“Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 10

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Una serata nella metropoli

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I

Ai bei tempi (anni Settanta e Ottanta) la Statale del Sempione dopo le dieci di sera era una pista integra e veloce, sbarazzata dalle file tossicchianti delle utilitarie dei pendolari. La mia A112 blu col tettuccio bianco filava come una lippa, tagliando in due i paesotti dell’Alto Milanese (San Vittore Olona, San Lorenzo, Pogliano), fino al bivio prima di Pero. Lì a destra c’era l’imbocco della tangenziale (week end al mare o in una Bologna frizzante di occasioni, l’erotismo letterario nelle trattorie della provincia colta) dritto c’era Milano, il parco Sempione per rifornirsi d’erba e poi il Teatro Off in uno scantinato, o le polemiche furibonde tra noi di Lotta Continua e i figarini del Pdup in qualche circolo sui Navigli.
Arrivo al «crossroad» della mia giovinezza e improvvisamente mi ricordo che negli ultimi dieci anni, causa bretella pro Malpensa e spostamento Fiera di Milano, il bivio è diventato un trivio, un quadrivio, di più, un mostruoso doppio rondò con un numero incredibile di uscite e rientri, cartelli indicatori di colori e grandezze diverse, mentre le strisce bianche sulla strada seguono in parte il nuovo, in parte il vecchio tracciato.
Rallento, aguzzo lo sguardo, il velo di pioggia non aiuta i miei occhi che – inutile dirlo – non sono più quelli di un tempo, un bolide nero pieno di ragazzotti mi fa sobbalzare con un colpo di clacson che sembra un insulto, poi mi sorpassa e s’infila tagliandomi la strada nell’ingresso per la tangenziale.
Continuo a seguire il tracciato del rondò cercando di leggere le uscite una ad una, mi ritrovo al punto iniziale, il piglio avventuroso con cui sono salito in auto venti minuti fa è svanito lasciando il posto ad una rabbia impotente nei confronti del burocrate posizionato all’urbanistica dell’ente locale responsabile di questo scempio, cui auguro un cancro dolorosissimo, possibilmente in posizione anale, intanto continuo a girare come una trottola, non c’è nemmeno spazio per accostare e raccogliere le idee, mi vien da piangere, finché: «Pero-Milano», Dio, è quella. «Terra, terra!». Cristoforo Colombo respira di sollievo, la vedetta l’ha salvato in extremis, ancora un po’ e i marinai se lo sarebbero mangiato al posto delle gallette dure come il legno inzuppate nell’acqua dei barili piena di vermi.

Al citofono una voce freddina, dal tono professionale, non è quella di Monica.
«Scala A, terzo piano»
Mi viene ad aprire una ragazza bionda, longilinea, in jeans e camicetta verde. Struccata, scalza. Sono altri gli ospiti per cui sta a mettersi in ghingheri, me lo fa capire gettandomi un’occhiata senza curiosità e spalancando la porta con un movimento deciso, non particolarmente ospitale. Intuisco che si tratta di Barbara, l’amica milanese di cui mi ha parlato Monica, quella che già si mantiene agli studi facendo da escort (ai miei tempi la Escort era un’auto, un modello Ford, adesso vuol dire puttana di lusso ma suona meglio). Quasi lasciata apposta, una traccia della prima delle sue attività: un manuale di Diritto Penale sul tavolo. Tra la prima e la seconda, forse ci riuscirà a diventare uno dei trecento avvocati del Premier.
«Si accomodi, Monica è di là»
L’appartamento è piuttosto grande per una che vive sola. Un salotto all’ingresso, una cucina che s’intravede dalla porta aperta, un corridoio che dà su due camere. Arredamento stile Ikea, alle pareti roba post»moderna ma con un certo gusto.
M’indica il corridoio senza seguirmi: «Io ho un attimo da fare, poi vi raggiungo»
Si sforza di apparire neutra ma non riesce a nascondere l’irritazione: le labbra strette, la mascella tesa in un viso di una bellezza piuttosto comune, da stereotipo televisivo. Si capisce che ha dovuto subire la mia presenza, l’intrusione la disturba ma forse anche Monica non è la benvenuta, per cui spera che me la porti via.
Una delle due camere ha la porta chiusa. Il bagno dev’essere quello in centro. A destra, dalla porta aperta a metà, s’intravede alla luce accesa un copriletto azzurro.
Spalanco la porta. La ragazza seduta sul letto non sembra Monica. Ha un’occhio nero che non rimane aperto e la mascella gonfia sullo stesso lato le sforma il viso in modo tristemente clownesco. Mi guarda con un occhio solo e si porta subito la mano sulla faccia, per nascondere la parte sfigurata. Poi scoppia a piangere.
«Cristo», riesco solo a dire. «Ma chi è che ti ha ridotta così?»

II

Provo a interpretare il suo disagio. Per permetterle di sfogarsi senza imbarazzo abbasso l’alogena, la faccio stendere sul letto in modo che la faccia gonfia resti nascosta, mi siedo ai bordi e sparo una battuta per sdrammatizzare:
«Lo sai? Una volta ho detto a un tizio che sua sorella era un cesso e che non ci sarei uscito neanche se mi pagavano, e mi sono trovato la faccia così»
«Ti ha preso a pugni?»
«Non lui. La sorella. Sembra così brutto all’inizio, ma in tre o quattro giorni torni come prima»
Ride, in effetti, ma è solo un abbozzo. Piegare la bocca le fa male.

«Ti ricordi quel tizio dell’altro giorno, al parco?»
«Quello che ti seguiva, lo spasimante. È stato lui?»
Scuote il capo: «No, ma prima o poi mi avrebbe fatto anche di peggio. E non era innamorato di me, ti ho detto una bugia»
«Una sola?»
«Bè, quel tizio è uno della mala. Hanno le loro ragazze in zona e se ti azzardi a fare concorrenza senza dargli la percentuale ti gonfiano»
«E tu l’hai scoperto in fretta, giusto? Perché non sei così navigata come volevi farmi credere. Quante volte ci hai provato ad adescare uomini al parco?»
«L’altro giorno era la seconda volta. Come l’hai capito?»
«Non è che sia un esperto del ramo, ma l’adescamento per strada è roba da tossiche o immigrate, una ragazza come te ha ben altre possibilità, stando molto più al sicuro. Su Internet, per esempio. A meno che una sia piena di rabbia o molto insicura, e voglia provare per vedere che succede»
Tira su col naso, e mi pianta addosso l’occhio buono, spalancato come un faro. Mi faceva più scemo, quasi quasi mi compiaccio.
«Insomma, il giorno prima mi ha visto mentre uscivo dalla pinetina, col tizio che mi passava i soldi. Mi ha detto che se gli davo una percentuale mi portava in un bar dove tiene altre due ragazze. Parlava male l’italiano, dev’essere albanese o giù di lì. Ho pensato che era uno stronzo qualsiasi, gli ho detto di andare al diavolo. Ma il giorno dopo era di nuovo lì, solo che c’eri pure tu e siamo usciti insieme. Così ho capito che faceva sul serio e ho avuto paura»
«E allora? Non hai rinunciato all’attività?»
Si rimette a sedere, sempre dandomi il profilo sano.
«Avresti una sigaretta?»
«Fumare in camera da letto è una brutta abitudine»
«Dopo apriamo la finestra. Barbara fuma anche lei, e non è qui che …riceve»
«Ah, ecco. Barbara esiste. Almeno questa non è una bugia»
Apre il cassetto del comodino e me toglie un portacenere di vetro, abbastanza minuscolo. Lo mette sul letto tra me e lei. Tiro fuori il pacchetto e accendo la mia e la sua. So che sogna alla grande, ma per oggi dovrà accontentarsi delle MS.
«Barbara è mia cugina. È vero che si mantiene agli studi e mette da parte un po’ di soldi facendo la Escort, ma ovviamente i suoi non lo sanno, e nemmeno i miei. Eravamo d’accordo che l’anno prossimo mi avrebbe fatto entrare nel giro, semplicemente dopo la faccenda del parco ho deciso di anticipare i tempi»
«Ma perché non puoi aspettare dopo la maturità? Cosa c’è di così urgente?»
Ha uno scatto rabbioso, schiaccia la sigaretta appena accesa nel portacenere.
«C’è che ai miei non voglio più chiedere nemmeno un euro. Anzi se potessi non vorrei neanche più vederli. E comunque conciata così a casa non ci posso tornare. Sanno che dormivo da Barbara, se torno così finisce anche lei nei casini. È per questo che ti ho chiamato»
Spengo anch’io la sigaretta, malvolentieri, ma la camera è già un lager.
«Grazie della fiducia. Se posso ti aiuto. Ma tu prima mi dici tutta la verità. Soprattutto chi ti ha conciata così e perché. E poi quale sarebbe il ‘giro’ in cui Barbara ti farebbe entrare. Sia chiaro che ti aiuto a regolare i conti coi tuoi, ma non ho nessuna intenzione di aiutarti a diventare una puttana»
«Che parola fuori moda!» La voce alle mie spalle è quella di Barbara. In piedi sulla soglia, indossa un pigiama di cotone molto semplice, a righine rosa e nere. Guarda me e lei come una cittadina due provinciali, con quel sorriso di condiscendenza che si riserva ai poveri di spirito. « E comunque io gliel’ho detto che secondo me non ci è tagliata, ma lei insiste. Quella di stasera era un’occasione per provare, se è finita come è finita è anche colpa sua»
«Quale occasione?»
Barbara spalanca la finestra, e mentre mi da le spalle e si estende nel movimento non posso fare a meno di ammirarla. Davanti è scarsina, ma di dietro è uno spettacolo. «Mi spiace», dice, «dovete continuare di là, Io sono a pezzi e domattina ho lezione presto all’università. Devo assolutamente dormire»
Usciamo in buon ordine dalla stanza, e Monica chiude la porta dietro di sé.

III

Sediamo in salotto. Io in poltrona, lei sul lato destro del divano a due posti, i piedi scalzi sul cuscino, abbracciata alle sue gambe mi guarda tenendo metà del viso nascosto dalle ginocchia. Il sogno di una donna fatale, ributtato di forza nella solitudine spaurita di un’infanzia non troppo lontana.
«Anche secondo me non ci sei tagliata» dico: «A proposito, se non ho capito male io sarei stato il tuo secondo cliente. Il giorno prima chi era?»
«Uno più giovane, ma mica simpatico. Non ero lì per quello, ero andata al parco solo per studiare. Mi ha agganciato lui, voleva portarmi a bere qualcosa, io ho pensato dentro di me: prima o poi ci devo provare. Gli ho fatto la proposta, non gli pareva vero. Aveva pure i preservativi, tutto liscio insomma»
«E tu? Cosa hai provato?»
«Come dal dentista. Una cosa abbastanza schifosa, ma dura poco»
«Ma devi fingere che ti piaccia, no?»
«Non è detto. Barbara dice che certi uomini preferiscono la bambola gonfiabile»
«Barbara ne sa una più del diavolo, eh?»
Le lampeggia lo sguardo: «Barbara è troppo un mito», dice. «Lei se li rigira tutti come vuole. È sempre stata una di classe, anche alle medie, non c’era nessuno che poteva farle abbassare gli occhi»
Si capisce che è il suo idolo da sempre. La ragazzina burrosa e vulnerabile, attratta dal suo opposto: Barbara, la bellezza aggressiva, che sa gestire il proprio fascino per dominare. Scende dal divano e si dirige al tavolo, dove c’è un portatile.
Accende. «Adesso ti faccio vedere il suo sito.»

Adele
come tu la vuoi
dolce o crudele

Scritta in rosa su fondo scuro, niente foto nell’homepage.
Adele, un nome decisamente demodée, ma forse è proprio il tipo di esca per chi sogna la collegiale in calzettoni e gonnellino di tweed
«Perché Adele, scusa?»
«È una specie di vendetta. Adele era sua nonna, che detestava»
Clic. Eccole, le foto. Altro che calzettoni.
Tutte e rigorosamente di culo. Un culo né sontuoso né classico, un culo nervoso e post-moderno, brillantemente sottratto a qualsiasi ipotesi materna e perfino muliebre. Un culo efebico e poliglotta. La ragazza bionda che gattona sul tappeto, coperta solo da un perizoma nero. La ragazza seduta sui talloni, presa di schiena, mima la perfetta silhouette di un violoncello. La ragazza in piedi, mano destra poggiata sul tavolo, anca sinistra sporgente, volto finalmente visibile di profilo ma solo per mostrare la forma regolare e lasciarne indovinare i lineamenti fini: la parte superiore, quella che permetterebbe l’identificazione, è nascosta da un ritocco sulla foto che imita un bagliore di luce.
Monica continua a cliccare e mi spiega le modalità di contatto controllato che le meraviglie del Web offrono a chi vuole selezionare senza impegnarsi preventivamente (attualmente i clienti fissi di Barbara sono un paio d’imprenditori e uno dei suoi docenti all’università, da cui si ripromette di ricavare vantaggi immaginabili) ma io nel frattempo non la sto più a sentire, ne so quanto basta.
Barbara-Adele, la profezia di un successo più che finanziario, la pulzella che esibisce nudità di un biancore pastorale ma all’uopo sguainerà la spada, come la Giovanna D’Arco di una nuova mistica del potere. Quella che farà crollare le fortezze infiacchite dalla noia di funzionari di mezza età, fino all’incoronazione di una candidatura alle Regionali o (perché porre limiti ai sogni, se il Bel Paese se n’è mostrato all’altezza?) a deporre quel culo principesco ormai custodito da un severo tailleur su una poltrona di ministro, a fianco del caudillo puttaniere.
Ma tutto questo non è per te, Monica. Tu non possiedi quella scorza adamantina, né la potenza di simili visioni. La tua ambizione è troppo coatta, troppo risentita per diventare strategica, ciò che vuoi è strapparti alla meschinità piccolo borghese di una madre cui temi di assomigliare. I tuoi fianchi rotondi, l’ampio seno, cercheranno prima o poi l’amore quieto di un uomo devoto, e le tenerezze di un cucciolo da allevare. Riusciresti ad ingannare per un pomeriggio un professore o un bancario di mezza età, ma se provassi veramente a solcare le acque oceaniche della selezione darwiniana ti farebbero a pezzi. Forse l’hanno già fatto, a giudicare da quei lividi. Ma adesso bisogna che smettiamo di girarci intorno e mi racconti tutto, altrimenti perché sarei qui, in questa città che detesto, all’una di notte, anziché a godermi un meritato riposo nel paesotto di provincia che mi sembra sempre più l’unico luogo abitabile a questo mondo?

IV

Mentre Monica mi racconta la storia, mi accorgo che è la stessa che ho già sentito mille volte, anzi è il monomito dell’Italia degli ultimi vent’anni, una dama in menopausa che ostenta candore, florida e procace come una bambola gonfiabile.
Nel paese del sole il commercio taroccato è la regola più che l’eccezione. Qui i vu’ cumprà che spacciano merce contraffatta non ce li vogliamo, perché abbassano il livello di una tattica che procede su ben altri binari, e con ben altri investimenti di capitale. Se vuoi diventare capo di Stato prima di tutto ti compri una squadra di calcio e vinci un paio di titoli internazionali così la gente si abitua a chiamarti Presidente e ad associare il tuo faccione luminoso all’idea del successo. Se vuoi spalmare i tuoi debiti su qualche migliaio di gonzi ti fai socia una banca e fai in modo che venda le tue azioni in declino come appetitosi investimenti ai risparmiatori. Se vuoi vincere un appalto pubblico, ti fai amico l’assessore comunale o provinciale di turno e, per invogliarlo ad accettare la solita squallida mazzetta, gli organizzi una cena con personalità luminose e gaie accompagnatrici, ragazze di buona cultura che sanno sostenere una conversazione a tavola ma anche un dopocena appartato e discinto.
Qui la variante ha un certo peso: il consiglio comunale di un paesone dell’hinterland dovrà votare una certa deroga al piano regolatore, gli amministratori da intrattenere sono ben quattro, lo schieramento rigorosamente bipartisan, tre di loro sono i soliti padani ruspanti, adusi a serate allegre a base di caviale palanche e fica, ma il quarto è un tipo un po’ particolare.
Cattolicissimo, anzi ex seminarista, tipo schivo, non facile alla confidenza ma il tallone d’achille è risaputo: ha il vizietto del gioco, si sa che è disperatamente in rosso e ha bisogno di contante. Però, però. Che ne direbbero la vecchia mamma, e lo zio monsignore, e vogliamo parlare della fama d’intemerato amministratore che si è costruito nel tempo? Il tizio è restio, nicchia, ma il suo voto è essenziale. In più, quel che si conosce dei suoi gusti sessuali non è incoraggiante. Detesta bellezze procaci e aggressive, spregia con tutta l’anima gli amori mercenari, anzi a dire il vero nessuno gli ha mai potuto attribuire un flirt che sia uno, e qualcuno va in giro a dire che dev’essere impotente. Unica passione in tanta misoginia apparente la nipotina quindicenne, che colma di regali a Natale, Pasqua e tutte le feste comandate. Ecco, è questo particolare che ha fatto scattare l’idea nell’imprenditore rampante, l’architetto Rovati (uno dei clienti fissi di Barbara).
«Ci vorrebbe una ragazza un po’ diversa», le ha detto l’altra sera: «Un tipo candido, una che non abbia l’aria…. Capisci?»
«Perché secondo te io ho l’aria….?» Ha risposto lei, piccata.
«Ma no, dai, tu sei un tipo di classe, ma troppo seducente, troppo femminile…Qui ci vuole una che sembra caduta dal pero, che lo rassicuri. Nel dopocena niente sesso, solo un po’ di coccole, starlo a sentire, lasciarlo sfogare. Quello è il tipo che ti racconta la storia della sua vita, ti piange addosso. Ci vuole una un po’ bimba, una con cui accetta di appartarsi senza sentirsi un maiale, capisci?»
Barbara ha annuito, con un sorrisino: «Ce l’ho».

Monica le è sinceramente grata: «Lei voleva aiutarmi, le avevo detto che dovevo cominciare a guadagnare, assolutamente. Una serata senza rischio, secondo lei ero il tipo perfetto, e il compenso una cosa da favola. Duecento euro per la cena e Seicento il dopocena. Pazzesco! Quando mai la mettevo insieme una cifra così?»
«E allora, com’è che è finita a botte?»
Lei tira su col naso e abbassa la fronte sulle ginocchia.
«Tutta colpa mia», dice. «Sono stata una scema»

L’ho detto che non ci sei tagliata, Monica. Per il sesso mercenario ci vuole intuito, capire in anticipo la maschera e le mosse, e tu hai fatto la mossa sbagliata.
Il tubino bianco sotto al ginocchio, la scollatura minima, le ballerine pure bianche andavano benissimo, come il trucco leggero: lo spilungone, l’avanzo di sacrestia, era già in brodo di giuggiole per te all’antipasto, e sognava un dopocena sul divanetto a due posti della suite (niente letto, per carità), dove avrebbe ascoltato dalle tue labbra di corallo le poesie imparate alle medie, prima di poggiare il capo sulle tue ginocchia e bagnarle di tutte le sue lacrime. Allora ti avrebbe confessato la sua infanzia chiusa e meditabonda, l’illusione spirituale, l’aridità del seminario e qualche crudeltà patita, prima di chiedere la consolazione del tuo casto seno.
Ma quando hai abbassato le spalline del vestito, mentre lui sempre disteso spiava guardando di sotto in su lo sboccio della tua carne nivea (avrebbe succhiato dolcemente le tue ciliegine, come un bimbo felice), ecco svelarsi l’errore fatidico, lo sfregio sul fondale che rovina lo spettacolo lungamente atteso.
Perché, perché Monica hai voluto strafare, e con la goffa inopportunità di cui solo gli adolescenti sono capaci hai voluto frugare nei cassetti di Barbara e metterti addosso quell’intimo sfrontato e troiesco, quella roba velata e pizzuta che lascia i nippoli scoperti e che tua cugina riserva all’architetto puttaniere?
Quando il consigliere cattolico ha sgranato gli occhi e si è rizzato bruscamente a sedere hai capito che qualcosa andava storto, ma certo non ti aspettavi la vagonata d’insulti che ti ha scaricato addosso: «Puttana, Messalina. Così giovane e così corrotta. Come puoi fare scempio della tua purezza in questo modo?»
E gridava, e piangeva, mentre tu sbalordita te ne stavi lì seduta sul divano col vestito abbassato e gli incolpevoli seni tremanti per lo spavento, finché quello è passato alle vie di fatto e seguitando ad urlare come un pazzo ha cominciato a prenderti a sberle e a pugni.
Era sé stesso che voleva colpire, è chiaro, quella torbida mistura di moralismo e passioni inconfessate che gli intossica l’anima, ma intanto era sulla tua faccia che lasciava segni, e nemmeno il sangue all’angolo della bocca l’ha costretto a fermarsi, no, quello avrebbe continuato a pestarti come un sacco di patate se dal corridoio non fossero arrivati Barbara e il suo amico, allertati dalle urla selvagge, a toglierti dalle mani del sant’uomo.

6 Risposte to ““Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 10”

  1. Greco Sabrina Says:

    Quando arrivai a Parigi pensai tirando un bellissimo respiro pieno di intenzioni: Questa è una metropoli.
    Ora certe parole son cambiate. Sembra di essere in parcheggi interrati.

  2. ladonnacamel Says:

    Sto leggendo le puntate e mi sembra un buon testo. Non ho seguito tutti tutti i commenti, chiedo scusa se il tema è stato già affrontato – in questo caso o nei precendenti – e anche per la mia beata ingenuità, ma ho una domanda, anzi di più: perché si è scelto di pubblicarlo qui e non, per esempio, di autopubblicarlo in ebook o in altra forma? È stato rifiutato dagli editori? È in cerca di un editore? Un editore pubblicherebbe un romanzo che è già disponibile sui blog? Walter Binaghi non è uno sconosciuto esordiente (ma nemmeno Marco Candida lo è) e quindi mi domandavo il significato di questa operazione, al di là del desiderio di diffondere un testo che – come sempre accade – è stato scritto per essere letto.

  3. stefano re Says:

    Travolgente.
    Stefano

  4. Carlo Capone Says:

    Quando entro in Milano il navigatore se lo ricorda ancora. Dovevo partecipare a un convegno sulla geotermia, in un albergo ad Assago. Dagli anni dei corsi di scrittura venendo dal lago mi riesce automatico prendere per Milano nord. Li ho frequentati per 6 anni, è così e non ci posso fare niente.
    Quella volta della geotermia avrei invece dovuto imboccare la tangenziale ovest dopo Villoresi. E invece no, il navigatore automatico, che non ci azzecca niente con quello satellitare, mi porta oltre la barriera della nord. Perciò piglio la prima uscita che incontro per invertire direzione. Così torno indietro, ripago per l’Autolaghi, esco a Lainate, pago alla barriera di Terrazzano e buonanotte. Vafanculo, mi sono ritrovato in un banco di nebbia, tanto che il satellitare ha iniziato a parlare confrasi sconnesse. Quando il banco se n’è andato camminavo lungo un viale di platani senza un’anima cristiana. Il navigatore allora mi ha consigliato di svoltare prima qua, poi là, insomma quelle robe lì, e dopo un’orribile marcia a rilento con milanesi inferociti, tra le razze peggiori, a un certo punto mi sono detto: “mo’ mi faccio una brioche alla crema in quest’area di servizio”. Il cui titolare a dirmi come cazzio si facesse per tornare all’Autolaghi manco a parlarne. Ho ripreso la macchina e per fortuna c’era un Punto Blu. Dietro al bancone all’ingresso il tizio a cui ho chiesto informazioni ha spalancato le braccia. Io già mi ingrifavo e così mi ha comunicato, con inflessione meticcia: “Domandate a loro, adesso scendono giù per la colazione”. Loro era un ragazzone gentile che ha posato brioche e cafferino sul bancone e mi ha spiegato. “No, tu adesso me lo scrivi perchè non ci ho capito niente”, gli ho detto alla fine. “Certamente”, lui. Ma non avevamo un pezzo di carta a portata di mano. Ho estratto un biglietto da visita dal portafoglio e segnato tutto tutto. E fortuna che mi ero ridotto sulla tangenziale Est, da lì indietro a Cormano è stato facile,a rischio di lasciarci le palle ogni quando c’era da consultare quel fottuto bigliettino perchè non avevo gli occhiali da lettura.
    Arrivato al convegno con tre quarti d’ora di ritardo.
    Il relatore si è infastidito.

  5. vbinaghi Says:

    Devo una risposta a Ladonnacamel (in ritardo, perchè sono stato in giro qualche giorno senza ADSL).
    Il romanzo ha girato per qualche editore, nessuno di questi ha deciso di farlo pur apprezzando scrittura e cose varie. Poichè ho già due romanzi sotto contratto con Newton Compton (il primo esce a novembre, questo
    http://www.libreriauniversitaria.it/segreto-melissa-donna-pitagorica-binaghi/libro/9788854143142
    l’altro credo l’anno prossimo) ho pensato di non insistere oltre e di regalarlo ai lettori. Ho chiesto a Giulio di pubblicarlo su Vibrisse perchè mi piace Vibrisse e mi piace l’idea del romanzo a puntate. Se poi qualche editore leggendolo se ne innamora e vuol farlo su cartaceo o in e-book ne sarò felice.

  6. ladonnacamel Says:

    @vbinaghi Grazie per la risposta: un regalo ai lettori è una cosa bella, grazie anche per il regalo.

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