Il paradiso sopra i tetti (appunti sul romanzo cattolico)

by

di Demetrio Paolin

[domenica scorsa è uscita sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera un mio articolo dal titolo, redazionale, “Il corpo del romanzo”. Il tentativo era di fornire una prima e sommaria riflessione sul tema del romanzo cattolico. dp]

Questa apertura e ricerca di senso mette forse in evidenza come il romanzo cattolico sia l’elaborazione di un trauma profondo, il trauma di una mancata promessa ovvero quella della seconda venuta di Cristo. Sempre vista come imminente e sempre costantemente rimandata. Il romanzo cattolico cerca, immaginando i mondi, di elaborare quel lutto e di rendere meno gravosa l’attesa

Leggi “Il corpo del romanzo”.

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34 Risposte to “Il paradiso sopra i tetti (appunti sul romanzo cattolico)”

  1. vbinaghi Says:

    Il romanzo cattolico è “un testo che mette in risalto una discrasia tra ciò che è e ciò che si desidera”.
    Praticamente ogni cosa scritta da mano umana tranne la guida telefonica.
    Siamo sulla buona strada per emulare la “New Italian Epic”: una categoria talmente stiracchiata da poterci far rientrare tutti quelli che ci piacciono, compresi amici e parenti.
    Pessimo articolo, letto domenica, procuratomi orticaria.

  2. demetrio Says:

    valter mi spiace. non che non ti sia piaciuto, ma per l’orticaria, che so fastidiosa.

  3. Federico Platania Says:

    @demetrio
    Patologie della pelle a parte, il tema è interessante.
    Solo che noto qualcosa che stride tra l’occhiello (“Perché non possiamo che scrivere da cattolici” che, te lo dico subito, non mi piace – e mi auguro che sia anche quello redazionale) e il contenuto: tutti i nomi da te citati sono di scrittori che o hanno fatto “outing cattolico” o la cui vicinanza all’area cristiano-cattolica è comunque nota.
    Vai un po’ a dire – per esempio – a un Franco Buffoni che scrive da cattolico e poi voglio vedere come ti risponde.
    Poi dici: “il romanzo cattolico non è un romanzo in cui i protagonisti sono dei preti” e io ci infilerei, almeno un “necessariamente” dopo il predicato. Infatti, spesso accade che quelli che si possono definire “romanzi cattolici” hanno poi protagonisti preti, come accade in “Dopo il miracolo” di Zaccuri.
    Il punto secondo me è un altro, e cioè che oggi solo gli scrittori che oltre a essere scrittori sono incidentalmente anche cattolici riescono a gestire in modo credibile la “materia cattolica” all’interno di ciò che scrivono. Negli altri casi il tema del cattolicesimo e gli eventuali personaggi cattolici sono spesso relegati al ruolo di macchiette.
    Ma mi rendo conto che probabilmente tu, con il tuo articolo, volevi dire altro.

  4. demetrio Says:

    il testo e mio, tutto il materiale intorno al testo, ovvero il paratesto è della redazione, compresa la foto di Raz Degan.

    a me interessava cercare di incominciare venire a capo di un discorso sull’immaginario cattolico.

  5. valter binaghi Says:

    @Demetrio
    Direi che la prima cosa è sapere che esistono scrittori cattolici, non romanzi cattolici. Gli scrittori fanno scelte, i romanzi hanno una materia (la carne?) che spesso impone percorsi immaginari autonomamente dallo scrittore e comunque molto diversi tra loro. Come sono diversi il pastore dal macellaio. Tutt’e due si occupano di vitelli, ma uno li alleva e l’altro ne fa bistecche.
    Sulla “carne” cito Annick De Souzenelle:
    “La carne è d’origine e vocazioni divine. Non deve essere confusa col corpo; quest’ultimo la celebra quando l’Uomo è entrato in risonanza con lei; senza di essa le feste del corpo, se non riconducono alla stessa, e dunque a Dio, possono soltanto suonare a morto le campane delle amare solitudini” (Il femminile dell’essere, Servitium editore pag. 26)
    Nell’articolo c’è una certa ambiguità su cosa sia una letteratura della carne. Ricerca (magari furibonda e per nulla istituzionale) della sua vocazione divina o conversione del tradizionale idealismo cattolico in nichilismo brutale?
    Potrebbe starmi bene anche un confronto con la seconda, ma allora non parlerei di romanzo cattolico, perchè sarebbe chiaro che il cattolicesimo è oggetto, non soggetto della narrazione.
    Zaccuri mostra (nel suo saggio “In terra sconsacrata”) che è praticamente impossibile per un’artista occidentale prescindere dall’immaginario cattolico. Ma se rimaniamo all’impronta più o meno inconscia, non mi pare il caso di parlare di una poetica intenzionale, come tu disinvoltamente traduci.
    Per parlare di romanzo cattolico innanzitutto bisognerebbe parlare di autori che accettano questa collocazione consapevolmente: non si è cattolici “per accidente”. In secondo luogo di opere che hanno la capacità di illuminare l’opacità della carne, di mostrarne la trascendenza. Bisogna piantarla con questa prosopopea del corpo: un corpo che non è strumento di libertà e non risorge vale quanto una bistecca, e che se ne frega di scriverne.

  6. valter binaghi Says:

    chi se ne frega di scriverne

  7. manu Says:

    fermo restando che se vale il principio ” l’infinita storia del mondo ha bisogno della voce di tutti i suoi personaggi per essere raccontata ” e se ‘i percorsi dell’immaginario sono autonomi dallo scrittore’ posso scegliere di scriverne anche se vale quanto una bistecca. o no?

  8. enrico Says:

    Mi viene da dire, che in effetti il concetto di “romanzo cattolico” è discutibile: o raccoglie tutto (perché la nostra cultura è ANCHE cattolica – ma ANCHE tante altre cose) o raccoglie pochissimo. Che esistano autori cattolici, questo sì, e leggendo la loro opera questa “identità spirituale”, questa appartenenza, avrà pure un peso e un riflesso – evidentemente. Ma non sempre – immagino io – lineari o espliciti. Si tratterebbe di un substrato da indagare, con cura e rispetto del singolo testo, del singolo autore (“La metamorfosi” kafikiana è un “racconto ebraico”? Mah). Poi forse si potrebbe parlare di romanzi (racconti, poesie, sceneggiature, drammaturgie) in cui il tema cattolico (o forse anche più largamente: cristiano) è centrale ed esplicito (i preti, le suore, il papa, il Cristo, la Provvidenza, il Signore: a me viene in mente “Casa d’altri” di D’Arzo o “Le ore” di Dolores Prato). Forse si dà per esempio anche un romanzo di argomento o personaggi cattolici, non scritto da autore cattolico.

  9. demetrio Says:

    @valter

    provo a dire due o tre cose, alcune più generali altre più personali.

    la questione della ‘discrasia’: potresti avere ragione, ma io immagino questo. Il cattolicesimo dice una cosa del genere: verrà un giorno Cristo nella gloria. Quel giorno, il giorno della seconda venuta, è percepito da Paolo, ad esempio, vicinissimo. Poi man mano si dilaziona e s’allunga. Ora tu mi dirai che per dio 2000 anni son niente (tipo anche solo citandomi Dante), e io posso convenire anche su questo; come uomo, però, ti dico che 2000 anni mi paiono assai per incominciare a dubitare di questa promessa (è il discorso che fa Quinzio). Letta sotto questa lente, mi pare che la discrasia tra ciò che è e quello che vorremmo come fosse acquista un’altra tensione. Non così banale come tu l’hai recepita, forse per mia poca cura nello spiegarla.

    immaginario consapevole/inconsapevole. L’idea dell’articolo è che esiste un immaginario che alcuni scrittori – che non è detto che siano cattolici di fede e di professione – usano in maniera consapevole e mi sembrava interessante metterne in evidenza le connessioni – quello del corriere è un discorso sommario, il lavoro dovrebbe essere più lungo e impegnativo – ma mi piaceva anche far riflettere chi quel immaginario lo usa in maniera inconsapevole, facendogli capire che dovrebbe incominciare a fare i conti con le immagini che usa.

    carne/corpo etc etc. Quando io parlo di carne/corpo et similia, io intendo me, intendo la mia pelle, i miei grassi, i miei muscoli, i miei organi esterni, interni, e una delle poche cose che ancora mi tiene disperatamente attaccato alla fede è la speranza che questo ‘me’, questo me biologico e fisiologico, un giorno dopo essere finito nel buio della morte tornerà in vita tutto intero, e che in quel tornare in vita tutto interno re-incontrerà i corpi delle persone che ha amato.
    se il corpo e la carne, e la pelle, e le ossa mie non risorgono è vana qualsiasi nostra speranza nonchè fede.

    d.

  10. valter binaghi Says:

    @Manu
    Certo. Ma qui non si sta parlando di scritture in genere bensì di scritture “cattoliche”. A me personalmente la rappresentazione della carne come bistecca non interessa affatto, altri si accomodino.

    @Enrico
    Sono daccordo con te.

    @Demetrio
    Più che lungo il lavoro rischia di essere interminabile, se i presupposti sono ambigui. Confessare Gesù Cristo come Signore e Salvatore dell’Umanità, pur ignorando i tempi e i modi, è un presupposto fondamentale per parlare di cristianesimo. Il resto sono residui culturali, praticamente onnipresenti, non fanno fede e non fanno testo dal punto di vista di cui discutiamo.

  11. gian marco griffi Says:

    A tua insaputa ti battezzano e lì, da quel momento, tra le braccia di uno che non conosci, devi iniziare a fare i conti col tuo cattolicesimo. Nella mia vita potrei affermare: cattolicesimo e teatro dell’assurdo: due problemi mai disgiunti (sto parafrasando qualcuno, ma non so chi).

  12. patrizia patelli Says:

    Ciao a tutti.

    A me la parola cattolico non piace niente. Perché restringe il campo della nostra provenienza e della nostra cultura che è sicuramente cristiana e che col cristianesimo continua a fare i conti che ci piaccia o no, ma forse il campo voleva essere ristretto.

    Solo una cosa mi veniva da pensare leggendoti, Demetrio: il corpo, sì, la carne, sì, va bene, tutto passa dal corpo, corpo siamo, ma perché confinare l’esperienza del corpo al dolore (questo è profondamente cattolico)? Io mi sento quando mi infilo un ago nella carne ma mi sento anche quando in un secondo all’improvviso mi ritrovo beato e in pace col mondo. L’ago mi confina dentro i confini del mio corpo. La pace (gioia?) espande i confini del mio corpo.
    La seconda ipotesi è poco cattolica ma molto cristiana.

  13. enrico Says:

    @ Federico. Bisogna anche dire però che, qui da noi, non fermandoci alla “stretta” attualità, abbiamo avuto (per esempio) De André e Pasolini, che hanno portato – mi pare – importanti, espliciti, contributi alla riflessione sul cristianesimo.

  14. enrico Says:

    Aggiungo che, nel mondo del cinema, se abbiamo un Olmi esplicitamente cattolico, non possiamo non considerare la riflessione e le rappresentazioni, a mio avviso interessanti, del cattolicesimo di due cineasti importanti: Moretti (si veda, più che “Habemus papam”, “La messa è finita”) e Bellocchio (“L’ora di religione”).

  15. Federico Platania Says:

    @Enrico.
    Hai ragione. E io nel mio commento ho infatti specificato “oggi”, riferendomi cioè proprio alla “stretta attualità”. E ho detto che “spesso” (non “sempre”) il cattolicesimo è usato come macchietta/stereotipo dagli scrittori non cattolici.
    Su “La messa è finita” di Nanni Moretti (dando per scontato che stiamo estendendo il discorso dalla letteratura alle altre forme artistiche) sono d’accordo con te. E’ un esempio perfetto per contraddire la mia tesi.

  16. valter binaghi Says:

    Se vogliamo parlare di cinema e immaginario cristiano direi che non si può prescindere dal film (recente) di Guido Chiesa “Io sono con te”. L’ho recensito qui:
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/08/06/io-sono-con-te-di-guido-chiesa/
    Ecco come l’immaginario cattolico interroga l’antropologia e la psicologia, uscendone a mio avviso in modo folgorante. Cosa che non avviene affatto quando si segue il percorso opposto, cioè si interroga l’immaginario cattolico dal punto di vista delle cosiddette scienze umane (o addirittura del femminismo, come fa Michela Murgia con “Ave Mary”). Il risultato è opposto perchè alle scienze umane e all’ideologia manca esattamente quello in cui la rivelazione
    consiste. Così vien fuori la descrizione del colore fatta da un cieco.
    Non c’è niente da fare: la professione di fede (che non è la recita del “Credo”, ma il rischio della propria vita), è il punto discriminante.

  17. manu Says:

    @demetrio. secondo te il romanzo pubblicato in vibrisse di cecilia musella, ‘linea della vita’ è un romanzo cattolico?

  18. demetrio Says:

    @manu

    sinceramente leggendolo non ho avuto nessun pensiero di questo genere.

  19. Elena Says:

    Per Demetrio
    Non mi convince Croce: il possesso di un codice espressivo (iconografico, poetico, filosofico …) in sé non dice fino in fondo che cosa uno è, anche se è utile di tanto in tanto ricordarsi debitori a una tradizione. Ogni testo è in effetti anche un ipertesto, ma l’impiego di alcune categorie non è necessariamente adesione a una prospettiva filosofica e teologica. Il significato che queste assumono non è dato a priori. Se il possesso di un codice bastasse a designare l’identità di chi lo usa, Cristo sarebbe “principalmente” (e non “anche”) ebreo, mentre la sua voce ebraica/il suo corpo di ebreo furono portatori di un’immagine di Dio molto lontana da quella veterotestamentaria.

  20. Elena Says:

    Ancora per Demetrio:

    La chiave proposta, ossia la “discrasia tra ciò che è e ciò che si desidera”, lascia due dubbi: il primo sulla specificità cattolica di tale prospettiva, il secondo sul valore assoluto di tale definizione in ambito cattolico.

    1) Se in ogni uomo è presente un desiderio di bene potenzialmente infinito e destinato a scontrarsi con la realtà (già Leopardi che cattolico non era), dove è la specificità del cattolico? Nel coltivare una cieca fiducia nella risoluzione di quello scarto? Nel fatto che il cattolico (ma anche l’ebreo) aspetta la realizzazione di una promessa e soffre la dilazione di tale evento, mentre l’ateo o l’agnostico non si concedono la scommessa? Non è forse quello scarto (che chiama in causa il tema della sofferenza, del dolore innocente e del male) il dato di partenza di ogni riflessione umana?

    2) In secondo luogo: la “discrasia” come categoria distintiva del romanzo cattolico seleziona entro l’immaginario cattolico la via (paolina e agostiniana) incentrata sull’attesa della seconda venuta e dunque sulla sofferta percezione dell’assenza. Ma la prospettiva cristiana tiene insieme incarnazione e resurrezione: il mondo è anche e soprattutto luogo di santificazione, nella carne è il germe della salvezza, la creazione canta la lode di Dio (così sin dalle origini della nostra letteratura). La grazia del cristiano non dovrebbe essere (se non solo anche, fondamentalmente) la capacità di cogliere nel presente gli anticipi del Regno, nella finitezza del proprio essere corporeo i segni di una parentela divina? L’umanità non è già (tutta, universalmente, cattolicamente) salva in Cristo risorto e redentore, anche se proprio la salvezza rivela/attribuisce la responsabilità di riconoscere/discernere il proprio posto nel disegno divino e di misurare, quotidianamente e ad ogni istante, la propria lealtà ad esso?

  21. Elena Says:

    Infine e poi taccio:

    In generale mi pare che la prospettiva cattolica non possa escludere un’idea di logos, disegno provvidenziale che è già nella creazione di ciò che è (visibilmente, sin dalla Genesi) “cosa bella”. La fatica, la “passione”, ma anche il fascino è riconoscere la filigrana del creatore nel mondo creato che la contiene e insieme la cela.

    Non avendo ancora letto tutti i testi citati, accogliendone la sintesi e la parafrasi di passi estrapolati, mi chiedo: l’immagine di un “corpo in cui Dio sparisce e c’è solo più Cristo” è davvero cristiana? Percepire il “Male come contraltare alla presenza del divino” significa essere cattolici? A me ricorda la prospettiva giansenista del primo Manzoni, non il “sugo della storia”: questo non nega infantilmente l’esistenza del dolore e del male, ma li inquadra in una prospettiva fiduciosa (la filigrana) , che ne fa comunque esperienza di possibile incontro con il bene, in qualche modo “utili a una vita migliore”. Perché Manzoni non è uno sciocco e, se anche la Provvidenza riempie la bocca dei suoi personaggi, racconta un bene che si propaga per contagio, una collaborazione al logos che nasce nel sentirsi amati e perciò chiamati a rispondere con l’amore.

    La domanda sintetica è: questo prevalere della prospettiva paolina non sarà proprio il segno di un tempo nel quale dirsi cristiani (nel senso di figli della risurrezione) è ancora più difficile?

  22. demetrio Says:

    elena

    “se il possesso di un codice bastasse a designare l’identità di chi lo usa”. Ovviamente non basta, ma è n modo per incominciare a prenderne le mosse, ritorna il discorso tra l’uso dell’immaginario consapevole vs immaginario non consapevole.

    sul resto, immagino che discorso che in filigrana faccio io sul male, o che fa Parazzoli sull’eclissi del Dio unico, siano un modo per affrontare quello che per me è uno scandalo ovvero che la promessa di salvezza non è stata mantenuta (o almeno non del tutto). (credo che questa affermazione mi porti leggermente in una posizione esterna alla dottrina)

  23. Elena Says:

    Appunto Demetrio, non è questione di essere fuori o dentro la dottrina, lo sconforto mi pare proprio un segno dei tempi: Dio è morto e Emmaus è di nuovo lontana. Ma anche prima di Emmaus c’è stato chi ha scorto un annuncio (angelo) nell’assenza del corpo di Cristo/Dio ed erano donne.
    A questo punto fermami se esco dal seminato: mi ha incuriosito che nella rosa dei romanzieri cattolici non vi fossero donne e mi chiedo se la prospettiva prevalentemente paolina non nasca anche da questo.
    Non è curioso che la parte del genere umano che con più evidenza fisica collabora corporalmente alla creazione non senta il bisogno di toccare il costato del risorto per crederlo risorto? L’incarnazione passa (ogni volta ovviamente, non solo quella) per un corpo di donna e proprio le donne non dubitano davanti a un sepolcro vuoto. Attitudine naturale a non sentire innaturale l’alternanza di “pieno” e di “vuoto”, presenza e assenza? Non so. Ma non leggerci uno spunto partigiano sul primato del femminile (non mi interessa per niente), solo un’immagine che mi sollecita a riflettere ancora su ciò di cui si parla quando si parla di corpo, di carne, di resurrezione della carne in una prospettiva teologica (che contempla Dio).

  24. Sabrina Greco Says:

    Io, innamoratissima dell’etimo (stupore), ringrazio Tullio Avoledo per avermi insegnato il significato della parola katholikòs, universale.
    Meraviglioso.

  25. valter binaghi Says:

    Nel senso che il messaggio di Cristo è per tutti.
    L’universalismo senza contenuto è meno dell’ONU.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Sulla definizione di “romanzo cattolico”.

    Il mio approccio è questo. Si dice comunemente che i romanzieri sono “creatori di universi”. In effetti ogni romanzo è ambientato in uno specifico universo. Ciò ci risulta evidente quando leggiamo romanzi di fantascienza o romanzi che provengono da culture molto diverse della nostra. Vorrei però ricordare che la “creazione di un universo” non concerne tanto il “visibile” nel romanzo (che so: gli alieni, i viaggi interstellari, gli usi e costumi di popoli da noi lontani) quanto l’ “invisibile”, ossia, la cosmologia che è sottesa a quella “creazione di universo”, e che il più delle volte non viene minimamente esplicitata.

    Nei miei racconti il morire non è mai rappresentato come uno sparire, ma sempre (mi pare) come un metamorfosare. Ad esempio, la voce che parla nel racconto “Splatter (breve)” in “Il male naturale” dice:

    . A me piacerebbe che si seppellissero i morti nei pioppeti che ci sono dappertutto sui bordi della città, nelle anse del fiume e dei canali che la circondano. Sotto ogni pioppo seppellirei un morto e le radici dell’albero avvolgerebbero lentissimamente il corpo come fa il ragno crociato quando si butta sulla preda e la stringe a sé con tutte le otto zampe e poi la morde iniettando il veleno che non uccide ma paralizza, in modo che la carne rimanga viva e fresca per i pasti successivi: allo stesso modo le radici dell’albero mi avvolgerebbero e poi una, con lentezza vegetale, mi trafiggerebbe sottraendomi quel tanto di vita che serve per la vita dell’albero. L’albero morirebbe dopo moltissimi anni, prima rinsecchendo e restituendo alla terra tutta la sua acqua, poi diventando cibo per batteri, funghi, piante saprofite, larve d’insetti. Io, che sarò diventato parte dell’albero, diventerò cibo per batteri, funghi, piante saprofite, insetti. Tutti gli esseri viventi mi divoreranno e quel che resterà di me, dopo un tempo incalcolabile, diventerà olio minerale, nafta, liquido denso e grumoso. Non desidero questa vita eterna ma credo che non sia possibile evitarla.

    Non è certo un immaginario cristiano, questo, soprattutto perché vi è assente l’immaginazione di una “vita eterna” personale: ma è comunque un immaginario nel quale la “vita eterna” è oggetto di riflessioni, immaginazioni, desiderio o non-desiderio da parte del personaggio.

    Nello stesso racconto:

    Io voglio molto bene a questa carne della quale sono fatto e credo sinceramente di essere questa carne, anche se mi accorgo che c’è una parte di me che la carne non basta a fare e che è fatta di un’altra materia che non conosco bene: immagino che sia sottile, leggera, trasparente e femminile. Questa è la parte di me che io chiamo “anima” e penso che non sia una cosa distinta dalla carne ma compenetrata in essa: come due fumi che si mescolano. Io percepisco la mia anima per mezzo della mia mente e la mia mente è fatta dal cervello, che è carne come tutta l’altra carne: e questa è l’unione.

    Qui, al di là di ciò che dice la voce che parla nel racconto, mi pare abbastanza evidente che per l’autore (cioè per me) è difficile pensare al morire come a un termine, a una fine di tutto, a un dissolversi nel nulla: addirittura il dissolversi (vedi la prima citazione) è rappresentato non come uno sparire ma come un entrare in una, per quanto (per la voce che parla) indesiderabile, “vita eterna”.

    Ho il sospetto (qui mi rivolgo a Valter) che esistano romanzi cattolici in questo senso: romanzi il cui universo implicito è un universo nel quale il mondo è stato creato da un dio personale, e viaggi allegramente verso la propria fine (ecc.).

    Ho il sospetto peraltro che vi sia una certa incompatibilità tra il romanzo e il cattolicesimo. Nella sua “Lettera agli artisti” Giovanni Paolo II ebbe parole per tutti, fuorché per i romanzieri. E comunque ho il sospetto che il romanzo (non mi ci metto adesso, ho un treno da prendere anche stamattina; ma credo di dire cose da manuale), soprattutto dal momento in cui divenne consapevole rappresentazione realistica (ossia: rappresentazione che fa il possibile per farsi passar per vera, rappresentazione che vuole essere creduta – almeno per il tempo della lettura), sia nelle sue origini anticattolico (forse non anticristiano: nel senso che il cristianesimo riformato ha, diversamente dal cattolicesimo, pienamente accettato il romanzo).

    E ho il sospetto, infine, che esistano “romanzieri cattolici”, o che si ritengono sinceramente tali, che scrivono romanzi non cattolici. Ma questo è un altro discorso, e non manca tanto al mio treno…

    Saluti da Peschiera del Garda.

  27. Federico Platania Says:

    @Demetrio (“credo che questa affermazione mi porti leggermente in una posizione esterna alla dottrina”)
    Giusto un filino… 🙂 e comunque questo non inficia la discussione. Se l’immaginario cattolico è affare anche degli atei, figuriamoci se non lo è dei “decentrati”.

    @Giulio (“ho il sospetto, infine, che esistano “romanzieri cattolici”, o che si ritengono sinceramente tali, che scrivono romanzi non cattolici”)
    Io ricordo che quando parlammo la prima volta del mio romanzo “L’ultima domenica” a un certo punto lo definii “romanzo cattolico” e tu, guardandomi sorpreso come se quell’idea ti sfiorasse solo in quel momento, mi dicesti: “Ma il tuo NON è un romanzo cattolico!”.

    Ciò detto, l’etichetta di “romanziere cattolico” a me non sembra meno bislacca di quella di “romanzo cattolico”.

  28. valter binaghi Says:

    @Giulio
    Io credo invece che il romanzo, inteso come portatore di una narrazione veritiera, che fa capo a una storia singolare, diversa da quella verità universale che è propria della filosofia (cui interessa non questa storia personale ma l’Umanità) sia nato col cristianesimo. In effetti l’unico esempio degno di nota del mondo classico è “Le metamorfosi” di Apuleio, che guarda caso è un romanzo di formazione o addirittura iniziatico. E credo che la prima narrazione cristiana sia “Le Confessioni” di Sant’Agostino, che è molto diverso dalle biografie illustri che si potevano scrivere nella classicità (tipo le “Vite parallele” di Plutarco). Queste erano sempre biografie di individui in cui s’incarnava in modo esemplare un’intera civiltà: nelle Confessioni invece si mostra come la verità estrema della Storia che è Dio illumina la vita di ciascun uomo che viene al mondo. Con questo affermo che, se è vero come dici che un romanzo è la “cosmologia” che vi è sottintesa, è vero che essa nè è lo sfondo. La figura che si staglia su questo sfondo è sempre una vita, una voce. Che questa vita, questa voce singola contenga una verità univerrsale, questo è lo scandalo del personalismo cristiano, ereditato da tutta la narrativa occidentale. Che questa verità universale sia nella luce di Dio che illumina ogni vita singolare, credo che sia il discrimine che distingue scrittori cristiani e non.

  29. demetrio Says:

    @patrizia
    prima di tutto ciao! come stai?
    e poi sì hai ragione; sul discorso che il corpo sente il dolore come la gioia, ma io penso – sinceramente – che il dolore e la sofferenza siano un sentimento più duraturo che vanno a toccare lo scandalo del male.

    d.

  30. Sabrina Greco Says:

    Oggi sono in lutto.
    Dove si può leggere qualcosa che sia di consolazione?

  31. valter binaghi Says:

    http://valterbinaghi.wordpress.com/2012/05/18/il-dio-delle-donne-di-luisa-muraro/

  32. Sabrina Greco Says:

    Caro Valter, il problema è che raramente Dio non viene estromesso dai Tribunali degli uomini con “pronte archiviazioni”, corruzione o intimidazione. E la viltà, quella più bassa, colpisce le creature che sembrano più indifese.
    Ma quando è così che si tenta di dimostrare la “forza”, colpendo la bellezza e l’innocenza, beh, forse possiamo proprio credere di essere costretti a competere soltanto con “vermi” senza alcuna dignità, con criminali di quart’ordine grossolani e malati, e quindi di avere una speranza, una possibilità di giustizia, perchè è da tutt’altra parte che sta la vera forza.
    Spero che le indagini sui fatti di Brindisi siano portate avanti con la massima serietà e urgenza, e che la popolazione civile risponda con compatezza e con il coraggio dell’onestà e del diritto.
    Grazie.

  33. enrico Says:

    mi viene il pensiero che una religione di per sé (forse non solo il cattolicesimo) difficilmente potrà “produrre” romanzo se non in maniera “eretico-critica” per così dire, o in via indiretta, e “umana troppo umana”. Un sistema ideologico-dogmatico (senza dare alcuna accezione negativa a questa espressione) produrrà piuttosto: commentari; opere teologiche; opere autobiografiche o biografiche (percorsi di fede); opere apologetiche, saggistiche ecc. Al contrario, un romanzo (poesia, drammaturgia ecc.) strettamente “religioso” non verrebbe forse a “vulnerare” il sistema delle “verità plurali” che sono proprie alla dimensione del romanzesco, la sua “precarietà” inquieta? E tuttavia serve – penso – al mondo del religioso una apertura d’ascolto alla dimensione “relativistica” dell’arte, per arricchire il senso delle sue Verità fondamentali (ne “dieci motivi…” ad esempio, Giulio chiami in causa Dostoevskij; o certo, Manzoni)… dunque: romanzi buddhisti (ma “Siddharta” di Hesse?), cattolici, ebraici, induisti, islamici, protestanti ecc. mi sa che – propriamente – non li si incontra… o mi sbaglio?

  34. Nunzio Festa Says:

    io penso esistano romanzieri cattolici, appunto, ma non esistano al fine romanzi cattolici.
    perché se si guarda nel corpo della parola, al di là del solo e unico concetto di morte, solamente superandola, ma se un romanziere non sa fare il suo mestiere fino in fondo, si riuscirà a sapere l’etica di chi scrive.
    ovvero andare oltre la morale.
    insomma quante penne cattoliche hanno dato una visione della vita senza religione, e quanti vi chiedo, e penso molti, ne hanno data una: pur non volendolo dichiaratamente?

    b!

    Nunzio Festa

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