Berlino, novembre 1943

by

di Demetrio Paolin

[pubblico le pagine che ho letto sabato al Circolo dei lettori. Sono una minima parte del romanzo che sto scrivendo (altri due brani sono qui e qui). Grazie per la lettura. dp]

E’ una mattina meno grigia del solito. Rudolph, sua madre e sua sorella Greta sono in giro per le vie di Berlino. Un tenue sole li ha portati fuori. E’ il 1943 e Berlino sembra in guerra da sempre. Margherete, la mamma di Rudolph e Greta, è tutt’uno con la città. Vive nella fede incrollabile verso il Fuhrer e in suo marito, Heinrich membro delle SS.
“Vostro padre – dice mentre camminano lungo le vie della città nel cielo luminoso dell’inverno – sta facendo molto per voi”. Li strattona entrambi portandoli su e giù per le strade dove si indovinano già le macerie dei primi attacchi della Raf. “Lui fa tutto per voi, lui è l’uomo che Fuhrer ha scelto per voi. Quando ho incontrato vostro padre, eravamo alla Parata del Reich per la libertà che emozione! Finita la parata, lui venne da me e disse che non aveva mai visto una donna bella come me. Le sue parole e il suo sguardo mi fecero innamorare. Quella sera io sognai il Fuhrer: ero in stazione, quando vedo arrivare un treno. Affacciato al finestrino, vedo il Fuhrer, che mi guarda e mi fa sì con il capo. Non dice niente, mi fa sì. E li ho capito che vostro padre era l’uomo per me. E ora lui combatte per voi. Ci protegge”.

La donna dice queste cose e stringe nella mano sinistra Gerta, che ha sei anni e ama i bombardamenti, perché non appena suona la sirena e si scende nel bunker sotto il palazzo e lì ci sono Kristen e la bambola. Così per tutto il tempo del bombardamento, i muri del bunker tremano come fossero fogli di carta, le due bambine la tengono stretta per farsi forza. Greta non ha mai avuto una bambola in sei anni di vita, sua madre pensa che le bambole siano contrarie allo spirito del Reich e le ha proibite.
“Greta, mia dolce Greta, che te ne farai di un bambolotto? A cosa ti servirà?”. Nella voce di Magherete è assente qualsiasi tenerezza. “Tu sarai la moglie e la compagna di un vero tedesco, questo devi dirti”.
Tutte le volte che la madre dice questo Greta fa sì con il capo, ma aspetta l’allarme aereo: la sirena che per tutti era spavento per lei lieto annuncio. Scenderà giù, ci sarà Kristen e allora metterà una mano sulla bambola e stringerà forte. E per un attimo chiuderà gli occhi, tutti penseranno che Greta ha paura, che sente tremare le fondamenta della terra, mentre immagina che quella bambola sia solo sua e che possa giocare nella sua cameretta senza i rimproveri di sua madre.

Rudolph ha 4 anni e mezzo, guarda tutto questo con uno strano sospetto. E’ piccolo, ma sveglio, eppure non capisce la frenesia di sua madre. La vede correre a destra e a sinistra, litigare con la gente per la coda o per le attese.
Rudolph sta dietro lei e cammina sempre la testa bassa. La realtà – la semplice superficie delle cose – lo stringe come le spire dei serpenti. I serpenti li ha visti una volta sola allo zoo che è vicino a casa sua. Gli hanno fatto impressione, anche se quando li ha guardati erano fermi e zitti. Anzi proprio perché gli sembravano finti, erano pericolosi. Come ciò che succede, che è sempre uguale, ma qualcosa cambia e lascia una ferita che non si rimargina.
Proprio in quella lesione fiorisce la follia di Magherete e le sue sfuriate con gli occhi allucinati. Quando la madre parla, è sempre in bilico tra il crollo e l’aggressione, Rudolph la guarda e desidera che per un attimo breve sorrida.

Il 22 novembre 1943 finisce così, che annotta presto e le giornate si fanno rapidamente buie. Appena il sole con un lampo, verdastro sparisce dall’orizzonte, s’aspetta l’urlo della sirena.
La famiglia Wollmer è in casa, Greta e Rudolph dormono nella loro camera, mentre Margherete nel salone cuce in silenzio.
Le poche nubi presenti nel cielo durante il giorno si dissolvono e il cielo si mostra blu carico e luminoso; la città brilla di riflesso.
Di colpo le sirene dell’antiaerea muggiscono. Da un angolo all’altro della capitale il suono rintrona gli orecchi di tutti i tedeschi. Prima il pre-allarme, poi mezz’ora dopo l’allarme. Allora tutti scendono a capofitto giù dalle scale, rapidi. Anche Margherete corre. Corre Rudolph e piange, perché si era addormentato e la sirena l’ha strappato violentemente al sonno. Greta, invece, guarda se ci siano Kristen e la sua bambola.
Quando la porta del bunker si chiude e il piccolo generatore accende l’unica lampadina, tutti rimangono in silenzio.
Gli aeri della Raf bombardano l’intera città. Sciamano bombe sulla capitale, niente viene risparmiato. E’ la battaglia di Berlino, tutti gli edifici, le fondamenta stesse delle case, vacillano. Tutto è in procinto di rovinare. I muri tremano e la piccola luce dondola a destra e a sinistra illuminando e lasciando in ombra ora una parte ora l’altra del bunker. Ognuno pensa alla propria casa, alla possibilità che essa stia per essere distrutta o lo sia già del tutto.
Il bombardamento continua come un bimbo che getta sassi nello stagno. Il cerchio s’allarga e la tensione scema leggermente. Poi un nuovo sasso e tutto ricomincia. E poi ancora. Ancora. E ancora in una monotonia infera. Improvvisamente, proprio come un bambino stufo del proprio giocare, tutto finisce. L’ultimo stormo di aeri sgravati di bombe gira e fa rotta verso nord ovest, verso l’Inghilterra. Nel cielo mattutino sono uno sciame di cavallette, passano, calpestano distruggono e dietro di loro solo pire di fumo alte, fuochi. E poi cade un silenzio pieno di angoscia, un silenzio vuoto che è quello della terra quando gli umani non saranno più, o quando non c’erano ancora. Un assenza di rumore, di ronzio, di qualsiasi forma di vita, che non sia inerme e vegetale.

Infine suonano le sirene del cessato all’allarme. La gente è nell’aperta mattina di novembre. La città brilla di roghi. Molti palazzi sono caduti e sventrati. Mentre gli occhi degli uomini e delle donne instupiditi dal buio dei bunker s’abituano al primo sole, ecco dallo zoo il precipitarsi degli animali in fuga. Le bombe non hanno risparmiato le loro gabbie, che stanno all’orizzonte divelte e distrutte.
Elefanti barriscono all’aria ancora satura di cenere, lanciato urla terribili. Alcuni di loro hanno la pelle ustionata, altri hanno il corpo in fiamme e s’accasciano dopo una corsa rovinosa simili enormi meteoriti infuocate cadute dal cielo.
Ovunque è disastro, carcasse abbrustolite di animali, le scimmie gli orsi, le giraffe, i leoni muoiono orrendamente. Dappertutto è rovina, macerie e fiamme. Margherete guarda ogni cosa. Ogni cosa mostra ai propri figli.
“Ecco, ecco gli ebrei e il loro alleati cosa fanno!”.
Nell’aria satura di odore acido, la pelle bruciata ha un puzzo fastidioso che toglie il respiro. Tutto è lamento continuo, costante. Un sottofondo sgomento che accompagna ognuno: i berlinesi guardano le bestie morenti e morte lungo le strade. Anche Rudolph è fuori, sua madre lo tiene per mano. Rudolph guarda un cane, completamente ustionato, tremante di dolore. La bestia lancia guaiti appena percettibili e si trascina come uno straccio. Ogni movimento che fa è tortura lancinante. Il cane non è più nulla di ciò che era, ma è nuda pelle animale.
La “cosa” guarda Rudolph.
Il cane è un vuoto guardare, semplice gesto biologico dove l’immagine impressa nelle retine non giunge neppure più al cervello orami spento e vacuo. Rudolph ignora perché il cane lo fissi. Mentre si china per accarezzarlo, sua madre con un bastone di fortuna colpisce l’animale sulla testa. Al primo colpo il cane ha un sussulto, quasi che questo sovrappiù di dolore lo disarmi; al secondo colpo, assestato con maggiore precisione, la bestia emette un singolo, breve, guaito e rimane immobile.
“E’ morto”, dice la donna. Poi prende per mano i suoi figli e si dirige verso un edificio fumante e diroccato, ciò che rimane della loro casa in Berlino.

7 Risposte to “Berlino, novembre 1943”

  1. Elena Says:

    Mi ha ricordato una fiaba. Margarethe la strega, l’orchessa, la matrigna cattiva che abbandonerà Greta e Rudolph in un bosco fitto di doveri irriflessi e disumane certezze, buio in cui non sembra filtrare un solo raggio di tenerezza.
    Dov’è la casa del loro ritorno, il sentiero di briciole e sassi bianchi, se neppure può dirsi pietà il bastone che interrompe l’agonia di un cane? Eppure la mano si tende in una carezza compassionavole, anela una bambola da cullare e i gesti sembrano dire che la pietà non si apprende, ma ha, forse, una radice lontana nel silenzio vuoto di quando gli umani non saranno più e di prima che fossero.

    Demetrio, peccato che sia solo un frammento, leggerei ora d’un fiato anche il resto.

  2. Greco Sabrina Says:

    Quando andai a Berlino, restai un giorno soltanto. Ricordo la sensazione di “macerie” come un odore ancora nell’aria. Quando arrivammo al muro, dopo qualche minuto iniziò a nevicare e si alzò un vento forte.
    Portai via immagini e racconti a Checkpoint Charlie, l’orrore tangibile e incredibile.
    Poi volammo col bus ad Amburgo ed il mare mi fece riallargare il cuore.
    Ho letto “Il futuro spezzato”, di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida.
    Demetrio, ho una grande stima per lei.

  3. ornellainincognita Says:

    Brividi.

  4. Greco Sabrina Says:

    Il pianista (The Pianist, 2002), diretto da Roman Polański, tratto dal romanzo autobiografico omonimo di Władysław Szpilman.
    Due estati fa cercavo La leggenda del Pianista sull’Oceano, un film che amo moltissimo. Il rivenditore insisteva. “Ho Il Pianista”. Me lo avrà detto almeno due-tre volte.

  5. giovanna Says:

    Le valigie di Fabio Mauri…

  6. demetrio Says:

    Fabio Mauri ha un ruolo centrale nel romanzo.

  7. giovanna Says:

    Dai, interessante. Ovviamente non ti chiedo in quale modo, lo leggerò.

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