Fotoromanzo, 1. In viaggio

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Queste sono le foto. Chi vuole può, nei commenti, metterci il romanzo. L’azione si svolge due-tre anni fa. gm

13 Risposte to “Fotoromanzo, 1. In viaggio”

  1. CaronTe Says:

    Una mattina come tante, eppure diversa, come diversi sono i giorni di Giulia imprigionata nel labirinto dei suoi pensieri. Passo più tempo del solito sotto la doccia: voglio farmi bello; voglio che la raggiunga il mio profumo quando la rivedrò.
    Il treno parte alle sette, nel bel mezzo del caos pendolare che mi risucchia ogni mattina; ma oggi no, ne sono fuori. E faccio fatica a comprendere la frenesia dipinta sui volti della gente e che anima le loro gambe: si muovono all’unisono come un plotone in marcia verso il fronte.
    Il treno mi porta in una stazione di provincia, sonnolenta, e per proseguire il mio viaggio mi tocca salire su di un bus. Mi sento a mio agio, addirittura felice, e mi dedico al panorama fuori del finestrino: campi incolti e file di cantieri, promesse dell’economia che avanza.
    Il paese dove sorge il piccolo ospedale psichiatrico che custodisce la mia Giorgia, mi accoglie con un muro screpolato e giallo, zeppo di frasi troncate dai calcinacci venuti giù.
    Il bus mi lascia in una piazzetta accogliente, disegnata dai i sampietrini. Guardo l’orologio e mi rendo conto di essere in anticipo. Per la fretta non ho messo nulla nello stomaco il mattino, e mi decido per un caffè e una sigaretta al tavolino di un bar all’aperto. Il sole mi scalda ed è piacevole starsene lì, sentire la vita del paese che ti scivola intorno.
    Riprendo il cammino: è l’ultima tappa, da farsi tutta a piedi, cercando di non perdersi nei vicoli. Di essere nel posto giusto lo intuisco quando vedo un paio di rose che penzolano stanche da una bottiglietta di plastica a mo’ di vaso. Alle spalle l’inferriata dell’ospedale psichiatrico.
    Mi avvicino alle rose, sento il loro profumo: riconosco la mia Giulia e sorrido. All’ingresso mi accolgono con sospetto: ogni visitatore è inopportuno tra quelle mura; c’è posto solo per i malati e la scienza. In quella vecchia struttura del secolo scorso, passando per porticati bassi e giardini rinsecchiti, raggiungo il medico di guardia. Mi dice che Giulia non può ricevermi, che può turbarla, che non sta ancora bene e tanto altro ancora che smetto di starlo a sentire. A poco valgono le mie urla e le mie proteste, se non la minaccia di chiamare in caserma e farmi portare via con la forza. Alla fine riesco ad avere una sola concessione: osservarla per qualche secondo dallo spioncino, ma silenzio assoluto. Mi dico che non mi basta, ma ho sete di Giulia e anche una goccia può bastarmi per sopravvivere, almeno per oggi..
    La osservo nella sua stanza, rannicchiata per terra, inconsapevole di me e forse di sé stessa. Vorrei urlare, chiamarla, ma i patti sono patti. Forse non ne sarei neppure capace. Allontano lo sguardo da lei e osservo la finestrella in alto: è l’angolo di cielo della mia Giulia e mi piace pensare che i suoi pensieri fuggano via di lì e di tanto in tanto mi raggiungano.
    Lo spioncino si chiude e mi rimane solo il ricordo di lei, l’immagine del suo volto così perfetto e misterioso da togliermi il respiro. Il volto di cui mi sono innamorato. Mi dico che devo scrivere di Giulia, che non mi basta il suo ricordo. Devo riempire di sangue e inchiostro quel che resta delle pagine bianche della sua vita.

  2. CaronTe Says:

    scritto al volo

  3. fausta68 Says:

    Un viaggio nel tempo, un viaggio nella solitudine, un viaggio dentro se stessi…..ancora non terminato…..

  4. silviadellemeraviglie Says:

    Sorprendente l’immaginazione di Caronte: da queste immagini ne ha tratto una vera e propria storia che quasi commuove. Bell’esperimento.

  5. silviadellemeraviglie Says:

    Giulio, lo noto ora: è voluto che nella foto della bottiglia sul tavolino ci sia scritto Prima e in quella dopo Vera? 🙂

  6. Giulio Mozzi Says:

    Non me n’ero accorto, Silvia. Complimenti!

  7. CaronTe Says:

    Grazie Silvia, peccato per quel “quasi”… :-). Scritto di getto, come una sorta di esercizio da scuola da scrittura.
    @ Giulio: non è che lo usi in uno dei tuoi corsi, magari un workshop 🙂

  8. Giulio Mozzi Says:

    Far inventare storie sulla base di sequenze di fotografie è una cosa che faccio da tempo.

  9. manu Says:

    @CaronTe
    ‘scritto al volo’ … e non ti viene voglia di rimaneggiarlo? secondo me non dovrebbe venirti difficile

  10. CaronTe Says:

    @ manu. Penso di farlo, anche perché ci sono un paio di idee buone che potrei sviluppare.

  11. manu Says:

    @CaronTe
    mi permetto di sfiorare il contenuto, so che non si fa ma… a me più che ‘quasi commuovere’ inquieta. sarà per quel nome che ti sei dato/a…mica roba da ridere
    (piccola nevrosi: ma Giorgia – 14° riga – doveva essere Giulia o sono rimbambita io? potrebbero essere valide tutte e due le cose!) ciao e grazie

  12. CaronTe Says:

    @ manu. “Permettiti” pure di sfiorare il contenuto. Cosa ti inquieta oltre il mio nome che, a dirla tutta, è solo frutto di un gioco linguistico con il mio vero nome. Nulla di tenebroso 🙂
    No, non sei nevrotica tu… sono io che nella “scrittura al volo” ho preso un abbaglio e Giulia si è trasformata in Giorgia e poi di nuovo in Giulia :-). Come vedi, ha bisogno di una sistemata…

  13. manu Says:

    @CaronTe
    ho guardato le immagini, e ovviamente ho pensato a delle cose. poi ho letto il tuo racconto e ne ho pensate delle altre.
    associare quei muri ad un ospedale psichiatrico
    associare quella luce blu con figura ad un disagio psichico, costretto e sorvegliato

    nella mia testa quella struttura andava a braccetto con un ex convento, qualcosa di rinato a nuova vita dopo un restauro
    ma soprattutto quando ho visto la luce blu non ho pensato ad un dramma, tuttaltro (forse si scrive con apostrofo). più che guardare la figura mi ha incuriosita l’ombra proiettata, rotonda, diversa, che ho associato alle figure nel quadro ‘la danza’ di Matisse, forse anche proprio per il fondo blu, perchè hanno la stessa forma, mi pare.

    ecco, l’immaginario cupo mi inquieta, che non significa però ‘bocciatura’ da parte mia, anzi.
    in ogni caso quando ti ho chiesto ‘non ti viene voglia di rimaneggiarlo’ mi riferivo solo al desiderio che sono sicura prenderebbe me dopo aver scritto una cosa, appunto, al volo, anche se io al volo non so scrivere un bel niente. in sintesi. l’invidia esiste.
    poi ci sarebbero altre cose, ma me le tengo! ciao 🙂

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