Aranciata amara

by

di giuliomozzi

[Questo episodio fa parte del romanzo in corso d’opera Discorso attorno a un sentimento nascente, del quale si possono leggere altri episodi qui. gm]

Entrai dunque in casa dei miei. Volevo restituire il Dorian Gray, vedere come stavano, magari mangiare un boccone con loro, e poi andarmene. In cucina c’era la luce accesa. Entrai in cucina. Mio padre era seduto per terra davanti alla credenza. Accanto a lui una sedia rovesciata. Il tavolo spostato. Un paio di mele, il barattolo del caffè, un piatto rotto, due bottiglie di aranciata per terra. Mio padre, in pigiama e vestaglia, stava seduto in terra, le gambe distese, le mani appoggiate a terra dietro la schiena. Faceva dei respiri a fondo. Mi avvicinai. Non sembrava in affanno. Gli guardai le gambe. Erano dritte. I piedi all’insù, come devono essere. Mi abbassai sui talloni.
«Tutto bene?».
«Sì».
«Vuoi che ti aiuti ad alzarti?».
«Un momento».
Mi guardai attorno. Raccolsi le cose per terra. Presi le bottiglie di aranciata amara. Raddrizzai la sedia.
«Hai cercato di prendere l’aranciata dalla credenza, giusto?».
«Sì».
«Ma poi cos’è successo?».
«Mi è venuto un giramento di testa».
Le aranciate amare, nella credenza dei miei, sono in uno scaffale alto. Ne tengono sempre una scorta. Ne sono golosissimi. Per aiutarsi a consumarne meno, le tengono in uno scaffale che, almeno per loro, è poco accessibile.
«Solo un giramento? O ti sono mancate le gambe?».
«No, no. Le gambe no. Solo un giramento».
«Quanta febbre hai?».
«Trentasette e mezzo, quando l’ho misurata».
«Devi aver fatto un bel baccano».
«Ma la mamma non ha sentito niente. Si è tolta gli apparecchi».
Quando parla con me, per dire mia moglie, dice la mamma.
«Ma da quant’è che sei seduto così?».
«Eh, saranno cinque minuti».
«In somma, sono arrivato giusto in tempo».
«Se arrivavi prima, la facevo prendere a te l’aranciata».
«Proviamo ad alzarci?».
«Sì».
«Appoggiati a me».
Girò su se stesso, poi si mise in ginocchio. Sentii il suo respiro diventare meno profondo e più veloce.
«Tutto bene?».
«Sai, è stata più la paura».
«Immagino».
«In piedi?».
«Facciamo seduto,va’».
Lo aiutai ad alzarsi in piedi, lo misi su una sedia. Gli accostai il tavolo perché potesse appoggiarcisi.
«Adesso aspetti un momento, che pulisco in terra».
Feci il giro della cucina raccogliendo i pezzi del piatto rotto. Diedi una passata con la scopa.
«Così non ci si fa male con i cocci».
«Grazie».
«Preferisci stare seduto qui, o in salotto? Che magari ti metti in poltrona? O preferisci tornare a letto?».
«In poltrona».
Si alzò. Lo accompagnai. Era un po’ esitante, ma niente più. Si lasciò cadere sulla poltrona.
«Vuoi un po’ d’aranciata?».
«Mi ero alzato per quella».
«La stavi prendendo in credenza perché in frigo non ce n’è più, giusto?».
«Sì».
«Ti ci metto del ghiaccio».
«Grazie».
Tirai fuori il ghiaccio dal frigo, ne misi due cubetti in un bicchiere, versai l’aranciata amara. Misi la bottiglia nel frigo.
«Senti», dissi portandogli il bicchiere, «ma perché questa devozione esclusiva all’aranciata amara?».
«A dire il vero non lo so. Perché piace alla mamma, immagino».
«Scommetto che lei direbbe che piace a te».
«Be’, non mi dispiace».
Cominciò a bere l’aranciata, un sorso per volta. Io sedetti sull’altra poltrona. Quando finì l’aranciata, posò il bicchiere sul tavolino basso tra le poltrone.
«Avevo sete».
«Dovresti tenere una bottiglia accanto al letto. Così basta che ti siedi sul letto e puoi bere».
«Non credevo di essere preso così male».
«Ma come ti senti?».
«Eh, sono tutto intronato. Adesso sta cominciando anche a farmi male».
«Le botte?».
«Eh sì, le botte. Sono caduto all’indietro, ho preso una gran pacca sul sedere».
«La testa?».
«Non ho battuto la testa».
Una pausa.
«Senti», mi disse, «va’ a vedere come sta la mamma».
Andai in camera da letto. Mia madre dormiva profondamente. Tornai in salotto.
«Dorme».
«Bene».
Si agitò sulla poltrona.
«Devo preparare un po’ da cena».
«Sta’ fermo. Faccio io».
«Ma guarda…».
«Sta’ fermo. Dài, sei appena caduto. Faccio io».
«Va bene. Grazie».
Andai in cucina. Diedi un’occhiata al frigo. Tornai in salotto.
«Allora: minestrina con l’avanzo del brodo, avanzo di lesso, insalata e mele cotte. Come in ospedale. Va bene?».
«In ospedale ci sarebbero state le coste lesse».
«Non ci sono, devi accontentarti».
«Va bene. Mi accendi la televisione?».
Accesi la televisione. Gli diedi il telecomando e tornai in cucina. Lavai quattro mele, le sbucciai, le feci a pezzi, le misi in un tegame. Tirai fuori dal frigo il pentolino del brodo. Disfai e misi in acqua un cespo d’insalata. Mi venne in mente l’uvetta. Guardai in frigo e ce n’era. Ne misi un po’ a rinvenire in un bicchier d’acqua. Guardai l’ora. Erano le sette e mezza. Andai a svegliare mia madre.
«Mamma».
Restava immobile.
«Mamma!».
Niente. La toccai. Aprì gli occhi.
«Buongiorno!».
Cominciò a muoversi sotto le coperte.
«Ma che ore sono?», disse.
«Sto preparando un po’ di cena».
«Eh?».
«VUOI CENARE?».
«Ah».
Si rigirò, allungò la mano verso il comodino. Prese uno degli apparecchi. Se lo ficcò nell’orecchio.
«Ecco».
«Sto preparando un po’ di cena, tra mezz’oretta è pronta».
«Va bene».
Si voltò verso l’altra parte del letto.
«È in salotto che guarda la televisione».
«Ah».
«Vado a preparare».
In cucina apparecchiai per due. Misi il pentolino del brodo sul fuoco, dopo averci aggiunta un po’ d’acqua calda. Infilai i due pezzetti di lesso nel microonde. Misi l’insalata nello scolapasta, la scossi e la rimestai per sgocciolarla. Mio padre, in salotto, stava ascoltando un telegiornale.
«Vuoi dell’altra aranciata?».
«Sì».
Sentii mia madre che andava in bagno. Portai l’aranciata a mio padre.
«Non dire alla mamma che sono caduto».
«Perché non dirglielo?».
«Perché si agita».
«È una cosa che è successa, nient’altro. Non è che devi far finta di essere un atleta».
«Va bene, ma sta’ attento».
Aggiunsi le uvette alle mele, rimescolai. Non che in dieci minuti l’uvetta fosse rinvenuta gran che. Condii l’insalata. Misi le farfalline nel brodo. Quattro minuti. Le mele ci avrebbero messo un po’, ma intanto mangiavano il resto. Sentii mia madre uscire dal bagno. Accesi il microonde. Quattro minuti dopo eravamo seduti tutti e tre attorno al tavolo. Mio padre con la vestaglia a righe azzurre e nere, mia madre con la vestaglia a quadri rossa e blu, io col maglione verde.
«Tu non mangi?».
«Ero passato solo per un momento».
«Ma se vuoi mangiare».
«No, grazie».
«Guarda che ce n’è».
«No, grazie».
Cominciarono a mangiare.

20 Risposte to “Aranciata amara”

  1. Daniela Says:

    …mi è venuto un groppo in gola perché lo so io. Credo che molti si ritrovino in questa descrizione. Va proprio così…Volevo se posso segnalarti che al posto di poltrona hai scritto persona sulla frase io sedetti sull’altra persona. Manca un punto prima di sentii mia madre uscire dal bagno. Grazie, perché adesso mi sento meno sola.

  2. Fabio Carpina Says:

    un paio di refusi, di cui uno molto gustoso: “Io sedetti sull’altra persona”; l’altro è meno divertente 🙂 “disfai e misi l’acqua” che immagino volesse essere “disfeci. (A meno che non intendessi davvero scrivere così)

  3. Fabio Carpina Says:

    (scritto insieme, evidentemente :-))

  4. Isa Says:

    mi hai riaperto tutto un mondo. Commovente

  5. Marilena Says:

    Bello, Giulio. Bello. Dialogo scarno ma estremamente efficace. Ricorda un po’ Pinter, ma senza il senso dell’assurdo. Qui è tutto così vero.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Daniela, Fabio, grazie. Ho corretto “persona” con “poltrona” e ho messo il punto dove mancava.
    Fabio: non ho corretto il “disfai”, sul quale hai certamente ragione (vedi questa discussione in Crusca), perché forse in questo caso un modo basso ci può stare: non è solo il “disfai” a essere basso, ma è proprio il “disfare l’insalata” che sa molto di lingua bassa. Forse sta bene. Forse no. Probabilmente no. Ci penso.
    Marilena, Daniela: sia chiaro che questo è lavoro d’invenzione (che si nutre dell’esperienza di vita, ecc. ecc., ma pur sempre invenzione è). Lo dico – benché sia ovvio – perché frasi come “Qui è tutto così vero” mi turbano sempre un poco.

  7. bruno clocchiatti Says:

    Bello. L’incipit mi ha fatto pensare a “Il disperso” di Maurizio Cucchi: una sensazione di intima realtà domestica, in buona sostanza.

  8. manu Says:

    una perplessità:
    se un figlio/a qualsiasi entra in casa dei genitori anziani e ne trova uno in terra come nella scena descritta inizialmente, siamo sicuri che dica rivolto al genitore un serafico ‘tutto bene?’. lui era in giro, e decide di passare dai genitori a restituire un libro farci due chiacchiere e magari mangiare un boccone assieme, mica presagiva nulla, o no?
    il resto ci sta tutto, secondo me, ma quel ‘tutto bene’ non saprei

  9. Daniela Says:

    Da parte mia non ti turbare Giulio sai meglio di me che spesso si leggono certe cose in periodi particolari della vita. Certo che è invenzione ci mancherebbe, non volevo mettere a disagio nessuno mi prometto di essere meno emotiva, oggi è venuta così 😉

  10. Fabio Carpina Says:

    Giulio, quello che mi lascia perplesso in “disfai” è proprio la costruzione del verbo, anche nel “modo basso”, forse perché dalle mie parti non si usa. Cioè: capisco che, se dico “disfavo” (come se fosse 1a coniugazione), allora il passato remoto conseguentemente viene “disfai”; ma mentre disfavo l’ho sentito dire, disfai non l’ho mai sentito e d’istinto mi fa pensare alla seconda persona tempo presente.
    vabè, non è così importante…

  11. Giulio Mozzi Says:

    Perché, Fabio, il passato remoto non appartiene (per un nordico come me, almeno) al modo basso…
    E questo risolve la questione. “Disfai” non va bene, “disfeci un cespo d’insalata” mi pare un bastardo, quindi troverò qualcos’altro.

  12. Felice Muolo Says:

    La prosa viene lavorata per essere fruita senza fatica.

  13. lidiadel Says:

    “In cucina c’era la luce accesa. Entrai in cucina. ” Non è ridondante la seconda cucina? Per due volte di seguito descrivi il padre disteso a terra, non basta una volta? Anche il secondo “terra” mi pare una ripetizione, basta dire “le mani appoggiate dietro la schiena”, si capisce. Preparare un po’ da cena o la cena? Bellissima l’immagine del risveglio della madre. Commovente la descrizione dell’abbigliamento dei tre, così usuale, ma allo stesso tempo fantasmagorico, non so perché. E la rinuncia del figlio di cenare insieme mi fa tristezza, mi piace immaginare che sia per lasciare ai genitori tutta la cena frugale, o no?

  14. Maria Says:

    Questo mi convince meno. Segnalo anch’io «Adesso aspetti un momento, che pulisco in terra».
    Sembra gli stia dando del lei, meglio “aspetta”. Per il disfai, io scriverei un semplice sciolsi. Se proprio si vuole evitare di rimontare la frase. Qui invece forse manca una domanda della madre… “Si voltò verso l’altra parte del letto.
    «È in salotto che guarda la televisione».”
    E io mi chiedo perché e mi sento piacevolmente anche un po’ cavia. 🙂

  15. Elena Says:

    “Adesso aspetti” mi pare perfetto, dolcemente perentorio, giusto. “Disfai” nel registro proposto andrebbe anche bene, ma non so se lessicalmente è efficace per l’operazione di pulire l’insalata. Dalle mie parti non l’ho mai sentito.
    Però, noticine a parte, trovo, qui e anche altrove, uno sguardo pietoso e una tenerezza (non ho altre parole) che mi pare una cifra speciale.

  16. Simone Says:

    “Aspetta un momento, che pulisco per terra”.
    Così, semplice, pulito.
    “Aspetti”, ove non confuso con una forma di cortesia, sa un po’ di risentimento, che nella scena apparirebbe ingiustificato.
    Mi piace, comunque. Più questo del pezzo con Bianca.

  17. Silvia Says:

    Mi trovo nei commenti di liadiadel e di Elena. Mi piace. Lo vedo

  18. di questi tempi Says:

    Sento molta forza in queste azioni miti. Davvero molta.

  19. mimmo Says:

    “Disfai” si usa molto nella lingua parlata, sopprattutto fra i soggetti che usano correntemente il dialetto quando tentano invece un approccio più italiano. Spesso l’ho ascoltato in meridionali al nord, magari arrivati da poco, quando cercano di parlare quella strana lingua molto enfatica che niente ha del respiro e dell’intonazione dell’italiano settentrionale, ma anzi al mio orecchio suona infarcita di echi toscani. “Disfeci” credo di averlo incontrato quasi solo nella lingua scritta.

  20. Mina Says:

    Mi piace la prosa asciutta e quotidiana quando si raccontano fatti della vita. Quindi “disfai” ci sta bene

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