“Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 8

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La sindrome di Cyrano

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I

«Ma tu perché hai smesso d’insegnare, se la scuola ti piaceva?»
Valeria ha acceso una sigaretta ma l’ha spenta a metà. Dice che sta provando a smettere.
«Non mi piaceva. Dopo un paio d’anni avevo capito che eravamo lì a combattere la guerra precedente, come gli stati maggiori della prima guerra mondiale»
«Traduzione per il popolo?»
«Il mondo non somiglia più a un libro. E i libri non parlano più del mondo»
«Si, lo so da un pezzo. Gli serve di nuovo lo sciamano per imparare, o il giullare. Non si fa niente con questi se non con un po’ di musica»
«E tu balli o canti?»
«Io sarei un socratico seduttore. Provo a farli innamorare del domandare. Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Che ci prendano gusto, che non ne abbiano mai abbastanza. E ogni tanto ballo, anche, perché se non ti vedono fare quello che dici non ti credono. Ma dimmi di te»
«Quello che mi piaceva era curare i cuccioli malandati. Quelli che nascono male, storti e bruttini, che resteranno nel cesto perché nessuno li compra e nemmeno li vuole in regalo.»
Mentre parla Valeria si alza in piedi e mi fa segno di seguirla in salotto. Sulla tovaglia apparecchiata c’è ancora mezza bottiglia di Chardonnay. Prendo il vino e i bicchieri.
«All’inizio», continua, «gli alunni in difficoltà. Poi i casi di handicap. Mi sono specializzata, e sono passata dalla cattedra di lettere al sostegno all’handicap» Valeria ha sfilato i piedi dalle scarpe e si è adagiata sul divano come su un triclinio romano. La testa appoggiata alla mano, il gomito sul bracciale, le gambe piegate a elle. Sono seduto in poltrona, di fronte a lei, devo sforzarmi di non guardare continuamente le sue ginocchia tornite.
«Mi piacerebbe sapere qualcosa di questi metodi»
«Ho studiato e usato un po’ di tutto, ma alla fine mi sono accorta che tutto serve e niente serve»
«Cioè?»
«È l’amore che cambia le cose. Persone che fin dalla nascita sono abituate alla pietà o all’imbarazzo, sono anime accartocciate. Vorrebbero nascondersi, sparire. E in qualche modo lo fanno. Si rintanano là sotto, dove l’intelligenza possa illuminare il meno possibile lo sguardo altrui che li scarta. Quando arrivavano da me, in prima superiore, erano già esperti dell’arte della fuga. Solo l’amore può stanarli»
«E i genitori?»
«Dipende. Certe madri li circondano di attenzioni ostinate ma efficienti, e sono le prime a mettersi all’erta se provi a fare cose diverse. Allora capisci che stanno mantenendo lo status quo di una dipendenza: si sono faticosamente addestrate, ma adesso è divenuta rassicurante. Ma capisci quanto hanno sofferto, quanto hanno dato di sé, non ti puoi mettere di traverso»
Io la guardo, e niente di quello che vedo è meno che grazia e nobiltà. Come al solito quando mi capita di stare davanti a una donna che mi sorpassa, mi chiedo cosa ci faccio qui: «Scommetto che sei riuscita a fare moltissimo» le dico.
«Qualcosa, si. Finché è arrivato Gianmarco»
Si alza di scatto, va in cucina, torna con sigarette e portacenere.
Spezza una sigaretta a metà e l’accende, con un gesto che mi pare rabbioso, virile.
Gianmarco, dice, era un ragazzo d’intelligenza anche superiore alla media. Nano, e con gli arti superiori rattrappiti, le mani irrigidite in moncherini inutilmente protesi, incapaci di afferrare qualsiasi cosa. La bocca una fessura senza labbra. Incapace anche solo di appoggiarsi per baciare senza lasciare una lunga scia di bava. Quello che immagini alla parola mostriciattolo.
«Per due anni mi sono dedicata a lui. L’ho stanato. Piano piano si è lasciato conquistare dalle parole, della poesia soprattutto. Ha cominciato a dettarmene di bellissime. Ma intanto succedeva qualcosa di cui non mi accorgevo: stava diventando un uomo e le sue attenzioni per me diventavano esclusive, febbrili. Reagiva alle mie assenze con un’inquietudine morbosa, ma io ero troppo fiera dei miei successi per preoccuparmi. Finché ha cominciato a ricattarmi»
«Affettivamente, intendi: se non ci sei sto male»
«Non solo. Mi faceva domande imbarazzanti, intime. Stavo al gioco, perché pensavo che fosse il solo modo per smontarlo ma lui alzava continuamente il tiro. Mi diceva che aumentavo la sua sofferenza invece di aiutarlo. Che godevo nel vederlo smaniare per me. Che ero incapace di dare. Io spostavo continuamente il discorso, non dicevo niente a nessuno, intanto mi cresceva dentro un’angoscia che non puoi capire»
«Perché non l’hai passato a un’altro collega?»
«Ero convinta che l’avrei ucciso. Ma una mattina, appena entrata nell’aula, mi si è buttato addosso, toccandomi dappertutto, implorando che facessi l’amore con lui. Lì ho capito che non avrei potuto aiutarlo in nessun modo»
Si è interrotta in un singhiozzo. Sta piangendo, adesso, silenziosamente.
Mi siedo per terra, accanto a lei. Le tengo la mano finché non smette.
«Quando ho sentito i suoi moncherini sul seno sono scappata dall’aula, urlando.»
«È normale» le dico.
«Normale. Ma io credevo di essere speciale. Non puoi amare normalmente queste persone. Sono in una boccia di vetro, come pesci rossi, e nuotano da soli. Ci vuole qualcosa di più che la normale distanza a cui tutti li tengono per rompere la boccia. Io non ce l’ho fatta. Tutto qui. Sono normale»
«Che avresti dovuto fare, l’amore con lui? Stuprarti da sola?»
Valeria chiude gli occhi, mi domando se è stanca, e invece sta solo raccogliendo le forze per svelarmi il più orrendo dei suoi ricordi.
«Me ne sono andata dalla scuola, ho cambiato città, sono entrata in casa editrice. Cinque anni dopo ho incontrato un ex collega che era rimasto in quella zona. Abbiamo parlato di questo e quello, il preside nuovo, la collega divorziata. Gli ho chiesto di Gianmarco. Ha ereditato una fortuna dal padre, vive di rendita. Poi ci sono le leggende, mi dice. È un erotomane, uno di quelli che fa collezione di porcherie di ogni genere. Pare che compia costosissimi viaggi in Brasile e Tailandia, per procurarsi partner sessuali.»
«Compra la bellezza con i soldi, per stuprarla. È la sua vendetta sul mondo».
«Puoi dirla così. Oppure che siamo riusciti tutti quanti a farne un mostro vero».

II

«Però sai una cosa? Senza andare ai casi estremi, a quell’età nessuno si piace sul serio. Prendi mia figlia».
«Si chiama Lisa, giusto?»
«Si. Diciotto anni. Ti garantisco che è una ragazza deliziosa. Anche fisicamente intendo. Una bella figura, ben coordinata nei movimenti, elegante a tratti, quanto può essere una ragazzina. Bei lineamenti, uno sguardo puro.»
«Ma non si piace»
«Io lo sento che è insoddisfatta di sé. Questa ossessione dell’esterno, la guerra mondiale che ha scatenato per costringermi ad accettare il tatuaggio. Il lamento continuo (con sua madre, certo, non con me), perché si sente piatta, senza seno. Attenzione: non è una di quelle stupide che sognano di fare la velina. Ha interessi culturali non banali, legge Nietzsche, per dire. Ma anche qui: io le consiglio una cosa e lei va su tutt’altro. Come se di tutto quello che viene da noi, e anche del corpo che le abbiamo dato, non ne volesse sapere. Quando parli con lei sembra che faccia apposta a disorientarti, divertendosi a mimare un’altra, un’estranea, per il solo gusto di scrollarsi di dosso le tue aspettative. Le regalo un cd dei Nirvana, so che le piacciono un sacco. Mi fa un sorriso educato. E mi guarda con aria di compatimento: «Grazie. Che tenero. Era la mia musica preferita al biennio»
Sono sempre lì accucciato ai piedi del divano dove ho poggiato la testa.
E finalmente sento la mano di Valeria, che mi sfiora i capelli. Si posa e resta lì.
«Mi vien da ridere a sentirti parlare così». Mi accarezza la testa dolcemente, come una mamma al bambino stanco dopo una corsa. «Ma non ti ricordi com’eri tu a quell’età?»
«Furibondo, mi pare»
«Ah si, Un vero spaccamontagne. Tu e quegli altri scalmanati del Collettivo politico di via Bissolati. E anche fuori. Un verbale aggressivo. Sempre pronto a fare a fette i vizi degli altri. Ma si vedeva ch’eri finto»
«Ma come finto?»
La carezza di Valeria si fa più lenta e profonda, scende ai muscoli del collo. Non è il ristoro dell’atleta, è la dolcezza struggente di queste dita, che mi mancava da ere geologiche.
«Una volta ho visto che mi guardavi da un’ora, a una festa. L’avevo capito che eri preso di me. Un po’ anch’io, sai. Cioè, ero curiosa. E tu non facevi niente. A un certo punto mi sono detta: adesso vado lì e gli do la sveglia. Poi ti ho visto scolare due wisky di fila e cominciare a fare lo scemo. Una maschera così forzata da sembrare grottesca. Mi sei proprio caduto.»
«Me la ricordo quella volta. C’era la Grazia Tosatti scollata, con le tette di fuori, e le stavamo tutti addosso a farle gran complimenti, anche se era la più scema della scuola»
«A me della Tosatti non fregava niente. È che ti ho visto tutto preoccupato di compiacere il tuo branco. Finto e un po’ vigliacco. Mi hai disgustato e hai smesso d’interessarmi»
«Si» dico: «Nemmeno io mi piacevo. Mi inventavo una parte controllabile»
«Sai come la chiamavo io coi miei allievi? La sindrome di Cyrano»
«Non ti piace il mio naso?»
«Cyrano ama Rossana, ma si vergogna talmente del suo aspetto che non osa dichiararsi, finché vede che Rossana si interessa al cadetto Cristiano (bello ma sempliciotto) e li mette uno tra le braccia dell’altro, scrivendo per lui i versi bellissimi che la fanno innamorare. Cyrano ama per procura. Come te, quando mandavi avanti il tuo pupazzo. A prendere botte e carezze al tuo posto»
«A quel tempo ci stavo bene, però, nel personaggio. Mi piaceva da matti»
Mi caricavo a molla, davanti allo specchio prima di uscire. Gli stivali camperos, l’orecchino. Mi provavo le battute, mentalmente, sceneggiavo la serata.
«All’inizio pare che funzioni» continua lei: «ma col tempo ti accorgi che hai appeso i tuoi sentimenti contraffatti come vestiti sul pupazzo, e tu sei rimasto arido come un sasso, incapace di provarne»
L’ultima foto tessera. Sembri un gatto di marmo, ha detto Lisa quando l’ha vista.
«Ma poi s’incontrano, giusto? Cyrano e Rossana»
«Lui si rivela, si. In punto di morte»
«È una storia di una tristezza insopportabile.»
Le sue dita sotto il collo della camicia. Una farfalla di frescura sulla pelle bollente.
Ma noi abbiamo ancora tempo, dice: «Amami, adesso, Cyrano. Cambia il finale»

III

Stamattina a scuola ho messo il pilota automatico. Parlavo del Risorgimento in Quarta e intanto pensavo a Valeria, al suo profumo, a come mi piaceva guardarla dormire, quando ho dovuto strapparmi dal suo letto e tornare prima dell’una, per non allarmarti fin da subito.E adesso, Lisa, mi torni a casa con un passo pesante che non ti riconosco. Ti guardo e scoppi in lacrime.

Non mi hai detto niente, non ti ho chiesto niente. Era forte, quasi irresistibile la voglia di sapere chi o che cosa ha spezzato il tuo sorriso e il tuo respiro. Quei balordi delle corse in macchina, o qualche zelante testa di cazzo di collega professore? dimmelo che gli faccio pentire di esserti arrivato a un metro.
L’ira funesta di tuo padre. Il tuo padre meraviglioso, il tuo padre povero idiota, il tuo padre innamorato.
Ma tu mi sei venuta tra le braccia e mi sono tappato la bocca.
Stringerti senza chiedere niente, e ridarti la tua tana, cucciolo. Il divano, dove ti rannicchi e io ti seguo, mi fai spazio perché mi sieda al tuo fianco. È così che ci mettevamo, tu con la copertina preferita, io a leggerti le storie. E penso che da qualche parte c’è ancora il librino dello Scoiattolino Tilly. Il librino dei tre anni, che ancora a dieci tu reclamavi nei giorni veramente bui, e volevi che io lo rileggessi, a te che ormai frequentavi Salgari e Jules Verne, perché era un’infallibile formula di dolcezza, che aveva il potere di riportarti alla calma protetta dell’infanzia. E ogni volta io recitavo quasi a memoria, col libro aperto ma senza leggere, la storia dell’animaletto che stava tranquillo nel cavo dell’albero, una piccola tana con provviste di noci e ghiande per l’inverno, quando un fulmine colpì la quercia poderosa, e lo scoiattolino scampò a malapena. Alle soglie dell’inverno, senza una casa.

Alzi la testa dal cuscino, e mi guardi stupita. Che ho fatto? Senza accorgemene ho pensato ad alta voce e ti ho raccontato quella vecchia storia.
«Vai avanti» dici. E ti stendi di nuovo, in attesa.
Tilly prova con tutti i suoi amici, ma chi ha famiglia numerosa, chi non è troppo in salute, nessuno può ospitarlo. Nemmeno compare Riccio, nemmeno il signor Talpa. La temperatura scende e Tilly è all’addiaccio.
Ci sarebbe una possibilità, ma è un rischio tremendo.
Disturbare il letargo dell’Orso. Quello di spazio ne ha quanto ne vuoi, ma anche un brutto carattere, specialmente quando lo svegliano. Tilly ha paura, ma fuori fa sempre più freddo.
Sulla soglia dell’antro, esita. Farsi annunciare da uno squittio, o avvicinarsi direttamente a lui, aspettando che se ne accorga? L’orso è una montagna di carne e pelo che soffia rumorosamente, e la caverna avvolge lo scoiattolino nel suo tepore. Ma l’olfatto dell’orso è finissimo, e subito il ritmo del respiro s’interrompe. L’orso fiuta nell’aria, poi gira il testone: due occhi nerissimi, grandi come fondi di bicchiere che ti scrutano. «E tu chi saresti?»
Vocina: «Sono lo scoiattolino Tilly. Il fulmine ha bruciato il mio albero e non ho un posto dove andare. Potrei stare qui per l’inverno?»

A quel punto mi mettevo sempre in pausa.
Tu sgranavi gli occhi, alzavi la testa dal cuscino, allertata dalla mostruosa possibilità di un rifiuto. In quel momento tutto il buio, tutto il disamore, tutta l’angoscia del mondo condensava i tuoi molti fantasmi in uno solo, incombente, quello dell’abbandono.
«E lui?» domandavi, col fiato sospeso.
«E lui dice: va bene».
La mia voce rischiarava le tenebre come quella di Geova in persona.

«Va bene» ripete Lisa chiudendo gli occhi, e tira un lungo sospiro.
Si è addormentata, proprio adesso.

IV

Ha dormito un’oretta, non di più. Saltato il pranzo, le ho preparato una merenda abbondante: the, tartine con burro e marmellata, biscottini al cocco (ne va pazza). Ha mangiato di gusto e ogni tanto lanciava un sorriso al papi.
Ha studiato un paio d’ore in camera sua, poi ho capito che il pensum era finito perché ha acceso lo stereo ed è partito l’Unplugged dei Nirvana, un album che a casa nostra va più delle campane in chiesa. E pensare che gliel’ho regalato io due anni fa, quando mi sembrava sazia della paccottiglia pop che ascoltavano le sue coetanee (i maschi di questa generazione sembrano poco entusiasti del rock, sono molto più presi dalla fallocrazia del joystick)
Alle sette e mezza, come sempre ogni venerdì e sabato, è uscita per andare al pub a lavorare. Il motivo di quel pianto dirotto non me l’ha voluto dire.
«Niente, non ti preoccupare»
E magari è niente davvero. Siamo noi adulti, così esperti nell’artigianato del vivere, che abbiamo bisogno di una causa efficiente per dare forma al nostro malessere, un motivo qualsiasi, uno scazzo, una privazione, un dolore localizzato, tutto pur di non ammettere (come alla sua età si faceva volentieri) che è la vita intera che fa piangere, lo sbriciolarsi delle cose che in certi momenti ti sfuggono di mano, la giravolta dei pensieri che non hanno più direzione e ti regala la percezione del naufrago, l’estraneità e l’indifferenza colte negli sguardi altrui che ti abbattono come il reduce che credeva di tornare ad una casa e trova solo rovine. La spietata sincerità sentimentale della giovinezza, fa più vittime degli acciacchi della vecchiaia. Come ha scritto una volta Paul Nizan: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita»

Chi è stato adolescente (ma non tutti lo sono stati, perché l’adolescenza è la risposta ad un’urgenza singolare, che somiglia a un’elezione), ha conosciuto una stagione il cui solo frutto è il presagio e l’unica dimora l’altrove: come morso da una serpe velenosa, portava ovunque con sé il bruciore dell’assenza e dell’esilio.
Scrivo, e mentre scrivo so che tutto quello che dico dell’adolescenza è il patetico tentativo di un traduttore infedele. Se ancora mi trovassi a vedere con i suoi occhi, qui sulla pagina non potrebbe deporsi alcuna scrittura, perché l’adolescenza non ha parole: la sua scrittura è la bava interminabile del puledro lanciato al galoppo, non sa rapprendersi, elude più che indicare, è ancora corpo ansimante …
E allora, chi potrà mai raccontare la sua Apocalisse ? Se la fuga del mondo in un vortice è terminata, non ci troviamo forse qui per prendere distanza dalla febbre che ci divorava un tempo? Solo quando la dolorosa mutazione si è compiuta l’Orizzonte appare e ci dice i confini del mondo: i quattro bordi della pagina, l’accesso al discorso… Oggi raccontiamo la giovinezza, minimizziamo i suoi prodigi. Eppure, in un caso potremmo serbarne il segreto: quando essa ci lasciasse in eredità l’estetica selvaggia ch’era la sua religione, il rifiuto di ogni formula che non sa essere Parola Assoluta. Allora, dalle rovine del mondo abituale, sorgerebbe il cosmo glorioso della Poesia. Una volta, quando mi credevo un poeta, non avevo occhi che per esso, ma è chiaro che ero solo un adolescente ritardato.

V

Sono quasi le otto.Valeria, non sarà tardi per invitarla a cena adesso?
Non è per il suo corpo candido, per la cedevolezza con cui ha accolto il viandante come una luna tenera e inviolata, non è per il suo amore silenzioso, il sospiro lieve che ha fatto anche di me un essere leggero e contemplante, ma per quell’ultimo sguardo, lei distesa tra le coltri, io in jeans che mi abbottonavo la camicia, uno sguardo così velato che ho voluto interpretare come un’implorazione.
«Non ti lascio più» mi sono curvato a dirle, sfiorandole le labbra con le mie. Ma poi mi sono vergognato di un saluto così scontato e sbrigativo. Avrà avuto la sua parte di menzogne e tormenti, chissà quante volte le parole di un uomo l’hanno commossa senza poi scrivere niente nella sua vita. Eppure è rimasta così buona, di una bontà addolorata e senza ingenuità, capace di infonderti quella pace che non viene dai discorsi edificanti ma dalla saggezza del cuore. Mi è bastata una sera con lei per desiderare di essere migliore, più integro, e per credere che sì, forse lo posso essere, forse già lo sono un uomo migliore, ma solo con lei.
Tutt’oggi ho provato una nostalgia lancinante, e come una smania di mostrarle, di darle qualcosa, ho persino pensato di fiondarmi in un negozio e studiare un regalo sproporzionato e stupefacente, o un gadget così spiritoso da farla ridere fino alle lacrime, ma dalla mia bolsa fantasia non è uscito niente di degno, tutte le pensate mi parevano sciocche e perfino offensive, e allora niente, non c’è che questo, sentire la sua voce, rivederla, subito.
Alzo il telefono.

«Scusa ma non sei stata bene ieri sera? E allora perché…»
Non è che si stia negando, però è strana Valeria, sfuggente.
Le ho proposto di cenare in un ristorante messicano.
«Non per forza stasera se sei stanca, ma un giorno di questi non si può?»
Eppure ieri mi ha detto che le piace la cucina etnica. Mi ha detto un sacco di cose ieri, anche dopo fatto l’amore. Si è avvolta nel lenzuolo e ha girato tutta la casa per portarmi cimeli, foto, un bicchiere di Pinot freddissimo, una sigaretta.
Era così allegra.
«È successo qualcosa di brutto oggi?»
Mi ha detto che doveva ritirare degli esami, ma non di che genere, l’ha detto così, tra mille altre cose di cui si doveva occupare, non mi è sembrato che fosse una cosa importante.
Infatti no, dice, non è successo niente, ma ci deve pensare.
«Pensare… a noi, intendi?»
Ed ecco la doccia gelata. «Noi?» dice. «Come corri».
Ieri sera mi ha detto che non faceva l’amore da quasi un anno. Quindi non c’è nessun altro. Forse a lei è sembrata poca cosa. Una rimpatriata tra ex liceali. Divento rabbioso, cattivo.
«La signora non ha gradito l’antipasto?»
Dall’altra parte un silenzio pesante. Ecco, l’ho detta la parola magica. Magica al contrario: quella che rompe l’incantesimo, quella che richiude il prigioniero nella caverna dopo un raggio di luce, la battuta stupida sparata per puro orgoglio, quella di cui ti dovrai pentire per l’eternità, sotto il coperchio della bara che ti sei tirato addosso. Tic toc. Abbiamo una pendola in casa, che mi fa pensare sempre a una mannaia. Su e giù sopra il tuo collo, istante dopo istante: un giorno arriverà quello fatale, mi dico ogni tanto. E adesso penso che il momento è arrivato. Lei risponderà qualcosa di terribile e definitivo, e tutto sarà finito.
«Fai male a prenderla così», dice. E avverto una punta di tenerezza.
Grazie Valeria. Grazie di non avermi ucciso.
«Facciamo che chiami tu?»

4 Risposte to ““Pigra giovinezza”, di Valter Binaghi, 8”

  1. Andy Says:

    Ok, arrivati a questo punto posso dire che si’, pigra giovinezza mi piace.
    Mi piace perche’ mi piacciono tutti i lavori ben fatti, in qualsiasi campo- dal servire ai tavoli alle presentazioni in Power point, tanto per dire- e l’autore e’ uno di quelli che con la parola scritta, evidentemente ci sa fare. L’effetto piacevole si ottiene per sommazione piu’ che per cumulazione, come in una grigliata di carne (perdonate la sottile metafora, per deformazione tendo a rapportare tutto ad un unicum alimentare) in cui si assaggino piccole porzioni di ogni genere- dalle salsicce agli arrosticini, passando per braciole, bistecche e verdure- senza strafogarsi di nulla: alla fine quello che rimane e’ solo l’abilita’ del grigliere. Ugualmente, in Pigra Giovinezza, l’unico personaggio che arriva e’ inevitabilmente questo professore dall’ego ipertrofico, che si piace e si coltiva e affronta con la stessa leggerezza (o pesantezza) tutte le bellezze e i mali del mondo.
    Detto che mi piace vorrei poter anche apportare qualche critica, nella speranza che venga accolta costruttivamente: un certo effetto di Jack Frusciante a 50anni, ahime’, lo si percepisce. E’ una sensazione e come tale faccio fatica a documentarla.
    Il fatto poi di passare con tanta disinvoltura dallla prima alla seconda persona e’, alla lunga fastidioso, in quanto tradisce un autocompiacimento che in una scrittura tanto rigorosa stona, stona eccome. Cosi’ come lo strizzare l’occhio al lettore, di tanto in tanto, non e’ accettabile nella costruzione di una “voce” interiore: se fosse veramente tale, il pubblico non dovrebbe entrarci.
    La trama non esiste.

    Ciao e ancora complimenti.

  2. gian marco griffi Says:

    Finalmente qualcuno che dà il nome più bello del mondo al personaggio di un romanzo (e che personaggio!). 🙂
    Detto ciò, visto che tanto ormai me so’ messo a leggere il suo libro, mi permetto di indicarle un paio di spiegazioni di cui SECONDO ME si potrebbe – o si dovrebbe – fare a meno:
    1) la trama del Cyrano, cioè: “Cyrano ama Rossana, ma si vergogna talmente del suo aspetto che non osa dichiararsi, finché vede che Rossana si interessa al cadetto Cristiano (bello ma sempliciotto) e li mette uno tra le braccia dell’altro, scrivendo per lui i versi bellissimi che la fanno innamorare”. Il professore la conosce benissimo la trama, e anche tutti (o quasi tutti) i lettori del romanzo. E se non la conoscono chissenefrega, se la vadano a cercare su wikipedia.

    2) “Chi è stato adolescente (ma non tutti lo sono stati, perché l’adolescenza è la risposta ad un’urgenza singolare, che somiglia a un’elezione), ha conosciuto una stagione il cui solo frutto è il presagio e l’unica dimora l’altrove”.
    Mi pare molto molto meglio senza la chiosa tra parentesi.

  3. Vale Says:

    Fino al 7 mi ha corteggiato..l’8 è riuscito a farmi innamorare

  4. Elena Says:

    Bello quando il protagonista tace e fa uscire un po’ gli altri personaggi. Anche perché, a volte, quando pensa/parla è proprio sconfortante, una specie di analfabeta sentimentale.

    Ah, mi sa che sto per vincere la mia personale scommessa sul finale. Peccato l’attesa. La cadenza bisettimanale non soddisfa la curiosità. Ma che ci sia curiosità mi pare una buona cosa per il romanzo.

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