I dieci interventi più frequenti nel lavoro di editing

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di Anna Albano

Anna Albano è un redattore editoriale che intrattiene collaborazioni con più case editrici e con un’agenzia letteraria per la quale esegue il lavoro di editing in senso più stretto. Traduce dall’inglese e dal francese. Ogni tanto scrive discorsi per qualche politico. Ha pubblicato una guida alle librerie indipendenti di Milano (vedi). Il suo blog è Cose da libri

Per descrivere gli interventi ho fatto riferimento a un editing praticato di recente sul manoscritto di un romanzo storico (con qualche coloritura di giallo) ambientato nella Puglia carbonara della prima metà dell’Ottocento. Naturalmente le operazioni di editing variano a seconda del variare del testo, del suo registro, del suo stile e del suo genere (ove ci sia un genere); qui, semplificando per motivi di spazio, ho cercato di descrivere gli interventi standard che si possono verosimilmente praticare su qualunque tipo di lavoro.

1. Praticare la mimesi
L’editing è un’operazione di mimesi, durante la quale l’editor cerca di entrare nei panni dell’autore del testo, in un continuo tentativo di dialogo a distanza.

2. Andare e venire
Durante la lettura di un manoscritto è necessario, mentre si avanza, tornare indietro di frequente, prendendo qualche appunto, per capire se il testo rispetta la coerenza dei fatti e dei tempi. Se del personaggio tale si dice che ha la barba lunga, ci si deve assicurare che due pagine prima lo stesso non sia ritratto in bagno, lo stesso giorno, nell’atto di canterellare mentre si rade.

3. Impartire il ritmo
“Coraggio, Bagey, ritmo, ritmo!” è la famosa esortazione che nel film Il libro della giungla l’orso Baloo indirizza alla pantera Bagheera. Oltre alla parola appropriata, l’editor-Bagheera cerca anche un giusto ritmo, e capita spesso che la parola che dà il ritmo sia anche quella che rende meglio sul piano della congruenza, quella più giusta per il respiro di quella frase.

4. Affilare il coltello
Siamo nella Puglia del primo ventennio dell’Ottocento, in piena Carboneria. Don Ciro è un brigante che nella scena sta dando la caccia a un suo antico rivale con l’intenzione di ammazzarlo. “Don Ciro non sente più l’odio solo l’eccitazione, la tensione della caccia”, scrive l’autore. Si può quasi vedere il malfattore trasformato in animale, quasi si sente il calore del suo ansimare animalesco. Dopo l’intervento di editing la frase recita così: “Don Ciro fiata fuori eccitazione, una tensione di segugio”. L’allitterazione “fiata fuori” è anche quasi onomatopeia, rende il tutto più fisico. In questo modo mi pare di avere esaltato un momento di grande tensione usando un registro più evocativo che tuttavia non tradisce l’intenzione originaria dell’autore.

5. Badare alla puttana
Sempre nel manoscritto del romanzo sulla Carboneria pugliese a un certo punto ci si imbatte in questo: “Cavallari dette un pugno sul tavolo. ‘Porca puttana’, gridò. ‘È una trappola’”. È legittimo chiedersi se nel 1821 l’espressione “porca puttana” fosse già invalsa. Il Grande dizionario italiano dell’uso del De Mauro riporta la locuzione ma non la sua prima attestazione; il Battaglia non la riporta e sotto il lemma “puttana” non si trovano esempi utili. Un collega mi suggerisce l’uso del sostituto “minchia”. Il romanzo è ambientato a Martina Franca, cittadina a una trentina di chilometri da Taranto. Nel Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino di Nicola Gigante il termine risulta attestato dal XVI secolo. La frase diventa perciò: “’Minchia!’, gridò Cavallari dando un pugno sul tavolo. ‘È una trappola!’”, in una ricerca di maggiore verosimiglianza.

6. Costruire edifici più solidi
Se ricostruiamo questa frase: “Era una masseria i cui proprietari erano stati massacrati nel ’99. Gli eredi utilizzavano ancora i pascoli intorno, ma l’edificio era rimasto abbandonato, usato solo come rifugio da qualche sbandato negli anni del brigantaggio successivi alla restaurazione. Forse per la sua fama sinistra che teneva lontano i viandanti la notte era stata scelta come luogo di riunione da quei sopravvissuti delle sette che non si rassegnavano alla sconfitta” in questo modo: “Era una masseria i cui proprietari erano stati massacrati nel ’99. Gli eredi utilizzavano ancora i pascoli intorno, ma l’edificio era rimasto abbandonato, usato solo come rifugio da qualche sbandato negli anni del brigantaggio successivi alla restaurazione. Quei sopravvissuti delle sette che non si rassegnavano alla sconfitta l’avevano scelta come luogo di riunione notturna, forse per la sua fama sinistra che teneva lontano i viandanti”, ne miglioriamo l’efficacia mediante una costruzione più serrata, che utilizza tra l’altro la forma attiva (“l’avevano scelta”) invece che quella passiva (“era stata scelta”) allo scopo di restituire il senso di una scelta, che è per l’appunto un concetto attivo.

7. Tagliare e sintetizzare per colpire più forte
“In Martino quella autorità esercitata da un uomo che si indeboliva di anno in anno suscitava tenerezza. Pietas, la chiamavano i latini. Quello che provano gli uomini nella forza della loro maturità osservando i vecchi che si vanno spegnendo”: questa frase prima recitava: “A Martino quella autorità esercitata da un uomo che si indeboliva di anno in anno suscitava tenerezza. Pietas, la chiamavano i latini. Quello che provano gli uomini nella forza della loro maturità osservando la debolezza dei vecchi. Senza poter fare a meno di ricordare quanto forti erano stati quei vecchi un tempo e come, un giorno, anche la loro forza attuale di adulti sarebbe venuta meno.” Sacrificando l’ultima frase non togliamo niente: quell’“osservando i vecchi che si vanno spegnendo”, che esprime un’attitudine pensosa e riflessiva, contiene già anche il pensiero dell’osservatore più giovane su sé stesso e sulla propria altrettanto inevitabile decadenza. Però più sfumata, più allusa, richiedente la collaborazione del lettore.

8. Praticare il baratto
Spesso il tono di una frase è già stabilito, sia pure imperfettamente, dalle parole dell’autore. A volte basta barattare una parola con un’altra: conservando le parole originarie e collocandole più appropriatamente si fa economia sull’editing e si migliora il testo evitando di introdurre corpi estranei. Nell’ambito di questa economia di baratto, ad esempio, la frase “Qualche anno prima aveva provato un’istintiva tenerezza per quel ragazzo magro dai grandi occhi sparuti, che suo marito aveva assunto come segretario” è diventata “Qualche anno prima aveva provato un’istintiva tenerezza per quel ragazzo sparuto dagli occhi immensi, che suo marito aveva assunto come segretario”.

9. Alludere per suscitare l’interesse
La frase che segue: “Era accovacciato nell’angolo del vicolo e il mantello copriva il capo e la parte superiore del corpo. Sotto al mantello spuntavano le gambe piegate e composte, come se il morto stesse riposando appoggiato alla parete. Il dottore notò che stivali e calzoni di buona fattura rivelavano un benestante” diventa più interessante se si scrive, senza dire proprio tutto: “Era accovacciato nell’angolo del vicolo, il capo e la parte superiore del corpo coperti da un mantello sotto il quale spuntavano le gambe piegate e composte, come se il morto stesse riposando appoggiato alla parete. Il dottore notò gli stivali e i calzoni di buona fattura.” Quando è possibile farlo senza sottrarre elementi essenziali per la comprensione, mostrare, alludere invece che dichiarare attrae l’attenzione di chi legge e lo spinge a proseguire.

10. Fare gli ingegneri
L’intervento dell’editor, alla fine della complessa opera di architettura rappresentata dalla costruzione di un testo, è come quello dell’ingegnere capo che verifica la stabilità delle fondamenta, l’armonia delle proporzioni, l’impatto finale su chi abiterà o utilizzerà l’edificio. Se l’autore scrive, in una situazione in cui un drappello di soldati staziona in un bosco: “‘In sella!’, ordinò Bianchi gettando via il mozzicone. ‘E tenetevi pronti!’”, bisogna verificare l’eventuale presenza di sterpi, o se possiamo stare tranquilli perché poco prima ha piovuto, insomma scongiurare il pericolo di un eventuale incendio non funzionale all’economia complessiva del racconto.

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Una Risposta to “I dieci interventi più frequenti nel lavoro di editing”

  1. Giulio Mozzi Says:

    Questo articolo ha generato un lungo dibattito che ora, per alleggerire la pagina, è tutto raccolto in un pdf: qui.

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