Pago dunque scrivo. Il business della creatività

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Nel quotidiano Il Fatto di oggi è uscito questo articolo di Silvia Truzzi, intitolato Pago dunque scrivo. Il business della creatività.

Ho spedito all’autrice dell’articolo il testo che qui segue:

In risposta all’articolo di Silvia Truzzi «Pago dunque scrivo. Il business della creatività»

L’articolo di Silvia Truzzi «Pago dunque scrivo. Il business della creatività», apparso ne Il fatto quotidiano di sabato 28 aprile 2012, si chiude con alcune domande: «Che vuol dire – oltre il fastidio della pretenziosa espressione – “scrittura creativa”? L’immaginazione si può insegnare? E il talento? Non sarà come il coraggio di Don Abbondio, che “se uno non ce l’ha, mica se lo può dare”?».
In quanto persona interessata – ho avviato nel 1993 i corsi di “scrittura creativa” presso il circolo Arci Lanterna Magica di Padova, nel 2011 la Bottega di Narrazione presso l’editore Laurana a Milano: quelli e questa citati nell’articolo di Truzzi – mi sento chiamato a rispondere. E mi tocca dire che le domande, forse per eccesso di sintesi, non sono ben poste.
C’è chi si iscrive a un corso di nuoto per tenersi in forma; e chi si butta in piscina a nuotare otto ore al giorno perché spera – e qualcuno l’ha confortato in questa speranza – in una carriera agonistica. Lo stesso vale per la “scrittura creativa”: c’è chi desidera semplicemente “tenere in forma” la propria capacità di scrivere e di raccontare; e chi spera in una carriera da scrittore; e vi sono iniziative che si rivolgono ai primi e iniziative che si rivolgono ai secondi. È chiaro, mi pare, che se diversi sono gli obiettivi, diversi sono i partecipanti, diversi sono i contenuti, diverso – e di molto – l’impegno richiesto, eccetera, saranno diversi anche i prezzi.
Frequentarono i corsi della Lanterna Magica, tanti anni fa, alcune persone che poi hanno lodevolmente pubblicato: Umberto Casadei, autore finora di un unico, ma secondo me assai pregevole romanzo, Il suicidio di Angela B., Sironi; Giorgio Falco (Pausa caffè, Sironi; L’ubicazione del bene, Einaudi), Laura Walter (numerosi titoli per ragazzi presso Emme, Fabbri, Rizzoli). Ciò non toglie che i corsi presso Lanterna Magica siano sostanzialmente “dopolavoristici”: né Casadei né Falco né Walter sono “diventati scrittori” grazie ad essi.
Un’iniziativa come la Bottega di narrazione si propone obiettivi diversi: e infatti, a quattro mesi dalla fine della prima annualità, già due partecipanti (su venti) hanno firmato un contratto di pubblicazione: Silvia Montemurro per Newton Compton, Sara Loffredi per Rizzoli; mentre altri sono in lettura presso, come si usa dire, “i migliori editori”, o sono rappresentati da agenzie letterarie (ad esempio Elena Marino dall’Agenzia letteraria internazionale, Ali, la più antica e forse prestigiosa d’Italia – quella che fu di Erich Linder, per spiegarsi). E da parte di chi ha inventato la Bottega, cioè parte mia e di Gabriele Dadati, continua l’impegno per portare a dignitosa pubblicazione i lavori, se non di tutti, di molti.
Certo: in qualche caso la frequentazione di un corso di scrittura anche molto, molto “dopolavoristico” può portare a un incontro felice. Col già citato Umberto Casadei ho passato ore e ore, giornate intere, in discussioni e letture e revisioni – anche un po’ in cazzeggiamenti, s’intende – nelle quali ho cercato di mettere a disposizione di un ingegno del tutto diverso dal mio ciò che potevo offrirgli: il tempo, l’ascolto, la lettura, innanzitutto, ma anche la mia biblioteca e la mia fiducia.
Ovvero: il talento, probabilmente, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Ma un talento che non incontri nessuno disponibile a crederci, ad aiutare, a dare sostegno e fiducia, eccetera, più difficilmente sboccerà, maturerà e darà frutto.
L’articolo di Truzzi si diffonde soprattutto sui prezzi. Ma un prezzo in sé non vuol dire niente. Tra un’automobile da 10.000 e una da 50.000 euro vi è, di solito, qualche differenza. Non voglio dire che chi più spende, meglio spende: tutt’altro. Se mi serve un’utilitaria per girare in città, mai più mi comprerò un supersuv. Se voglio diventare semplicemente un po’ più bravo a scrivere, un po’ più limpido e preciso, un po’ più aggraziato e consapevole, farò un investimento di un certo tipo. Se voglio qualcosa di più, farò un investimento di altro tipo. E chi vende formazione alla scrittura deve essere chiaro: dire che cosa offre esattamente, che cosa ci si può aspettare da un certo investimento, a quali bisogni effettivamente quella formazione risponde.
Quanto all’espressione «scrittura creativa»: sì, in italiano suona male e pretenziosa. L’originale anglosassone, «creative writing», coniato in un’epoca – quasi cent’anni fa – in cui il mito della “creatività per tutti” era ancora di là da venire, suona diversamente. Personalmente preferirei parlare di «retorica», punto e basta. Volendo, si potrebbe parlare di «teoria e tecnica della redazione di testi narrativi, argomentativi, poetici e drammatici»: ma questo, come tutti i nomi troppo lunghi, rischierebbe di non funzionare.

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120 Risposte to “Pago dunque scrivo. Il business della creatività”

  1. silviadellemeraviglie Says:

    Vorrei aggiungere: la Bottega vale i soldi spesi, perché mantiene le promesse iniziali. Ho frequentato altri corsi di scrittura, anche più “rinomati” e gratuiti (mi riferisco al corso Rai Script), ma in tuttà onestà non ho visto lo stesso impegno e la stessa dedizione al risultato, all’apertura editoriale, come invece è accaduto in Bottega. Spesso non è una questione di prezzi, ma di onestà nel perseguire gli obiettivi prefissati.

  2. ilmondourladietrolaporta Says:

    Ovviamente il discorso si sposta sulla qualità delle scuole di scrittura, ma mi sono sempre chiesta il perché dei loro costi esorbitanti. Va bene essere pagati per offrire un servizio a chi vuole migliorare nella scrittura o fare della stessa il proprio mestiere, ma chi non ne ha le possibilità economiche come fa? Secondo me questo è il nocciolo della questione, solo dopo passiamo a parlare di quale corso o scuola di scrittura frequentare. Pubblicare (almeno qui in Italia) è diventato un gioco da ragazzi per chi può permettersi di pagare le case editrici a pagamento.

  3. ipazia55 Says:

    Ma che sono queste sciocchezze presuntuose? La creatività o c’è o non c’è. La passione anche. agare un editore fa abbassare l’autostima di chi sa scrivere davvero. e’ solo il mercato che conta. Allora fate i vostri business, Ma per piacere che le case edoitrici, si dedichino ,come faceva il vecchio einaudi, a indirizzare i lettori, a scoprire talenti, a srrivirsi di buone conbsulenze. Ognuno fa l’edotore da strapazzo. Ognuno vuole scrivere qualche libretto.
    Facciamo case onlus, aggreghiamo consulenti qualificati, scegliamo auto ri spessore letterario e artistico(c’è anche l’arte visiva e la musica) . Chi ha passione per scrivere, fare arte, per la musica, capirà e sarò in grado di scegliere come è in grado di leggere i migliori autori, non di mercato, ma di quelli che rimangono nella memoria. La parola creatività, talento o altro, è il meno. E’ il registro stilistico, l’idea , la passione che contano. chiamatele come volete. Il mercato oggi non presenta autori validi. Forse a livello internazionale. Ho letto libri di valore anglosassoni e francesi, ma non in Italia. Anche sudamericani. E la grande Mascia candidata al Nobel. Grandi critici parlano di creatività. E’ peggio usare termini inglesi che inquinano la lingua. I francesi non lo farebbero.

    Ah, sì abbiamo la Pivetti come autrice che si vende e Faletti e Fabio Volo. Ma bastano le prime righe e si gettano. Leggeteli voi. No, grazie. Ptefersisco Franzen,Oates, Flannery o’Connor, e Mc Ewan, Doris Lessing e molte altre donne…. .

  4. Giulio Mozzi Says:

    Ilmondourla ecc.: torno alla domanda di qualche giorno fa (vedi): come si fa a stabilire se un prezzo è sensato o esorbitante?

    Ad esempio: la Bottega di narrazione 2012-2013 costa 2.200 euro. Offre 192 ore di lavoro in aula. Possiamo fare la divisione: fanno 11 euro e 46 centesimi l’ora. E’ un costo “esorbitante”? Ho fatto il conto che, nel corso della Bottega precedente (2011) alle ore in aula si sono aggiunte, da parte mia, circa 120 ore di lavoro con singole persone o in piccoli gruppi (due o tre persone). Nella Bottega prossima vorrei che queste ore di tête-à-tête diventassero di più: per questo ne abbiamo prolungata la durata da un anno a un anno e quattro mesi.

    Ma, in realtà, il prezzo non va calcolato solo (o forse: non va calcolato tanto) sul numero di ore; quanto sulla qualità di ciò che viene offerto. E va verificata la corrispondenza tra quanto viene proposto a parole e quanto viene offerto in effetti.

    Eccetera. Una pizza da cinque euro costa troppo se è cattiva, o se è poca; costa poco se è buona e abbondante.

    Ipazia: aggiungerei che non ci sono più le mezze stagioni; e che è tutto sbagliato, tutto da rifare.

    (Silvia “delle meraviglie” è la Silvia di cui parlo nell’articolo).

  5. Gilberto Squizzato Says:

    In Italia domina il pregiudizio (incolto e pretestuoso) secondo cui lo scrivere (bene) sarebbe dote innata e si pretende che talento e (nei migliori dei casi) genio e sregolatezza (creativa) siano automaticamente capaci di produrre dei testi di qualche valore. Nulla di più vieto. Quanti hanno doti spontanee di recitazione e tuttavia si sottopongono a lungo (e anche costoso) tirocinio delle scuole di arte drammatica? O non si va forse all’accademia di Brera perchè il diploma di liceo artistico non basta a fare di te un passabile pittore, scultore, scenografo, ecc.? Che dire poi delle scuole per filmaker (pubbliche e private) che insegnano a usare la camera, a scrivere una sceneggiatura, a realizzare un racconto per immagini? Non trovo nulla di scandaloso nell’esistenza di scuole di scrittura creativa che semmai dovrebbero costare molto di più di quella di Mozzi e Dadati. Quanto costa un master alla Bocconi o alla scuola di Giornalismo della Statale di Milano? Si informi bene sulle tariffe praticate altrove la collega giornalista così sospettosa sull’utilità e, per così dire, sulla liceità deontologioca della Bottega della Narrazione.

  6. esercizidipensiero Says:

    i corsi di scrittura creativa posso essere anche divertenti, proprio come il corso di sci aplinismo. anche per chi non ha talento e creatività, per conoscere, per mettere in moto il cervello. (quanti pancioni ci sono in palestra, che vanno solo per il piacere di andarci?).

  7. Giulio Mozzi Says:

    Nel blog Tornasole, qui, un commento secondo me interessante e ragionato all’articolo di Silvia Truzzi.

    E, già che ci sono, ricordo che in rete c’è anche qualcosa di gratuito.

  8. gian marco griffi Says:

    Forse, se tanti giornalisti italiani cacciassero fuori sti mille o dumila euro per frequentare na scuola di scrittura, i quotidiani italiani sarebbero migliori.

  9. annavirginia Says:

    che dire?ho letto tutti i commenti compreso quello suggerito da Mozzi su tornasole che trovo anch’io interessante ,,,sono un’alunna se così posso definirmi di un corso di scrittura creativa se così posso definirlo e forse sta qui il problema se così si può ritenere taleil bisogno di dare definizioni creatività talento scuola scrittore denaro forse secondo me se ancora posso dirlo dovremmo dare valore alle parole e non definizioni e così semplifichiamo tutto se riteniamo opportuno semplificare in questo modo io piccola lettrice piccola scrittrice piccola creativa piccola telantuosa piccola lavoratrice epovera faccio così decido di dare valore alla parola denaro quei pochi spiccioli che racimolo e li destino a ciò che mi piace fare e invece di andare in vacanza faccio un corso perchè mi va di farlo ed invece di comprarmi un vestito e un paio di scarpe faccio un corso ed invece di uscire a mangiare la pizza tutti i sabati della mia vita faccio un corso perchè mi piace scrivere mi piace leggere mi piace parlare mi piace confrontarmi mi piace capire e non capire ……..valore destinazione piacere..qualcuno dirà semplice qualunquismo e ditemi che vuol dire?

  10. giordano boscolo Says:

    Mi permetto di aggiungere anche Gino Tasca tra quelli che hanno frequentato i corsi della Lanterna Magica.

  11. giordano boscolo Says:

    Chiedo scusa, non ho citato i due libri di Tasca: “Isaia Greco” (ed. Pendragon) e “L’inatteso” (ed. Mobydick)

  12. Morelle Rouge Says:

    Buongiorno Giulio,
    ho scoperto il suo blog proprio ieri, mentre cercavo sul Fatto online l’articolo della Truzzi per inserire il link nel mio post sull’argomento. Cercandolo nuovamente stamattina, sono finita ancora nel suo blog e ora ho trovato il mio post segnalato qui, nel suo commento di oggi. La ringrazio per averlo considerato e proposto. Anche dopo aver letto la sua reazione alla Truzzi, il mio parere al riguardo non è cambiato di molto, soprattutto per quanto riguarda la relazione tra il puro piacere di tenersi in forma scrivendo e l’iscrizione a un corso di scrittura.

    Per quanto riguarda la discutibile qualifica di “creativa” assegnata alla scrittura, non so venirne a capo. Negli Stati Uniti, forse, l’idea di creative writing è nata con altri intenti e in ambienti prevalentemente accademici, che noi in Italia abbiamo raccolto a modo nostro, diversificando i contesti e la tipologia di offerta. In realtà, però, guardando soprattutto alle generazioni più giovani e nemmeno aspiranti alla scrittura creativa, a me sembra che ci sia un preliminare e urgente bisogno di imparare a scrivere e basta, occupandoci della creatività in un secondo momento.

    Per quanto riguarda invece le ambizioni di chi ha “talento”, c’è un’idea che nel mio post non ho lasciato affiorare. Io non credo che il punto stia nel chiedersi se fra gli scrittori usciti da scuole di scrittura ci siano autori effettivamente validi. Ce ne sono di bravissimi. Credo piuttosto che bisognerebbe chiedersi se questi autori siano bravissimi perché usciti da una scuola di scrittura (come, in effetti, lei sembra suggerire nel suo post con l’esempio di Casadei, Falco e Walter, di cui però non posso parlare perché non li ho mai letti). Forse alcuni di loro, prima di pubblicare, si erano rivolti a una scuola di scrittura cercando un’altra via d’accesso ai labirinti del mercato editoriale, ma nel frattempo andavano praticando già da tempo certi personali esercizi ai quali davano maggiore attenzione e fiducia. Di tali esercizi Erri De Luca, artigiano della scrittura che amo particolarmente, ha detto qualcosa in un passo di “Esperimenti di scrittura”, che forse avrei potuto richiamare nel mio post, se me ne fossi ricordata per tempo. Per condividere questo passo sia con chi non lo conoscesse sia con chi volesse richiamarlo alla memoria, si trova citato qui (guarda caso, nel blog di un istituto che offre, fra le altre cose, dei corsi di scrittura): http://uniaperta.blogspot.it/2010/11/scuole-di-scrittura-si-scuole-di.html

    Perdoni la lunghezza del mio commento. Dovrei imparare la brevità, e in effetti mi esercito a casa anche con questa.

  13. Morelle Rouge Says:

    Ho sbagliato il titolo di Erri De Luca, è “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)”.

  14. Simone Battig Says:

    Dunque il passaggio descritto da Mozzi sarebbe: io pago 2200 euro (cifra ragionevole che però di questi tempi solo chi non ha altre incombenze può permettersi di pagare per “qualsiasi cosa”, non solo per un corsa di scrittura) e ho il privilegio di lavorare tutti assieme per un anno su quello che ancora non ho scritto oppure ho scribacchiato oppure nemmeno ho in mente, con lo scopo dichiarato di arrivare a qualcosa che possa essere rappresentato da un agenzia letteraria (io dopo vent’anni non ho nessuna agenzia che nemmeno si sogna di chiedermi di rappresentarmi) e che in finale verrà dato “ai migliori editori” italiani ( e mi viene da ridere visto che praticamente non fanno il loro mestiere ma stampano e basta dopo che altri gli hanno vagliato la pappa..) e..miracolo …pubblicato.
    Quindi ci guadagna la bottega, le persone che lavorano per la bottega, le persone che la frequentano, le agenzie letterarie e quindi anche l’editore che è come se appaltasse all’esterno il lavoro che dovrebbe fare tagliando quindi decisamente personale e costi…ottimo..ci guadagnano tutti.
    A volte però ho come l’impressione che chi è dentro questo meccanismo non si renda nemmeno più conto di quello che significa quel che dice…qui non si parla di “letteratura” mi pare….si parla di connessioni tra operatori (meccanici) per sviluppare un prodotto… si parla di decisioni sulle persone e sulle loro opinioni…non sui testi, sugli “autori” e non sui testi…di mediazione esasperata sulla scrittura…immagino uno che frequenta la bottega che si ribella all’opinione comune della bottega sul suo scritto….come andrà a finire? Che verrà pubblicato da Rizzoli perché ci crede solo lui a quello che ha scritto? No, per logica, ovviamente, ma il paradosso serve a dire che la letteratura non può seguire esclusivamente una logica di prodotto attraverso professionismi di cantiere.
    A me sembra un modo di proporre letteratura assurdo ma se piace ai lettori italiani e ai futuri “scrittori” ben venga…del resto i risultati di queste “politiche culturali” e sociali sono ben visibili nel nostro paese in tutti i campi. Anzi non si capisce che ci lamentiamo a fare della cultura (e di tutto il resto) in questo paese :D.

  15. virginialess Says:

    Avendone la possibilità, non ci vedo nulla di male ad acquistare una “prestazione di scrittura” o come chiamarla. Negli anni ho frequentato corsi, seminari eccetera per migliorare le mie capacità professionali in altri settori; non erano a pagamento, ma tra libri, viaggi, soggiorni, c’è stata comunque una spesa.
    Trovo però sgradevole l’idea che, per accedere all’agenzia letteraria e/o all’editore di un certo peso, l’autore debba passare obbligatoriamente attraverso la valutazione costosa del manoscritto o entrare in una scuola ben collegata.
    Spero che le amare considerazioni Simone Battig siano, almeno in parte, esagerate

  16. Giulio Mozzi Says:

    Morelle, tu scrivi:

    Credo piuttosto che bisognerebbe chiedersi se questi autori siano bravissimi perché usciti da una scuola di scrittura (come, in effetti, lei sembra suggerire nel suo post con l’esempio di Casadei, Falco e Walter, di cui però non posso parlare perché non li ho mai letti)

    Io ho scritto:

    Ciò non toglie che i corsi presso Lanterna Magica siano sostanzialmente “dopolavoristici”: né Casadei né Falco né Walter sono “diventati scrittori” grazie ad essi.

    Mi pare che la mia frase dica esplicitamente l’esatto contrario di ciò che secondo te “suggerisce”.
    Ciò detto, la domanda

    Credo piuttosto che bisognerebbe chiedersi se questi autori siano bravissimi perché usciti da una scuola di scrittura

    è seria. Dovrebbero rispondere, credo, gli autori stessi.

    Simone, scrivi:

    …ho il privilegio di lavorare tutti assieme per un anno su quello che ancora non ho scritto oppure ho scribacchiato oppure nemmeno ho in mente

    No: per candidarsi alla Bottega bisogna presentare un progetto. Quindi almeno qualcosa “in mente” bisogna pur averlo.

    Scrivi anche:

    …(e mi viene da ridere visto che praticamente [gli editori] non fanno il loro mestiere ma stampano e basta dopo che altri gli hanno vagliato la pappa..)

    Il primo mestiere dell’editore è scegliere. E’ un fatto che, negli ultimi vent’anni, il lavoro di vaglio si è sempre più spostato dagli editori ad altri soggetti (agenti, scuole, concorsi eccetera). D’altra parte, nello stesso periodo è aumentato di molto (di quanto? Non saprei; ma tutti gli operatori dicono che è aumentato di molto) il materiale da vagliare.

    Scrivi anche:

    …qui non si parla di “letteratura” mi pare….

    Ho risposto a un articolo nel quale si parlava solo di soldi, e non sono andato fuori tema.

    Virginia, scrivi:

    Trovo però sgradevole l’idea che, per accedere all’agenzia letteraria e/o all’editore di un certo peso, l’autore debba passare obbligatoriamente attraverso la valutazione costosa del manoscritto o entrare in una scuola ben collegata.

    E infatti non è obbligatorio passare per queste vie. Tuttavia quel che dice Simone è forse esagerato, ma descrive quella che a me pare una decisa tendenza.
    Tuttavia domando: se un’agenzia impiega alcune ore di lavoro di un dipendente o di un consulente per la lettura e valutazione di un testo, questo è un costo. Nel momento in cui le persone che mandano un testo diventano centinaia e migliaia, un’agenzia può farcela a sostenere tale costo?
    Esempio. X riceve mille testi l’anno. Di questi, tre vengono pubblicati. Mettiamo che X faccia dei buoni contratti: ciascun autore riceve un anticipo di 15.000 euro. Come agente, X incassa quindi, nell’anno, tra i 4.500 e i 6.000 euro (tra il 10 1 il 15% degli anticipi). Mettiamo che X paghi 50 euro ogni scheda di lettura di un dattiloscritto: 1.000 dattiloscritti corrispondono a 50.000 euro. Quindi la perdita secca di X, nell’anno, è circa dieci volte tanto il suo fatturato. Ovvero, X fallisce di brutto.

    A me non interessa difendere chi si fa pagare mille euro per una schea di lettura (magari fatta fare a un collaboratore pagato 50 euro). Costoro sono indifendibili. Ma ogni attività economica, se non trova una sua sostenibilità, va a remengo.

  17. luciamarchitto Says:

    La questione mi sembra un gatto che si mangia la coda: gira, gira e ritorna sempre allo stesso punto.
    Mi spiego: i corsi di scrittura creativa o meglio di retorica servono o non servono, amati o odiati, mai indifferenti, riportano sempre il tutto alla letteratura, o meglio alla qualità della letteratura, qualità di cui si è discusso ampiamente in questo blog e che per sua intrinseca natura è di difficile valutazione in quanto è sempre una questione soggettiva come soggettiva è il concetto di bellezza ad essa strettamente collegata.
    Sarebbe certamente opportuno che questa materia fosse insegnata nel luogo più idoneo: la scuola, e fosse insegnata già dalle elementari. Ma in Italia questo non avviene. Ci si potrebbe impegnare per far sì che questo avvenga, nel frattempo ci si può avvalere dei tanti corsi proposti, oppure studiare per conto proprio.
    Io scrivendo (come tanti credo) mi sono resa conto che:
    – tantissime cose le ho imparate leggendo
    – che imparo scrivendo e che quando smetto per un certo periodo poi faccio molta più fatica a dire quello che voglio dire in un modo che mi soddisfi
    – che la solitudine dello scrittore è una condizione che a volte penalizza, perché se è vero che si scrive in solitudine è pur vero che spesso si ha bisogno di un confronto affinché la cosa che stiamo scrivendo ci appaia con più chiarezza
    – che quando segui un’idea occhi, orecchie, olfatto, tatto, gusto sono fortemente concentrati sull’idea stessa tanto che a volte fai fatica a staccarti dall’idea e a guardarla dall’esterno.
    I corsi di scrittura possono aiutare a uscire dalla solitudine e a guardare ciò che si sta scrivendo attraverso gli occhi degli altri. Questo non vuol dire che poi scriverai con gli occhi degli altri, soltanto farai delle riflessioni e alla fine sarai sempre tu a decidere.
    E’ anche vero, forse, che i corsi possono produrre scrittori che scrivono tutti alla stessa maniera, è un rischio che corre colui che non ha ancora maturato un proprio stile di scrittura o colui che comunque scrittore non è.
    Per quanto riguarda la bottega il commento di Simone mi ha, come dire, illuminata, su un aspetto che non avevo considerato: si serve su un piatto d’argento il lavoro già bello e pronto all’editore. Che male c’è? Oserei dire: nessuno, ma poi riflettendoci si capisce che così facendo un editore andrà a cercare dove è sicuro di trovare qualcosa di pubblicabile, senza sprecare tempo e denaro. E tutti gli altri che non possono permettersi la bottega o un’agenzia o altri corsi? E chi invece preferisce la solitudine della scrittura? Cosa ne sarà di loro?
    Certo la bottega produce pochi testi all’anno, ma dopo l’esperienza di Mozzi magari sorgeranno altre botteghe.
    E’ anche vero che uno scrive e basta senza pensare agli editori, agenzie, botteghe e quant’altro.
    E’ anche vero che uno può fare a meno di scrivere.
    E’ anche vero che il talento è sprecato se lasciato inaridire sulle proprie radici.
    Ma, mi chiedo: esiste veramente il talento? Non è piuttosto la volontà di fare a crearlo?
    E allora si ritorna al punto di partenza: servono o non servono i corsi di scrittura?

  18. Sabrina Greco Says:

    Personalmente credo che chi si avvicina ad una Scuola di Scrittura debba innanzitutto avere veramente voglia di dire qualcosa, amando la scrittura come mezzo preferenziale d’espressione. Ho frequentato un corso con il maestro di Scrittura Giulio Mozzi, ed ho cercato e trovato stimoli e strumenti per affinare e rendere più efficace l’esposizione e il mio “stile narrativo”, abilmente indotta alla riflessione su alcune dinamiche di produzione, e al confronto.
    Quanto all’aggettivo “creativa”, penso che, volutamente, esso sia rafforzativo del concetto stesso di buona scrittura, in quanto quest’ultima è di per sé, nell’atto di posta in essere, creativa.

  19. Morelle Rouge Says:

    Forse non ho saputo formulare bene quel passaggio meno serio, espresso non a caso tra parentesi. Lei aveva scritto che né Casadei né Falco né Walter sono diventati scrittori grazie ai corsi di scrittura. Io ho riflettuto su questa affermazione e mi sono detta: “Appunto, forse ciò è dovuto a un fatto: che certi autori non sono diventati autori pubblicati perché usciti da scuole di scrittura, ma perché avevano trovato con altri mezzi la propria cifra individuale”. Riguardo all’eventuale risposta di un bravo autore uscito da una scuola di scrittura, sospetto che non se la sentirebbe di sputare nel piatto in cui ha mangiato e che direbbe che la scuola gli è stata fondamentale. L’ho detto anch’io dopo una scuola di specializzazione in altro ambito, ma la verità è che anche senza quella scuola avrei potuto fare il lavoro che faccio. Però si tratta di un’altra realtà e forse l’esempio non è pertinente.
    Ad ogni modo, non me la sento di dare il via a un’eventuale polemica sul contenuto del mio primo commento, che ho scritto di buon cuore e con sincero interesse all’argomento.
    Continuerò a seguire i suoi post su questo blog, adesso che lo conosco.

  20. virginialess Says:

    “A me non interessa difendere chi si fa pagare mille euro per una schea di lettura (magari fatta fare a un collaboratore pagato 50 euro). Costoro sono indifendibili. Ma ogni attività economica, se non trova una sua sostenibilità, va a remengo.”
    Concordo. Nessuna difficoltà a prevedere una “giusta” retribuzione (a proposito, esiste una cifra più o meno standard?) per il lavoro svolto. Tuttavia la vox populi collega i testi pubblicati dai cosiddetti big a poche note agenzie dai costi molto elevati. E le loro schede, a quel che leggo in giro, non sarebbero poi tanto accurate. Ma – chiedo – c’è in giro un autore il cui manoscritto sia arrivato solo soletto e con buon esito sul tavolo dell’editore almeno medio?
    Quanto alle scuole, a parte la dislocazione ( a Roma è nota soltanto Omero) e i costi ( di alcune), male non fanno, per carità. Tuttavia, “pescando” i nuovi autori quasi esclusivamente là dentro, credo si rischi proprio quel “professionismo di cantiere ” di cui parla Battig.
    Tanti autori ben ben collocati, mi scusino gli addetti ai lavori, la mostrano con chiarezza questa loro origine. Non mi sembra un pregio…

  21. Simone Battig Says:

    Tendenzialmente io mi faccio domande da vent’anni. Qualche risposta l’ho trovata per quel che vale. Molte non le ho trovate e mi pare che dipenda dal “fattore umano” (spesso più negativo che positivo) che incide sui processi culturali in Italia.
    Riguardo la letterartura bisogna confrontarsi con ciò che di nuovo si affaccia e cominciarne a definire anche, forse, un nuovo modo di intenderne la qualità e i mezzi (io ho provato a immaginarmi qui un percorso: http://samgha.wordpress.com/2012/03/01/unita-di-misura-per-costruire-insieme-una-nuova-definizione- di-letteratura-addio-addio-e-grazie-per-tutta-la-carta-una-provocazione-sul-campo/)
    Assieme agli altri samghiani ci stiamo anche interrogando su cosa percepiscano i lettori quando leggono e se leggono e abbiamo provato ad usare i classici per farlo ( qui i primi dati per esempio http://samgha.wordpress.com/2012/04/25/i-classici-che-fingiamo-di-aver-letto-la-nostra-top-ten-2-i-primi-dati/ )

    Tutto questo per dire che comunque è inconcepibile questa voglia di frequentare corsi di scrittura quando a me pare che la capacità media di comprensione di un testo dei lettori sia drammaticamente scaduta (e per lettori intendo anche gli operatori culturali che leggono praticamente e recensiscono solo le cose che gli compaiono tutte uguali sulla scrivania via posta)….qualcuno che voglia scrivere dovrebbe almeno essere in grado di leggere ad ampio spettro..cosa che non mi pare che accada qui da noi…però accade che un numero impressionante di persone voglia scrivere romanzi o libri di narrativa….non sarà dovuto a qualcosa che chi si occupa di cultura ha dato ad intendere?
    Il talento esiste secondo me, ma non esiste il talento senza disciplina che è una cosa che vuol dire molte cose ma non certo pago perché posso, scrivo, mi faccio l’agente, pubblico per un grande editore.
    Qui non siamo in america ma vogliamo usare gli stessi schemi scimmiottando come sempre le cose malamente, le scuole di scrittura nostrane (private) non sono certo i corsi di scrittura creativa delle università americane che sono inseriti in tutt’altro contesto culturale e istituzionale. Avere un agente letterario qui ti farà sentire molto scrittore figo americano e magari ti permette anche di pubblicare ma “la correttezza professionale” che c’è in america dove se per caso presenti un tuo parente in azienda sei marchiato a vita come indegno e rischi pure di perdere il lavoro dubito che sia uguale in questo paese e a mio avviso, dopo vent’anni di colloqui, le decisioni qui vengono prese quasi sempre sulla scorta di considerazioni “sulle persone e le loro opinioni” non sui testi che scrivono. Provate a dire ad un editore che quello che avete scritto va bene così come l’avete scritto e che non avete voglia di fare il gaglioffo in giro a librerie a ciarlare di quello che avete scritto e pubblicato perché se volevate ciarlare non vi mettevate a scrivere un libro di 200 pagine ma andavate in televisione direttamente a fare il pirla…. e vedrete come sarà contento di pubblicarvi e promuovervi :D.
    Io inizierei a distinguere tra letterature come racconto nel primo pezzo linkato, forse il mezzo tecnologico stavolta ci salverà. Che sia il caso di cambiare strada comunque non è che lo dico io, lo dicono i numeri e anche i conti degli editori, ma evidentemente come per tante altre cose in questo paese si vive ancora nelle negazione…

  22. enrico Says:

    (forse stancamente)
    1. non ce la si può fare: ancora e ancora, un laboratorio di scrittura creativa viene considerato (sempre comunque) come una fabbrica di merce al consumo: produrrebbe scrittori, al posto di dentifirici o merendine… nessuno si chiede perché i numerosi corsi di tango non creino a tambur battente dei portentodi tangueiri, a livello nazionale e internazionale…
    2. Bel passaggio del Mozzi; umanamente caldo e coinvolto; il paragrafo sul talento e la fiducia (“Ovvero: il talento probabilmente se uno ce l’ha…”) Una allieva ha scritto e distribuito un breve suo testo ad amici e conoscenti, che in parte ha pensato e composto in un laboratorio tenuto dal sottoscritto. In una dedica mi ha considerato come “generatore di fiducia”. Che incanto!
    Enrico Ernst

  23. Sabrina Greco Says:

    A mio avviso sarebbe preoccupante se un Corso di scrittura fosse l’unico modo per far arrivare all’editore o al consulente editoriale la propria opera. Ma a quel punto dovrebbe essere messa in discussione la serietà dell’editore. Credo che qualsiasi editore serio sia interessato soprattutto alla qualità del prodotto proposto; a costituire in maniera sostanziale il fatturato di una azienda è sempre la vendita e la fedeltà al target.
    Poichè così non è (anche se è indiscutibile la maggiore opportunità di visibilità offerta), e cioè un corso rappresenta soltanto uno dei canali attraverso i quali proporsi a un editore, non vedo il motivo per cui sindacarne la bontà se è presente una esigenza e una risposta qualificata e autorevole, o criticare coloro che, fortunatamente, a quei corsi possono partecipare.
    Quando acquisto un libro del costo di euro quindici, penso a quanto costa un pacchetto di sigarette o una ricarica telefonica minima, e a quanto effettivamente dovrebbe allora costare una opera. Faccio quindi considerazioni su prezzo e valore, interrogandomi su cosa il contesto che cerca di avvolgermi vuole che io consideri giustamente prezzato.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Un’altra ripresa, secondo me interessante, dell’articolo di Silvia Truzzi nel blog Jumpinshark qui.

    Virginia, scrivi:

    Nessuna difficoltà a prevedere una “giusta” retribuzione (a proposito, esiste una cifra più o meno standard?) per il lavoro svolto.

    Il lavoro di redazione di schede di lettura è, di solito, pagato malissimo. Cinquanta euro (lordi) è, per quel che ne so, una cifra standard.

    Tuttavia la vox populi collega i testi pubblicati dai cosiddetti big a poche note agenzie dai costi molto elevati.

    Non capisco. L’agente letterario campa prelevando una frazione dai guadagni (tra il 10 e il 15%) degli autori che rappresenta.

    Ma – chiedo – c’è in giro un autore il cui manoscritto sia arrivato solo soletto e con buon esito sul tavolo dell’editore almeno medio?

    Se “solo soletto” significa “senza passare per un’agenzia o una scuola o un premio per inediti”, allora: Mariolina Venezia, Alessandra Sarchi, Tullio Avoledo, Vitaliano Trevisan, Claudio Rigon, Alberto Garlini sono autori che hanno fatto il loro primo libro presentandosi direttamente all’editore (ovvero a me, in quanto consulente di questo o quello editore; qualche volta si presentarono a me su indicazione di altri, a es. Avoledo su consiglio di Mauro Covacich suo concittadino, conosciuto in effetti in un corso di scrittura). Diego De Silva, dopo un romanzo pubblicato con un piccolo editore (“La donna di scorta”, Pequod), ne spedì un altro a Einaudi e firmò un contratto in pochi giorni. Cito questi casi non perché siano particolarmente significativi, ma perché li conosco abbastanza da vicino da essere sicuro di quel che dico.

    Simone, scrivi:

    è inconcepibile questa voglia di frequentare corsi di scrittura quando a me pare che la capacità media di comprensione di un testo dei lettori sia drammaticamente scaduta

    Condivido l’impressione. Ho cercato di proporre iniziative di formazione alla lettura; raramente ho potuto avviarle; spesso sono andate deserte.

    Scrivi ancora:

    …le scuole di scrittura nostrane (private) non sono certo i corsi di scrittura creativa delle università americane che sono inseriti in tutt’altro contesto culturale e istituzionale.

    Vero. Ricordo peraltro che le università statunitensi sono per lo più private.

    Lucia, scrivi:

    Sarebbe certamente opportuno che questa materia fosse insegnata nel luogo più idoneo: la scuola, e fosse insegnata già dalle elementari. Ma in Italia questo non avviene.

    Concordo sulla prima frase. Un po’ meno sulla seconda: non sono più i tempi di Lettera a una professoressa. Qualcosa è cambiato.

    (Chiedo scusa per gli appunti telegrafici: ma sto scrivendo negli interstizi tra la lezione, il viaggio in treno ecc.).

  25. virginialess Says:

    Tuttavia la vox populi collega i testi pubblicati dai cosiddetti big a poche note agenzie dai costi molto elevati.

    Non capisco. L’agente letterario campa prelevando una frazione dai guadagni (tra il 10 e il 15%) degli autori che rappresenta.

    Non sono stata chiara, mi scuso. L’agenzia subordina l’eventuale rappresentanza dell’autore alla valutazione a pagamento di un manoscritto. I costi mi sembrano elevati. Si tratterebbe del percorso più agevole verso l’editore di un certo peso. Sono lieta di leggere la testimonianza di esperienze differenti.

  26. enrico Says:

    A Simone. L’adagio “non si può scrivere senza leggere” vive. Ergo. Un laboratorio di scrittura diventa, anche, io penso, un laboratorio di lettura (per esempio, attraverso consigli e brevi analisi di testi). Ma – al contempo – scrivendo si diventa lettori diversi: più attenti, più consapevoli, interroganti. Per giocare a pallone magari mi devo vedere qualche bella partita; ma diventerò uno spettatore di partite di calcio molto più attento e “critico”, con un livello maggiore di convolgimento, se anch’io giocherò a pallone in una squadretta (capirò quel takle o quel dribbling non solo con gli occhi e con la testa ma anche con il “corpo”: perché io stesso avrò provato a fare un takle o un dribbling)…

  27. Sabrina Greco Says:

    Ciao Enrico, a proposito di lettura e scrittura, di letterati e non letterati, se vuoi ricevere gratuitamente qualche minuto e più di intelligentissimo buonumore, ti consiglio la poesia “Lu poeto” di Tiziano Scarpa, il grande autore veneziano che in più occasioni ha voluto la riflessione sulla poesia inedita, non riconosciuta, evitata e non raccolta, degli uomini inediti.

  28. enrico Says:

    nun ci comprenno che c’azzecca cu lo duscurso, ma grazia mille mille a vossignoria Sabbrina pe lu consiglio, che mi fice così tanto piaciri leggere stu poema du lu poeto, m’arrinchino!

  29. nicoct74 Says:

    C’è anche il rischio di vendere false speranze: se mi è consentito un paragone “calcistico”, non è allenandoci 18 ore al giorno che riusciamo a diventare bravi come Maradona. Se manca quel quid, non ci sono molte speranze…
    Secondo la mia opinione, s’intende.
    Un saluto a tutti e complimenti.

  30. luciamarchitto Says:

    in effetti sono troppi anni che manco dalla scuola per cui sicuramente questa è cambiata, però se fioriscono tutti questi corsi di scrittura vuol dire che l’offerta formativa della scuola non è sufficiente oppure che si fa solo nelle scuole dell’obbligo o solo in alcune scuole, alle università forse negli indirizzi tipo DAMS (si chiamava così una volta a Bologna ora non so) che sono più attinenti al teatro e quindi alla drammaturgia e non propriamente alla letteratura.
    Per quanto riguarda un corso di scrittura è chiaro che se non è un servizio pubblico (anche quello tra l’altro si paga) bisogna pagare, il quanto sarà stabilito in base alle ore e alla qualità del docente.
    La questione dei soldi mi pare una cosa scontata, c’è chi offre un servizio e c’è chi lo compra, e non è obbligatorio, ma una libera scelta.

  31. Sabrina Greco Says:

    Oooohhhhhh! Ma sei bravissimo!!!

  32. Giulio Mozzi Says:

    Virginia: se guardi il conto ipotetico che ho fatto prima (in fondo a questo commento qui), vedi che se un agente decide di prendere in esame tutti i testi che riceve, anche pagando molto poco il servizio di lettura, rischia molto seriamente di andare in passivo (e quindi di chiudere l’attività).
    Per questa ragione ha senso, soprattutto difronte al moltiplicarsi delle persone che si propongono (ricordo: io, personalmente, ricevo da due a quattro romanzi al giorno: più di mille l’anno), chiedere una certa somma per la pura e semplice lettura. Contando che un testo va:
    – ricevuto,
    – archiviato (per non perderne le tracce bisogna fare una qualche scheda con i dati minimi),
    – talvolta fotocopiato o stampato (carta, toner),
    – mandato al lettore di turno (ev. via posta),
    – letto;
    – e che il lettore deve scrivere una scheda di lettura, mentre l’agente deve scrivere una lettera di risposta all’autore;
    la mia opinione è che una “tariffa di lettura” per un agente potrebbe stare attorno ai 250 – 300 euro (più iva). Di più, mi pare troppo. Di meno, mi viene il dubbio che il servizio non sia buono.

    Ci sono finte agenzie letterarie (che di solito usano autodefinizioni del tipo: agenzia di servizi letterari, agenzia di servizi editoriali) che non fanno il lavoro tipico dell’agente (ossia: non rappresentano autori presso gli editori) ma vendono
    – servizi di lettura,
    – servizi di editing.
    Queste finte agenzie letterarie vanno semplicemente evitate, per le ragioni che ho cercato di spiegare più volte (l’ultima qualche giorno fa).

    Una cosa che si dimentica spesso è che se un agente o un editore ti dice che il tuo lavoro non è buono, o addirittura non vale nulla, il più delle volte (benché non sempre, come la storia dimostra) ha ragione; e la cosa migliore che potresti fare è: dedicarti ad altro.

    Nico, scrivi:

    non è allenandoci 18 ore al giorno che riusciamo a diventare bravi come Maradona. Se manca quel quid, non ci sono molte speranze…

    Vero. Il primo compito di chi, come me, fa il mestiere di portinaio della Cittadella delle Lettere, è dire a chi non ha quel “quid”: tranquillo, non entrare, non provarci neanche; lascia perdere.

    Ovviamente è perché faccio questo che, quotidianamente, in pubblico e in privato, mi prendo insulti (e talvolta – è successo venerdì scorso – minacce). In particolare mi sento dire: “Ma chi è lei, per decidere se uno ci ha o non ci ha il quid?”.

    E io rispondo: non sono nessuno. Ma sono qui in portineria, e cerco di fare il lavoro meglio che posso.

  33. Andrea D'Onofrio Says:

    “la Bottega di narrazione 2012-2013 costa 2.200 euro. Offre 192 ore di lavoro in aula. Possiamo fare la divisione: fanno 11 euro e 46 centesimi l’ora. E’ un costo “esorbitante”?”

    Possiamo ragionare quanto vogliamo sul “prezzo giusto”, ma la verità è che il prezzo lo fa il mercato.
    In azienda noi facciamo corsi di formazione: anche noi siamo sugli 11 euro l’ora. Il settore è diverso (sicurezza sul lavoro e formazione professionale accreditata), non confrontabile alla scrittura creativa, ma è molto difficile andare oltre.

    Per me non è un costo esorbitante, ma popolare. Se è cosi basso, nonostante la presenza del valore aggiunto Giulio Mozzi, vuol dire che è un mercato abbastanza inflazionato.

  34. gian marco griffi Says:

    “Ma chi è lei, per decidere se uno ci ha o non ci ha il quid?”.
    “E io rispondo: non sono nessuno”.
    Risposta sbagliata, Ser Mozzi.
    Una risposta più giusta secondo me sarebbe:
    “Se non altro sono il tizio cui tu hai inviato la tua schifezza affinché io esprimessi una mia opinione sulla tua schifezza, quindi, se ti dico che è una schifezza, non prendertela con me, prenditela con te stesso quando hai pensato di inviarmi la tua schifezza”.
    O no?
    Per gli insulti: specchio che riflette è formula che superati i dodici anni non credo si possa più utilizzare (inoltre sappiamo che: copulation and mirrors are abominable), quindi niente da fare, bisogna tenerseli (gli insulti).
    Sulle agenzie letterarie: per uno come me, che non ha tempo e costanza di seguire le vicende della propria schifezza, sono una manna. Io sono stato un po’, come posso dire, sfortunato, con la mia agenzia letteraria, ma credo sia un’agenzia seria (poi magari non lo è, io in questo mondo è come fossi un bambino, puro e ingenuo come uno scolaretto – di sicuro c’è che ho pagato poco o niente, manco sessanta euro, se ricordo bene, quindi il ragionamento fu: male che vada non ci rimetto).

  35. Barbara Buoso Says:

    Intervengo a titolo di partecipante a un corso di scrittura creativa (proprio con Giulio, a Trento, presso il Teatro 14), in primis e poi perché ritengo assolutamente “ridicola” l’associazione corsi di scrittura o creativi, come più piace a business. (Suggerisco allora di fare anche il business dei corsi per diventare attori, registi, sceneggiatori, fotografo di scena e – per cambiare visuale – il business dell’outplacement (nessuno ne parla ma, tanto per farvi un’idea, sapete quanto cosa un ‘accompagnamento’ fuori dall’azienda se promosso dal lavoratore aspirante a ‘vita migliore’? 5000,00 euro così spesi: un incontro a settimana per la durata di sei mesi in cui (presso un’agenzia di lavoro interinale) un tutor ti aiuta a scrivere il tuo cv, ma bene, molto bene, mettendo in evidenza le tue reali potenzialità e usando il giusto carattere, non il tuo, quello nel testo. Poi a divulgare il tuo cv, ma non con i soliti canali.. no, su FB e, non sapendo altri nomi di social network, e altri di vario genere e target. Poi, fatto il cv, divulgato, ti fanno vedere come fare un colloquio di lavoro, come vestirti, come mettere le mani (possibilmente tenendole vicine al tuo corpo) e che tono di voce usare. Penserete mica, come ho detto io, che vi dicano a CHI mandare il cv, che vi garantiscano almeno una prova presso un’altra azienda che più o meno opera nel settore di vostra provenienza: nulla di tutto questo. Voi tirate fuori 5mila euro per fare queste belle cose (se volte il contrattino lo posso girare). Altra cosa interessante: sapete quanto, invece, costa all’azienda “portare fuori” il dipendente senza passare dai soliti mezzi vetusti quali licenziamento e mobbing? Per la stessa figura, se la richiesta parte dal datore di lavoro, 20mila euro.
    Quindi: io, datore di lavoro, reputando qualche mio dipendente ‘sprecato’ nella mia azienda (e gli faccio un favore se gli indico la strada che lo porterà alla realizzazione) lo colloco presso un’agenzia di ri-collocamento che gli farà le medesime cose di cui sopra (magari omettendo di dire che non troverà mai più lavoro e quello è un mezzuccio per evitare la causa di lavoro perché quell’azienda ha più di 15 dipendenti) e lo illuderà, attraverso una serie di colloqui assolutamente tendenziosi e truffaldini, che potrà liberarsi di quel posto di lavoro assolutamente avvilente e non alla sua altezza.
    Queste agenzie (nel maldestro tentativo di replicare alcuni modelli stranieri) anche dette di “cacciatori di teste”, a mio avviso (perché le ho frequentate sia da dipendente che da datore di lavoro, non la medesima per correttezza) sono quanto di più avvilente e moralmente scorretto io abbia visto.
    Ora, tornando invece ai cacciatori di testi: premetto che – lo penso – sia giusto fregare chi si fa fregare, alla fine siamo il popolo degli utenti di Vanna Marchi e del suo ridicolo santone.
    Se uno pensa davvero che un sacchettino di sale possa aiutarlo a ritrovare la sua amata.. perché non farsi dari quei 500 euro subito e poi, per i richiami rabbici mensili, altri 100 per un annetto? Alla fine lui non arriverà mai alla sua amata e, nel frattempo, si iscriverà a un corso di scrittura creativa per dare sfogo al suo amore..
    Scherzi a parte.
    Il talento c’è o non c’è, lo penso anche io questo, ma – se fino a qualche anno fa pensavo che quello solo bastasse – ritengo anche che altrettanto importante sia la tecnica, il metodo, le REGOLE e un allenatore, un Coach, non dico mentore perché potrebbe spaventare ma per me è così. E qua entra in campo il professionista della scrittore e io – che sono persona agricola – dico che i fatti parlano, quindi quando mi trovo davanti a un Giulio Mozzi che, tra le tante cose, mi ha permesso (pubblicandolo) di leggere un libro come “Una timida santità” che magari a molti può sembrare insignificante.. beh, io penso che per me sia un onore poter stare con lui ogni tanto e ascoltarlo parlare, citare, raccontare.
    Per me lo è per un altro motivo: credo a tutto quello che mi emoziona e la semplicità di alcune persone toccano.
    Penso a un altro editor di cui non faccio il nome che in dieci anni mi ha solo e sempre risposto “risponderò con calma, servono anni”.. io non l’ho mai sentito.. la realtà è che è troppo impegnato a incensare sé stesso, meglio: incipriarsi sarebbe più corretto dire.
    Forse sono andata fuori tema, come sempre, ma io trovo un po’ da fresconi scrivere certe minchiate.. una cosa che desideriamo tanto non siamo disposti a pagarla?
    Facciamoci sta domanda.
    Una persona che creda, profondamente, (parlo solo di una tipologia di utente: ovvero quello che crede di avere talento e vorrebbe essere scoperto o cestinato definitivamente per sopraggiunti limiti di età) a quello che ritiene il suo unico e ultimo valore non ha il dovere di perseguirlo affidandosi a professionisti?
    Secondo me sì. Sì perché – e qui cito Silvia e Elena del Teatro Spazio 14 – se uno cerca “la grazia” ha l’obbligo di farlo.

  36. enrico Says:

    Maradona e l’allenamento di 18 ore.
    Penso, Nico, che COMUNQUE se vuoi diventare un giocatore di calcio (professionista, semiprofessionista, o forse addirittura se non vuoi sfigurare nel torneo domenicale dell’Arci o della parrocchia) ti devi allenare. Un allenatore ha l’obbligo di dirti: guarda che se anche hai talento ma sei convinto di entrare a freddo in partita, guarda che ti rompi – o comunque ci rimedi una figuraccia. Questa è anche la differenza di certi allievi dei labo di scrittura creativa: sono talentuosi ma – a casa – non si allenano. Meno talentuosi che si allenano, capita che vadano – umilmente – passo dopo passo – un poco più in là. Questo tema marchia anche i limiti di un qualsiasi laboratorio. Io ti consiglio, aiuto, apro vie, ma tu poi devi percorrerle, “fuori” dall’aula…

  37. virginialess Says:

    “Virginia: se guardi il conto ipotetico che ho fatto prima (in fondo a questo commento qui), vedi che se un agente decide di prendere in esame…”
    Avevo visto il conto. La tariffa di lettura che indica mi sembra equa. Ma queste “note” agenzie chiedono di più. Si parte, per es., da 350€+Iva, ma solo se il testo non supera le 200 cartelle standard, poi si raddoppia o quasi. Comunque non era mia intenzione insistere sul “conto della spesa”.
    Mi riferivo alla rappresentanza presso gli editori.
    Trovo prevaricante che l’autore, per “candidarsi” presso un agente, il quale dovrebbe trarre il suo guadagno dai libri pubblicati, debba sempre pagare una scheda di valutazione, quando ne ha magari altre ben fatte da esibire, oppure ha già pubblicato.
    Non pretendo certo che l’agente lo prenda a scatola chiusa o passi le sue giornate immerso nei manoscritti nella speranza di pescare il libro dell’anno, ma si tratta di altro servizio.
    Troverei giusta, per dire, la richiesta di una sorta di tassa di lettura, (modesta, a copertura dei costi reali) da restituire all’autore se il contratto va a buon fine. Dopo tutto l’agente letterario dovrebbe esser interessato a cercare autori validi, o ha cambiato mestiere?

  38. Giulio Mozzi Says:

    Virginia, presso le agenzie letterarie propriamente dette – cioè quelle che fanno il lavoro di rappresentare gli autori presso gli editori – la “tassa di lettura” viene normalmente scontata all’autore se l’agenzia decide di rappresentarlo. Ovvero: ciò che a te sembra giusto ed equo è esattamente ciò che viene fatto dai professionisti seri.
    Un professionista serio non se ne fa nulla di una “scheda di lettura” fatta da qualcun altro. Primo, perché decide se rappresentare un autore solo leggendolo personalmente o facendolo leggere a un proprio collaboratore fidato; secondo, perché se un altro professionista ha scritto una “scheda di lettura”, e ha poi deciso di non rappresentare l’autore, questo è un segnale preciso.
    Il mondo è poi pieno di professionisti non seri, ovvero di non-professionisti. Non è tanto difficile distinguerli dai professionisti seri. Basta – appunto – guardare 1. i prezzi, 2. se quel professionista fa il lavoro di rappresentare gli autori presso gli editori. (Ed eventualmente, 3. quali sono gli autori già rappresentati da quel professionista).

    Faccio un esempio estremo: se uno compera il Colosseo da un tipo che lo abborda per la strada, e poi scopre che è una truffa, non può mica prendersela con l’intera categoria degli immobiliaristi…

    Ancora sui prezzi. Il prezzo del corso di Trento al quale accenna Barbara Buoso è così indicato nel sito dell’associazione che lo organizza (vedi):

    Il costo del corso è di 300 € + 14 € di iscrizione (sono previsti sconti per allievi TS14 regolarmente iscritti e studenti iscritti all’Università degli Studi di Trento)

    Il corso prevede (pause caffè comprese…) 50 ore di lavoro in aula; più una quantità indetrminata di lavoro online. Lascio da parte questa quantità indeterminata. Risultano, ipotizzando che tutti i 24 iscritti abbiano pagato il prezzo pieno (cosa che non è, ma non ho i dati sottomano), 6 euro l’ora. E’ un “prezzo esorbitante”?

    Il Corso fondamentale di scrittura e narrazione che sto svolgendo presso la Bottega di Laurana costa 605 euro per 80 ore di lavoro in aula (più il lavoro online, che non conteggio ecc.). Fanno 7,56 euro l’ora. E’ un “prezzo esorbitante”? E proprio un paio di settimane fa ho deciso di prolungare il corso di ulteriori 16 ore, non previste inizialmente. Si arriva dunque a 6,3 euro l’ora. E’ un “prezzo esorbitante”?

    Mi rispondo da solo. Questi sono “prezzi esorbitanti” se ciò che viene offerto non vale 6 o 6,3 o 7,56 euro l’ora; o se ciò che viene offerto non corrisponde a ciò che era stato promesso.

    Andrea: il mercato è inflazionato? A occhio, direi che c’è un numero piuttosto elevato di persone che si propongono per insegnare a scrivere e narrare.
    La mia impressione è che molte di queste persone non facciano altro che rimestare con un eccesso di euforia luoghi comuni stantii. Ricavo queste impressioni dalle letture dei vari siti, di pubblicazioni, eccetera.
    Il vero discrimine tra chi offre qualcosa di sensato, secondo me, è questo: chi ti dice: “Farò di te uno scrittore” è sicuramente un imbroglione.

    Che cosa io possa offrire nei miei corsi e laboratori e botteghe e quant’altro, uno può capirlo in vari modi. Può seguire “vibrisse”, può leggere i miei libri, può leggersi le mie pubblicazioni sulla scrittura (ce n’è anche di disponibili gratis), può guardarsi le mie videolezioni in rete, eccetera.

    Ovvero: in un mercato che, così a occhio, mi sembra intasato di proposte molto diverse per qualità, scopi, contenuti, prezzi eccetera, la cosa che mi pare più sensata fare è: offrire ai potenziali clienti quante più informazioni possibile. (Tra parentesi: ho l’impressione che non sia un comportamento molto diffuso).

  39. enrico Says:

    Aggiungo una cosa Giulio, e parlo per me, come insegnante di scrittura creativa a Milano e hinterland, da otto anni. In laboratori di una certa durata, per esempio, mi pare giusto offrire una lezione di prova gratuita, per vedere se “scatta la scintilla” e se quello specifico “patto educativo” che propongo interessa, soddisfa… in questa lezione di prova, è – penso – bene (tra le altre cose) mettere le cose in chiaro, scoraggiando idealizzazioni, aspettative malriposte ecc.
    (mi è capitato anche di concedere, in accordo con la struttura dove lavoravo, un mese o due “di prova”, questa volta pagati va da sé, nei quali lo studente prendeva le misure del lavoro da svolgere e della mia conduzione, per poi decidere se la cosa faceva per lui/lei, o meno).

  40. virginialess Says:

    Mi fa piacere che le mie proposte corrispondano al comporta- mento dei professionisti seri.
    Non trovo notizie di questa pratica del rimborso sui siti di Grandi e associati e di ALI, agenzie che vanno per la maggiore: si tratta probabilmente di una consuetudine interna
    Per la prima, alla voce “scrivere e pubblicare” corrisponde la proposta di valutazione approfondita e accurata. Le modalità di rappresentanza suppongo vengano chiarite in seguito agli autori ritenuti idonei.
    Tra i “servizi” di ALI c’è invece la rappresentanza, qualora l’opera – una volta valutata- mostri “i requisiti necessari per essere proposta agli editori italiani”, e se ne chiariscono le modalità.
    E’ naturale che l’agente non possa utilizzare una scheda fatta da altri. Per inciso, esistono servizi di sola lettura, per cui non è detto che essa testimoni il rifiuto della rappresentanza. E’ anche giustificato, come già scritto, che chieda un rimborso per la lettura, a un costo modesto.
    Quel che secondo me non va – ripeto e la smetto – è l’obbligo di comprare ogni volta questa scheda di valutazione “completa”. In teoria, non essendoci un rapporto di causa-effetto tra giudizio positivo e rappresentanza, l’autore rischia di ritrovarsi con tre o quattro schede e nessun agente…
    I corsi e le iniziative di cui scrive, gentile Mozzi, e che seguo per quanto possibile nel web, mi sembrano interessanti e anche oneste. Purtroppo vivo a sud di Roma…

  41. GiusCo Says:

    Credo che Mozzi avrebbe piu’ mercato in ambienti corporate (agenzie di comunicazione, nuovi media, agenzie di pubblicita’, media tradizionali, teatri) … per il mare magnum degli scriventi, vanno bene i festival dell’inedito farlocchi, il self-publishing e lo squatterismo catto-sociale di chi vuole tutto a gratis in nome di talento e diritto divino.

  42. Giulio Mozzi Says:

    Virginia, scrivi:

    Per inciso, esistono servizi di sola lettura

    E ritengo insensato servirsene, come ho già cercato di spiegare qui.

    Scrivi ancora:

    Quel che secondo me non va – ripeto e la smetto – è l’obbligo di comprare ogni volta questa scheda di valutazione “completa”. In teoria, non essendoci un rapporto di causa-effetto tra giudizio positivo e rappresentanza, l’autore rischia di ritrovarsi con tre o quattro schede e nessun agente…

    Un agente che ha un giudizio positivo su un’opera, ne prende la rappresentanza.
    Un agente che dà un giudizio positivo su un’opera, e non ne prende la rappresentanza, mente. O almeno nasconde qualcosa.

  43. virginialess Says:

    La tua opinione è senz’altro fondata e mi conforta, qualora dovessi cercare un agente. In verità non ho esperienza diretta delle situazioni che ho citato. Conosco scrittori esordienti che hanno chiesto una valutazione a pagamento solo per ottenere un giudizio esperto; ho letto giudizi elogiativi di opere ritenute tuttavia disadatte agli editori cui l’agenzia era in grado di rivolgersi. La buona fede dell’autore, che li riportava, o dell’agente che aveva addotto la motivazione, non sono ovviamente garantite.
    Ringrazio per le utili precisazioni.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Virginia, scrivi:

    ho letto giudizi elogiativi di opere ritenute tuttavia disadatte agli editori cui l’agenzia era in grado di rivolgersi

    Un agente letterario è in grado di rivolgersi a qualunque editore ritenga adatto a una certa opera (o meglio: a qualunque editore per il quale ritiene di avere l’opera adatta).
    Non è poi così complicato. Si alza il telefono, si scrive. Se un agente non ha neanche gli strumenti di base (una rubrica del telefono, un paio di annuari ecc.), sospetto non sia tanto professionale.
    Un agente può scegliersi una specializzazione (conosco agenti che si occupano solo di opere di divulgazione scientifica, alcuni solo di autori stranieri da tradurre ecc.). Ma, in questo caso, prima ancora di prendere in mano un dattiloscritto sa se rientra o no nell’ambito del quale ha deciso di occuparsi.

  45. virginialess Says:

    L’espressione “era in grado” è mal scelta. Impensabile che l’agente, pur scalcagnato, manchi di rubriche e quant’altro. Magari il genere non era richiesto in quel momento, oppure egli rappresentava altri autori simili… Qualche motivazione plausibile – sempre accettando la buona fede – potrebbe anche esserci.
    La morale della conversazione, per l’autore esordiente, mi sembra questa: se un’ agenzia “seria”, pagata la famosa scheda, non esprime un giudizio positivo e non si offre di rappresentarvi, buttate via il dattiloscritto. Esagero?

  46. Giulio Mozzi Says:

    Se il giudizio dell’agente è: “Questa roba fa schifo”, è un conto. Se il giudizio dell’agente è: “Qiuesta roba è discreta, ma non abbastanza buona da proporla in giro”, è un altro conto.

    Consiglierei, semplicemente, questo: se si ha tanta fiducia in un qualcuno da dargli dei soldi, forse ha senso fidarsi del suo parere.

  47. virginialess Says:

    Certamente. Il problema, dibattuto da molti esordienti, è la motivazione iniziale. Pochissimi ci tengono a spendere in pro di un successo letterario assai ipotetico; quasi tutti coloro che si rivolgono alle agenzie letterarie ritengono di intraprendere la via privilegiata per accostare un editore di qualche rilevanza.
    Se il primo giudizio è discreto, c’è la tentazione (apportata qualche miglioria) di proporsi altrove, pagando così una seconda valutazione. Scelte e percorsi che, a quanto si legge nei forum, mettono in crisi molti scrittori.

  48. Carlo Says:

    L’arte è studio ed esperienza

  49. sarmizegetusa Says:

    Io tutta questa (eterna) discussione fatico a capirla.

    Si guardi ad esempio questo tariffario: http://www.scuolascicampitello.it/tariffe/
    Qualcuno oserebbe metterlo in discussione solo perché quasi nessuno, tra coloro che hanno frequentato tale scuola, è divenuto un professionista del settore?
    Mi par che alla base della eterna polemica sulle scuole di scrittura vi sia un fraintendimento – una confusione tra pagare per imparare delle cose e un ipotetico pagare per diventare qualcosa – io, per dire, scuole di scrittura non ne ho fatte ma ho fatto quella scuola di scì là e avendo imparato ad andare sullo snowboard decentemente (rispetto al mio purtroppo scarso talento di snowboardista) mi ritengo soddisfatto, anche se non mi inviteranno mai al Burton European Open.

    Una postilla: mi sembra anzi che – se i dati relativi a monte-ore e tariffe riportati dalla giornalista del Fatto corrispondono a realtà – codesti corsi di scrittura siano piuttosto economici.

  50. Giulio Mozzi Says:

    Vanni (Sarmi ecc.), per quel che ne so le tariffe pubblicate da “Il fatto” corrispondono a realtà.

  51. riccardo garau Says:

    Cazzo, c’è gente che spende 20.000 euro per lavarsi due rughe di merda e poi si devono leggere certe cose. caro Giulio, non dovevi rispondere a quell’articolo. Chi scrive certe puttanate non è in grado di cogliere il senso delle tue parole. Siamo alle solite. quando si fa qualcosa di buono, c’è sempre qualcuno che si mette di traverso, sbandierando ai quattro venti il possibile “lucro del prossimo”. Vorrei sapere quanto ha preso (lei) per quell’articolo, ma, sopratutto chi le ha “insegnato” a fare la giornalista in quel modo. Certo che ci vuole talento per scrivere grandi opere, ma la tecnica è indispensabile. Peccato che sono lontano e non ho il becco di un quattrino, altrimenti non me ne perdevo uno di Corso di scrittura CREATIVA.
    Vorrei dire alla giornalista, e spero che legga questo messaggio; Carissima… guarda che non sei obbligata a essere così meravigliosamente presente a te stessa davanti al fatto compiuto. In altre parole: non è obbligatorio essere così idiota. Grazie Giulio per quello che fai, e per la tua buona fede.

  52. Sabrina Greco Says:

    Ma che garbo, Riccardo…! Non si offende il lavoro di una persona. Si ribatte, se non si è d’accordo. Giulio, infatti, ha fatto così. Poi, sai, è la realtà a dare ragione o torto, sono i fatti, e, nel caso di Giulio Mozzi nessuno può mettere in dubbio preparazione e autorevolezza. I suoi corsi sono richiesti e seguiti comunque, al di là di un articolo, ed è persona onesta, stimata, amata, e forse invidiata. Sei sicuro di essere in buona fede? Non mi pare che la giornalista abbia offeso nessuno. Tu sì.
    Con molta umiltà dovresti considerare pure il fatto che per essere ammessi a frequentare il Corso, come probabilmente non hai letto, il tuo progetto deve essere ritenuto interessante.

  53. riccardo garau Says:

    Cara Sabrina, di tanto in tanto mi capita di chiamare le cose con il proprio nome. non sempre, ma mi capita. Rileggi l’articolo apparso su Il Fatto. Ti accorgerai che le vere offese sono in quelle colonne. Espresse con garbo, come dici tu, e ti dirò, se lo leggi distratta, sembra quasi freddo e distaccato. Sembra scritto da un dattilografo del Senato, che si limita a scrivere quello che viene detto in aula. Il segreto è usare un po di verità, come per esempio i costi dei corsi, e dividerla in un mare di illazioni. Se lo leggi distratta sembra tutto vero, perché ti da dei dati preciso, poi però lo rileggi e ti accorgi che chi lo ha scritto può essere male informato, per usare un po di garbo. Per quanto riguarda la mia buona fede, be… non sono sicuro. Sono sicuro però che ho scritto quello che penso,e chi scrive quello che pensa non scomoda ne la buona ne la mala (fede). Buon Primo Maggio Sabrina. Buon Primo Maggio a tutti.

  54. Giulio Mozzi Says:

    Riccardo: le informazioni che l’articolo di Silvia Truzzi sono, per quel che ne so, tutte esatte. Certo: l’articolo parte da qualche presupposto di senso comune, e questo deforma il tutto. Ma l’informazione, per l’appunto, non fa altro che elaborare e rispecchiare il senso comune. Il lavoro dei giornali è questo. (Non sto dicendo che deve essere questo; sto dicendo che lo è di fatto). E quindi l’articolo di Silvia Truzzi non mi sembra né migliore né peggiore di qualunque altro articolo.

  55. Sabrina Greco Says:

    Attento a non cadere in contraddizione, Riccardo.

    A me l’articolo della giornalista mi è sembrato provocatorio.

    La provocazione è stata accolta, mi pare, e pure bene.
    Potrebbe sembrare così (all’opinione pubblica), Pago dunque scrivo. Così non è.
    Potrebbe essere pure, nell’intento della giornalista, un’analisi situazionale da cui si potrebbe temere un possibile input dante origine la nascita di scuole di scrittura ad opera di gente non poi così qualificata, a costi ancora minori, e cioè facendo decollare un vero e proprio business di mediocrità.
    La cosa importante, a mio avviso, è che ci sia comunque l’obiettivo di imparare a scrivere bene – la cosiddetta buona scrittura -che si senta il desiderio quindi di una elaborazione e di un’espressione del sé in qualcosa che resta.
    A me questo piace, vuol dire che non c’è assopimento di menti, passività, lettura di quanto proposto senza voglia di partecipazione. Che si avverta un’esigenza culturale è significativo ed è un elemento fortunato.
    Spesso considero tutti i tentativi di distoglimento delle menti dall’attività. Lodevole l’azione di stimolo e l’impegno degli operatori culturali, in un oggi così devastato, nel far sentire l’importanza di partecipazione alla cultura.
    Starà poi agli esperti del settore giudicare la validità di quanto proposto. Intanto, la voce delle persone si propone con relativi punti di vista, dando un quadro sociologico variegato attendibile di fermenti, idee e modo di elaborazione del contesto reale. Che non è poco.

  56. Marisa Salabelle Says:

    Non ho nulla da ridire sulle scuole, i laboratori e le botteghe di scrittura, né credo che chi le frequenta debba necessariamente diventare (o pretendere di diventare) uno scrittore che pubblica. Quello che penso, però, è che, attualmente, per chi vuole pubblicare i propri scritti e non ha conoscenze o non è già famoso per qualche altra ragione (ad esempio un attore, un calciatore, una soubrette) la via di tali scuole sia pressoché obbligata. Bazzicando un po’ la rete ci si accorge che coloro che da esordienti riescono a pubblicare sono molto spesso allievi delle scuole di scrittura, incoraggiati e sponsorizzati dai loro insegnanti: questo può voler dire che le scuole insegnano veramente bene, ma anche che se non si è passati di lì, non c’è verso. Ogni casa editrice si sta organizzando: io non discuto sul fatto che l’allievo debba pagare per frequentare il laboratorio o bottega che dir si voglia, discuto sul fatto che sia diventata una forma mascherata di editoria a pagamento. Se non hai soldi (o voglia o tempo) da investire in una scuola di scrittura, non c’è verso che tu ottenga attenzione. A Giulio poi vorrei dire qualcosa che ho provato a dirgli tramite mail, non ricevendo alcuna risposta: ti ho mandato un dattiloscritto, ho dovuto inviartelo due volte perché il primo invio pareva non essere andato in porto; non ho mai ricevuto risposta e ho dato per scontato che il testo non fosse stato ritenuto, da parte tua, interessante; ma poiché hai più volte ripetuto su questo blog che ti si possono chiedere notizie via telefono o mail, ti ho inviato due mail alle quali non ho ricevuto alcuna risposta; da qui mi sono nati dei dubbi sul fatto che tu legga, effettivamente, tutto, come di solito asserisci. Io, per conto mio, sono ben disposta a ricevere giudizi critici sulle cose che scrivo; quello che non sono disposta ad accettare sono frasi lapidarie e indiscutibili come “orribile”, “fa schifo”, “zeppo di errori”, perché so bene che così non è.

  57. sarmizegetusa Says:

    @Marisa non concordo. Oggi esiste Internet. Se un autore scrive cose sensate, e ne scrive molte, con ritmo costante (diversi dimenticano che uno dei requisiti quasi indispensabili per “fare lo scrittore” è scrivere un sacco), non ha che da aprire un blog sincronizzarlo con twitter, tenerlo aggiornato coi suoi scritti e frequentare un po’ a sua volta la scena dei blog letterari, e prima o poi qualcuno lo noterà. E anche se nessun editore lo noterà direttamente, si costruirà una reputazione per pubblicare qualche brano sui vari Nazione Indiana, Carmilla, Il Primo Amore, Le parole e le cose, Scrittori precari (o Vibrisse…), e da lì una reputazione tale da proporsi a un piccolo editore serio (in Italia ce ne sono, mi pare, non pochi), che magari gli pubblicherà un libro, e poi fatto quel libro, che se è buono qualche altra piccola attenzione la riceverà, si sarà costruito una reputazione tale da farsi ascoltare da un medio o grande editore.
    Pur con tutte le falle, questo “sistema” mi pare tenga (l’osservazione della biografia letteraria di molti contemporanei non usciti dalla TV ti confermerà lo scenario da me dianzi descritto) – il problema è forse piuttosto che molte persone non hanno voglia di sbattersi così tanto.
    Lo scopo per il quale uno si iscrive a una scuola di scrittura dovrebbe essere innanzitutto quello di sviluppare tale capacità di sbattersi (la disciplina conta quanto il talento, anzi di più); il fatto che poi magari, di fronte a un preclaro talento, l’insegnante possa diventare un “contatto”, mi pare solo un possibile bonus aggiunto.

  58. Marisa Salabelle Says:

    Effettivamente, questa del blog è un’idea alla quale sto pensando da un po’.

  59. maryonn Says:

    Un paio d’anni fa ho fatto un corso di scrittura creativa. Non ho mai pensato di diventare scrittrice ma di poter scrivere in un italiano migliore, cosa particolarmente difficile per chi fin da bambina ha usato molto il dialetto veneto, che è molto sgrammaticato.
    E’ un’esigenza che dovrebbero sentire molti miei corregionali, insieme a quella di leggere di più e di combattere quello che molti anni fa un mio professore chiamava “analfabetismo di ritorno”.
    Si spendono tanti soldi in sciocchezze, spendere qualcosa per la cultura penso che sia una cosa positiva ed auspicabile.

  60. enrico Says:

    @ Maryonn. Eppure, nei corsi di scrittura creativa che tengo da qualche anno, mi interessa tantissimo recuperare (quando esiste diciamo così) la dialettalità dei miei allievi… e così siamo andati a vedere quanto – a volte – l’italiano abbia amputato delle potenzialità espressive assolutamente eccezionali. Parlo dei dialetti come di fiumi carsici, per cui a volte l’italiano è una crosticina sottile, sotto la quale si agita un ribollire incredibilmente potente. Ma la scuola, per esempio, ha respinto questi “demoni”, che sono tuttavia vitali, da qualche parte “laggiù”. E quando li “sdogano”, capita che i miei allievi rompano la crosticina e si aprano a una dimensione che pensavano – a causa di potenti spinte repressive – preclusa – o avevano semplicemente rimossa. Si danno persino momenti di sconcertante verità. Aperture di voce.

  61. Rossella Monaco Says:

    Tornando al lavoro degli agenti, volevo solo specificare che alcune agenzie non chiedono tassa di lettura a nessuno, ma propongono un editing allo scrittore dell’opera in cui credono. Ciò non vuol dire per forza vendere un editing (anche se esistono dei casi simili), potrebbe essere semplicemente un modo di variare l’offerta, fornendo all’autore un servizio sul testo oltre alla rappresentanza, piuttosto che far pagare la tassa di lettura. Detto questo non condanno le agenzie che hanno una tassa di lettura, semplicemente volevo scardinare l’equazione: proposta di editing=vendita di editing fine a se stessa, che so essere molto diffusa. Nel caso qualcuno l’avesse fatta dentro di sé o esplicitamente…

  62. GiusCo Says:

    Tirando le somme di post e commenti, sono ancora piu’ convinto che il tariffario dell’albo degli psicologi sia il piu’ indicato per lavori che girano intorno alla scrittura creativa e a maggior ragione mi preoccupo per chi affida a chi non e’ competente (anche dal punto di vista psicologico, oltre che stilistico) le proprie “aperture di voce”.

  63. Simone Battig Says:

    @vanni/sarmezi…
    Ho l’impressione che tu stia confondendo il sistema che è andato bene per te con un sistema che possa andare bene per tutti.
    Non è che se uno usa parole chiavedell’oggi tipo: internet, scrivere tanto, sbattersi (cosa significa’ Conoscere tante persone?)Blog tipo Nazione indiana, piccolo editore bravo etc etc che si usano tra la’ltro da vent’anni vuol dire che il sistema tutto sommato regge…regge? Ad esempio secondo te il sistema della distribuzione dei libri regge? Il giornalismo e la critica letteraria reggono? I lettori reggono?
    Mah… io ho l’impressione opposta, mi pare che nulla si regga se non sulla finzione..e nonostante la finzione non si riesca a produrre letterarura ( e lettori..).
    sarò matto io.

  64. Marisa Salabelle Says:

    non avevo avuto voglia di fare la solita polemica, però, dato che Simone ha fatto un commento che condivido, voglio aggiungere il mio: internet, i blog, i piccoli editori che poi portano a quelli grandi… forse per qualcuno può essere veramente una strada praticabile, ma in linea generale no. Internet è intasato di blog di sedicenti scrittori (l’ho già detto: è un po’ che ci penso anch’io, ma poi mi chiedo a quale scopo, se non quello della mia personale vanità), le riviste pubblicano solo chi vogliono pubblicare, “se sei bravo sicuramente riuscirai”, io a questo non credo, vedo che riescono tanti che bravi non sono (anche certi bravi, ovviamente) e immagino che ci sia gente capace che però resta al palo.

  65. gian marco griffi Says:

    A quale scopo un blog? Perché è una valvolina di sfogo per poveri cristi amanti delle lettere; inoltre perché per tante cose, ringraziando il cielo o il caso, non deve necessariamente esserci uno scopo, un ritorno, un rendiconto. Le si fanno, e basta. Così io, se avessi tempo, mi iscriverei alla mia bella scuola di scrittura, pagando quel che c’è da pagare.
    Perché? A quale scopo? Perché di cucina me ne frego, e di bricolage, botanica e arredamento pure.

  66. maryonn Says:

    @enrico Non rinnego il dialetto, il problema è che io non so né leggere il veneziano né scriverlo, come la maggior parte di noi veneti, anche se verbalmente usiamo il dialetto.
    Per cui è l’italiano la nostra lingua scritta, ed è giusto tenerlo in allenamento con lettura e scrittura.

  67. GiusCo Says:

    Sull’esperienza di blog / concorsi —> piccolo editore serio —> eventuale grande editore –> collaborazioni di livello & ipotetica prosperita’ : dipende da cosa si cerca dalla scrittura, da come ci si colloca nell’agone contemporaneo delle idee e di quale barca socio-politica ci si sente adatti a farsi rematori (per appelli, iniziative comuni, prese di posizione e tutto quel che condividere uno spazio pubblico alfine comporta). E’ una via percorribile e percorsa da alcuni con successo, ma non si adatta a tutte le condizioni di partenza, a tutte le indoli e a tutte le possibili aspettative sul senso del proprio scrivere.

  68. sarmizegetusa Says:

    @Simone: ammetto che l’esempio portato partiva dalla mia esperienza personale, ma è pur vero che non è solo la mia.
    Detto questo, mi riferisco soltanto al “sistema” – brutta parola ho scelto, ammetto pure questo 🙂 – che porta all’eventuale emersione di un autore privo di contatti (tanto presenti a priori quanto eventualmente acquisiti tramite sfoggio di talento presso una scuola di scrittura), non al sistema editoriale, letterario, culturale nel suo completto.
    Pur avendo visto ogni tanto libri buoni che non trovavano editore, non ho mai visto (ma non scrivo che da pochi anni, e da ancor meno mi interesso di editoria, e dunque la mia visione è davvero *molto* limitata) un solo capolavoro che non trovasse casa… Non mi sembra che il problema in Italia sia che non si pubblicano le robe (al contrario, se ne pubblicano un monte), né mi paiono occulti i metodi (quello da me riportato è solo uno, il mio) per provare a ottenere tale risultato.

  69. sarmizegetusa Says:

    @GiusCo perfettamente d’accordo – a parte la prosperità, che, lungi dall’essere anche solo ipotetica, non c’è proprio ^_^

  70. sarmizegetusa Says:

    “completto” (tipo Jovanotti) – intendevo ovviamente “complesso”.

    chiedo venia

  71. Simone Battig Says:

    @vanni
    Io invece dopo vent’anni penso di averne viste e sentite abbastanza. Per quella che è la mi esperienza personale il sistema culturale italiano è il contrario di quello che dovrebbe ispirare il concetto di cultura: prendersi cura cioè, e condivisione.
    Hai perfettamente ragione che si pubblica troppo..ma di chi è la colpa? E come mai visto che si pubblica troppo troppi buoni autori non trovano spazio a discapito di gente che pubblica solo per vanità (non mi piace la parola ma non ne trovo un’altra..).
    Credo anche che parecchi capolavori non abbiano trovato spazio in italia, sia di scrittori italiani che stranieri…il concetto di capolavoro è un po’ troppo alto…diciamo che libri che dovevano venire pubblicati molto molto prima di certi altri sono stati ignorati o pubblicati troppo tempo dopo o dopo che lo scrittorie era morto. Possiamo partire da Morselli e Coccioli e arrivare dritti fino ad oggi, senza contare che oggi come oggi pubblicare per un editore piuttosto che per un altro fa veramente la differenza tra avere un libro letto o avere un libro che nemmeno raggiunge le librerie (le librerie virtuali hanno “davanti” gli stessi libri delle librerie reali quindi non allargano lo specchio di possibilità di lettura dei lettori..addirittura lo riducono semmai..).
    Se si vuole pubblicare degnamente in Italia bisogna che tu sia una di quelle persone che più che alla scrittura pensa a presentare quello che scrive, a frequentare i posti giusti, ad essere amico e collaborante del pensiero unico cultural letterario..c’è anche chi finge bene…e c’è chi si fa usare consapevolmente per coprire determinate fette di pubblico ( i finti ribelli insomma).
    I corsi di scrittura, così come sono strutturati oggi svolgono egregiamente la parte del gioco dando da lavorare e farsi belli un po’ a tutti. I blog personalistici sono inutili, i blog collettivi che fingono di parlare di libri ma in realtà parlano di tutto come i giornali e rilanciano più o meno sempre gli stessi gruppi di geni sono inutili. E se fino a qualche tempo fa i blog dedicati alla poesia erano utili per portare attenzione devo dire che basta fare un giro in rete per rendersi conto che da “tutti scrittori” ora gli italiani son diventati tutti poeti… forse perché si sono accorti che a scrivere una poesia ci si mette meno tempo che a scrivere un romanzo :D…e dimenticando come sempre che per scrivere forse una sola grande poesia ci vuole una vita, la propria, fingendo che sia vera.

  72. Giulio Mozzi Says:

    Rossella, scrivi:

    …alcune agenzie non chiedono tassa di lettura a nessuno, ma propongono un editing allo scrittore dell’opera in cui credono

    Se un agente crede in un’opera pur ritenendola imperfetta, può proporre un lavoro di editing. Ma se lo propone a spese dell’autore io già comincio a insospettirmi.
    Il profitto dell’agenzia letteraria – ripeto e ripeto – viene dal prelievo di una percentuale sui guadagni dell’autore. Non da servizi venduti all’autore.
    (La “tassa di lettura” è una necessità per molti agenti, per le ragioni già dette; e non deve diventare fonte di profitto).

    Marisa: il problema è semplicemente il tempo. Chiedo un po’ di pazienza.

  73. Rossella Monaco Says:

    Non capisco. Se la tassa di lettura è una necessità per molti agenti per le ragioni dette (e siamo d’accordo), e un’agenzia decide di non applicarla per differenziare l’offerta e decide piuttosto di “far entrare” quei soldi fornendo, oltre alla lettura, anche un editing, che differenza c’è? Poi certo, come dici tu, il profitto di un’agenzia viene dal prelievo di una percentuale sui guadagni dell’autore.

  74. Giulio Mozzi Says:

    Per la ragione che ho cercato di spiegare qui, Rossella.

  75. sarmizegetusa Says:

    @Simone credo che a dette questioni abbia ben risposto Lagioia in questo commento: http://www.minimaetmoralia.it/?p=5566&cpage=1#comment-56871

  76. sarmizegetusa Says:

    @Simone credo che a dette questioni abbia ben risposto Lagioia in questo commento: http://www.minimaetmoralia.it/?p=5566&cpage=1#comment-56871

  77. Simone Battig Says:

    @vanni
    Vorrei fare una battuta perciò prendila (prendetela) per quello che è, ma visto che il citato lagioia e il metodo del chiedere in giro (sempre lo stesso giro..) mi ha fatto sorridere la devo fare (dico subito che non ho letto i libri delle due autrici citate così nessuno pensi che io voglia dire più di quello che la battuta dice).
    Metodo Lagioia:
    Lagioia esce dalla sua stanza in Minimum fax e in corridoio incontra Christian Raimo. Subito, seguendo il suo metodo di ricerca dei libri chiede a Raimo “Se hai qualcuno che scrive bene dimmelo, segnalamelo che non abbiamo niente da leggere di quelle mille cose arrivate. Raimo ci pensa un attimo, pensa pensieroso e poi si illumina “Mia sorella!” e ualà ecco veronica raimo pubblicata da minimum fax.
    Il giorno dopo ospiti a radiotre fahreneit si incontrano per parlare dell’editor color indaco Lagioia, Flavio Soriga e l’editor di einaudi stile libero..Lagioia chiede subito a Soriga “Segnalami qualcuno da leggere..che dei 3000 manoscritti in casa editrice di analfabeti non ne trovo uno di leggibile perché non è ecosostenibile la cosa…”.
    Soriga ci pensa un attimo, pensa pensieroso e poi s’illumina “Mia sorella!”, al che interviene l’editor di einaudi stile libero dicendo “Cavoli liberi, stavo giusto pensando che volevo pubblicare il libro di una ragazza a Roma..” e ualà il libro di Paola Soriga ambientato a Roma viene pubblicato da stile libero einaudi :D.

    Una cosa è certa, di quello che dice Lagioia. Che nessuno ha scoperto Morselli ma il primo libro di narrativa l’hanno pubblicato quelli di adelphi l’anno dopo che è morto e che si..non esistono solo gli esordienti..ma non mi pare che le case editrici si affannino a cercare altro o a formare dei veri cataloghi di autori…per il resto secondo me non si tratta di scoprire il nuovo proust..troppo facile difendersi così…si tratta di alzare il livello medio di quello che si legge tanto per cominciare…poi se capita un Proust tanto meglio….

  78. GiusCo Says:

    Battig, sei tremendo, ma il mestiere di cui si parla in topic & commenti (e di cui anche tu parli) e’ diverso dalla vocazione, che presuppone una ferita o -ad uno stadio ancora piu’ avanzato- una barbarica autostima. Non sono sicuro che i piu’ accorti degli scriventi cerchino il primo, quanto piuttosto la messa in forma della seconda: scoprire se ce l’hanno e, in caso affermativo, metterla in forma propria.

    Mi pare che Mozzi, partendo da presupposti suoi (sinteticamente: il Bello), punti allo stesso risultato -con un occhio alla mercatabilita’- e giustamente chiede quanto debba valutarsi tale servizio, fornito professionalmente. Mozzi e’ un coraggioso rispetto alla pratica social-letteraria corrente che denunci e merita rispetto: gli costerebbe molto meno mettersi nel giro, nei festival dell’inedito farlocchi e nelle stamperie a pagamento della vanity press.

    Purtroppo ai vocati, poveri loro, non si possono non ricordare gli eterni versi in musica di Bob Dylan: “How does it feel / How does it feel / To be on your own / With no direction home / Like a complete unknown / Like a rolling stone?” Temo che gli schei siano sul lato mestiere invece che sul lato vocazione. Infatti, noi non abbiamo ferite o le abbiamo guarite e come i monatti siamo ora indifferenti al dolore.

  79. fabio painnet blade Says:

    Bravo Battig! Il dialoghetto di Soriga è una istantanea devastante sul livello informativo e comunicativo vigente, in cui si rimescola una brodaglia immangiabile che andrebbe appellata in un solo modo: rivoltante. Il sistema edtoriale e i suoi metodi selettivi (arbitrari) fanno schifo! degni di un paese feudale coi suoi imprescindibili vassallaggi.
    Ma la sbobba viene pur sempre ingurgitata da qualcuno. Disperazione? delirio di onnipotenza? Ci prende @Giusco – a mio avviso – quando dice ‘tutto e subito nel nome del talento e del diritto divino’. E’ lì che magnano il gatto e la volpe.Ovvero nella pretesa del ‘tutto e subito’ e del campo dei miracoli che in tanti propongono.

    In quest’ottica, vedo particolarmente azzeccato anche l’intervento di virginialess: manca il rapporto di causa effetto fra giudizio positivo e rappresentanza (nel senso lato del termine). Lo ripeto, ‘rapporto di causa effetto’. Questo semplice concetto aprirebbe un capitolo drammatico sulla possibilità/esigenza di un dibattito in cui si tratta il problema dell’arbitrarietà di giudizio delle opere. Ma questo mio convincimento, mi ha fruttato soprattutto una interminabile sfilza di ingiurie, per cui chiudo qui ogni ulteriore considerazione.

  80. virginialess Says:

    Vedo che la discussione è andata avanti e, a mio avviso, si sono mescolati i diversi spunti, che forse giova mantenere distinti.
    Provo a rimetterli in ordine, in modo da avere (io medesima) le idee più chiare.

    – scuole di scrittura: se ben condotte e a prezzi ragionevoli, possono giovare. C’è chi le frequenta per proprio diletto personale e chi allo scopo e/o nella speranza di facilitarsi l’esordio di autore. Poiché tutte quelle di cui ho notizia danno conto degli allievi pubblicati, nasce nella mente dell’esordiente il sospetto (malevolo) che l’impossibilità – logistico/economica di avvicinarle costituisca un grave handicap.

    – agenzie letterarie: offrono servizi che non dovrebbero sovrapporsi. La scheda di valutazione, l’editing e la rappresentanza presso gli editori sono cose diverse, da fornire in base a specifica richiesta.
    Passi una modesta tassa di lettura – accettata la tesi che l’agente non possa visionare gratis montagne di testi in cerca dello scrittore giusto, anche se sarebbe il suo lavoro- ma è deplorevole la manifesta intenzione di trarre comunque profitto dall’esordiente.

    – web e dintorni: interessante e anche utile per seguire (o talvolta scoprire) eventi letterari di ogni genere, dei quali sicuramente accresce la visibilità. Non credo possa al momento sostituire, per l’autore in cerca di lettori, i percorsi tradizionali.
    Leggo di alcuni exploit eccezionali generati dalla rete, per cui si può sempre sperare nel miracolo, ma in genere il blog letterario e le pubblicazioni digitali in genere – per chi non è già noto – affondano nel gran mare di internet.
    Neppure ho notizia di piccoli editori capaci di vendere molto grazie al web. Un buon libro che non approda sui soliti scaffali grazie alla consueta distribuzione, per quanto citato nei siti, non scalerà le classifiche…

  81. Giulio Mozzi Says:

    Naturalmente quella di Battig su Raimo, Soriga e le rispettive sorelle è solo una favoletta. La cosa si può osservare anche con altri occhi:
    – se in Italia si pubblicano 60.000 novità l’anno, qual è la probabilità che tra gli autori di queste novità vi siano delle coppie? (Es.: fratello/sorella, moglie/marito, figlio/madre, cugino/cognato, eccetera).

    Virginia: l’impossibilità di frequentare l’università pubblica – per ragioni economiche o logistiche – rappresenta un grave handicap per uno che voglia fare l’ingegnere, il medico, l’insegnante di scuola media o il progettista di pacemaker.

    Non sarebbe esatto sostenere che tutte le scuole danno conto degli allievi pubblicati: io ho pubblicamente dichiarato che Casadei, Falco, Walter non sono certo “diventati scrittori” per aver frequentato i corsi presso Lanterna Magica.

    Ci si potrebbe domandare per quanti autori nuovi, sul totale degli autori nuovi, sono arrivati alla pubblicazione tramite una scuola di scrittura. Io non lo so.

    Non concordo con l’affermazione: “le agenzie letterarie offrono servizi che non devono sovrapporsi”. Direi piuttosto che le agenzie letterarie devono offrire il servizio di rappresentanza; e tutti quelli che offrono la redazione di schede di lettura, gli editing al buio (cioè: senza un editore), eccetera, vanno guardati con un certo sospetto.

  82. fabio painnet blade Says:

    @gm dice: “- se in Italia si pubblicano 60.000 novità l’anno, qual è la probabilità che tra gli autori di queste novità vi siano delle coppie

    Se il punto di vista fosse quello oggettivo e insindacabile della probabilità statistica, non staremmo qui a perderci in chiacchiere. ma chi conosce la materia sa bene che affrontare calcoli del genere è un po’ come chiedere a un uomo a quanti anni ha fatto l’amore per la prima volta o di quantificare le sue performance sessuali sulla base di quanto racconta al bar, con gi amici. E trillallero…
    Inoltre c’è da dire che i dati in questione (peraltro non verificabili e quindi manipolabili) sono nelle mani di chi non ha alcun interesse a pubblicizzare una questione del genere. Detto ciò, è indubbio che un valore probabilistico sarebbe perfettamente computabile, sebbene nessuno si sia mai preso la briga di farlo. Chissà perché…

    Chi si appella dunque con leggerezza a questo tipo di calcolo (ripeto: oggettivamente non attendibile) dimostra di non avere idea di cosa sia la statistica o di operare/parlare in assoluta mala fede. Naturalmente la presunzione di onestà, che implica il rispetto per il prossimo, induce ad accantonare questa seconda, malevola supposizione.

    io cmq non sottovaluterei il sospetto di Battig. Come si dice: chi pensa male fa peccato ma il più delle volte c’azzecca.

  83. fabio painnet blade Says:

    tecnicamente le cose stanno così:
    Statistica insegna che il calcolo deve avvalersi del seguente dato:
    Quanti scrittori di talento possono nascere in una famiglia ?
    O anche quanti pittori o scultori.
    Si prendano dunque alcune decine di scrittori affermati e gli si domandi quanti fratelli o cugini con le loro stesse qualità si contano in famiglia, quanti cioè hanno ottenuto il loro stesso successo letterario. Valutiamo quanti fratelli di Alberto moravia, di o di umberto eco hanno goduto di analogo o anche minor fiducia editoriale; oppure quanti fratelli di Pasolini compaiono nelle antologie scolstiche, o quanti di Palazzeschi. In mancanza di fratelli mettiamoci dentro anche i cugini o chi volete voi. In questo modo potremmo crearci un piccolo campione (statisticam attendibile) molto utile ad indicare la riproduzione in scala del dato globale che intendiamo indagare (cioè il dato reale). Alla fine potremmo tranquillamente affermare, nella certezza di non essere smentiti, che la probabilità di trovare coppie di parenti (di pari o minor talento) fra coloro che inviano un manoscritto ad una casa editrice è assai bassa.
    Ed ecco negata, in numeri, l’affermazione che si voleva lasciar passare nel precedente commento.

    Statistica a parte per il resto si può pure concordare con GM

  84. Giulio Mozzi Says:

    Fabio, la differenza tra il tuo e il mio ragionamento è che tu giungi a una conclusione che è un’affermazione sulla realtà; io mi limito a suggerire che un altro punto di vista è possibile (e non affermo nulla). (E Simone ci ha proposto una storiella di sua invenzione).

    Sono peraltro convinto – su base empirica – che “la probabilità di trovare coppie di parenti (di pari o minor talento) fra coloro che inviano un manoscritto ad una casa editrice è assai bassa”. Ma, in effetti, se siamo a conoscenza di due coppie (fratello/sorella) di autori che hanno pubblicato, considerato che si pubblicano 60.000 novità all’anno, be’: due coppie su 60.000 opere pubblicati è un numero assai basso, no? Attendiamo peraltro notizia su altri casi.

    Tra gli autori dei testi che ho ricevuto da sempre a oggi, credo che la relazione più frequente sia quella dell’amicizia. Mi ricordo una coppia fratello/sorella; due coppie genitore/figlio; tre coppie moglie/marito; una coppia cognato/cognata.

  85. manu Says:

    fine 2011: mauro corona presenta il suo ultimo romanzo ‘come sasso nella corrente’ assieme a matteo corona, il di lui figliuolo, che esordisce con un romanzo ‘nelle mani dell’uomo corvo’

  86. Giulio Mozzi Says:

    Ci sono anche i Carofiglio, Gianrico e Francesco. Sono parenti?

    (D’altra parte la faccenda è antica: pensate a Pietro di Dante che commenta l’opera del padre…).

  87. Sabrina Greco Says:

    Manu, che bello ritrovarti. Ho ancora il tuo romanzo Un pomodoro sull’Hardenbergstrasse e le tue tre poesie illustrate. Conservo tutto con molta cura.

  88. manu Says:

    ehm…sabrina, presumo tu ti rivolga a me, la manu di due commenti fa. se è così mi dispiace dover deviare il tuo ‘che bello ritrovarti’ fa un effetto davvero piacevole sentirselo dire ma… it’s a mistake!

    in ogni caso, non dovessi essere io la manu che pensavi fossi e che intendevi salutare (fermatemi!), mi incuriosisci su quel pomodoro. che fine fa? 🙂 e le poesie illustrate? si possono leggere/vedere da qualche parte?

    eh… romanzo. poesie.. e pure illustrate.. roba da ricchi. già.
    un saluto

  89. gianni biondillo Says:

    LA tua pazienza, Giulio, è ammirevole.
    Io, detto per inciso, sono fra quelli che ha mandato il manoscritto,d a perfetto sconosciuto. E l’ho pubblicato.
    E, ve lo dico senza piaggeria, avrei volentieri seguito un corso di Giulio, se ne avessi avuto l’opportunità.
    (magari mi iscrivo quest’anno!) 😉

  90. virginialess Says:

    Anch’io – per quel che vale – sono stata pubblicata da un piccolo editore mai visto; frequenterei con vivo interesse (l’ho già scritto) almeno un corso del gentile Giulio, che mi fa un’ottima impressione.
    La sua replica (“l’impossibilità di frequentare l’università pubblica – per ragioni economiche o logistiche – rappresenta un grave handicap per uno che voglia fare l’ingegnere, il medico, l’insegnante di scuola media o il progettista di pacemaker”) questa volta mi sembra “pericolosa”.
    La laurea – università pubblica o privata riconosciuta – è d’obbligo a causa del valore legale tuttora attribuito ai titoli di studio. Vogliamo estenderlo agli scrittori?
    Per il resto, mi limitavo a riportare opinioni molto diffuse tra gli esordienti.

  91. Sabrina Greco Says:

    No, manu, ora mi interesso ad altro.
    La roba da ricchi, poi, non mi è mai piaciuta.
    Ultimamente scrivo, senza pretese, racconti di fantascienza e mi stupisco dinanzi agli “idioti dell’orrore” (ne ho appena scritto uno alla fermata del tram, in stazione, su ispirazione. Mi piacciono moltissimo i libri del mio corregionale Giancarlo De Cataldo. Magistrato).
    Poi, con la leggerezza e la fortuna di una farfalla ulissiana, sono entrata in due ferramenta chiedendo notizie sulle caratteristiche del piombo.
    Ma non vorrei sembrare ridicola e inquinare il meraviglioso fiume culturale di una persona che stimo a che amo molto con cose così tanto personali… Il bellissimo romanzo di Manuela Ardingo mi è stato inviato del tutto gratuitamente.

  92. manu Says:

    sabrina (e poi chiudo per non aprofittare dello spazio in cui sono ospite) per ‘roba da ricchi’ intendo ricchezza INTERIORE, talento puro. dunque per pochi, per come la vedo io. nient’altro che questo.

    ho trovato dove si può leggere qualcosa di questa manu. so cosa intendi quando scrivi che ti è stato inviato gratuitamente. il mio non era un tono denigratorio. mi spiace per come lo hai inteso. forse sbaglio tutto, mi scuso se ti ho fatto intendere qualcosa di negativo. non è facile a volte capire le persone tra i commenti in un blog. rinnovo il saluto. manu io.

  93. sarmizegetusa Says:

    @simone via ho bell’e capito che qui mi tocca la parte dell’avvocato del diavolo… 🙂 vuole il caso che i libri di Veronica Raimo e Paola Soriga li abbia letti tutti e due di recente, e sono due ottimi esordi. Hanno trovato maggior facilità nella pubblicazione in virtù della parentela delle autrici? Credo piuttosto che abbiano trovato maggior facilità nella proposizione, quello sì, ma poi, insomma, un editore, se un libro non gli garba, mica lo fa. Sono convinto che quei libri sarebbero usciti lo stesso. Magari più tardi, magari per un editore più piccolo, ma sarebbero usciti. Perché sono buoni libri. Mentre questo tizio dal manoscritto d’oro, e che tuttavia non scrive su riviste, non scrive su giornali, non partecipa a concorsi per esordienti (né quindi li vince), non tiene un blog – ma nel cassetto ha n°1 manoscritti d’oro, io non l’ho mai visto.

  94. fabio painnet blade Says:

    Ciò che garba agli editori non garba ai lettori, evidentemente. Altra affermazione su un dato reale.

  95. Sabrina Greco Says:

    Non chiedo di essere capita. Sarebbe come chiedere di amarmi. Non tutti sono disposti.
    Non sapevo che i ricchi fossero interiormente puri. Cara manu, la ricchezza, per come la intendo io, e per come oggettivamente ora è, è cosa sì labile… e permette comunemente cose labili, che non lasciano il segno. Ci vuole infatti molta intelligenza per gestire correttamente e con onore molto denaro, e soprattutto, il buon senso di comprendere che se i soldi son veramente tanti, non possono essere considerati del tutto propri; si hanno quindi delle responsabilità di progettualità.
    Auspico un mondo in cui la “ricchezza interiore”, il talento, allora, possano essere considerati “roba per poveri”, che sono di più, e la cultura per definizione è rivolta proprio a tutti, non è di nicchia…
    Per quanto ne so io, ci son poeti che scrivono poesie sentendo il profumo di un pomodoro appena colto quando al mattino la piantina è ancora più odorosa. Esprimono un senso… E non pubblicheranno mai. Per diversi motivi. Ed hanno piedi sporchi di terra buona e l’onestà sulla faccia. Eppure quelle poesie sono belle. Ed hanno cultura, loro, talento, ma non sono (stupidi, riconosciuti) nozionisti.
    Non sono illustrate, non sono rilegate in un libro, quelle poesie, chissà pure se sono scritte o solo dette appena, come un sussurro.
    Credi che basti pubblicare per poter dire di avere puro talento e ricchezza INTERIORE?
    Ricorda, poi, che io non sono mai in mala fede, anzi, ma so difendermi in maniera straordinaria. I voli sono imprevedibili, persino quelli delle farfalle.
    Ringrazio di cuore Giulio. Chiudo anch’io.

  96. manu Says:

    sabrina, scusami, ma non hai capito niente di quello che ho scritto. ma proprio niente. ti lascio alle tue convinzioni, e al tuo pulpito. stop

  97. Simone Battig Says:

    @vanni
    Ti credo sulla parola. E probabilmente quei libri visto che sono così buoni come dici sarebbero usciti lo stesso. Ma io ponevo l’accento sul fatto che c’è una bella differenza tra l’uscire per un editore piccolo e regionale ed Einaudi Stlie libero o minimum fax, per quanto si possa stimare il lavoro dei piccoli editori e magari i lettori forti vadano con grande fatica a cercare i loro libri….il problema italiano è tutto nel far arrivare i libri ai lettori..e lì il problema grande, ma gli editori contribuiscono a crearlo, non certo a risolverlo, anche ingolfando il mercato…
    L’altro aspetto che ponevo con questa questione è il fatto che editor ed editori ragionano solo in termini di esordienti…ma che significa..ma il lavoro dell’editore non dovrebbe essere quello anche di pubblicare scrittori e basta anche se hanno già pubblicato…? O no? Questa tendenza è ridicola e fa parte di una delle tante mode che abbiamo passato negli ultimi vent’anni..tutte fallimentari.

    @giusco
    Ho conosciuto Mozzi nel 1995. So bene come la pensa e so quello che ha fatto nel mondo dell’editoria. Lui sa bene come la penso io e sa ben quello che ho fatto nel mondo dell’editoria.
    Non condividiamo le stesse azioni pur condividendo alcune idee..poche.

    In finale l’affermazione “L’editore se uno libro non gli garba non lo fa..” non mi ha mai convinto..gli editori di oggi hanno duemila motivi che molto spesso non hanno a che vedere con il vendere libri o diffondere cultura per “stampare” libri..qualsiasi libraio o peratore del settore può dirvi perché gli editori stampano tanto…perché gli conviene a livello economico e anche aggiungerei di occupazione degli spazi. Sono un po’ come le banche, a cui conviene far chiudere le piccole attività anche con i debiti..tanto dopo un tot loro rientrano comunque dei soldi grazie ai meccanismi fiscali dello stato…ecco perché non gli importa molto se tu produci o non produci…per fare un esempio..credo che gli editori la pensino allo stesso modo….

    Biondillo, sono quelli come me ad avere pazienza…molta pazienza. Non tu e nemmeno Giulio, anche questo (intendo vibrisse e nazione indiana) fa parte del vostro lavoro pagato, nel senso che vi serve per continuare a fare il vostro lavoro facendovi pagare per altri lavori. A me no.

    un abbraccio a tutti e mi taccio che ho rotto abbastanza.

  98. Giulio Mozzi Says:

    Virginia: no.
    Mi limito a notare che le ragioni economiche o logistiche possono impedire di frequentare la facoltà di ingegneria o una scuola di narrazione. Ma, grazie al cielo, è possibile scrivere prima e pubblicare poi buoni libri anche senza frequentare una scuola di narrazione; mentre è impossibile firmare progetti di edfici senza una laurea in ingegneria.
    Ovvero: il peso della discriminazione economica è molto più pesante per gli aspiranti ingegneri che per gli aspiranti scrittori.

    Simone: confermo. Molte tra le opportunità di lavoro che ho avute negli ultimi dodici anni (ma non il rapporto con Stile libero, ci tengo a dirlo) nascono da vibrisse.

  99. Marisa Salabelle Says:

    Dopo una lunga conversazione telefonica con Giulio Mozzi, sento di dover dire qualcosa, a rettifica di un mio precedente intervento: non solo ha letto il testo che gli avevo mandato, ma ha fatto delle osservazioni molto puntuali ed accurate. Sebbene le osservazioni siano state di natura prevalentemente critica, le ho trovate estremamente interessanti e stimolanti. In questo caso devo dire, quindi, che anche se proveniente da persona sconosciuta e “non ammanicata”, il manoscritto ha ricevuto attenzione: almeno stavolta, certi miei sospetti si sono rivelati infondati, e mi scuso per averli formulati. Grazie, Giulio, per il tempo che hai dedicato al mio romanzo e a me, e per la cura con la quale mi hai illustrato le tue impressioni e i tuoi commenti.

  100. fabio painnet blade Says:

    Tutto molto commuovente. mancavano solo i pater ave gloria di penitenza. Bellissimo davvero! merita un titolo:
    Scusa se ho molto peccato, con pensieri, parole, opere e
    omissioni.
    .

    Si scherza eh.

  101. Giulio Mozzi Says:

    Al termine della nostra conversazione ho chiesto io a Marisa Salabelle, considerando ciò che aveva scritto in questa stessa discussione, qui, di intervenire nuovamente per testimoniare che, alla fin fine, dei tanti testi che ricevo, almeno uno – il suo – è certo che io l’abbia letto.

  102. renata Says:

    Per quel che serve, pure io posso testimoniare: dei tanti testi che riceve, anche il mio è certo che Giulio l’abbia letto. Non tutto, ma l’ha letto, proponendomi le sue osservazioni. Non ho osato telefonargli per approfondire e chiedere ulteriori suggerimenti, mi sono accontentata di un suo giudizio veloce. Penso che già questo sia utile e importante (tra l’altro è gratis!).

  103. Simone Battig Says:

    Ecco un’altra istantanea niente male..di oggi..e guarda caso si parla sempre degli stessi :D. Al di là dei nomi il concetto è sempre lo stesso. In Italia non esiste il merito e l’impegno, esiste solo il passaparola di “favore” da amico ad amico e non certo solo in letteratura…. negarlo è essere folli e non voler cambiare le cose.
    Avendo pubblicato 4 libri in quindici anni il posto al Corriere della sera spetta a me tra l’altro, come si evince dall’articolo..ma mi accontento anche della legge bacchelli visto che ho una famiglia da mantenere ;))..o di un posto a radiotre…o al giornale per scrivere articoli come questo. Non so se capite l’ironia…
    http://www.ilgiornale.it/cultura/il_giovin_scrittore_dopo_romanzo_fa_gia_maestrino/31-01-2012/articolo-id=569696-page=0-comments=1

  104. GiusCo Says:

    Boh, la vita e’ dura, molti nascondono la poverta’ estetica dietro la divisa del mestiere ma poveri rimangono, pure al Corriere della Sera. Buona fortuna a tutti.

  105. Giulio Mozzi Says:

    Ma: questo pezzo di Parente mi pare singolarmente privo di contenuti informativi e argomentativi.

    L’argomento più volte sfoderato, del tipo:
    – “Qui, si sa, non solo Steve Jobs sarebbe morto di fame molto prima di morire di cancro…”,
    – “La Oates insegna scrittura creativa all’Università di Princeton, ma da noi non l’avrebbero presa neppure alla scuola Holden,…”
    equivale come potenza logica a
    – “Se mia nonna avesse le ruote, sarebbe un tram”.

    L’argomento
    – “siamo talmente fissati con gli esordi che appena un giovane esordisce non lo si aspetta al varco del secondo o terzo o quarto romanzo ma lo si arruola in qualche importante terza pagina”
    è smentito dal puro e semplice fatto che la maggior parte degli esordienti non scrive in nessuna terza pagina.
    (Basta sfogliare un qualche catalogo).

    Io non credo che sia possibile argomentare i giudizi di valore. Ma una frase come
    – “questi giovani scrivono come reperti degli anni Settanta”
    non è un giudizio di valore, è l’affermazione di un fatto; e se non è argomentata non serve a nulla; e un’affermazione come
    – “Alberto Arbasino, che esordì appena trentenne con Fratelli d’Italia”
    è sbagliata, perché “Fratelli d’Italia” è il terzo o quarto libro pubblicato da Arbasino.

    (Ma Arbasino, da che famiglia veniva?).

    Simone, la tua affermazione
    – “In Italia non esiste il merito e l’impegno, esiste solo il passaparola di ‘favore’ da amico ad amico”
    mi pare un po’ iperbolica.

  106. Simone Battig Says:

    @giulio
    La mia segnalazione dell’articolo di Parente era in linea con la mia storiella divertente…è un’istantanea divertente come la mia, la differenza è che Parente viene pagato per scrivere ste cose sui giornali….e il punto sta anche in questo..quel che critica Parente sta anche in lui e ultimamente c’è questa moda nel mondo intelletual culturale radical chic di gettersi letame addosso a vicenda spesso non accorgendosi che quel che si dice dei comportamenti altrui è riscontrabile anche in chi getta il letame…fanno tutti parte della stessa storia infatti… solo che ora son finiti i soldi e quindi bisogna vedere chi sopravvive…

    Se credi che la mia sia un’iperbole per difetto concordo con te, se invece credi che sia un’iperbole per eccesso credo che tu abbia una visione limitata di ciò che sta succedendo in giro, e non mi riferisco di certo solo al mondo della letteratura.
    Ripeto…basta che uno abbia a che fare con gli strumenti dello stato o guardi ad un settore qualsiasi e coglie esempi a iosa ogni giorno. Vogliamo prendere il ct della nazionale Prandelli che mette il figlio nello staff e si giustifica dicendo “E’ preparato”. E chi lo mette in dubbio…se lo dice papà poi….
    Giulio, anche tu come Vanni all’inizio parti dalla convinzione che quel che va bene per te possa costituire un indirizzo di “sistema”..ma non è così..il problema è che sicuramente qualcuno “per merito” in tutti i campi può emergere (che è la tua posizione apparentemente forte perché non smentibile ma in realtà debole), ma questo ha a che vedere con la teoria delle probabilità (ecco la tua posizione debole, meccanica quantistica, che è un geniale modo di indagare la realtà ultima ma non funziona per il mondo fisico al livello dove operano gli umani e quindi non fornisce nemmeno le domande giuste per questo livello..figurarsi le soluzioni) non con l’organizzazione della vita sociale, civile e culturale di un paese.
    Il problema è che gli italiani sono talmente convinti che sia giusto e sano rivolgersi “all’amico” quando serve qualcosa e il sistema è talmente “irragionevole” che costringe tutti a farlo che non vediamo altre possibilità…
    Solo la notizia della mia morte è alquanto esagerata al momento…

  107. Giulio Mozzi Says:

    Simone, scrivi:

    il problema è che sicuramente qualcuno “per merito” in tutti i campi può emergere (che è la tua posizione apparentemente forte perché non smentibile ma in realtà debole), ma questo ha a che vedere con la teoria delle probabilità…

    No, no, non ne faccio una questione di probabilità. Non sono così tanto pedante da ricordare che per falsificare la tua affermazione basta che si trovi una sola persona che sia arrivata dov’è arrivata per proprio merito.

    Il fatto è, Simone, che conosco un po’ di persone che sono arrivate dove sono arrivate per proprio merito.

    Però, vedi, vorrei prendere la questione da un’altra parte.

    – Vi sono ambienti professionali nei quali si entra per vie formali; altri nei quali si entra per vie intermedie; altri, infine, nei quali si entra per vie del tutto informali.

    Esempio: si diventa magistrati vincendo un pubblico concorso. Vinto il pubblico concorso, c’è il lavoro e il posto sicuro. Questo è un ingresso (molto) formale.

    Si diventa avvocati superando un esame che ammette a un ordine professionale. Ma una volta che si è avvocati, che si ha uno studio con una scrivania tre poltroncine e un telefono, non si ha né lavoro né sicurezza. Questo è un ingresso intermedio: si diventa avvocati per vie formali, ma il lavoro arriva in altro modo: per vie informali.

    Si diventa redattori in una casa editrice perché l’editore, avendo bisogno di un redattore, ha chiesto ad alcuni collaboratori dei quali si fida di segnalargli persone a loro giudizio brave e capaci. Uno di questi collaboratori ha appena saputo che un ragazzo a suo giudizio bravo e capace, con il quale ha avuto occasione di aver che fare un paio di volte, è sul mercato. Telefona al ragazzo, si fa mandare un curriculum e lo gira all’editore. L’editore fa un colloquio al ragazzo, lo trova bravo e capace, e lo prende in prova.

    Qual è il problema dei percorsi informali? Il problema è che fintantoché c’è “crescita”, come la si chiama oggi, finché il mercato è in espansione, i percorsi informali funzionano benissimo. Dall’inizio dell’anno avrò fatto una decina di chiacchierate con persone giovani, con buoni studi, inesperte del lavoro e – così a occhio – intelligenti e volonterose; ho potuto segnalare, peraltro per un lavoro piccolissimo, una sola di queste persone.

    Queste persone giovani mi hanno cercato e trovato attraverso vibrisse o la mia pagina in Facebook. Non sono né amici né parenti.

    Nei momenti di crisi i sistemi di accesso al lavoro informali danno generalmente il peggio di sé.

    Ora: mettendo per un momento da parte il fatto che anche un percorso formale può essere “truccato”, la mia domanda è: ha senso pensare a un accesso formale alle professioni dell’editoria e/o alla pubblicazione ecc.?

    Perché: se il problema è che non si ritiene bene che l’accesso sia informale, è un conto; se il problema è che si ritiene che solo i raccomandati vadano avanti, che tutto sia sbagliato e tutto sia da rifare, allora è un altro conto.

  108. Simone Battig Says:

    Vedi Giulio, quello che scrivi mi fa proprio pensare che hai ragione: il problema è proprio strutturale e generazionale.
    In tutto quello che scrivi c’è la visione di un vecchio mondo “informale” che è quello che ha regolato lavoro e affari in italia da sempre…e i risultati sono sotto gli occhi di tutti..si era talmente tanto informali (e familistici) che si truccavano/truccano anche i concorsi pubblici…:D
    Anche se tu conoscessi 100 persone arrivate per merito, come altrettante ne posso conoscere io questo non vuol dire che il sistema funziona o i metodi informali funzionano perché allo stesso modo si possono citare le mille non arrivate per falsificare la tua affermazione. Ma qui non c’entra la falsificabilità di una teoria perché l’accesso al mondo del lavoro è un diritto sancito dalla costituzione e deve essere paritario per tutti. Un sistema informale non è paritario, non conta se è un sistema simpatico o quanto funziona perché quello che conta è che ci sono persone che hanno più accesso o meno accesso a seconda di troppi fattori. Se una casa editrice o un industria metalmeccanica cerca persone da assumere la ricerca si deve svolgere alla luce del sole tra tutti i possibili candidati tramite un annuncio pubblico, una richiesta di invio di curriculum, dei colloqui di un responsabile del personale e così via..come accade nel resto del mondo (anche ai disoccupati per esempio in sistemi dopo gli uffci di collocamento fanno veramente il loro mestiere….).
    Adesso non vorrei affrontare una discussione oceanica sul mondo del lavoro, ma di sicuro io ritengo che l’accesso non debba essere informale per come lo intendi tu, perché crea disparità e non analizza i possibili candidati meritevoli.
    Tu dici sempre che non lavori per nessuno..bene..quindi a che titolo puoi suggerire qualcuno per un posto di lavoro? Solo a titolo informale, questo vuol dire che tu ragioni e chi te lo chiede ragiona su un limitatissimo raggio d’azione basato sull’estemporanea impressione avuta su X individuo, questo vuol dire anche che oltre a limitare l’accesso c’è anche un altro posto di lavoro in meno, il posto di lavoro di quello che dovrebbe essere pagato per fare il lavoro di cercare e curare il personale di qualsiasi azienda…e questo è uno dei motivi per cui anche i posti di lavoro diminuiscono…l’eliminazione delle figure professionali a favore dell’informale nebulosa di chi si scambia informazioni e nozioni su possibili possibilità…

    “Qual è il problema dei percorsi informali? Il problema è che fintantoché c’è “crescita”, come la si chiama oggi, finché il mercato è in espansione, i percorsi informali funzionano benissimo.”
    Questa tua affermazione ad esempio è sintomo di una precisa visione del mondo, tu credi che funzionino bene e forse funzionano bene nel breve periodo, ma la verità è che non è vero che funzionano bene perché questi sono sistemi che non mettono radici creando procedure di innalzamento dei diritti e dei doveri nel mondo del lavoro e quindi alla lunga si crea solo una catena di “dipendenti” e non di lavoratori.
    Ci vorrebbe un saggio per affrontare la questione, potrei inondare vibrisse di centinaia di link che girano ormai in rete e che segnalano tutte le assurdità legate ad un sistema “informale” di decisione (vedi l’ultima caso della ministra cancellieri e del di lei figlio direttore della fondiara Sai sul caso torre a Milano….).
    ma del resto non sono io a dire queste cose, sono i giovani che ormai da anni emigrano perché all’estero fanno una domanda regolare e ottengono posti di lavoro ed entrano in università prestigiose perché se sono bravi vengono scelti oppure si presentano ad un giornale come nei film americani e diventano giornalisti perché sanno fare il loro lavoro…qui nemmeno ti lasciano entrare in un giornale….
    Io cito sempre come ben sai la famosissima frase che Feltrinelli propone a chi cerca di contattarla per spedire un suo manoscritto e che tutto speiga della cultura civile italiana “Non si accettano manoscritti non richiesti”, in cui la domanda che uno qualunque leggendola si pone è “Richiesti da chi a chi?” e questo lo sanno solo loro credo…. e certo non sono gli unici ad avere in mente un ragionamento del genere quando pensano a loro lavoratori o ai loro futuri scrittori….

    E’ tutto da rifare? Anche qui la risposta è si, è tutto da rifare perché è come se venissimo fuori da un’altra guerra mondiale e presto ce ne accorgeremo tutti credo..bisogna riscrivere assieme le regole, tutti assieme che valgano chiarament e per tutti, formali e informali.

  109. virginialess Says:

    E la cosiddetta informalità risulta ahinoi così diffusa e radicata da essere in buona fede difesa come giusta e umana. Solo un radicale ripensamento etico-politico potrebbe (utopia) riportarci alla normalità.

  110. Pensieri Oziosi Says:

    «Se una casa editrice o un industria metalmeccanica cerca persone da assumere la ricerca si deve svolgere alla luce del sole tra tutti i possibili candidati tramite un annuncio pubblico, una richiesta di invio di curriculum, dei colloqui di un responsabile del personale e così via..come accade nel resto del mondo»

    Forse è bene ricordare come funzionano le cose nel resto del mondo, incominciando ad esempio dall’università, menzionata sempre da Simone Battig nell’intervento successivo. A Stanford, ad esempio, per l’ammissione ai corsi di dottorato è necessario presentare lettere di raccomandazione [1]. Stessa cosa al Politecnico di Zurigo [2]. A Stoccolma [3] invece si accontentano di avere i contatti di tre persone cui andare a chiedere referenze.

    Insomma, se non conosci nessuno disposto a mettere in gioco la sua credibilità su di te, il Ph.D. all’estero te lo puoi scordare. La differenza con l’Italia è che andando a formalizzare la referenza o la raccomandazione si responsabilizza chi ti raccomanda.

    Nel mondo aziendale le cose non sono diverse: se non includi referenze sul tuo CV aspettati che te le chiedano. Aspettati anche che vadano a chiamare chi hai indicato [4]. A meno che non stiamo parlando di lavoro a bassa qualificazione, non sono i responsabili del personale che decidono chi assumere, ma i reporting manager — il personale si limita al massimo a filtrare i candidati — gente quindi che è attiva nel tuo campo.

    Avanzando nel proprio percorso professionale, diventano vieppiù importanti le conoscenze. I vari LinkedIn [5] e Xing [6] cercano di far gioco proprio su questo. A partire da un certo punto, se chi assume non sa già chi sei, diventa molto difficile fare breccia, sei letteralmente un outsider. Fiere, convegni, congressi, incontri di organizzazioni professionali, servono a far conoscere te ancor prima della tua ditta (o dipartimento): tu ci vai per fare networking.

  111. Pensieri Oziosi Says:

    Ecco i link:

    [1] http://studentaffairs.stanford.edu/gradadmissions/applying/documents
    [2] http://www.rektorat.ethz.ch/doctorate/application/application_form_doc.pdf
    [3] http://www.kth.se/en/aktuellt/vacancies/phd-position-in-electric-power-systems-1.307743
    [4] http://www.google.ch/search?q=checking+references
    [5] http://www.linkedin.com/
    [6] http://www.xing.com/

  112. Simone Battig Says:

    Benissimo Pensieri Oziosi, grazie dell’intervento chiarificatore e ricco di esempi e specifiche.
    Mi pare che quello che riporti sostanzi la differenza fondamentale tra un sistema “informale” come suggerisce Giulio (raccomandazione di persone x nell’ombra e nella semiresponsabilità), e un sistema “formale” come io spererei ci fosse (referenze da persone che si fanno tuoi promotori in maniera netta e responsabile nel loro campo).
    Grazie di avermi dato ragione, però vorrei sottolineare che in queste università o perlomeno in quelle americane io so che se la referenza viene da tuo padre che fa il professore in un’università ti scartano subito….per dire..chissà qui come funzionerebbe se fosse questo il sistema….
    Riguardo il networking aggiungo solo che va benissimo fare networking ma qui mi pare che abbiamo perso la bussola e come sempre ci occupiamo dell’importanza dei contenitori e poco dei contenuti….
    Pazienza, tanto non è che andrà avanti per molto ancora :D.

  113. fabio painnet blade Says:

    Ma il commento di Pensieri oziosi puntava a dire forse. ‘mal comune mezzo gaudio?’ . O che il sistema della raccomandazione diretta è all’avanguardia nel mondo civilizzato?
    Allora diciamo che in mezza Africa i governi fantoccio ‘raccomandati’ dalle multinazionali occidentali sono all’avanguardia, infatti ricalcano i criteri delle Università nordeuropee. Però… che culo questi africani!

    E’ vero invece che la raccomandazione responsabilizza i raccomandatori. Lo voglio vedere un raccomandato che non si ginuflette al cospetto del suo datore di lavoro, così come specificato nel BGR (bando di gara PER RACCOMANDATI). Il primo punto del documento recita: per accedere ai posti per raccomandati speciali è sufficiente vestire indumenti comodi e cinture allentate. Nel secondo punto si raccomanda ai candidati di tenere sempre la lingua umida e l’espressione accogliente. E prova a mandarglielo al manager amico un candidato senza questi requisiti. Una responsabilità che in pochi sono disposti a prendersi. Raccomandare non è mica facile! Ah! Ah! Ah!
    quante stronzate!. Scusate la mia maleducazione ma non ce l’ho proprio fatta a trattenermi.

  114. fabio painnet blade Says:

    Commentando un po’ più seriamente l’ambiguo intervento delle raccomandazioni (pensieri oziosi), bisognava chiarire che la lettere di referenze non sono occulte, pertanto non influiscono sul criterio valutativo finale, anch’esso rigorosamente pubblico. Entrambi dunque risutano essere alla luce del sole e pertanto suscettibili di confronto.
    In altri termini, per chi si ostina a far cagnara intorno a una questione tanto elementare, ciò significa che se un asino fallisce delle prove banali o non rispetta i parametri selettivi del bando, non può superare il concorso solo perché nipote del ministro degli interni. Il sistema si autogestisce proprio perché tutto si svolge alla luce del sole.

    Ben altra cosa è passare una selezione senza i requisiti, prorio perché sei il nipote del ministro degli interni.
    Tuttavia chi potrà provare la ‘truffa’ (perché così va appellata) se le carte si muovono sottobanco?. Mi sembra pure stupido commentare simili banalità. Purtroppo siamo ai livelli dei bambini che che si passano il pizzinno sotto il naso della maestra. Il problema è che quando, simili geni, tornano a casa la mamma gli dice: bravo figliolo! Vai avanti così se vuoi un giorno accaparrarti l’azienda di famiglia.
    Oggi quei marmocchi arroganti e strafottenti hanno preso in mano le imprese dei nonni, le cattedre degli zii e gli scranni parlamentari che però non erano di loro proprietà.
    Nemmeno io credo che andrà avanti ancora per molto; però di questo passo qualcuno finirà per farsi male davvero e stavolta non ci sarà la mammina a fargli cara cara e a medicargli la bu-bua.

  115. fabio painnet blade Says:

    Vorrei dire due paroline anche sull’interessante dibattito Battig-Mozzi,
    ma per ora mi sembra di aver scritto anche troppo. Alla prossima…

  116. Pensieri Oziosi Says:

    Battig: «però vorrei sottolineare che in queste università o perlomeno in quelle americane io so che se la referenza viene da tuo padre che fa il professore in un’università ti scartano subito»

    Be’ non c’è mica bisogno di farti scrivere una lettera di raccomandazione da tuo padre. Se tuo padre [1] è un professore di matematica all’Università del Maryland, e tu ti laurei in matematica e informatica nella stessa università [2], sarà comunque uno o più colleghi di tuo padre che faranno da referenze.

    (Come al solito i link in un post successivo che potrà impiegare un po’ a comparire)

  117. Pensieri Oziosi Says:

    Ecco i link:

    [1] http://www-users.math.umd.edu/~mib/
    [2] http://www.google.com/about/company/facts/management/#sergey

  118. Giulio Mozzi Says:

    Simone, quando scrivi

    …un limitatissimo raggio d’azione basato sull’estemporanea impressione avuta su X individuo,..

    sembri escludere a priori che la mia segnalazione possa essere fatta sulla base dell’approfondita conoscenza di alcune persone, nonché sulla sistematica raccolta e ordinata archiviazione di curricula (ne ricevo due, tre per settimana).

    E naturalmente delle mie segnalazioni sono responsabile: se segnalo qualcuno che non è adatto, mi si fa notare che ho fatto perdere del tempo a entrambi (lavoratore e datore); e la mia credibilità come segnalatore diminuisce.

    Pochi giorni fa ho dato la mia disponibilità a essere indicato come referente da una persona che sta preparando la “application” per il bando per un posto di “assistant professor in italian studies” alla City University of New York.

    Diversamente da Feltrinelli, prendo in considerazione tutti i manoscritti che mi vengono inviati.

    Critichi ciò che dico sul “buon funzionamento” dei sistemi informali di accesso al lavoro in tempo di espansione come se io difendessi in quanto tali i sistemi informali. (dei quali dico, poche righe più sotto, che “nei momenti di crisi danno generalmente il peggio di sé”). Cosa che, mi pare, non ho fatto. Non è, Simone, che sei troppo desideroso di attribuirmi una “presa di posizione”?

    Colgo l’occasione per far notare che i sistemi formali, così come tu li descrivi brevissimamente in questa discussione, hanno costi tanto più alti quanto più sono formali.

    Esiste poi il problema del barbiere sotto casa: il quale ha preso a bottega il proprio figlio.

  119. Simone Battig Says:

    @penzieri oziosi
    Può darsi che nelle università le referenze funzionino come hai cercato di spiegare tu…fino ad un certo punto (tipo per vedere se assegnare o meno un dottorato)..quel che mi pare certo è che poi nel mondo del lavoro anglossassone se un tuo parente si azzarda a fare il tuo nome hai già perso ogni possibilità e probabilmente il tuo parente subisce un colpo alla carriera…

    @giulio
    Non ti voglio attribuire nessuna posizione. L’unica posizione che ti posso attribuire è quella che riguarda la mia esperienza personale di lavoro e umana con te, e non è argomento di questa discussione anche se ne fa parte e anche se credo che tu sappia bene cosa penso, no?
    Non capisco cosa c’entra il barbiere che prende a bottega il figlio, lì si parla di un’attività “familiare” addirittura formalmente riconosciuta da un notaio (io per esempio ho un snc che altro non è che una società in nome collettivo..che il più delle volte vuol dire che lavori con dei parenti invece che con dipendeti o estranei…e quindi?)
    Segnalavo Feltrinelli perché con tutto il rispetto per il tuo lavoro quel che indirizza il futuro di giovani lavoratori è sicuramente più un’azienda che non un singolo…mi sembra ovvio…

    Guarda anch’io ricevo con caliban due curriculm a settimana di giovani laureati in lettere o in storia dell’arte etc etc..disposti anche a fare i commessi a quanto capisco…peccato che non sappiano nemmeno a chi stanno scrivendo visto che se avessero guardato il sito o cercato di approfondire magari si sarebbero resi conto che non era possibile che la mia attività assumesse qualcuno….e parlo anche di gente di qui che magari non ha mai messo piede in galleria nonostante abiti nella stessa città ma comunque manda il curriculm..per dire…
    Ma la questione non era questa..la questione era: quale valore attribuire alle segnalazioni informali che provengono da un Giulio Mozzi, piuttosto che dalla moglie di Baricco, piuttosto che dall’agente letterario, piuttosto che dalla zio dell’amministratore delegato di Fazi editore etc etc ….a me pare che quello italiano sia una marasma..non un sistema informale….e nel marasma tutti si autocandidano ad essere segnalatori…ce l’abbiamo nel sangue….
    poi vediamo quanto dura ancora, non credo per molto.

  120. Giulio Mozzi Says:

    Simone, scrivi:

    …mi pare certo è che poi nel mondo del lavoro anglossassone se un tuo parente si azzarda a fare il tuo nome hai già perso ogni possibilità e probabilmente il tuo parente subisce un colpo alla carriera…

    Una mia amica ha partecipato (a Edmonton, Ca) a un seminario su (cito a memoria) “Come programmare e gestire la propria carriera accademica”. Il conduttore ha spiegato che le cose più importanti sono:
    – investire sulle conoscenze personali;
    – adulare per bene gli accademici potenti;
    – informarsi bene sulle posizioni religiose delle persone che decidono, e uniformarvisi;
    – far valere la possibilità di procurare finanziamenti.

    Si trattava del sistema accademico canadese-statunitense, ovviamente.

    Dopodiché: qualche settimana fa un mio giovane conoscente italiano ha spedito, pur non avendo tutti i titoli necessari, un’application per non so quale corso post-doc negli Usa (ambito letterario). Gli hanno risposto: guardi, lei non ha i titoli e quindi non possiamo ammetterla al concorso, ma il suo curriculum è interessante; possiamo fare due chiacchiere via skype?
    Hanno fatto le due chiacchiere, al termine delle quali lo hanno invitato caldamente a ripresentare l’application l’anno prossimo, quando avrà tutti i titoli necessari.
    Un nulla di fatto, si potrebbe dire.
    Una gran cosa, invece. Il giovanotto è stato “interrogato” da quello che è generalmente considerato il più importante ricercatore al mondo su quel tema specifico. E la chiacchierata è durata un paio d’ore.

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