L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea

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di Demetrio Paolin

Seduto allo stand della Romania, penso a Duckadam.
In realtà aspetto Norman Manea per parlare con lui dei suoi nuovi libri, ma la mia testa mentre lui non arriva ritorna a quel portiere magro e grandissimo, uno dei migliori, che nella finale della Coppa dei Campioni parò quattro rigori, facendo vincere la competizione allo Steaua di Bucarest. Era il 1986, i giocatori erano molto magri e longilinei, il calcio era più lento, meno muscolare e chiunque, io per primo, guardandolo dalla televisione si illudeva che un giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.

Duckadam para quattro rigori, diventa un mito e poi sparisce. Si ritira nel 1987, dicono per una trombosi al braccio destro che gli ha lesionato la mano e non ha permesso più di giocare al calcio. In realtà, ma anche questo non è certo, si dice che sia stata la Securitate a porre fine alla carriera di questo campione, perché il portiere, nominato miglior giocatore della finale, aveva vinto una macchina e da buontempone, sapete come sono i portieri, aveva deciso di tenersela, invece di donarla al figlio del presidente Ceausescu. Questo sgarbo è costato la vita atletica di Duckadam.

Io non so perché ho pensato a questo mentre stavo seduto e mi riguardavo i pochi appunti che avevo preso su Conversazioni in esilio e Al di là della montagna (entrambi editi da ilSaggiatore) di Manea. Immagino che la mia mente vagasse su altri temi, per non pensare che stavo per parlare con uno degli scrittori che hanno costruito la mia sensibilità per quanto riguarda il tema della deportazione e che mi hanno fatto vedere l’est dell’Europa in un modo unico.

A ben vedere però qualcos’altro c’è. Nel libro di interviste Manea – che intanto è arrivato, seduto al tavolo con me, chiede un bicchiere d’acqua – dice una cosa che mi colpisce e che secondo me ha smosso il ricordo di Duckadam. Alla domanda “quando Norman Manea è diventato scrittore?”, lui risponde così: “Nel caso lo sia, uno scrittore, allora la cosa è cominciata con la pubblicazione del mio primo libro”. Io trovo in questa cosa, detta con disarmante semplicità, un’idea dello scrivere che è lontana anni luce dalla scrittura come possessione, come estro, come vocazione. Nel momento in cui esce il mio libro, io divento scrittore. Così Norman Manea, nessun demone sotto pelle, nessuna vocazione urgente. Semplice: c’è chi fa lo scrittore, chi l’architetto, chi la ballerina o l’ufficio stampa, chi fa il portiere. Come Duckadam.

Se ad un tratto il potere ti costringe a smettere di fare quello che sei? Cioè se il potere, il partito, la legge ti portano a non poter più essere ciò per cui sei nato? Cosa è questa costrizione? Come possiamo definire questo sopruso? Quale è la sua più recondita natura, la sua natura se volete simbolica, ma pur sempre viva nella pelle di chi lo subisce? Perché se ti vengono spezzate le dita delle mani, con metodica precisione, cioè in modo tale che le tue mani guariscano ma non tanto da permetterti di tornare a giocare al calcio, vuol dire che c’è una soglia di violenza che è stata sorpassata e si cade in qualcosa di più radicale. Ho detto radicale e non assoluto, perché certamente Duckadam avrebbe potuto essere eliminato, ma la privazione del suo essere più profondo, la privazione della sua radice di senso nel mondo è quello che stupisce e fa più male. Io chiamerei la privazione della propria radice di senso nel mondo “esilio”.

Per questo motivo recondito, credo che il parlare con Manea dei suoi libri avesse a che fare con il portiere dello Steaua, perché proprio il tema dell’esilio, della privazione profonda del sé, è il tema della narrativa di Manea e soprattutto dei due libri di cui parliamo. Mi colpisce subito, e glielo dico, ora che siamo entrambi seduti al tavolino d’acciaio satinato, il libro Al di là della montagna in cui Manea ragiona e discute con due grandi poeti, rumeni, e esiliati come Paul Celan e Fondane. La mia impressione leggendo il libro, che sia come tutti i saggi di Manea qualcosa di difficilmente catalogabile secondo i nostri generi, perché è un saggio, è una narrazione, è una riflessione gnomica sul mondo: è qualcosa che esorbita, più vicina ai saggi di Montaigne che ai testi di critica letteraria. Dicevo la cosa che mi pare evidente è che il libro in realtà è alla fine un ritratto di Manea stesso. Straniero in terra straniera che prova a evocare, come Amleto, gli spettri dei suoi padri.

Manea vive in America, che paragona una enorme camera di albergo (come sostiene lui stesso nell’altro libro Conversazioni in esilio), quindi prova su di sé la sradicante impressione di non appartenere più a nessun luogo. Simile in questo a Celan e Foundane, che arrivano a smettere di scrivere nella loro lingua madre. Non solo esilio, ma anche il lager li costringe – tutti e tre – a camminare uno vicino all’altro. Fondane è stato il preveggente: ha sentito, ha fiutato come una bestia il temporale, l’arrivo dello sterminio nella poesia Exodus. Celan è diventato voce di coloro che hanno scavato la tomba nell’aria, ne è diventato voce usando la lingua dei carnefici, sviscerando la lingua dei carnefici fino a trovare la parola che possa dire la lingua delle vittime. E Manea il lager l’ha vissuto come bimbo piccolo. E’ stata la sua infanzia il lager.
I gradi di esilio sono diversi, ma sono perfettamente incastrati gli uni dentro gli altri.

E la scrittura – perché Al di là delle montagne è un libro sulla scrittura, sulla potenza della poesia che crea legami fantasmatici ma solidissimi come bastoni a cui appoggiarsi nel cammino – può in qualche modo lenire l’esilio? La risposta di Manea, che ha una parlata lenta chiara, come se fosse preoccupato che ogni singola frase risultasse alle orecchie di chi ascolta perfettamente comprensibile e mai ambigua, è che la scrittura non modifica la condizione di ognuno. Anzi lo scrittore è esilio, dice. Io credo di poter interpretare questa sua dichiarazione proprio alla luce di quell’ammissione in minore del suo essere uno scrittore. L’esilio non modifica ciò che sei, semplicemente te lo vieta, scrivere non modifica ciò che sei, al massimo te lo fa immaginare: scrivere e essere in esilio possono essere sinonimi. Esilio poi è un punto di vista, verrebbe da dire, un punto di vista rispetto a dove è casa; e se c’è un punto di vista, c’è una scrittura, c’è una storia che può essere raccontata. L’esilio modifica l’orizzonte di colui che lo subisce, lo piega e lo curva in modo tale che il tempo si dilati. Il passato e il futuro si confondono. Si pensi a Kafka, è Manea che parla ora, e al racconto la Metamorfosi, che costituisce una sorta di parabola perfetta di ciò che accadrà di lì a poco agli ebrei, la trasformazione di ogni essere umano in insetto, la condanna per una colpa che non si sa bene quale sia né quale sia stato il tribunale che l’ha pronunciata. Questo secondo Manea avviene proprio perché scrivere e essere in esilio sono termini che possono coincidere e nella loro coincidenza donano una visione. Non a caso il saggio su Celan e Fondane si apre con una sorta di ‘visione’ e si chiude con la medesima visione reinventata da Manea.

Kafka ci porta a parlare del romanzo Il processo e alle frasi conclusive in cui il protagonista prima di morire avverte distintamente che soltanto la vergogna gli sopravvivrà. Così finiamo a discutere di Levi, traduttore di Kafka, e parliamo di vergogna. Manea mi racconta, quando alcuni anni fa ha tenuto una conferenza sulla caduta del Muro di Berlino. La conferenza conteneva, mi dice, la proposta di erigere oltre i monumenti all’eroismo, di cui le città sono piene, anche i monumenti alla vergogna, così da ricordare cosa l’uomo ha fatto all’uomo. E’ una proposta, dico io, che bene si intona con l’ironia funerea di Manea, e soprattutto riempirebbe le nostre strade di molti luoghi, rendo forte impossibile il transito alle persone e alla cose.

Prima di andare via, ci sono altri giornalisti e altre persone che vogliono parlare con lui, io gli faccio un’ultima domanda. Gli chiedo se lui, Norman Manea, ha mai sentito su di sé la medesima vergogna che Primo Levi aveva provato nel vedersi e sentirsi sopravvissuto al lager.
Manea mi dice semplicemente: Io ero un bambino.
Io ero un bambino, chi legge non c’era, ma avrebbe dovuto sentire il tono della voce, ci vorrebbe uno scrittore grande, forse Manea stesso, per descrivere l’infossarsi degli occhi, il loro farsi piccole feritoie. Io ero un bambino, è una risposta che svia la domanda e cerca la giustificazione, proprio come Levi quando in una poesia dice: non è colpa mia se mangio e bevo e vesto panni.
In questo momento in cui dico queste cose, in cui ragiono sulle parole di Manea, sulle ultime parole alla nostra chiacchierata, io faccio di Manea un personaggio, lui diventa una mia interpretazione. Io credo che quelle parole “io ero un bambino” siano un modo per non negare. Stiano a dire: “Ciò che è accaduto non è mia responsabilità, perché io ero un bambino”.
Ritorna la vergona di Kafka che sopravvive, una vergogna che è prima e dopo ogni cosa, che ci pervade come se il mondo non fosse stato tratto ex nihilo ma dalla vergogna stessa, questa sorta di angoscia della creazione che ognuno di noi sente da quando ci alziamo a quando ci corichiamo.

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3 Risposte to “L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea”

  1. Greco Sabrina Says:

    Interessante, nello sport come nella vita, a mio umilissimo avviso, la riflessione sul concetto di conquista e di perdita, e sul rapporto che abbiamo con quest’ultima.
    Compreso lo stesso concetto di perdita come conquista e riaffermazione di qualcosa di più grande.

  2. dm Says:

    Grazie per questo pezzo. Oltre al piacere della lettura, mi ha attivato collegamenti e link culturali che avevo rimosso.

    [Ti segnalo due refusi:
    “i tempi passati e i tempi futuri si confondo”
    “si illudeva che non giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.”]

  3. icalamari Says:

    Testo molto bello in sé, oltre che come intervista.

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