agli studenti insegno che un testo si può rimaneggiare per ottenere effetti diversi. Insegno, inoltre, a usare l’autocontrollo dei propri errori più frequenti. A me, la scuola non ha insegnato né a leggere né a scrivere: ad ambedue le cose sono arrivata da sola per passione.

  14. ramona Says:

    Io ho imparato alle elementari tutte le regolette grammaticali e ortografiche: dove vanno gli accenti e dove no, dove va l’acca e dove no, ho imparato dove vanno le doppie e così via. Di sicuro su questo non mi sbaglio più, eventuali refusi sono dovuti solo ad una battitura maldestra. Vedo però che questo tipo di errori sono ancora molto comuni in chi non ha avuto una buona base come l’ho avuta io. Mi piacerebbe che alle elementari anche oggi si dedicasse più attenzione alla questione, non è ammissibile trovare adulti diplomati o laureati che scrivano “quà”, o che non riconoscano il verbo essere dalla congiunzione o il verbo avere dalla preposizione.
    Alle medie ho imparato a recensire libri: era il compito delle vacanze. Un compito faticoso, ma utilissimo per imparare a leggere con attenzione e a saper descrivere un libro con le emozioni che mi ha regalato.
    Strada facendo negli anni, grazie a tante letture e a tanto esercizio, ho imparato a eliminare le espressioni gergali e dialettali, ovvero a esprimermi in “italiano” (in questo mi ha aiutato, a dire il vero, anche cambiare città… questione di farsi capire, ecco).
    Per tutto il periodo scolastico ho imparato anche a sviluppare la fantasia con la scrittura, dovendo svolgere i miei temi e talvolta anche quelli degli altri, possibilmente facendoli diversi dai miei.

    Ricordo che avevo una calligrafia piccolissima e ordinata. Ricordo la gioia che provavo nel comporre le parole con il sillabario e poi sul foglio, in prima elementare, quelle parole che sapevo leggere già da un po’, ma non sapevo ancora creare.
    Benedico la scuola e il tempo che ci ho trascorso (sempre troppo poco) per avermi insegnato questa cosa meravigliosa: il gioco delle parole.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Io sospetto che, avendo cominciato ad andare a scuola nel 1966, tante cose fondamentali che so le so ormai da così tanto tempo che non saprei dire come, quando, da chi, in quale occasione eccetera le ho imparate.
    I miei genitori sono persone colte; la scuola, per loro, era importante; molte cose le ho imparate, o ripassate ogni giorno magari senza accorgermi, a casa. Se dicevo una parola sbagliata, mi correggevano al volo. Sempre. Non è mica poco. E’ tantissimo.

    Ho ricordi più precisi del Liceo.
    Dall’insegnante di matematica e fisica (prof. Nordio, dalla prima alla quarta) imparai alcune cose. Ad esempio che “le monde est fait pour aboutir à une équation”. Dalle sue lezioni (ottimo didatta, pessimo valutatore) imparai il gusto anche gestuale della dimostrazione; dalla sua abitudine di dettare gli appunti subito dopo l’esecuzione della dimostrazione imparai uno stile di scrittura essenziale. Sto facendo qui sul momento un collaudo mentale, e credo di ricordarmi pressoché tal quale tutta la geometria che ci ha insegnata. Credo comunque (ed è questo l’importante) che potrei prendere in mano un qualunque testo di matematica o geometria di livello liceale e ripassare il programma intero in un paio di giorni. Peccato non aver fatto con lui (andò in pensione) anche la trigonometria.

    Dagli insegnanti di latino e greco del triennio non imparai nulla. Mi spiace dirlo, ma è così. Erano vecchi di corpo e d’anima, non avevano più voglia di insegnare, ripetevano quello che avevano ripetuto mille volte senza particolare attenzione. Riuscii a disinteressarmi totalmente al greco, la letteratura latina mi interessava (e mi interessa) per ragioni mie, la coltivai autonomamente.

    Dall’insegnante di filosofia, prof. Bortot, ho imparato un sacco di cose. La più importante, nella primissima lezione. Bortot entrò in aula e ci presentò il suo elefantino rosa. Ce ne parlò a lungo. Così imparai che la possibilità di parlare di una cosa, anche in maniera molto interessante, e l’esistenza della cosa stessa (o la verificabilità dell’esistenza) sono questioni ben distinte. Sulla copertina del mio libro Fiction non c’è un elefantino ma un maialino rosa (di peluche): vedete che siamo ancora lì. (Il maialino peraltro, in quella copertina, mangia salsicce vere; la fiction divora la realtà della quale si pretende imitazione; la questione, insomma, è complessa). Naturalmente quello di Bortot fu forse un errore didattico: da allora in poi io smisi di pensare, e cominciai a immaginare (ovvero a far finta di pensare, o piuttosto a pensare per finta).

    Dall’insegnante di italiano, prof.ssa Burla (quarto e quinto anno) ho imparato un certo entusiasmo fisico per la lettura e interpretazione dei testi. Se vi càpita di vedermi in azione, in aula o comunque in pubblico, o peggio ancora (perché la cosa si intensifica) in un tu per tu, nella lettura e nello svisceramento di un testo, be’: pensate che per me quello è lavoro fisico, e che la fisicità che ci metto viene da quell’insegnante.
    Poi, e non è secondario, ho imparato che la letteratura non solo si degusta, ma anche si studia.

    Ecc.

  16. Cristina Says:

    Il mio bilancio scolastico è molto negativo; ho avuto, nella maggioro parte dei casi, dei cattivi maestri o comunque dei maestri poco incisivi.
    Ho frequentato scuole molto “ideologiche”, inizialmente per scelta dei miei genitori, poi seguendo una sorta di flusso a cui era comodo adattarsi.
    Le elementari furono le Montessori; direi che la cosa più importante che ho imparato in quegli anni era l’organizzazione autonoma del lavoro che vale molto più di quel che potrebbe sembrare a prima vista .Il poter decidere se in quella porzione di mattina farai un problema di aritmetica o un tema implica una scelta, una preferenza e ti abitui a pensarti attivo nei confronti dello studio , dell’impegno. Non esegui i compiti per diligenza o per compiacere, lo fai perché lo hai scelto e questo ti aiuta a definirti come fruitore attivo della cultura.
    Io amavo la matematica, per me era un grande gioco.
    Ho sempre letto moltissimo ma mi sembrava che la lettura non avesse nulla a che fare con la scuola, era cosa mia.
    Il liceo è stato uno dei tanti licei sperimentali, erano gli anni ’70 e quel tipo di scuola fu lo sbocco naturale di quasi tutti noi montessoriani; ricordo quegli anni purtroppo come un lungo malinteso. Malgrado le ambizioni innovative li vedo adesso a distanza come un lungo esercizio di convenzionalità . Ho imparato ad esprimere nei temi un confuso disagio e disorientamento che, se ben detti, riscuotevano sempre grande successo. Ho imparato che c’erano gusti o giudizi, sia in campo letterario che storico o sociale, “leciti” e altri riprovevoli. Insomma, ho imparato cose che ho impiegato poi anni a scordare.
    Il ricordo più bello era il mio vecchio professore di Inglese ( esterno alla scuola, facevo dei corsi al British Institute per mia scelta), il cui motto era ” and when you learn one, try to learn two”.
    Mi ha insegnato la curiosità, il fatto che nuotando nel mare delle conoscenze trovi delle correnti che ti portano lontano da dove credevi di essere diretto ma che è un peccato non seguire perché come dice Nabokov, la vita ha molta più fantasia di noi.
    Tutto il resto l’ho imparato dalle persone che ho incontrato nella vita, ma questo è un altro discorso.

  17. unarosaverde Says:

    La mia maestra delle elementari ci faceva spesso scrivere in un quaderno particolare. Lo chiamava “Quaderno dei Dati”. Raccoglievamo lì i sinonimi e i contrari, divisi per azioni. C’erano i verbi per descrivere i movimenti, quelli per non ripetere continuamente “disse”, quelli che raccontavano le sfumature di “vedere”. Poi c’erano i sostantivi e gli aggettivi, raggruppati con lo stesso ordine.
    Devo ai miei le azioni di correzione degli strafalcioni, a mia madre la spiegazione dei misteri della grammatica, della sintassi, dell’ortografia, della capacità di organizzare i pensieri e la passione per i libri.
    Devo a quel quaderno l’attrazione per le parole.

  18. Pensieri Oziosi Says:

    Per tutto il periodo scolastico (e anche oltre) la scrittura è rimasta per me un’attività che nasceva e si concludeva nella scuola stessa. Mentre ho sempre letto molto, al di là di quello che mi venisse richiesto a scuola, per quanto riguarda lo scrivere no.

    Al di fuori di compiti in classe o a casa non mi è capitato mai di scrivere cose più lunghe di qualche cartolina (io ho fatto la maturità nel 1992, e la prima casella di posta elettronica l’avrei avuta soltanto qualche anno più tardi).

    Quando decisi nel 2003 di aprire un blog (sulla piattaforma di Gianluca Neri, che in questo momento non mi ricordo nemmeno più come si chiamava) lo feci soprattutto perché mi resi conto che stavo seriamente correndo il rischio di un’atrofia della scrittura in italiano — nella vita di tutti i giorni e lavorativa scrivevo e scrivo principalmente in inglese ed in tedesco.

    Da allora il blog ha cambiato casa un paio di volte e adesso langue desolato. Per certi versi, i commenti che lascio in giro su alcuni blog sono un tentativo di non dimenticare quello che sulla scrittura ho imparato a scuola.

  19. alice Says:

    è difficile scindere quello che sulla scrittura ho imparato a scuola e quello che ho imparato al di fuori delle aule. A scrivere prima di iniziare le elementari mi insegnò mio nonno. Ad aver voglia di leggere mi insegnò l’esempio di mia mamma. La grammatica e la punteggiatura, invece, le ho imparate a scuola di certo. Un’altra cosa: non so dire cosa mi hanno insegnato di preciso, ma gli esercizi scolastici che più mi hanno permesso di apprendere e capire la scrittura sono senz’altro stati: i temi (in particolare il primo che feci in prima media e il metodo di valutazione che adottava la mia prof) e tutte le parafrasi fatte sui classici della nostra poesia. se potessi tornare a scuola sono queste le cose che farei più volentieri, tra l’altro.

  20. Maria Luisa Mozzi Says:

    Insegnando italiano, cerco di evitare il “tema”, genere letterario esistente solo nelle patrie scuole. Assegno esercizi di produzione scritta che costringano ad utilizzare conoscenze o abiità che si sono appena acquisite. Per esempio, se abbiamo studiato i registri linguistici e ci siamo a lungo esercitati oralmente ad usarli scegliendoli in base alla situazione comunicativa, a mittente e destinatario etc, l’esercizio scritto sarà la riscrittura di un piccolo testo usando registri diversi a seconda della situazione comunicativa, del mittente, del destinatario etc.

    Negli ultimi anni ho dovuto proporre spesso ai ragazzi anche esercizi per l’acquisizione di nuovi elementi lessicali.
    Un esercizio utile è il seguente.
    Divido gli alunni in gruppetti di tre o quattro, assegno loro un testo da leggere (anche espositivo, dal libro di storia o di geografia) e un blocchetto di post it. Chiedo di leggere insieme, di cercare di capire tutte le parole (dal contesto, usando il dizionario) e di scrivere quelle non del tutto chiare ciascuna su un post it.
    Finita la lettura, i ragazzi attaccano i post it su un cartellone e tutti insieme cerchiamo spiegazioni chiare delle parole, inventiamo frasi per riusarle, proponiamo sinonimi e contrari etc.

    La lezione successiva, ciascun alunno inventa una frase con ognuna delle parole del cartellone. Se tutti fanno bene, stacco il foglietto. Altrimenti lo lascio lì e la lezione successiva si prova di nuovo a inventare frasi con quella parola.

  21. Maria Luisa Mozzi Says:

    Un esercizio utile per rendere consapevoli gli alunni dell’uso della lingua italiana è fare scoprire gli errori con l’aiuto della grammatica.

    Per esempio: in prima media ci sono spesso alunni che “lasciano in sospeso” le frasi. “Manca qualcosa” dico loro, aiutandoli a correggere e a completare.
    Quando, in terza, studiamo l’analisi del periodo, chiedo a questi alunni una “spiegazione tecnica” del loro errore e li guido a capire che le loro “frasi sospese” mancano della proposizione principale.
    Quando questo percorso riesce, tra gli stupiti “accidenti, è vero!” i ragazzi non sbagliano più.

  22. roberta reginato Says:

    I miei studenti si stanno allenando per la campestre ma se faccio un dettato hanno il crampo alla mano. Allora insegno loro che scrivere non è come uno scatto di 100 metri, ma è come una maratona: richiede tempo, allenamento, resistenza, concentrazione, obiettivi.
    E quando capisci la fatica, diventa conquista (come dice una recente pubblicità).

    Loro scrivono sms, che altro sanno della scrittura? “Tanto si capisce lo stesso” e allora a cosa serve l’ortografia quando usi abbreviazioni e gergo? E poi loro comunicano col corpo, con la musica, le parole sono un sottofondo sonoro, non sempre decifrabile.

    Scrivere è funzionale a comunicare, questo lo sanno: una lista della spesa, un bigliettino sotto il banco, un post su fb.
    Scrivere è scuola: gli appunti sul quaderno, gli esercizi sul libro, i compiti sul diario, i temi, le verifiche…
    Prof, scrivere è difficile, non sono bravo, mi blocco… ma perché devo rileggere? è inutile, non so più cosa scrivere…
    Poi c’è sempre almeno uno che “Prof, io da grande voglio fare la scrittrice, vorrei che tutti leggessero i miei libri…”

    Eppure scrivere è anche un’arte, come dipingere, danzare, recitare. E’ anche un esercizio interiore, come fare yoga o trekking. E’ come un gioco, ha le sue regole e puoi divertirti a romperle, per capire come funziona.
    Scrivere è come pensare, mentre si guarda il soffitto distesi sul divano. Il foglio bianco è quel soffitto e l’inchiostro i nostri pensieri che si materializzano. E da quel momento esistono, li posso guardare, leggere, rileggere, modificare, conservare.

    Provo ad insegnare l’esperienza dello scrivere. Il gesto dello scrivere nella storia dell’umanità, dai pittogrammi alla tastiera. Una sorta di conferma che il mondo scrive. Poi tutto il resto è didattica e narratologia, il più possibile creativa e sperimentale.

    Io a scuola ho scoperto che mi piaceva scrivere. Ma nessuno dei miei insegnanti mi ha detto che è bello, utile, necessario scrivere. Nessuno mi ha insegnanto come scrivere, appena mi correggevano l’ortografia. A scrivere ho imparato leggendo, per naturale inclinazione.

  23. ness1 Says:

    Insegnate a leggere, leggete poesia, leggete opere d’arte di tutti i tempi e luoghi, capolavori, solo cose bellissime e profondissime ed eterne – cioè mortali come l’uomo e ogni cosa, e proprio per questo immense; leggete col massimo dell’emozione e dell’intelligenza, fate leggere così, mostrate come si fa, date l’esempio leggendo voi assieme: insegnate a leggere non solo le parole ma anzitutto la vita, la natura, gli esseri non solo umani, gli avvenimenti, la ‘realtà’ che accade e muta sempre; leggete ogni istante, nella sua forza di rinascita e riformulazione dell’intero universo, leggete talmente in fondo da perdervi e ritrovarvi poi in altre dimensioni: leggete ogni singolo suono però insieme agli altri, ogni minimo movimento, vibrazione, scintillio, colore, sfumatura, mutamento, passaggio; fate attenzione, prestate ascolto, state in silenzio: aspettate senza volere e pretendere niente, incluso il niente stesso; leggete e ascoltate con la massima attenzione possibile, tutto, fuori e dentro e nei confini in particolare, finché non si sciolgono in un continuum in cui tutto comunica con tutto e ogni cosa esprime in modo diverso la stessa energia costitutiva della vita; leggete(vi) fino a dio (minuscolo!) e tornate a dircelo sapendo di fallire, e nel fallire davanti all’indicibile sentire che pure lo si sfiora e gli si lascia aperta una via per dirsi…

  24. Santiago Says:

    Non ho imparato niente che sia attinente alla scrittura in senso creativo. Le regole, quelle si. Punteggiatura, sintassi, ortografia ecc. poi dipende alle maestre o dai prof.
    Ce n’era una in particolare che nei miei primi due anni di superiori ci spronava a tirare fuori quello che avevamo con un modo di fare piuttosto giocoso e creativo.
    Ma pure introduzione-parte centrale-parte finale quando si scrive un tema o una roba simile l’avevo già imparato per conto mio a casa. Certo, le regole sono fondamentali perchè se manca la struttura di base non puoi costruirci granchè intorno o sopra. Però non credo che si possa insegnare a scrivere nel vero senso della parola. O meglio forse si diventa nient’altro che un modesto artigiano della parola. Nulla di più.

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