“La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci: una breve storia

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La dissoluzione familiare. Guarda il primo capitolo

La dissoluzione familiare. Guarda il primo capitolo

[La dissoluzione familiare – in libreria da venerdì 2 marzo 2012 – è un romanzo al quale tengo molto. Ho chiesto a Enrico Macioci di raccontarne la storia editoriale. In vibrisse potete trovare la descrizione dei luoghi e personaggi notevoli del romanzo, nonché alcuni capitoli nello stato in cui erano nel dicembre 2010: primo (dove nasce Poppy Bank), secondo (dove compare il formidabile personaggio di Don Sisma), terzo (che introduce San G.), quarto (nel quale Ham Bank riflette sulla propria recente paternità), quinto (nel quale i coniugi Tenebra si comportano da pari loro), sesto (nel quale Sylvanus riflette sulla dissoluzione familiare). gm].

di Enrico Macioci

La dissoluzione familiare - Bozza della copertina

Copertina: bozza

Ho iniziato a scrivere La dissoluzione familiare il 9 settembre 2009 a Ortucchio, un piccolo paese situato nell’estremo lembo est della Marsica. Era un primo pomeriggio caldo; sulla piana del Fucino una coltre di nubi filtrava la luce, i pioppi parevano argento. Furono almeno tre i motivi che mi spinsero alla pazzia: 1) il 6 aprile uno spaventoso terremoto aveva distrutto la mia città, cosicché da diversi mesi vivevo con mia moglie in esilio; 2) in giugno avevo letto Infinite Jest, sentendo distintamente che la sua voce poteva aiutarmi a trovare una mia voce; 3) il 3 settembre era nato Leonardo, il mio primo e finora unico figlio. Se dovessi descrivere lo stato d’animo che provavo in quel periodo, dovrei paragonarlo a un’arancia ficcata in uno spremiagrumi inferocito. Io avevo bisogno di scrivere La dissoluzione familiare.
Terminai la prima stesura – cioè la “brutta copia” – il 22 giugno 2010. La scrissi fra Ortucchio, Avezzano (dove andammo in affitto per qualche mese), Castellanza (dove mi trovavo, ospite d’un amico, per prestare supplenza d’italiano e storia in un istituto tecnico superiore di Tradate) e L’Aquila (dove tornammo nella primavera 2010, all’incirca un anno dopo il sisma). La brutta copia misurava quasi un milione e mezzo di caratteri, ed era la cosa di gran lunga più estesa che avessi mai prodotto – pur mantenendosi ben lontana dal milione di parole di Infinite Jest.

Giulio Mozzi iniziò a leggere il tomo in luglio, se non vado errato; m’inviò un paio di sms interlocutori; restavo in attesa. Ne parlammo a voce dopo Ferragosto; ricordo che mi trovavo in auto lungo una stradina periferica d’Ortucchio, sempre lui. Avevo alzato i vetri e parcheggiato all’ombra dei pini, in un luogo abbastanza silenzioso da poter distinguere la voce fioca di Giulio Mozzi. Il cuore mi batteva un po’ più veloce del normale. Venti metri alla mia sinistra un tizio in infradito e maglietta fucsia lavava un’Audi grigia sotto le pompe dell’elefantino. Il resto era infuocata, arsa campagna.
Giulio Mozzi mi disse che il romanzo gli era piaciuto un sacco, e tuttavia lo riteneva pressoché impubblicabile [vedi], una specie di mostro affascinante. Io non sapevo se gioire o disperarmi, ma sul momento preferii gioire. Gioii. Sono un sentimentale. Giulio Mozzi mi disse che avrebbe comunque tentato di portare il mostro all’attenzione editoriale, ma i tempi sarebbero stati lunghi. Ne discutemmo ancora una fredda sera di settembre, davanti a un piatto di polenta, in un ristorante di Pordenone dove eravamo entrambi per via del festival Pordenonelegge. Trascorsero così alcuni mesi durante i quali, prosciugato dall’impubblicabile mostro, vagai nei bassifondi dell’estro creativo come uno straccione senza nemmeno più gli stracci.

Enrico Macioci

Enrico Macioci

Nel dicembre 2010 Giulio Mozzi, impietosito dall’apatia in cui versava il mio tomo, decise di pubblicarne qualche capitolo a puntate su vibrisse. Titolò il tomo “Romanzo illeggibile”, giusto per capirsi. A gennaio 2011 si fece avanti un editore milanese appena nato, Indiana, nella persona di Bernardino Sassòli. Mi sembrava incredibile che fosse arrivato uno squillo così presto. Certe volte le vie difficili si rivelano le più diritte. Ad aprile Giulio Mozzi, Bernardino Sassòli ed io decidemmo ufficialmente, seduti attorno a una scrivania illuminata dal fulgido sole bolognese, di rendere pubblica La dissoluzione familiare.
Da lì in poi ebbe inizio il labor limae, che io definirei piuttosto un magistero di chirurgia. Mi spiego meglio. Il libro in uscita misura all’incirca ottocentoventicinquemila caratteri. Ciò significa che, rispetto alla brutta copia, la bella copia ha perduto più o meno cinquecentomila caratteri – guadagnando, è vero, svariate decine dei magnifici disegni di Maurizio Rosenzweig. Il grosso dei tagli è stato eseguito fra settembre e ottobre del 2011. Funzionava così: Giulio Mozzi mi spediva via mail i capitoli con le sue proposte di correzione, che s’articolavano in modi diversi: proposte di soppressione (linee nere tirate su vocaboli, righe o interi brani), proposte d’aggiunta (vocaboli, righe o interi brani colorati di giallo), suggerimenti più tiepidi, ragionamenti o semplici commenti (in grassetto). A me spettava quindi l’ultima parola. Infine i capitoli venivano girati alla casa editrice, che io mi rappresentavo come un grosso meccanismo zeppo d’ingranaggi infernali.

Don Sisma, illustrazione di Maurizio Rosenzweig

Don Sisma, illustrazione di Maurizio Rosenzweig

Ogni volta che penso a Giulio Mozzi chino sulla Dissoluzione, la prima immagine a venirmi incontro è quella di Annie Wilkes, la sadica infermiera torturatrice di Paul Sheldon in Misery. Lo so, non sembra naturale associare Giulio Mozzi a un’infermiera, ma secondo me è la similitudine che rende meglio l’idea. La Dissoluzione perse prima un dito, poi un orecchio, poi il naso, poi un piede, poi un avambraccio; la scure di Mozzi calava spietata laddove egli lo ritenesse necessario; volava il sangue (ehm, l’inchiostro) fin sulle pareti e sul lampadario del mio studio; volavano via interi episodi. Giulio Mozzi trovava inutili gl’intermezzi filosofici, che sono stati aboliti; eccessiva la discussione di Madame Kaos e del Principe Ham su dove mai si trovino i bambini prima di nascere, che è stata notevolmente accorciata; pletorici certi episodi riguardanti Mister Transparence, il bizzarro e sudacchioso veggente alla rovescia, che sono stati sottoposti a una severissima cura dimagrante. Per alcuni passaggi viceversa mi battei con maggior foga dato che, insomma, ero come una madre cui vengano sottratti d’improvviso troppi pargoli…
Mentre la chirurgia procedeva notai però, con grande sollievo, che gli organi mozzati (vedi se i nomi e i cognomi non hanno un senso…) ricrescevano, più corti ma più vigorosi. La Dissoluzione non solo viveva, ma se la passava perfino meglio. Come un’edera potata, s’arrampicava con maggior efficacia sulla pazienza del lettore; come un volto attorno al quale venga sfoltita la capigliatura, assumeva una bellezza fresca, meno opulenta ma più concentrata, abbagliante. La Dissoluzione familiare non somigliava più a una procace dama settecentesca bensì a una fanciulla acqua e sapone; non era più il Rio delle Amazzoni ma il pur sempre nobile Danubio blu.
Quanto a me, sembravo uscito da una psicoterapia intensiva. Se è vero infatti che ogni scrittore deve la propria impresa a un ego sviluppato, un editing di Giulio Mozzi costituisce quel tipo di trattamento cosiddetto traumatico. Raramente trovai nelle sue osservazioni una lode (due, credo, lungo trecento fittissime pagine); assai più spesso, subito dopo qualche frase – o paragrafo – su cui era stata tirata un’impietosa linea nera, potevo leggere nel consueto grassetto: INUTILE, RIPETITIVO, INFANTILE, BANALE, se non perfino MOLTO BRUTTO. Ho sofferto, lo confesso; ho vacillato; ho più volte pensato a Thomas Stearns Eliot e alla sua Terra desolata, di cui nel lontano 1922 Ezra Pound tranciò via una buona metà guadagnandosi la famosa dedica del “miglior fabbro”; ho provato a pensare a Giulio Mozzi come a un fabbro (e a me come a Thomas Stearns Eliot: non funzionò) [1], ma continuava a tornarmi in mente l’immagine di Giulio vestito da infermiera, con la divisa bianca inzaccherata di scuro, un sorriso tra l’affettuoso e il severo, e il temibile mouse brandito dalla mano destra alta sul capo…
Desidero adesso chiarire un punto essenziale: La dissoluzione familiare che tra pochi giorni s’affaccerà nel mondo delle lettere è La dissoluzione familiare che ho scritto in quei mesi oramai lontani, e soprattutto è La dissoluzione familiare che ho pensato e voluto; non ha perso nulla del proprio messaggio, nulla della propria forza (seppur ne ha una, e io m’auguro di sì); ha perso solamente ciò che poteva permettersi di perdere – il compiaciuto, il superfluo, il gratuito che appesantiscono una narrazione rendendola insincera, meno vicina al cuore di sé stessa. In tal senso un buon editing potrebbe paragonarsi a una piccola esperienza interiore: cosa ho voluto realmente comunicare quando ho scritto ciò che ho scritto? Quali erano le mie più profonde intenzioni? A cosa davvero pensavo quando scrivevo? Un testo d’invenzione vive la propria primavera nello spazio intercorrente tra l’inizio e la fine della stesura; dopo si cristallizza e si opacizza, perde la memoria; col passare del tempo, il suo stesso autore non sa più bene cosa sia quel testo, non lo (ri)conosce più; e il testo apparterrà ancora all’autore nella misura in cui l’autore potrà rintracciarvi i semi della propria verità, meglio ancora, i semi della verità che gli era propria mentre produceva quel testo. Un buon editing consiste per l’appunto nella salvaguardia della verità – temporanea ma ardente, primaverile – d’un’opera, e la verità d’un’opera coincide col movente dell’opera, con le ragioni più intime per cui a un certo punto l’opera divenne necessaria.
Bernardino Sassoli

Bernardino Sassoli

Credo che, in definitiva, abbiamo fatto un buon lavoro. Io, Giulio Mozzi, Bernardino Sassòli, l’Indiana tutta. Lo so, non sta a me dirlo. Ma quando uno decide di scrivere un romanzo come La dissoluzione familiare, un romanzo che chiede così tanto al lettore e con così poco garbo, deve poi mostrarsi pronto a difendere la creatura e a sussurrarle, prima di lasciarla circolare: “Su su, abbi fede, vedrai che qualcuno t’apprezzerà; e seppure non accadrà ci sarò pur sempre io ad aspettarti, assieme alla tua brutta copia grassa e bolsa rimasta chiusa nel mio pc.” Eccetera eccetera.
Bene, adesso sapete quasi tutto. Ciò che vi resta da fare è leggerlo, questo benedetto romanzo. Non pretendo, col mio resoconto, d’avervi incoraggiato più di quanto v’abbia scoraggiato. Il romanzo sta per uscire, esiste, e in un certo senso non è più mio. Non m’appartiene più. E’ vostro, è di chi vorrà prendersi la briga d’amarlo, odiarlo o restarne indifferente. Che, lo confesso, di tutte sarebbe per me la sorte peggiore.

Febbraio 2012

Enrico Macioci è nato nel 1975 a L’Aquila, dove ha abitato fino al terremoto del 6 aprile 2009 e dove da poco è tornato ad abitare. Ha pubblicato nel 2010 il libro di racconti Terremoto (Terre di Mezzo).

———

[1] Giulio Mozzi in effetti non è “il miglior fabbro”: al massimo un discreto serramentista. (Nota di gm).

30 Risposte to ““La dissoluzione familiare” di Enrico Macioci: una breve storia”

  1. chiara Says:

    Questo resoconto è bellissimo, grazie! E mi ha fatto venire una gran voglia di leggere il romanzo:).

  2. Giulio Mozzi Says:

    Oh, là. Brava! Grazie!

  3. Eleonora Says:

    Io ho il romanzo qui, pronto alla lettura, e il post me l’ha fatto passare avanti in fila.

  4. helena Says:

    Mi sembra che questo resoconto sul travaglio della “dissoluzione”, renda merito sia alle doti di Enrico che di Giulio.
    A proposito: non l’ho fatto apposta a spostarmi verso un ambito metaforico decisamente femminile, ma il mestiere dell’ostetrica necessita di una durezza che si sognano i migliori fabbri o i discreti serramentisti. E siamo pure assai in tema con l’incipit del nostro romanzone…

  5. Marco Says:

    Molto bello e non meno istruttivo, il resoconto. Dall’accuratissima e dedicata impaginazione vista in anteprima, e dalla lettura delle prime pagine, si percepisce che questo romanzo è un’opera che ha senso, un suo senso autentico, e sicuramente merita di essere letta. Lo dico “a scatola chiusa”, ma mi viene da dire grazie per la fatica che avete fatto. 🙂

  6. Alessandro Raveggi Says:

    Anch’io a scatola chiusa, mi prenderò sicuramente il libro. Grande Giulio e complimenti ad Enrico. Interessante, poi, la nascita di Indiana.

  7. gian marco griffi Says:

    Comprerò sicuramente, sperando che la distribuzione giunga fino ad asti.

  8. Diana Says:

    Mi sono fatta due risate leggendo il simpaticissimo resoconto. In bocca al lupo Enrico. E spero di leggerti presto!

  9. Felice Muolo Says:

    Lodi al resoconto. Aggiungo la mia. Come genere, preferisco il romanzo di Cecilia Musella.

  10. Barbara Says:

    Ma è grandioso! Applausi all’autore e allo scout/editor/ostetrica. Non vedo l’ora di leggere La dissoluzione familiare, e ho molto apprezzato anche il resoconto. Questo post è, oltretutto, un’interessantissima finestra sul lavoro di editing di un testo. Grazie Giulio, grazie Enrico.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Gian Marco: se la distribuzione non giungesse fino ad Asti, si può sempre acquistare in rete – dove il romanzo è già disponibile.

    Felice: mi par giusto che tu – come chiunque – legga ciò che ti è congeniale, e non legga ciò che non ti è congeniale.
    Peraltro, qualche passeggiatina fuori dal recinto dei propri gusti, di tanto in tanto, è salutare. E i gusti possono cambiare. Quindici anni fa io non sarei stato capace di divertirmi così tanto leggendo Macioci.

  12. gian marco griffi Says:

    Vabbè prima preferirei sfogliarlo e annusarlo e leggere le ultime dieci righe; se ad Asti non arriva lo comprerò a Torino.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Eccoti servito, Gian Marco:

    E insomma chi dev’esserci è là, chi deve espiare è da qualche altra parte, chi non ha bisogno di ricominciare perché ricomincia ogni minuto anzi ogni secondo della propria vita è da qualche altra parte ancora, chi non ha voluto capire prima o dopo capirà, ma l’importante è che coloro che hanno deciso di cambiare ci siano e infatti ci sono, e posso godermi (3) la frescura dell’acqua del fontanile attorno alla mia mano e del vento attorno al mio capo e del bosco attorno al mio spirito.

    (3) La narrazione è passata d’improvviso, e proprio nelle ultimissime righe, da una generica terza persona singolare, o da un altrettanto generico “noi”, a una prima persona singolare. Che sia io l’autore della DF?

  14. gian marco griffi Says:

    Grazie, lo comprerò volentieri, ma comunque in libreria.

  15. Gianni Dello Iacovo Says:

    Un terzo del libro tagliato su suggerimento dell’editor ed interventi importanti sulle pagine sopravissute. Quand’è che un editor diventa coautore?
    Con interventi così pesanti non si riuscirebbe a trasformare un libro di Liala in un classico della letteratura?

  16. Giulio Mozzi Says:

    Tutti i cambiamenti nel testo sono stati fatti dall’autore, Gianni. Non da me. E non c’erano ricatti del tipo: se non fai quel che ti dico non ti pubblico. Esisteva già un contratto.
    Come scrive l’autore, “Un buon editing consiste per l’appunto nella salvaguardia della verità – temporanea ma ardente, primaverile – d’un’opera”.
    Non si può far diventare bello un brutto romanzo. Non c’è modo.

  17. Felice Muolo Says:

    O.K. Giulio, per me quei quindici anni non sono ancora passati. O forse si e dovrò cogliere l’occasione…

  18. Marianna Says:

    Ho letto il capitolo senza leggere il post.
    Ho pensato: “Mi ricorda Infinite Jest”, ma non l’ho detto ad alta voce perché sto effettivamente leggendo Infinite Jest. Ed è norma che, qualsiasi sia il libro che ho tra le mani, tenda a ritrovarlo un po’ dappertutto.
    Insomma un mio problema. Eccessivo innamoramento.

    Però poi ho letto che in qualche modo il librone di Wallace c’entra.

    E comunque, quello che volevo dire era che “La dissoluzione familiare” sarà mio.
    Complimenti 🙂

  19. Mauro Says:

    Concordo con Chiara: il resoconto mi è piaciuto tanto. Questa parte in particolare mi fa venire una specie di groppone in gola, non so mica perchè. Forse sono solo domande ricorrenti che mi faccio anch’io, nel mio piccolo ovviamente…

    “…cosa ho voluto realmente comunicare quando ho scritto ciò che ho scritto? Quali erano le mie più profonde intenzioni? A cosa davvero pensavo quando scrivevo? Un testo d’invenzione vive la propria primavera nello spazio intercorrente tra l’inizio e la fine della stesura; dopo si cristallizza e si opacizza, perde la memoria; col passare del tempo, il suo stesso autore non sa più bene cosa sia quel testo, non lo (ri)conosce più; e il testo apparterrà ancora all’autore nella misura in cui l’autore potrà rintracciarvi i semi della propria verità, meglio ancora, i semi della verità che gli era propria mentre produceva quel testo…”

    Grazie della testimonianza, spero di avere l’occasione di leggere il romanzo.
    Mauro

  20. gianni biondillo Says:

    Ce l’ho. Non seguirò il consiglio dell’autore: mi leggerò le tutte le note. Solo quelle però, non il testo.
    😉

  21. Stefano Says:

    Interessante, se non fosse per il riferimento a Infinite Jest. Ho provato due volte a leggerlo (sulla carta aveva tutto per piacermi) ma entrambe le volte mi sono arenato verso pagina 200 senza che mi restasse nulla di memorabile se non, appunto, lo iato fra la mia delusione e l’entusiasmo dei suoi ammiratori. Ho letto tutta La Scopa del Sistema ma è stata una lotta improba. Alcuni dei racconti sono proprio belli (tipo quello su un mio mito personale, il Presidente Johnson) ma purtroppo non è cosa. Quindi un romanzo proprio ispirato al capolavoro di David Foster Wallace…

  22. Bernardino Sassoli Says:

    A tutti quelli che non dovessero trovare il libro (e, ovviamente, lo cercassero in quanto desiderano comprarlo): Indiana è distribuita nazionalmente dalla PDE e quindi il libro, se non presente dal proprio libraio, può essere da questi ordinato su vostra richiesta. Oppure, come suggerisce Giulio, può essere acquistato online.
    Se incontraste difficoltà, fatecelo sapere. Fate un favore all’autore, e a noi.

  23. Francesco Says:

    L’ho comprato ieri, 29 febbraio. Ne avevo già letto qui alcune parti e me ne ero incuriosito alquanto. Vi saprò dire.

  24. gian marco griffi Says:

    Ad Asti (libreria Mondadori) ho chiesto se me lo fanno arrivare. Manco conoscevano la casa editrice Indiana. Vabbè, dico io, ma non sarà una cosa impossibile, no? Mah, ehm, beh, boh, buh, dice lei (la commessa). Bene, dico io, lo compro su internet. Ma no dai, vediamo, dice lei, provo a ordinartelo. Va bene, dico io. Comunque poi sono arrivato a casa e l’ho comprato su ibs. La copia che arriverà, se arriverà, ad Asti, sarà a disposizione di un ipotetico astigiano che la volesse comprare.

  25. Giulio Mozzi Says:

    La casa editrice Indiana esiste da pochi mesi e ha pubblicato finora quattro titoli. E’ abbastanza ovvio che la commessa di una libreria come la Mondadori di Asti (vedi) ne ignori l’esistenza. Quella libreria è concepita per vendere tutt’altri libri a un pubblico che non è il pubblico de “La dissoluzione familiare”.. Se nessuno raccoglierà l’invito di Gian Marco, la copia de “La dissoluzione familiare” improvvidamente ordinata resterà un paio di mesi in giro per gli scaffali; dopodiché sarà resa al distributore. Generando così una perdita sia per la libreria sia per l’editore (ma non per il distributore che, come le sanguisughe, ci guadagna sempre).

  26. gian marco griffi Says:

    Quindi, per contribuire a salvare la piccola editoria e per evitare che il distributore ci guadagni meschinamente, mi toccherà comprare anche la copia ordinata e regalarla a qualcuno. E lo faccio volentieri, soprattutto perché ammiro grandemente un editore che prova a pubblicare qualcosa di apparentemente diverso. Scrivo apparentemente, perché prima leggo, poi valuto.

  27. Indiana editore Says:

    @gian marco griffi: Caro Gian Marco, mi spiace per l’episodio. E anche che tu debba sobbarcartene due copie. Ne approfitto per ringraziarti per l’ammirazione (sia pur ovviamente sub judice).

  28. gmgriffi Says:

    Ieri sono stato alla libreria Punto, ubicata nei pressi del Teatro Alfieri, ad Asti, e gironzolando ho trovato con sorpresa una copia de La Dissoluzione Familiare. Porca vacca l’ho comprata. E’ che c’avevo voglia di leggerlo, sto libro, e quando c’ho voglia di leggere un libro lo voglio leggere nel preciso momento in cui mi viene voglia. Così adesso, ricapitolando: mi arriverà la copia comprata da IBS, forse arriverà la copia prenotata alla libreria Mondadori, e avrò più copie io della Dissoluzione Familiare che l’autore stesso. Due le regalerò (ho già in mente a chi). Una preghiera: nessuno osi dire a mia moglie che ho comprato tre (3) copie dello stesso libro perché se lo viene a sapere mi uccide.

  29. gian marco griffi Says:

    Anche qui è sparito il mio commento. Boh, sarà perché ho cambiato il nome? Il mio nome viene in blu perché mi hanno fatto sto blog su wordpress? Ma che ne so. Comunque il commento era arzigogolato e non me lo ricordo più, ma in sostanza: alla libreria Punto di Asti ho trovato una copia de la Dissoluzione Familiare, e l’ho comprata. Avevo voglia di leggere il libro subito. Quindi a questo punto, quando mi arriverà la copia da ibs e quando arriverà quella prenotata alla libreria Mondadori, sarò in possesso di tre (3) copie del libro (praticamente ne ho più io che l’autore). Una me la sto già leggendo. Le altre due le regalerò (so già a chi). Solo, come scrivevo nel commento sparito, nessuno lo dica a mia moglie, perché altrimenti mi uccide.

  30. Morena Silingardi Says:

    Ho trovato interessante leggere questo post, credo proprio che comprerò il libro. Mi ha colpito il resoconto puntuale del lavoro di squadra, mi sembra testimonianza di una proficua collaborazione.
    Mi piace il mestiere dello scrittore, ma anche quello di Giulio Mozzi mi sembra affascinante. Un grazie anche all’editore, apprezzo che sia intervenuto nelle risposte di chiarimento.

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