La signorina sta benone!

by

di giuliomozzi

[Questo episodio fa parte del romanzo in corso d’opera Discorso attorno a un sentimento nascente, del quale si possono leggere altri episodi qui. gm]

Il 2 agosto del 2004, alle dieci di sera, ero a casa. Suonò il campanello. Andai ad aprire. Era Bianca. Rimasi di stucco. Lei guardava in terra. Alzò la testa. Mi diede un’occhiata.
«Allora? Vuoi farmi restare qua?».
Non sapevo cosa fare. La feci entrare. La guidai nello studio, a pianoterra. Il divano era ingombro di libri e carte. Ne liberai mezzo.
«Ecco».
Lei sedette. Presi la sedia della scrivania. Mi sedetti difronte a lei. Bianca appoggiò il gomito destro su un ginocchio, il mento sulla mano. Guardava fisso in un angolo. Poi mi guardò.
«Allora? Come va?».
Aveva un tono di voce esagerato.
«Bene, grazie. E tu?».
«Eh! E tu? E tu? Bene, grazie! E tu?».
«Bianca, perché sei qui?».
Lei tornò a mettersi con il gomito sul ginocchio, il mento nella mano, lo sguardo nell’angolo. Poi, di nuovo esaltata, agitando le mani in aria:
«Va tutto bene! Va tutto bene, senz’altro!».
Mi accorsi che le mancava l’ultima falange dell’anulare della mano sinistra.

«Cos’è successo al tuo dito?»
Fece una faccia fatua. Si guardò la mano.
«Il dito, il dito…».
Mi venne paura.
«Bianca, perché sei qui? Che cosa vuoi?».
Lei si alzo in piedi. Camminò per lo studio.
«Allora, va tutto bene! Siamo felici! Hai una bella casa! Hai fatto i soldi!».
«Bianca, che cosa vuoi?».
«Certo! Non ci vediamo da dieci, dodici anni… E adesso sono qui! E che cosa ci faccio qui? Che cosa voglio? L’importante è sapere questo, no? Che cosa voglio! Perché se sono qui, è per forza perché voglio qualcosa, no? No?».
Tornò a sedersi sul divano.
«Sei diventato famoso?».
«No».
«Vedo i tuoi libri nelle librerie».
«Questo non vuol dire essere famoso».
«Certo. Tu non diventerai mai famoso. Diventare famosi è una cosa brutta. Quelli che diventano famosi, poi non si ricordano più. E tu vai a trovarli, e ti sanno dire solo: che cosa vuoi? Che cosa vuoi?».
Rise a lungo.
«Bianca».
«Anch’io sto bene! Benissimo! Sono la donna più felice del mondo!».
Cambiò tono, cominciò a parlare a voce bassa.
«Lavoro in una cooperativa. Faccio le pulizie. Esco di casa alle tre di mattina. Torno alle dieci. Tu nei sai niente?».
Mi guardò.
«E cosa vuoi che sappia? Dimmi tu».
«Non hai niente da dirmi, tu?».
«No».
«Perché sono io la pazza, la schizofrenica, vero?».
«Torni a casa, e poi che cosa succede?».
«Ogni tanto suona il telefono. Rispondo e non c’è nessuno».
«Bianca, non ti ho mai più cercata, dopo che ci siamo visti a Roma. Non avevo idea di dove tu fossi. Non sapevo che eri tornata a Padova».
Stavo mentendo. Lo sapevo. L’avevo vista qualche volta. Una volta, nella chiesa sconsacrata di via San Giovanni da Verdara, a una conferenza di Bertinotti. Dentro era tutto pieno, avevano messo un altoparlante sul sagrato, io ero lì fuori a sentire, la avevo vista. Non seguiva la conferenza, girellava tra la gente. Camminava ingobbita, guardava solo per terra. Questo forse cinque anni prima. Poi, un’altra volta. Più di recente. Ero andato a trovare un amico in ospedale, a pneumatologia. Aveva avuta una crisi d’asma molto brutta. Uscendo, avevo incrociato Bianca. Ingobbita, sguardo per terra, passo esitante. Mi ero fermato. L’avevo vista entrare dove c’è il servizio psichiatrico. Tutte e due le volte, ne ero sicuro, non mi aveva visto. Dopo la seconda volta avevo controllato nell’elenco del telefono. C’era il suo nome, un indirizzo. Ma non avevo fatto niente.
«Non sapevi che ero tornata a Padova! Perché Padova è la città dove si torna! Dove tutti tornano! Dalla quale non si riesce ad andare via!».
Di nuovo esaltata. Cercai un filo.
«Ti arrivano queste telefonate, e poi?».
«Tu non ne sai niente?».
«Se non me lo dici non lo so».
«E invece io sono convinta che tu lo sai benissimo».
Mi stava solo accusando di farle delle telefonate mute?
«Bianca, se non ti spieghi, io non posso indovinare».
Rise ancora. Parlò ridendo.
«Ma certo! Perché le persone normali si spiegano! Parlano chiaro! Dicono: questo! Quello! Quell’altro! Chiaro e distinto!».
«Bianca, se sei venuta a dirmi qualcosa, me lo dici. Se non vuoi dirmi niente, non dirmi niente».
«E vai fuori dai coglioni!».
Pensai: Madre schizoide, figlia schizofrenica.
«Come sta Agnese?».
Bianca si bloccò, poi scattò in piedi, spalancò la bocca come uno che finge grande stupore, alzò il braccio – come la Statua della Libertà, pensai.
«La signorina è maggiorenne! Plin-plònn», imitando una voce da supermercato, «la signorina è maggiorenne! La signorina sta benone! La signorina se ne frega di sua madre! Plin-plònn, la signorina fa domande su suo padre! Plin-plònn, il signore fa domande sulla signorina! Plin-plònn, la signora Bianca è pregata di accomodarsi nella stanza accanto! La signora Bianca forse è meglio che non veda la signorina! La signora Bianca non può sapere di chi è diventata figlia la signorina! Plin-plònn, chiunque fosse sorpreso a fornire alla signora Bianca informazioni sulla signorina, sarà severamente punito!».
«L’hanno adottata», dissi.
«Un pensiero di meno».
Tornò a sedersi sul divano, indifferente.
«Tu, come tutti i maschi, ti crogiolavi in questa idea di fare il padre. Io me la sono dovuta badare, e quando se la sono presa ho avuto un pensiero di meno».
Adesso il tono di voce era normale. Parlava in fretta.
«L’hanno messa in un istituto, dove potevo vederla due volte alla settimana, potevo anche portarla ai giardini. Poi l’hanno data a una famiglia affidataria, e lì allora la vedevo ogni quindici giorni, nell’ufficio degli assistenti sociali, con lo psicologo che stava lì a guardare, a sentire quello che ci dicevamo. Poi mi hanno detto: Signora, lei fa male alla bambina. E’ meglio che per un po’ non vi vediate, e non l’ho vista più. Allora sono tornata a Padova. Mi hanno telefonato quando è diventata maggiorenne, due mesi fa, solo per dirmi che stava bene, che non voleva né vedermi né sentirmi, e che se avessi provato a interferire mi avrebbero denunciato, anzi lei mi avrebbe denunciata. Comunque non so dov’è. Starà bene, per forza. Stiamo tutti così bene!».
«E a casa tua, allora, che cosa succede?».
«Le cose non sono al loro posto».
«Cioè?».
«Cioè, trovo la caffettiera nel bagno, il sapone nel frigorifero, così».
«Sei sicura che non sei tu che ti dimentichi le cose in giro? O che non ti ricordi dove le hai messe?».
Diventò furibonda.
«La matta sono io, vero? Sono io la schizofrenica! E tu? E tu?».
«Io cosa?».
«Tu non ne sai niente, vero?».
«Bianca!».
«Tu non c’entri niente, vero?».
«Bianca, se mi stai accusando di entrarti in casa di nascosto a spostarti le cose, sei fuori strada».
«Fuori strada! Sono fuori strada! Ma certo! Sono fuori! La signora Bianca è fuori! Signora Bianca di qua, signora Bianca di là, si prenda la goccina, si prenda la pastiglina, faccia la chiaccheratina, se ne stia buonina, non faccia la schizofrenina!».
«Bianca…».
«Se non sei tu non è nessuno», di nuovo calmissima, «capisci? Il problema è questo: se non sei tu non è nessuno. Io torno a casa e trovo tutto spostato, e non è stato nessuno».
Si guardò la mano sinistra, piegò e distese l’anulare mutilato.
«Bene. Grazie. E’ stato un piacere, una conversazione veramente chiarificatrice, grazie, grazie».
Prese la borsetta.
«Aprimi la porta».

34 Risposte to “La signorina sta benone!”

  1. stileminimo Says:

    Bello! Lei la si legge vera!

  2. Maria Says:

    Tema molto affascinante. Riesce in questo pezzo a raccontare una vita. I personaggi sono verosimili e il brano è carico di tensione. Resta la curiosità dell’anulare… Ho qualcosa del genere anch’io, in un cassetto. Non è un romanzo ma potrebbe diventarlo. Prima o poi. 🙂

  3. cartaresistente Says:

    Un pezzo che semina tante cose, vien voglia di seguire questa storia.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Secondo me è come minimo una scena ancora troppo corta. E il personaggio maschile sa solo dire: “Cosa vuoi?”.
    Mi accorgo adesso che mi è scappato almeno un “dissi” (vorrei che in tutto il romanzo non ci fosse nessun “dissi”, “rispose” ecc.).
    La spiegazione da “L’hanno messa in istituto” in poi mi pare troppo… spiegazione.
    Bianca deve avere una varietà di toni evidente, senza che il narratore stia lì a dire “con voce esaltata”, “indifferente”, ecc., che sono solo didadscalie.
    C’è ancora troppo poca parte visiva.
    Ecc.
    Il dettaglio dell’anulare resterà campato in aria. Il lettore non saprà mai come e dove Bianca si sia tagliata il dito, e se questo c’entri con la vicenda.
    Per quel che ne so io (la mia immaginazione non è completa su questo punto, purtroppo), Bianca si taglia un dito difronte a qualche rappresentante dell’autorità (es. persone dei servizi sociali), e lo fa per dimostrare qualcosa.

  5. Gloria Gerecht Says:

    L’inizio è sincopato dai periodi brevissimi, come una pellicola a passo ridotto. Suona quasi parodistico. L’io narrante ha per ora la funzione di un intervistatore: non ha un nome, ma ripete continuamente Bianca. Il dialogo senza i “disse”, a botta e risposta alla Hemingway (che usa il disse e il rispose solo se a parlare sono più persone) sono ben resi, asciutti. Caratterizzano lei, ma non lui.
    Per farne un romanzo, sono curiosa, dovrai andare in flash back o riuscirai a evitarlo?

  6. manu Says:

    un divano liberato a metà e una faccia fatua. dopo il male di vivere, la fatica di vivere. sento tanta fatica.
    perchè quei corsivi su ‘si torna’ e ‘tornano’?
    ‘difronte’ va attaccato?
    non riesco a vedere bene il momento in cui

    ‘Bianca appoggiò il gomito destro su un ginocchio, il mento sulla mano. Guardava fisso in un angolo. Poi mi guardò’.

    quello che non vedo è se il corpo è ricurvo verso il basso anche quando guarda. la posizione sul divano mi sembra scomoda, difficile stare seduti sul divano con un gomito sul ginocchio e il mento sulla mano, uno solo dei due gomiti ancora più difficile, a meno che il corpo non sia deforme, e allora lo sguardo resta verso il basso, un angolo a terra. ma poi, si sposta da quella posizione per guardare il personaggio maschile o rimane ricurva?

    mi piace come hai chiuso.

  7. massimocassani Says:

    Bello. Ma per quando lo prevediamo (anche circa).?

  8. Matteo Says:

    La faccenda delle dita monche va di moda, eh. Anche il protagonista di una cosa che sto scrivendo or’ora è manchevole di una falange (il mignolo, però).
    Condivido la sua autocritica, tranne ciò che dice sulla “parte visiva”: non la trovo strettamente necessaria, in una sequenza simile; rallenterebbe il ritmo.
    Buon lavoro.

  9. Maria Says:

    Buongiorno a tutti! Mi spiace per l’anulare, eppure avrebbe tutto il suo senso. E’ lì che si mette la fede nuziale. Ci pensi prima di lasciar cadere così e deludere i curiosi come me.

  10. Maria Says:

    P.s. : In particolare perché è collegabile alla mania di persecuzione.

  11. Maria Says:

    E io non credo l’abbia messo lì a caso. Inoltre sarebbe opportuno capire se lui è stato suo marito o se sto scrivendo con la mia immaginazione un altro romanzo. Dico questo perché Agnese dovrebbe essere la figlia dei due, e quindi non si capisce perché lui non si sia mai interessato alla bambina. Bianca potrebbe averla avuta da una relazione precedente, però poi c’è la frase in cui Bianca spiega che la ragazza cerca il padre… ecco, ci sono tanti dettagli che possono essere giudicati solo con il testo completo. Così è difficile. Quindi lascio perdere la storia e mi concentro sui dettagli di cui parla. 1) Perché non va bene il dissi? 2) Perché ritiene ci sia troppa spiegazione? Bianca è voce inattendibile, potrebbe dire tutto e di più senza mai risultare troppo o troppo poco. 3) Cosa intende con il c’è ancora poca parte visiva? Intende forse descrivere il modo in cui Bianca si muove in modo da rendere lo stato d’animo? Questa cosa le consentirebbe di eliminare “le didascalie” di cui parla. Intanto io quasi quasi, copio il pezzo, lo incollo in word e ci provo. Potrebbe essere un ottimo sistema per fare esercizi 🙂 Buona domenica a lei e a tutti!

  12. Greco Sabrina Says:

    Trovo, parlando da lettrice, qualche forzatura stilistica, qualche innaturalezza nel dialogo, qualche accelerazione contenutistica. In realtà farei parlare molto più tacitamente (la scena m’appare fredda e con precisa fretta di consumazione), affinando il dialogo, darei una evoluzione agli eventi di relazione meglio cadenzata, più suggestiva, meno contratta, sembra che alcune esplicite informazioni al lettore siano date catalizzando. Condivido in pieno il deficit di “scenario”, che lamenta l’autore, soprattutto nella parte di rivelatore psicologico e di allusione.

  13. manu Says:

    @ maria
    perchè dici che bianca è voce inattendibile?
    butta all’aria, a tratti, i nessi logici, e associa alle parole gesti plateali, i movimenti di quelle parti di pensiero che non sfociano in parole, ma basta ascoltare, e lei dice, eccome se dice, la vita da dentro. secondo me.

  14. Greco Sabrina Says:

    Ha ragione, Maria. Che si scelga un altro dito!:-)
    Mi ricorda, da “donna del Porto”, il meraviglioso film “Lezioni di piano”.
    Credo invece che la narrazione in svolgimento possa riservare delle belle sorprese…

  15. Maria Says:

    manu, è inattendibile perché potrebbe anche raccontare cose false, e già lo fa, nel momento in cui, alludendo, accusa il suo interlocutore di persecuzione. Quindi secondo me, nelle condizioni mentali in cui è, può spiegare anche per tre pagine di fila. Andando su e giù per la stanza. Magari, torcendosi i capelli, affannando il respiro. Insomma si dice inattendibile chi non porta chiarezza alla storia. Io ora potrei anche pensare che tutto quanto dice possa essere anche vero e che le sue allusioni si riferiscano al fatto che lui ha provocato quella confusione e di conseguenza lui è colpevole, anche se in modo indiretto. Insomma mi fermo perché potrei essere quasi più inattendibile di Bianca. Stop.

  16. Greco Sabrina Says:

    Mi trovo d’accordo ancora con Maria. La credibilità è alla base di tutto. E’ su quella che si lavora.

  17. Maria Says:

    Sabrina, no! Perché cambiare dito? Eheh. Io penso invece che lei se lo sia mozzato quando ha trovato il sapone nel frigo! Via l’anulare con vera annessa. Così magari, “quello” avrebbe smesso di spostarle le cose. Ops. Avevo detto stop. Mi taccio.

  18. Silvia Says:

    Leggo con attenzione partecipata intensamente, e anche dissonante. Ancora non sono in grado di dire qualcosa e comunque lascio un segno di passaggio, sul
    tuo abbozzo di scrittura, anche per tutto ciò che anche altri amici stanno incubando sul tuo canovaccio. Ciao a tutti.

  19. Greco Sabrina Says:

    Non è un buon movente psicologico, Maria.
    L’azione dell’automutilazione è, a mio avviso, o dimostrativa, come dice Giulio Mozzi, o autolesionista (azione punitiva).
    L’autolesionismo è facilmente rilevabile, comunque, in base allo studio della personalità e del modus in cui soggettivamente è stato vissuto ed elaborato il dramma.
    L’autore suppone, non afferma.
    Magari glielo hanno mozzato. Eheh.

  20. gian marco griffi Says:

    “Mi taccio” vuol dire “mi incolpo”, “mi accuso”. Vabbè.

  21. Greco Sabrina Says:

    Mistero! Videolezione Giulio Mozzi.

  22. Elena Says:

    Il brano mi ha incuriosito. Bianca fa una gran tenerezza. Lui, è vero, ripete in fondo una sola cosa, ma mi pare intonata alla situazione. Ho immaginato che fosse una scena già vista per lui, che la follia di Bianca fosse qualcosa con cui ha confidenza da anni e che lo lascia ogni volta disarmato, attonito, rassegnato.
    E poi, come si parla a chi non sente ragioni?

    Mi ha colpito il tuo commento: concordo sulla parte visiva. Non so se capisco quel che intendevi dire, ma a me è rimasta l’idea di una stanza indefinita, nonostante l’ammasso di libri e fogli, il divano e la sedia. Vorrei sapere, per esempio, da dove arriva la luce. E poi di lei, solo quel dito mozzo: non i colori che indossa, il disordine o l’ordine dei suoi capelli, se fuma e ne porta addosso l’odore. Di lui praticamente nulla. Magari è lui che fuma e la stanza è disseminata di posacenere. Eppure c’è un io narrante, che ha occhi, può testimoniare.

  23. Elena Says:

    O lasciare le descrizioni all’io narrante è sbagliato? Davvero, a priori (fuori da una lettura), non saprei dirlo.

  24. Felice Muolo Says:

    Forse il testo scivola via troppo veloce, anche se gradevolissimo, per poter rendere al meglio una situazione chiaramente drammatica. Il ritmo è quello dei quadretti frivoli ma gustosi di Sono l’ultimo a scendere. Qui appropiato.

  25. manu Says:

    @ maria
    scrivi: ‘è inattendibile perché potrebbe anche raccontare cose false’
    ma secondo me, chiunque può raccontare anche cose false. quindi anche il personaggio maschile potrebbe essere secondo la tua spiegazione inattendibile. perchè bianca si e lui no?
    poi, inattendibile (come definizione) non è – come scrivi – chi non porta chiarezza alla storia ma chi non merita credito, chi non si può prendere seriamente in considerazione. per questo ti chiedevo il motivo per cui hai scelto di indicare bianca come persona inattendibile.
    in ogni caso, il tutto era riferito alla frase di giulio mozzi che le spiegazioni, nel racconto, sono troppo spiegazioni. ma mi rendo conto che non serve continuare su questo. era solo una mia curiosità. sorry, troppe parole

  26. Giulio Mozzi Says:

    Gloria: questo è un episodio, tratto da un dattiloscritto di circa 200 cartelle.
    Manu: grazie per le osservazioni sulla postura. Si può scrivere “di fronte” (più frequente) o “difronte” (meno frequente).
    Massimo: 2014.
    Matteo: io vorrei appunto rallentare la scena. Vorrei che diventasse esasperante. (Non so se è la cosa giusta da fare, ma al momento il mio desiderio è questo).
    Maria: manca una falange dell’anulare e non dell’indice o del medio appunto per quella ragione. Nel testo complessivo i “dissi” sono pochissimi, quindi mi pare valga la pena di eliminarli tutti. La “spiegazione” di Bianca mi pare fuori tono, ovvero: immaginando che un personaggio come quello possa cambiare tono di colpo (e questo infatti avviene) credo che comunque i diversi toni dovrebbero avere qualcosa in comune; qui mi pare non sia così. E: sì, vorrei descrivere il modo in cui Bianca si muove (o meglio: il modo in cui il personaggio narrante vede Bianca muoversi) in modo che se ne colga lo stato d’animo (meglio: in modo che si colga come coglie lo stato d’animo del personaggio narrante che osserva Bianca). Circa la relazione tra i due, se segui il link fornito all’inizio trovi tutto ciò che ti manca.
    Elena: giusto, più che sul movimento puro e semplice di Bianca devo lavorare sul rapporto tra il movimento di Bianca e la stanza. Grazie.
    Felice: dici bene. Scrivere i “quadretti” di Sono l’ultimo a scendere mi ha addestrato anche a fare scene come questa (in cui il tono è tutt’altro).
    Maria, Manu: parlare di Bianca come di “voce inattendibile” genera, secondo me, un po’ di confusione. Il personaggio narrante può essere “inattendibile” (per noi che leggiamo; vedi). Bianca è invece un personaggio che, per come ce lo racconta il personaggio narrante, sembra aver perso il senso della realtà. Però non può dire “qualunque cosa”: deve averci comunque una, sia pur delirante, visione del mondo dotata di una qualche coerenza.
    Grazie ancor.

  27. Carlo Capone Says:

    Un grande Giulio Mozzi.
    La sua Bianca è di una tenerezza incredibile, fa venir voglia di stringerla forte forte.
    Mi meraviglia che nessuno abbia posto attenzione alla figlia di Bianca, al dramma di una bambina affidata ai servizi sociali in quanto, devo presumere:
    – la madre soffre di turbe mentali
    – il padre, fosse l’io narrante o chiunque altro, è assente (e perciò immensamente colpevole).

    Questo capitoletto è un gran bellissimo racconto. La cosa letteraria che Giulio Mozzi sa meglio fare.

  28. Maria Says:

    gian marco, sì, comunque vada lo sono sempre. Colpevole. Vabbe’.
    Sabrina, non sono esperta, ma nella sua illogicità mi sembrava la cosa più logica. Così, d’istinto.

  29. Maria Says:

    Grazie a Giulio Mozzi per il link sull’inattendibilità, in effetti la voce di Bianca non è quella di narratore. rileggerò con calma stasera. E se sono qui, non perché tutto so, ma proprio per tentare di “rubare” un po’ di mestiere. Coincidenza vuole, poi, che ho scritto di Bianca anch’io, un’altra Bianca. Quanto nel suo caso la scelta del nome è casuale? Ho letto poi che non è protagonista solo di questo suo romanzo, ma anche di altri brani. Ha un suo senso? (Io immagino di sì)

  30. Maria Says:

    Carlo Capone, forse è solo un modo per prendere le distanze dalla questione più dolorosa di tutta la vicenda. O magari perché non ci è ancora data possibilità di immedesimazione, quando Agnese parlerà… forse.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Maria: Bianca è un fantasma – non ho mai trovato una parola migliore – che vive con me da parecchio tempo.

  32. Barbara Buoso Says:

    Il 2 agosto del 2004, alle dieci di sera, ero a casa. Suonò il campanello. Andai ad aprire. Era Bianca. Rimasi di stucco. Lei guardava in terra. Alzò la testa dandomi un’occhiata.
    «Allora? Vuoi forse farmi restare qua? O dovevo magari farti una telefonata e prendere appuntamento, ora che sei un uomo famoso? Speri possa mettere radici su questo uscio?!».
    Non sapevo cosa fare. Era rischioso, me ne rendevo conto, farla entrare. Corsi il rischio. Certamente Bianca non poteva che esserlo, un rischio. Le feci strada nello studio, a pianoterra. Il divano era ingombro di libri e carte. Ne liberai mezzo.
    «Ecco, accomodati pure». Chissà come m’è venuta questa. «Accomodati pure».
    Si sedette finalmente. Presi la sedia della scrivania. Mi sedetti difronte a lei. Bianca appoggiò il gomito destro su un ginocchio, il mento sulla mano. Un istante dopo cambiò gomito, il sinistro sul ginocchio. Poi di nuovo rimbalzò al gomito destro. Il suo viso terminò il palleggio da un palmo all’altro. Manteneva fisso solo lo sguardo, in un angolo. Poi decise di guardarmi.
    «Allora? Come ti va?».
    Parlava a voce alta, ma ero lì.
    «Bene, grazie. E tu?».
    «Eh! E tu? E tu? Bene, grazie! E tu? Dio benedica la tua educazione. Sei così a modo, sempre, da sempre. Ci mancava il prego dopo il grazie. Bene, grazie. Prego. ».
    «Bianca, perché sei qui?».
    Continuava a palleggiarsi il viso, da un ginocchio all’altro, il mento nella mano, lo sguardo infilato in un angolo.
    Poi, di nuovo come stesse parlando a un sordo, sbraitando le mani in aria:
    «Va tutto bene! Va tutto bene, senz’altro! Come vuoi possa andarmi: a me è sempre andata bene, se non ricordi male.»
    Un moncherino dell’anulare della mano sinistra tagliò l’aria disordinatamente.
    Le mancava l’ultima falange dell’anulare della mano sinistra.

    «Cos’è successo alla tua mano, il dito, come l’hai perso?»
    Interrogò sé stessa, trovandosi impreparata. Si guardò la mano, se la sfiorò con la mano integra.
    «Il dito, il dito…».
    Mi venne paura.
    «Bianca, perché sei qui? Cosa vuoi di preciso?».
    Si alzo in piedi decisa a percorrere il mio studio.
    «Allora, va tutto bene! Siamo felici! Hai una bella casa! Hai fatto i soldi!».
    «Bianca, te lo richiedo, cosa vuoi?».
    «Certo! Non ci vediamo da dieci, dodici anni… E adesso sono qui! E che cosa ci faccio qui? Che cosa voglio? L’importante è sapere questo, no? Che cosa voglio! Perché se sono qui, è per forza perché voglio qualcosa, no? No? Tu questo ti aspetti da me, ora, che io ti dica cosa voglio da te. Tu, educatamente, provvedi e ti saluto, ciao, Ti metti a posto con la coscienza e chiuso, anche per stavolta ti sei lavato le mani».
    Tornò a sedersi sul divano. La testa ferma, finalmente. Era la mia a non iniziare a esserlo più, ferma.
    «Sei diventato famoso?».
    «Non per come lo intendi tu».
    «Non per come lo intendi tu. ». Mi fece il verso. «Vedo i tuoi libri nelle librerie, impettiti nei loro bei dorsetti rigidi, dritti, come te».
    «Questo non vuol dire essere famoso. Se per famoso intendi aver fatto soldi, no, non ho fatto soldi con i libri. E, sì, i libri generalmente sono dritti negli scaffali delle librerie. Sei venuta qua per insultarmi? Ti potrebbe fare stare meglio questo?».
    «Certo. Tu non diventerai mai famoso. Diventare famosi è una cosa brutta. Così ordinaria. Comune. Quelli che diventano famosi, poi non si ricordano più. E tu vai a trovarli, e ti sanno dire solo: che cosa vuoi? Che cosa vuoi? E questo tono da psicologo, poi? Di’ un po’, hai preso coraggio: il coraggio che non hai mai avuto? Stai scrivendo una storia di cui non immagini il finale e questo ti crea disagio, vero, scrittore famoso?».
    Rise sguaiatamente abbandonandosi al divano.
    «Bianca. Bianca».
    «Sì. Bianca. Il mio nome lo ricordo ancora sai, nessuno ci scommetterebbe ma lo ricordo: B I A N C A. – urlò – B I A N C A. Sì, anche lei, Bianca, sta bene, sta benissimo. E’ la donna più felice del mondo Bianca».
    Smise di urlare, cominciò a parlare a voce bassa.
    Io non mi tranquillizzai però.
    «Bianca lavora in una cooperativa, fa le pulizie. Esce di casa alle tre di mattina, torna alle undici. Bianca torna sempre a casa, comunque. Tu nei sai niente?».
    Mi guardò.
    «E cosa dovrei sapere? Dimmi tu».
    «Non hai niente da dire tu a Bianca?».
    «Io a Bianca, quella di cui stai parlando, non ho nulla da dire, no. Io con te sto parlando, con te.. tu sei Bianca”.
    «Bianca sono io. Bianca è lei. Bianca esce e Bianca rientra. Io torno a casa, sono io quindi la pazza, la schizofrenica, vero?».
    «Bianca, per favore. Vai avanti: torni a casa, e poi che cosa succede? Che ti succede?».
    «Ogni tanto suona il telefono. Rispondo e non c’è nessuno».
    «Beh, è normale. Il telefono suona a tutti, spesso ci sono persone che sbagliano numero, sentono la voce che non cercano e buttano giù. Se, come immagino, pensi sia io: no, non ti ho mai più cercata, dopo che ci siamo visti a Roma. Non avevo manco idea di dove tu fossi. Non sapevo che eri tornata a Padova».
    Stavo mentendo consapevole di farlo. L’avevo vista qualche volta, una, nella chiesa sconsacrata di via San Giovanni di Verdara, a una conferenza di Bertinotti. Dentro era tutto pieno, avevano messo un altoparlante sul sagrato, io ero lì fuori a sentire, la avevo vista. Non seguiva la conferenza, girellava tra la gente. Camminava ingobbita, guardava solo per terra. Quando? Forse cinque anni prima. Poi, un’altra volta. Più di recente. Ero andato a trovare un amico in ospedale, a pneumatologia. Aveva avuta una crisi d’asma molto brutta. Uscendo, avevo incrociato Bianca. Ingobbita, sguardo per terra, passo esitante. Mi ero fermato. L’avevo vista entrare in psichiatria. Tutt’e due le volte, ne ero sicuro, non mi aveva visto. Dopo la seconda volta avevo controllato nell’elenco del telefono. C’era il suo nome, un indirizzo. Ma non avevo fatto niente.
    «Non sapevi che ero tornata a Padova! Perché Padova è la città dove si torna! Dove tutti tornano! Dalla quale non si riesce ad andare via!».
    Di nuovo esaltata. Cercai un varco.
    «Sentiamo: ti arrivano queste telefonate, e poi?».
    «Tu non ne sai niente?».
    «Come ti ho detto già, no, non sono io. Ce n’è tanta di gente al mondo, Bianca, che sbaglia numero e quindi no. Se non me lo dici non lo so. Non lo posso sapere».
    «E invece tu lo sai benissimo!».
    Mi stava accusando di farle delle telefonate mute?
    «Bianca, se non ti spieghi, io non posso indovinare. O meglio, posso tirare a indovinare».
    Rise ancora. Parlò ridendo.
    «Ma certo! Perché voi, persone normali, vi spiegate! Parlate chiaro! Dite: questo! Quello! Quell’altro! Chiaro e distinto!».
    «Bianca, se sei venuta a dirmi qualcosa, eccomi. Se non vuoi dirmi niente, non dirmi niente, ma non fare scenate».
    «E vai fuori dai coglioni!».
    Pensai: Madre schizoide, figlia schizofrenica.
    «Come sta Agnese?».
    Bianca si bloccò, scattò in piedi, spalancò la bocca come uno che finge grande stupore, alzò il braccio – come la Statua della Libertà, pensai.
    «Signori e signore: la signorina è maggiorenne! Plin-plònn», imitando una voce da supermercato, «la signorina è maggiorenne! La signorina sta benone! La signorina se ne frega di sua madre! Plin-plònn, la signorina fa domande su suo padre! Plin-plònn, il signore fa domande sulla signorina! Plin-plònn, la signora Bianca è pregata di recarsi alla cassa tre: sta per aprire la cassa numero tre signori e signore! La signora Bianca forse è meglio che non veda la signorina! La signora Bianca non può sapere di chi è diventata figlia la signorina! Plin-plònn, chiunque fosse sorpreso a fornire alla signora Bianca informazioni sulla signorina, sarà severamente punito!».
    «L’hanno adottata», sospirai sollevato.
    «Un pensiero di meno».
    Tornò a sedersi sul divano, non più interessata a reggersi la testa, nemmeno.
    «Tu, come tutti i maschi come te, ti crogiolavi in questa idea di fare il padre. Io me la sono dovuta badare, e quando se la sono presa ho avuto un pensiero di meno. Hai presente i pensieri di una madre? No, quelli tu non li puoi nemmeno immaginare. I soldi per darle da mangiare, i soldi per le medicine quando stava male, e per vestirla. Le scarpe, sempre piccoli. No, tu mi vieni a tirare fuori la paternità».
    Adesso il tono di voce era ridiventato normale. Parlava in fretta.
    «All’inizio l’hanno messa in un istituto. Potevo vederla due volte alla settimana, pensa, potevo anche sceglierli: o martedì e giovedì o lunedì e mercoledì; potevo addirittura portarla ai giardini, si fidavano, sapevano non l’avrei impiccata. Anche se qualche volta un pensierino l’ho fatto. Poi l’hanno data a una famiglia, in affido, ‘ste formule carine per dirti che finalmente hanno ritrovato una casa, dei punti di riferimento. In quel periodo la vedevo ogni quindici giorni, nell’ufficio degli assistenti sociali, con lo psicologo che stava lì a guardare, a sentire quello che ci dicevamo, era vietato che ci toccassimo, meglio, che io la toccassi, poteva avere dei traumi. Traumi? Io non posso toccare mia figlia perché lei ha dei traumi, dopo? Poi mi hanno detto: Signora, lei non fa bene alla bambina che, a casa mia, vuol dire che le facevo male. E’ meglio che per un po’ non vi vediate, e non l’ho vista più. Allora sono tornata a Padova. Mi hanno telefonato quando è diventata maggiorenne, due mesi fa, solo per dirmi che stava bene, che non voleva né vedermi né sentirmi, e che se avessi provato a interferire mi avrebbero denunciato, anzi lei mi avrebbe denunciata. Comunque non so dov’è. Starà bene, per forza».
    «E come stai? »
    «Bene. Stiamo tutti così bene!».
    «Non mi pare tu stia bene. E a casa tua, allora, che cosa succede?».
    « Le cose non rimangono al loro posto».
    «In che senso non rimangono al loro posto?».
    «Mi ritrovo la caffettiera nel bagno, il sapone nel frigorifero, così».
    «Sei sicura che non sei tu che ti dimentichi le cose in giro? O che non ti ricordi dove le hai messe? Capita, dopo quello che hai passato, le tue condizioni».
    «Quello che ho passato? Le mie condizioni? »
    Il viso le si arrossò improvvisamente, il tono della voce tracimò.
    «Quello che ho passato? Le mie condizioni? »
    «La matta sono io, vero? Sono io la schizoide, no! E tu? E tu? Le mie condizioni? E, sentiamo, quali sarebbero le mie condizioni. Dì, dillo cosa pensi, e poi dimmi che non tu non c’entri niente!».
    «Io cosa?».
    «Tu non ne sai niente, vero? Confermamelo, ancora. L’accendiamo? Io non ne so niente».
    «Bianca, smettila per favore, ti fai solo male così».
    «Tu non c’entri niente, vero? Una donna nelle mie condizioni. Io sono venuta qua, da te, da ‘sto prete mancato, a sentirmi dare dalla pazza!».
    «Bianca, se mi stai accusando di entrarti in casa di nascosto a spostarti le cose, sei fuori strada».
    «Bianca, se mi stai accusando di entrarti in casa di nascosto a spostarti le cose, sei fuori strada Fuori strada! – Mi rifece il verso – «Sono fuori strada sì, ma certo! Sono fuori completamente! La signora Bianca è fuori signori e signore! Signora Bianca di qua, signora Bianca di là, signora Bianca si sente più depressa la sera o la mattina? Si prenda la goccina, si prenda la pastiglina, faccia la chiaccheratina, se ne stia buonina, non si comporti da schizofrenica, per cortesia!».
    «Bianca…».
    «Se non sei tu non è nessuno», di nuovo calmissima, «capisci? Il problema è questo: se non sei tu non è nessuno. Io torno a casa e trovo tutto spostato, e non è stato nessuno».
    Si guardò la mano sinistra, piegò e distese l’anulare mutilato.
    «Bene. Grazie. E’ stato un piacere, una conversazione veramente chiarificatrice, grazie, grazie».
    Prese la borsetta.
    «Aprimi la porta».

  33. Barbara Buoso Says:

    Una cosa.. ma pneumatologia perché? (Non è pneumologia?)

  34. Giulio Mozzi Says:

    Ci hai ragione, Barbara.

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