Dieci risposte (che non condivido) alla domanda: “Che cosa è letteratura?”

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1. Raffaele La Capria

D.: Sembra che non vi siano più riferimenti per capire cosa è letteratura e cosa non è letteratura oggi. […] Che succede?
R.: Semplicemente che tutti sanno scrivere un libro che sembra un libro scritto bene. Così non c’è una divisione netta tra cattiva e buona letteratura, vi è una buona-cattiva letteratura che è quella che per lo più fanno gli editori oggi. Praticamente l’80% dei libri che escono, libri ritenuti pubblicabili e pubblicati, sono cattiva-buona letteratura. Libri scritti bene, con gli aggettivi al loro posto, il periodo ordinato e ben strutturati. (Da qui).

2. Angelo Guglielmi

D.: Dica la verità, pretendevate romanzi con pochissimi lettori. […]
R.: Non nego che sia così. Legavamo la qualità del romanzo alla sua illeggibilità. Pensavamo che essere leggibili significava cedere al facile, al consolatorio. (Da qui).

3. Wikipedia italiana

La letteratura di una certa lingua è l’insieme delle opere scritte e pervenute sino al presente. Tale definizione non è affatto scontata e va precisata sotto diversi aspetti. Da un lato, le definizioni che sono state date del termine, sensibili a diverse ideologie, visioni del mondo, sensibilità politiche o filosofiche, sono diverse tra loro e spesso assolutamente inconciliabili. Assai varia è anche la misura del “campo” della letteratura e incerta la definizione di ciò che letteratura non è, tanto che vi è stato chi ha affermato che letteratura è ciò che viene chiamato letteratura (Giulio Ferroni), chi ha trovato nell’impossibilità della definizione la sola definizione possibile (Franco Fortini), o chi, sottolineando “la polivalenza e ambiguità del fenomeno letterario”, sostiene tuttavia che “non tutto ciò che è scritto è letteratura, per diventarlo, un testo scritto dev’essere mosso da un’intenzionalità precisa e da una conseguente logica strutturante” (Asor Rosa).
E’ tuttavia vero che la letteratura di una nazione costituisce una “sintesi organica dell’anima e del pensiero d’un popolo (Francesco De Sanctis), ovvero uno specchio della società di quel popolo in un tempo definito e che varia di opera in opera. (Da qui).

4. Alessandro Gaudio

Ritirato il premio o l’incentivo aziendale, i poeti postmoderni, mai stanchi, riscoprono un’estetica che partecipa della costanza dell’artigiano e che impiega l’oggetto abituale, la parola utilizzabile, ovvia e attuale. È questa la maturità del capitalismo, la sua logica trasposta all’interno dello spazio dell’attività creativa di chi scrive servendosi di accessori e sfruttando sagacemente le connessioni tra la distribuzione del potere economico e politicoaccademico e le strutture normative dell’industria culturale. In questo clima l’esercizio poetico si svaluta nell’utilitarismo e nel senso comune, si alloca in un mercato tanto liberale quanto regolato dal successo nel primo mestiere del poeta e da dettami e logiche mediate comunque da principi di ricognizione scolastici. È cominciata la ricreazione o, il che è lo stesso, un criterio di riempimento del tempo libero che passa attraverso banali valori d’uso, dinamiche sindacali dell’esercizio creativo che il poeta medesimo concorre a spacciare per prove d’autore, oppure produzioni burocratiche torbidamente letterarie, smaccatamente ritagliate su una poetica da loisir, esatto adempimento di un impegno, permesso in una zona pubblica di creazione senz’altro ben disposta. (Da qui).

5. Luca F. Garavaglia

Percjé è vero: la letteratura si riverbera nella società e la società nella letteratura. Ma c’è da aggiungere qualcosa. E non per accertare chi, tra autori, editori, critici, lettori, redattori, o segretarie, sia stato più contagiato dalla ruffianeria minimal-autoreferenziale-nichilista. Poiché questo, ormai, per come stanno le cose, non è utile per fare meglio. Individuato e circoscritto il meccanismo infatti, ossia il trucco minimal-autoreferenziale-nichilista, al fine di corroborare la determinazione a uscire dal meccanismo, affrancandosene, proprio perché la letteratura si riverbera nella società e la società nella letteratura, trovo più utile parlare delle conseguenze che questo ha avuto. Non è infatti soltanto in Italia che «la letteratura rispecchia il Paese, e il Paese è quello che è». Gli anni ’20 furono di Pitigrilli, piuttosto che di Savinio, così come gli anni ’10 di Mario Dei Gaslini, piuttosto che di Svevo o Pirandello, perché “la tentazione del commerciale” è un vizio antico, più o meno come il mondo, e a qualsiasi latitudine. E non è soltanto l’Italia culturale, a essere un paese di club (e non da ieri). Il successo planetario de «La Madonnina degli Sleepings» costa a Dekobra l’espulsione dal mondo letterario ufficiale. Italo Svevo campa da impiegato nell’azienda commerciale del suocero. Franz Kafka lavora presso l’Istituto di Assicurazioni contro gli Infortuni per il Regno di Boemia e Pirandello insegna stilistica alle magistrali arrotondando con le lezioni private, proprio come faceva Debussy, insegnando pianoforte. Il vendibile infatti non si fa a priori, scrive Parente, non è pre-vendibile e prevedibile. Ma neppure la letteratura si fa a priori. Tanto più che spesso “la letteratura”, non sono neppure i professionisti della scrittura a farla. (Da qui).

6. Tom Shippey

Tolkien è un tipico autore del xx secolo. E’ solo che molti miei colleghi, i critici professionisti, non se ne rendono conto. Non prestano molta attenzione a ciò che la gente preferisce leggere e, come dirò poi, affermano – ad esempio, come una giornalista del “New York Times” – che “Tolkien non è letteratura”. Ma, in fin dei conti, chi sono loro per decidere cosa è la letteratura? La letteratura, in ultima analisi, è ciò che la gente legge, e di sicuro Tolkien ha avuto molto successo in questo campo. (Da qui).

7. Wikipedia francese

Le mot littérature, issu du latin litteratura dérivé de littera (la lettre), apparaît au début du XIIe siècle avec un sens technique de « chose écrite » puis évolue à la fin du Moyen Âge vers le sens de « savoir tiré des livres », avant d’atteindre aux XVIIe ‑ XVIIIe siècles son sens principal actuel : ensemble des œuvres écrites ou orales comportant une dimension esthétique (ex. : Une autre histoire de la littérature française, Jean d’Ormesson) ou activité participant à leur élaboration (ex. : « Se consacrer à la littérature »).
La littérature se définit en effet comme un aspect particulier de la communication verbale — orale ou écrite — qui met en jeu une exploitation des ressources de la langue pour multiplier les effets sur le destinataire, qu’il soit lecteur ou auditeur. La littérature — dont les frontières sont nécessairement floues et variables selon les appréciations personnelles — se caractérise donc, non par ses supports et ses genres, mais par sa fonction esthétique: la mise en forme du message l’emporte sur le contenu, dépassant ainsi la communication utilitaire limitée à la transmission d’informations même complexes. Aujourd’hui la littérature est associée à la civilisation des livres par lesquels nous parlent à distance les auteurs, mais elle concerne aussi les formes diverses de l’expression orale comme la poésie traditionnelle des peuples sans écriture — dont nos chansons sont les lointaines cousines — ou le théâtre, destiné à être reçu à travers la voix et le corps des comédiens. La technologie numérique est cependant peut-être en train de transformer le support traditionnel de la littérature et sa nature. (Da qui).

8. Daimon

D.: Sul Nobel a Dario Fo non mi sono mai molto interrogata, ma cogliendo l’occasione fornita en passant da Daimon in questo topic domando: perchè immeritato?
R.: Senza acrimonia ideologica (che è quella che ispira tanti suoi detrattori) né furia censoria, direi che gli ordini di ragioni per cui ritendo immeritato il Nobel a Fo sono due.
Primo: dovremmo intenderci su che cosa rientra nella definizione di “letteratura”, perché per questa gli è stato assegnato il premio. Ora, possiamo essere elastici fin che si vuole, ma prima che gli fosse assegnato il Nobel, quanti avevano letto una qualsiasi opera di Fo? (e anche dopo, a dire il vero…). Quello che Fo ha scritto (o meglio, composto) mi pare il copione di un tipo di teatro che vive sull’improvvisazione, sulla recitazione, sull’oralità, sulla performance, e che trova nella trascrizione solo un modesto e incompleto strumento per fissare alcuni elementi (e nemmeno i più significativi e rilevanti) della sua arte, che è una forma di cultura, che ha una tradizione storica lunghissima e degnissima, ma… letteratura? Letteratura nel senso di “forma d’arte che si esprime attraverso le lettere, sulla pagina, cioè attraverso la scrittura? Che ha l’essenziale della sua comunicazione nella forma del libro? Chiunque abbia fatto l’esperienza di leggere Fo sa che la mente combina il ricordo delle sue performances con il testo che scorre sotto gli occhi, e che solo così questo assume senso (anche se non il senso pieno di una rappresentazione teatrale), mentre risulta (risulterebbe) scialbo o generico senza questo supporto mnemonico. E allora torno alla domanda: è letteratura? Se dovessi rispondere con una pistola alla tempia, penserei ad Omero e all’oralità, alla tragedia e alla commedia antiche, a Ruzante, al teatro dell’arte e a Goldoni, a De Filippo e… chissà ancora a chi altro, ma alla fine direi: no. Non so cos’è, ma non è letteratura.
Secondo: nel merito di quello che ha scritto e per cui è stato premiato, cioè le sue opere, mi sembra che, per le ragioni esposte sopra, queste non abbiano un messaggio così profondo, universale, assoluto nella forma scritta come quello che ci si aspetterebbe da un premio Nobel. Il fatto è che, se la forma è il contenuto, la forma dell’arte di Fo non è quella scritta. Pensa alla caratteristica più geniale (e bella e divertente) del teatro di Fo, il grammelot: si può scrivere? Certo che no. E senza questo, quello che viene scritto quanto vale? Non molto, almeno secondo me. Certo non un premio Nobel. (Da qui).

9. Eleonora Dall’Ovo

I testi delle teatranti lesbiche fino a questa antologia sono sempre stati semplici copioni. Era necessario trasformarli in drammaturgie non solo per lasciarne traccia nella storia del teatro italiano, ma anche per ufficializzare l’esistenza di un teatro lesbico in Italia. I critici teatrali in Italia sono ancora legati al concetto che il teatro per prima cosa è letteratura e non presenza e invenzione scenica. In Gran Bretagna e in Francia il teatro lesbico non ha bisogno dell’attestazione drammaturgica per esser riconosciuto e inserito nelle rassegne teatrali, perchè si è capito che il teatro è molto di più che un testo letterario. Non esiste un concetto solo di teatro, ma più modi di fare teatro. In Italia questo è ancora un concetto strano e troppo innovativo. (Da qui).

10. Wikipedia inglese

Literature (from Latin litterae (plural); letter) is the art of written works, and is not bound to published sources (although, under circumstances unpublished sources can be exempt). The word literature literally means “acquaintance with letters” and the pars pro toto term “letters” is sometimes used to signify “literature,” as in the figures of speech “arts and letters” and “man of letters.” The two major classifications of literature are poetry and prose.
Literature is usually differentiated from popular and ephemeral classes of writing, and terms such as “literary fiction” and “literary merit” are used to denote art-literature rather than vernacular writing. Texts based on factual rather than original or imaginative content, such as informative and polemical works and autobiography, are often denied literary status, but reflective essays or belles-lettres are accepted. In imaginative literature criticism traditionally excluded genres such as romance, crime and mystery and the various branches of fantastic fiction like science fiction and horror, along with mainstream fiction with insufficiently elevated style, but the idea of genre has broadened and is now harder to apply as a border-line. (Da qui).

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100 Risposte to “Dieci risposte (che non condivido) alla domanda: “Che cosa è letteratura?””

  1. davide calzolari Says:

    grazie di cuore!

    detto questo,ho letto solo,per ora,l’intervista a Guglielmi(è il critico italiano di cui personalmente ho letto di piu l’apparato ideal/ideologico/tecnico etc etc)e insomma,che dire,sempre spunti interessanti in quel che dice ma ormai lo trovo davvero datato,anche lui,ebbene si;la sua fissazione per Gadda e per Tondelli inizia a armi sbadigliare,meno le critiche a Moravia ,quelle si che erano e sono azzeccate 🙂

  2. davide calzolari Says:

    aggiungo:la parte migliore dell intervista a Guglielmi,e quella piu in topic visto il titolo del thread qui,è quella sul “foglio” n° 2!

  3. vbinaghi Says:

    Non ci posso credere.
    Esistono le “teatranti lesbiche”?
    A quando i “percussionisti trans”?
    Mi viene in mente di fondare l'”epica etero” ma desisto perchè poi Wu Ming1 mi diventa geloso.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Valter, a me interessava la contrapposizione tra la risposta n. 8 (è teatro, dunque non è letteratura) e la n. 9 (è teatro, dunque è letteratura).

  5. Luca Tassinari Says:

    Ma è una domanda sciocca!
    (relata refero, neh. Lo diceva G.Genette. v. qui).

  6. Filippo Albertin Says:

    Le ragioni del Nobel a Dario Fo sono anche state di natura letteraria “stretta” (cioè, più stretta rispetto alla certamente “lasca” natura del giudizio di chi l’ha incoronato): per esempio, lui ha scoperto numerosissimi testi dimenticati, e li ha parafrasati a suo modo. Tuttavia anch’io rimasi abbastanza perplesso per questa attribuzione letteraria alla sua opera, e ancora più perplesso per il Nobel conferitogli. Il teatro — io ho fatto a lungo teatro, e qualcosa la posso dire — non è letteratura. Il teatro che può essere letteratura è al limite quello di prosa di certo Ottocento, tutto testo e dizione, ma sia il teatro arcaico sia quello “di ricerca” e contemporaneo sono ormai fenomeni più simili alla musica, alla danza, alle varie performance espressive umane (Carmelo Bene parla di una scrittura di scena, che rende il testo sostanzialmente spazzatura, e io sono perfettamente d’accordo: il teatro deve essere accadimento). Penso anch’io che, se di una letteratura vogliamo parlare, dobbiamo riferirci ad alcune caratteristiche standard e statiche. Io proporrei una definizione del tipo: qualsiasi opera d’arte utilizzi la sola lingua scritta come veicolo espressivo.

  7. Enrico Macioci Says:

    Tema interessante e infinito.
    Ho letto La Capria: condivido poco. Non è vero che oggi non si creano più grandi personaggi (ce ne son tanti), e non è neppur vero che un grande personaggio sia necessario a un grande romanzo. Prendiamo I detective selvaggi: non c’è un vero personaggio (ci sono fantasmi, illusioni), ma il libro è un capolavoro, ed è anche molto appassionante. La sottovalutazione di Stephen King, poi, è un classico. Invito chiunque sia interessato a leggersi il saggio di Marco Candida sul sito Doppiozero: là c’è il vero significato di King, la sua unicità imprescindibile.
    Ho letto Guglielmi: non condivido quasi nulla. Del resto pure lui, rileggendosi, condivide poco sé stesso, mi sembra.
    Per me la vera domanda suonerebbe: che cos’è la scrittura? Rispondo: la scrittura è la letteratura meno tutto ciò che è inutile. Cioè se si sente qualcosa di gratuito la scrittura si opacizza, e magari là si sta facendo letteratura.
    Poi leggerò con calma anche gli altri articoli.

    ps: per scrittura intendo un prodotto che abbia finalità sostanzialmente creative, estetiche e cognitive, diciamo immaginative. Non dunque, che so, un articolo di giornale o un diario di viaggio.

  8. andrea barbieri Says:

    9. Eleonora Dall’Ovo

  9. illettoreforte Says:

    Un cordiale saluto a Giulio e agli intervenuti! Il post è interessante. Ora non ho il tempo di commentarlo, spero di poterlo fare in futuro. Per ora, mi permetto di esprimere un dubbio: la risposta n. 2 è davvero una risposta alla domanda “Che cosa è letteratura?” A me sembra una risposta alla domanda “Che tipo di romanzo preferiva il Gruppo 63?” (risposta: il romanzo illeggibile). Non mi sembra di trovare, nemmeno nell’articolo, l’esplicita ammissione che il leggibile non sia letteratura. Correggetemi se sbaglio (la correzione sarà gradita).

    Andrea Tullio Canobbio

  10. Federico Platania Says:

    Ogni volta che mi sono interrogato sulla questione non sono arrivato a conclusioni definitive, neanche lontanamente definitive.
    Però credo di aver isolato un elemento che reputo interessante. E cioè che secondo me affinché si possa parlare di letteratura deve esistere almeno l’intenzione di compiere un gesto letterario.

    Ad esempio, una lista della spesa secondo me non è letteratura. Ma se io compilo una lista della spesa con l’intento di compiere un gesto letterario ecco che quella stessa lista diventa letteratura.

    Mi rendo conto che quanto appena detto confina con una tautologia (“Ok, Federì, definisci ‘gesto letterario’ allora”) però nelle arti visive il concetto di “ready made” è molto simile a quanto da me ipotizzato per la letteratura.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Andrea. Ho corretto.

    Filippo: la tua definizione ha almeno due conseguenze che secondo me ne sconsigliano l’uso:

    1. chiede di definire preliminarmente cosa sia opera d’arte; e quindi non risolve; e anche “veicolo espressivo” mi pare un’espressione che avrebbe bisogno di qualche chiarimento;

    2. esclude dalla letteratura un bel po’ di cose, a es. i poemi omerici, nati in piena oralità. A meno che non si voglia decidere che L’Iliade non era letteratura prima che qualcuno si decidesse a scriverla, e dopo la scrittura è diventata letteratura. Per carità: si può fare. Ma allora, “Ecco mormorar l’onde” di Tasso, musicato da Monteverdi (testo, videoclip), è letteratura o no? Si può sostenere che è letteratura quando lo leggiamo, e non lo è quando lo ascoltiamo cantare? Si può, per carità. Ma se io lo leggo ora, e ho nella memoria la messa in musica di Monteverdi, lo faccio essere letteratura o no?

    Tu invochi, giustamente, delle caratteristiche “statiche”. Su questo sono d’accordo (tant’è che, non avendo finora trovato niente di meglio, di solito dico: “Letteratura è qualcosa di scritto”). Ma sospetto che le caratteristiche da te proposte non siano statiche.

    Enrico: se cerchiamo di rispondere alla domanda “Che cosa è letteratura?”, non possiamo basarci su giudizi di valore. Oppure possiamo, ma allora non stiamo facendo definizioni: siamo facendo dichiarazioni di gusto o di poetica.
    Se un’opera viene riconosciuta “un capolavoro” oggi, e domani viene addirittura dimenticata, dovremmo dire che oggi è letteratura, e domani non lo è più? La musica di Vivaldi, nei quasi due secoli nel corso dei quali fu dimenticata, non fu più eseguita, eccetera, smise di essere musica? E tornò ad esserlo quando Vivaldi fu, come si usa dire, “riscoperto”?

    Che cosa sia la scrittura, è un’altra domanda. Ma non è la domanda che mi interessa. Peraltro, noto che quando dici “per scrittura intendo un prodotto che abbia finalità sostanzialmente creative, estetiche e cognitive, diciamo immaginative. Non dunque, che so, un articolo di giornale o un diario di viaggio” fai una distinzione assurda: un articolo di giornale non può forse avere finalità sostanzialmente creative, estetiche e cognitive, diciamo immaginative? Un diario di viaggio non può forse avere finalità – eccetera.
    Pensa alla satira I, 5 di Orazio: è il racconto di un viaggio da Roma a Brindisi, in compagnia di Mecenate e altri…

    Federico: pensi che per fare della cucina sia necessario avere l’intenzione di compiere un gesto culinario? Che per fare dlela musica sia necessario avere l’intenzione di compiere un gesto musicale? Secondo te, gli schiavi che crearono i blues nei campi di cotone avevano un’intenzione di compiere un gesto musicale in qualche modo paragonabile all’intenzione di compiere un gesto musicale di, che so, Mascagni o Boccherini o Petrassi?

    Andrea Tullio: se io sono il Gruppo 63, e mi si domanda che cosa è letteratura, rispondo ovviamente che cosa è letteratura secondo il Gruppo 63: perché sono convinto che il Gruppo 63 abbia ragione, in merito alla questione di che cosa sia letteratura.

    Una precisazione. Luca: sono d’accordo con te e con Genette. La mia domanda tuttavia non è “Che cos’è la letteratura”, ma “Che cosa è letteratura” (mi vien da dire: tra domandare “Che cosa è la bellezza” e domandare “Che cosa è bello”, vi è qualche differenza; ma il paragone, lo vedo, è imperfetto).

  12. Marco Busetta Says:

    «La technologie numérique est cependant peut-être en train de transformer le support traditionnel de la littérature et sa nature». di tutte le affermazioni questa è quella che preferisco. al di là del support traditionnel è proprio la natura della letteratura che subisce trasformazioni. sono argomenti giganteschi, ma quel che vedo è che la fotografia, il cinema, la macchina da scrivere e continuando fino al tablet, queste cose hanno sempre cambiato la letteratura, che quindi appare come una cosa viva, segnata come tutte le altre cose vive dall’orizzonte di tecnologia disponibile e persino potenziale. molte delle risposte non riesco a condividerle, ma forse dovrei leggere l’intero brano da cui sono tratte. probabilmente intendere letteratura non come “cose da leggere” come sembra trapelare da alcune risposte, bensì come “strumento per leggere le cose” (attorno e dentro) potrebbe aiutarmi a valutare meglio le singole risposte.

  13. Marco Busetta Says:

    (ps. giulio, da musicista, i riferimenti a petrassi, monteverdi, vivaldi, etc.., li trovo bellissimi. grazie)

  14. Giulio Mozzi Says:

    Marco, sapresti dirci quali cambiamenti hanno prodotti nella letteratura la fotografia, il cinema, la macchina per scrivere e il tablet?

  15. Federico Platania Says:

    Credo che gli schiavi, quando composero i primi blues, fossero consapevoli di stare facendo musica (che poi ci sia differenza tra quel gesto musicale e il gesto musicale di un compositore come quelli da te citati è un altro discorso). Restando nell’esempio. Il blues degli schiavi è musica, mentre la lallazione di un neonato (dove manca l’intenzione consapevole di compiere il gesto artistico) non è musica.

    Confesso che il paragone con la cucina mi mette un po’ più in crisi.

    Tornando alla questione letteraria: se si esclude l’intenzione, allora qualunque documento (non necessariamente scritto) prodotto dall’uomo è letteratura. Ecco che torna la lista della spesa compilata senza alcuna intenzione letteraria che rinvenuta in futuro diventa un documento letterario che contribusce a dirmi qualcosa di un uomo, di una famiglia, di una comunità, di una civiltà, etc.

  16. illettoreforte Says:

    @ Giulio Mozzi

    Grazie della risposta. Vorrei aggiungere qualcosa, ma il tempo, veramente, è tiranno. Chiedo scusa e vi saluto. Buona discussione a tutti!

    ATC

  17. tommasomelilli Says:

    “Quant à la notion de valeur, on sait bien qu’elle joue dans l’univers de l’esprit un rôle de premier ordre, comparable à celui qu’elle joue dans le monde économique, quoique la valeur spirituelle soit beaucoup plus subtile que l’économique, puisqu’elle est liée à des besoins infiniment plus variés et non dénombrables comme le sont les besoins de l’existence physiologique. Si nous connaissons encore l’Iliade, et si l’or est demeuré, après tant de siècles un corps (plus ou moins simple) mais assez remarquable et généralement vénéré, c’est que la rareté, l’inimitabilité et quelques autres propriétés distenguent l’or et l’Iliade, en font des objets privilégiés, des étalons de valeur.” P. Valéry, “Cours de Poétique”

  18. Marco Busetta Says:

    premesso che ho mischiato volutamente strumenti di lettura/scrittura con invenzioni di modi di “leggere” il mondo, direi che il cambiamento nasce sempre dal confronto. ci sono scrittori che hanno cercato di contrapporsi alle carellate cinematografiche, altri che le hanno imitate o ne hanno tratto ispirazione. per andare a cose più spicce mi chiedo se scrivere con il pc o a mano sia la stessa cosa, me lo sono chiesto diverse volte e nella mia esperienza il risultato è diverso. (perché è più facile spostare frasi, perché le lettere che scrivo a schermo sono neutre, perché subisco la seduzione della pagina già bell’e pronta: sono quasi tutti miei limiti personali!). per rimanere ai tablet ho l’impressione che ci sia una spinta in direzione di pagine autoconclusive

  19. Enrico Macioci Says:

    Hai ragione, Giulio. Ma quel che conta, intendevo dire, è l’ “intenzione” (come afferma anche, mi pare, Federico Platania). Cioè: a qual fine scrivo questa lista della spesa, questo articolo di giornale eccetera? Cioè: un articolo politico di Scalfari non è letteratura nè vuol esserlo (credo), ma un articolo politico che appare all’interno d’un romanzo, d’una finzione romanzesca, e che è funzionale alla finzione romanzesca, invece è letteratura. O no?
    Poi, ecco, c’è la difficoltà nel districare le “intenzioni”. Forse, come tu dici, faccio confusione fra letteratura e scrittura.

  20. Filippo Albertin Says:

    @Giulio:

    Verissimo. Tutto quello che dici intorno a quella frase che ho proposto sono (e non potrebbe essere altrimenti) puntualissime e ben dette. Mi permetto di dire che avevo abbozzato un’idea, non certo definitoria; una definizione operativa appena scarabocchiata, semplicemente per far capire che “a un certo punto bisogna convergere verso una definizione”.

    I Poemi Omerici sono letteratura? Faccio una provocazione: sono letteratura anche i libri che nel noto romanzo di Bradbury vengono bruciati, e imparati a memoria dalla “resistenza”. Cioè: il concetto di scrittura è legato al foglio che si ha a disposizione in quel determinato frangente.

    A mio avviso è letteratura tutto ciò che manifesta la sua funzione attraverso un testo. Ecco che un film non è letteratura, perché non si legge, ma si guarda e si ascolta. Non lo è la musica, perché si ascolta. Non lo è l’opera teatrale, perché la si guarda e la si ascolta come il cinema, ma dal vivo. Eccetera.

    Io credo che una definizione di letteratura, però, non possa prescindere dalla definizione di opera d’arte. Cioè, anche un trattato può essere “arte”, ma in senso molto lato: posso fare “ad arte” anche una frittata, ma difficilmente una frittata potrà avere lo stesso valore di un grande romanzo. Non credo si possa dare una (sia pure necessaria) definizione formale di letteratura, perché la letteratura contiene anche qualcosa di più, che è l’artisticità.

    Credo però che la definizione di opera d’arte sia da un lato difficilissima, ma dall’altro lato inutile. L’arte si riconosce, non si conosce (la cosa è stata oggetto di un lungo dibattito anche qui, e mi pare che tale dibattito non abbia portato — secondo me ovviamente — ad alcuna conclusione ulteriore a quella dettata dal semplice buonsenso).

    Ciò che invece si può dare è una definizione di “forma” della letteratura.

  21. Felice Muolo Says:

    Giulio, dicci punto per punto perchè non condividi e facciamo prima. Senza ironia. Molti vanno di fretta.

  22. Andrea D'Onofrio Says:

    5. Luca Garavaglia
    Perc[j]é è vero

    6. Tom Shippey
    “La letteratura, in ultima analisi, è ciò che la gente legge”

    che ne pensi, Giulio, di questa definizione? Cambia il punto di vista rispetto al tuo “Letteratura è qualcosa di scritto” ma, mi pare, più utile, perchè tiene conto anche del tempo (no, non è statica)

    Ciao

  23. Filippo Albertin Says:

    Ancora @Giulio:

    Sul Tasso musicato da Monteverdi. Resta letteratura? Secondo me no: diventa musica. Monteverdi usa quella letteratura per trasformarla di qualcosa d’altro. Certo, c’è un rapporto tra i due mondi. Quante volte mi è capitato di dire “questo film è molto letterario” (si pensi alla costruzione dell’immagine filmica prima dell’arrivo di questo nuovo modello che definirei “a videogame”). Tante. Idem dicasi con musiche, pitture e quant’altro.

    @Federico Platania:

    Il blues nasce come musica, non c’è il benché minimo dubbio su questo. Nasce da una predisposizione naturale, da scale e inflessioni della voce tramandate oralmente. La questione del compositore è esattamente delineata come tu descrivi: il gesto compositivo non c’entra. La musica non è prodotta dal compositore, ma scoperta dal compositore. Il canto, che è musica, è l’oggetto. Il compositore scova l’oggetto attraverso un’infinità di tecniche, ma l’oggetto resta oggetto, e l’oggetto in questione — quello musicale — è peraltro diversissimo dall’oggetto letterario, perché viene percepito senza alcuna mediazione di codici linguistici.

    Da qui però la differenza: se io canticchio un motivetto, quel motivetto è musica in quanto tale (ok, se lo scrivo è meglio, lo nobilito, lo faccio cantare da altri, ma sono tutte cose ulteriori). Se io racconto a voce una storiella, quella NON è letteratura. Diventa letteratura solo se la fisso in un testo con l’intenzione di farlo leggere.

    Io non credo quindi che una lista della spesa possa essere letteratura “in quanto tale” cioè in quanto documento. Una lista della spesa può intenzionalmente contenere elementi che la facciano “divenire” letteratura — si pensi a molta poesia contemporanea, fatta di ritagli e collage — ma non lo è di suo. Insomma: qui la composizione diventa fondamentale. Solo un autore intenzionale può fare letteratura.

    @Tutti:

    Mi pare però che molto più in generale il tema affiorante da queste “definizioni” fosse un altro. Un testo scritto bene può essere “non letteratura”? E un testo “scritto magari meno bene” può invece esserlo? Chiaramente a monte c’è la solita diatriba sulla “qualità” delle cose che non si pubblicano e sulla “non qualità” delle cose che si pubblicano.

  24. virginia Says:

    Concordo sia sull’inutilità dei tentativi di definire l’arte che, in parte, sull’essere letterario di ciò che manifesta la sua funzione mediante un testo. Aggiungerei che l’iscrizione alla categoria avviene sempre a posteriori per riconoscimento (da parte di chi? e qui si rischia la risposta tautologica) altrui della “forma” che caratterizza il testo. Velleitario, quand’anche scrittori già “laureati”, dire di se stessi, componendo una nuova opera: “faccio letteratura”

  25. enrico Says:

    @ filippo
    lo “schiacciamento” del teatro sull'”evento” teatrale (tanto che il testo e l’autore ne sono espunti, con conseguenze, a mio giudizio, spesso imbarazzanti) è una moda recentissima: le pièce di Pirandello, Beckett, le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide e mi fermo qui, sono letteratura (opportunissimo anche il riferimento ai poemi omerici, che furono… canzoni…). Cioè, un letterato, chessò un romnaziere, non può non considerare il Beckett drammaturgo come qualcuo che fa qualcosa di molto simile a sé. Eschilo non può non essere nell’ album di famiglia di un romanziere o di un poeta.
    Forse un elmento in più di comprensione lo può dare la filosofia di Carlo Sini: la letteratura (come la musica, la cucina ecc.) è né più né meno che una pratica, una pratica di pratiche e un sistema segnico complesso. Come pratica e pratica di pratiche (misto di qualcosa che “si fa secondo delle regole” e riflessioni su di sé), la letteratura è al contempo la sua storia (io in occidente ho un concetto di letteratura tale e tal’altro perché c’è stato Omero, ed Eschilo, e Saffo agli inizi) e la sua “gettatezza” e apertura al futuro e alla metamorfosi (movimento dei segni)… in questo senso, certo l’intenzione di “fare quella pratica” e non un’altra mi pare fondamentale. Qualcuno per esempio ricorda il dialogo tra Giulio Mozzi e il poeta (emiliano?) che non legge i poeti. Ecco un modo “curioso” di molti poeti dilettanti di “stare” nella pratica (di esercitarla) della letteratura: rifiutarne la dimensione “contestuale” e storica, cioè la dimensione complessa dei suoi segni. E tuttavia si immagina che il poeta “emiliano” abbia almeno sentito parlare del Pascoli o del Leopardi da qualche parte… e da lì ha tratto le regole e le ragioni del suo scrivere poesia…

  26. enrico Says:

    postilla: quando scrivo l’elenco della spesa non sono nell’ “Album di famiglia” dei letterati – ma non è, assolutamente, un discrimine di valore… posso avere scritto un elenco della spesa meraviglioso (ah no: nel sistema di segni, nella pratica propria dell’elenco della spesa il valore “bellezza” è assente… in quella pratica vigono valori diversi. più strettamente utilitaristici…)

  27. enrico dignani Says:

    lo spirito che si fa intelletto e poi azione e parola e scrittura =

  28. Filippo Albertin Says:

    @Enrico:

    Ma io ritengo infatti che i Poemi Omerici SIANO letteratura. Solo che in questo caso il testo è altrove: allude a una testualità orale, ma pur sempre a una testualità, a sequenze di frasi che narrano e creano immagini, figure, concetti.

    La stessa poesia, che oggi annoveriamo penso abbastanza automaticamente nella letteratura, nasce come musica (si pensi ai ritmi, agli accenti, e a tutta quella sequenza di oggetti percettivi oggi scomparsi, rimasti solo in certe lingue come quella giapponese). Probabilmente la “letteratura” dei tempi più arcaici era una mescolanza di scritture sceniche, musica ed evento teatrale dalle forti connotazioni rituali. Però oggi abbiamo articolazioni più complesse, e definire tutto come letteratura mi pare equivalente a farla scomparire.

    Vedo poi che anche tu ricordi quel raccontino — cioè quel dialoghino — con tale poeta emiliano. Ma dov’è andato a finire? Era spassosissimo.

    Quanto al teatro, mi dispiace, ma sono completamente in disaccordo con te. La “funzione teatro” è quanto di più lontano dal testo ci si possa immaginare. Ora, è ovvio che un autore — scrittore, romanziere, poeta che sia — può scrivere tutti i testi teatrali che vuole, e ci mancherebbe. Ma il testo teatrale è sempre un “non testo”, un canovaccio, una cosa tra le mille cose che la mettono in discussione. Un brutto testo teatrale può diventare un capolavoro di spettacolo, e viceversa un bellissimo testo teatrale può non avere alcuna efficacia. Che poi tu mi dica che tanto cosiddetto “teatro di ricerca” (e ho conosciuto pure quelli lì!) faccia di questa dissoluzione del testo una parodia di sé stessa, questo è un altro paio di maniche.

    Intendiamoci, però! Una definizione di letteratura potrebbe anche includere il teatro, e chissà quante altre cose al suo interno. Non sono contrario a qualsivoglia inclusione di questo e quello. Anzi. Ben vengano anche le più pindariche delle proposte. Ma vorrei capire solo una cosa: che senso hanno queste disquisizioni? Se diamo una definizione di letteratura oggi, perché la diamo?

  29. enrico Says:

    Gentile Filippo, mi chiedo se la diatriba intorno al teatro come letteratura possa avere “punti di fissaggio” e di riflessione che riescano a far propendere per la tua versione o la mia. E sarei propenso per rispondere: no. Questione di interpretazioni, visioni: una visione della letteratura più “inclusiva” (per me anche le sceneggiature dei film sono letteratura, e le canzoni ecc.) e una “esclusiva (una scrittura che “si traduce”, s’incarna in media audiovisuali non è perciostesso letteratura).
    Secondo me comunque esageri quando affermi “La “funzione teatro” è quanto di più lontano dal testo ci si possa immaginare”. Intanto non mi ritrovo nella terminologia iper-razionalistica “funzione teatro”. Il teatro (aggiungiamo va: occidentale) ha una storia fatta di un complesso di elementi eterogenei: attori, regista, edifici teatrali, contesti rituali, pubblico, committenza cittadina o di altro genere, scenografie. Testi. I testi sono l’elemento storicamente forse più significativo della storia del teatro. Proviamo a pensare di non avere i testi dei tre tragedi, di non avere Aristofane… l’impatto del teatro greco sulla nostra cultura, o persino sulle nostre menti, e sulle nostre vite, non dico che sarebbe nullo, ma quasi… non vorrò aduggiarti poi (e son convinto che tu sappia peraltro) con il passaggio dalla Commedia dell’Arte (ecco lì c’erano proprio i “copioni” che andavano travolti e coloriti e infarciti sulla scena) e la Riforma goldoniana, con i suoi capolavori… che sono e rimangono splendidi testi! Beckett ha vincolato gli spettacoli ai suoi testi in maniera persino maniacale.
    Sulle tue domande in fine di commento: io risponderei: dammi una definizione e ti dirò chi sei… e poi perché è divertente discuterne…

  30. davide calzolari Says:

    x macioci:

    concordo con te,e cmq sembra che La capria confonda stepehen king con altri :)tipo Cusserl o simili;cmq si vede ,nella migliore delle ipotesi,che non ha letto molto di stephen king,La Capria,sob

  31. pensierioziosi Says:

    Il nome di Dario Fo è associato alle sue performance teatrali, ma in Italia. All’estero è noto soprattutto per i suoi testi. Si veda ad esempio la scelta in tedesco su Amazon:

    http://www.amazon.de/s/ref=sr_nr_n_1?rh=n%3A186606%2Ck%3Adario+fo%2Cn%3A%21541686%2Cn%3A117&bbn=541686&keywords=dario+fo&ie=UTF8

  32. manuela mazzi Says:

    Le definizioni che possono essere date di letteratura sono infinite ed arbitrarie, come ogni definizione. A me piace pensare che la letteratura sia un grande godimento e che perchè sia tale chi scrive ti possa sedurre con trame, mondi, sensazioni e fantasie. Che chi scrive sappia raccontare. Che non pretenda di fondare un nuovo stile, rendendo il testo inintellegibile, ostico e noioso. Che chi scrive infine sia in buona fede e non rappresenti un ego vuoto, ammantato di falsità interiori e di orpelli psicologici tristissimi e tediosi. Che chi scrive infine abbia il dono di saper raccontare.

  33. Filippo Albertin Says:

    “Il teatro (aggiungiamo va: occidentale) ha una storia fatta di un complesso di elementi eterogenei: attori, regista, edifici teatrali, contesti rituali, pubblico, committenza cittadina o di altro genere, scenografie. Testi.”

    La storia che descrivi non è la storia degli elementi eterogenei che fanno il teatro, ma la storia del teatro.

    “I testi sono l’elemento storicamente forse più significativo della storia del teatro.”

    La tua definizione personale di teatro — che non sono io a rigettare, ma coloro che insegnano teatro — è l’unica che può rendere sensata questa frase. Ma chiedi a chiunque: il teatro è ciò che accade. Dunque il testo diventa automaticamente l’elemento meno significativo della storia del teatro.

    Ribadisco però che una fitta serie di rapporti tra letteratura e teatro esiste ed è estremamente viva e proficua nella storia dell’una e dell’altro. Si veda appunto la questione Dario Fo e la sua produzione, appunto, letteraria. Ma si veda anche tanto teatro cosiddetto dell’assurdo, che si può tranquillamente leggere da una pagina avendone il pieno effetto. Si tratta di esperienze trasversali. Ma allora non parliamo di grandi filoni. Parliamo di singoli autori (cosa a mio avviso molto, molto più sensata).

  34. francesco Says:

    A mio avviso c’è un commento di Giulio che dovrebbe essere ben tenuto in mente (e mi sembra che molti commentatori abbiano travisato lo stesso titolo del post) C’è notevole differenza fra chiedere (e chiedersi) “COSA è LETTERATURA” e “Cos’è LA Letteratura”. Proporrei quindi di ripartire da questo, più che dilungarsi su questioni diverse. E divergenti.
    Banalmente, mi verrebbe da dire che “Letteratura è tutto ciò che leggo ma che riconosco avere caratteristiche di letterarietà”.

  35. manu Says:

    letteratura, per me, è una visione accorta della realtà

  36. Denise Cecilia S. Says:

    Molto modestamente, concordo piuttosto con la 8: teatro non è in sè e per sè letteratura, anche se incorpora della letteratura e ne fa uso.
    Teatro è non tanto “più che letteratura”, quanto qualcosa di diverso, che ha uno scopo ultimo ed una tensione diversi. Non basta dunque l’uso delle parole, anche scritte tali e quali, per assimilarlo ad essa.

  37. Taglia Says:

    Il tentativo labirintico (labirinto senza uscita) di dare una risposta universale a ciò che è puramente ed esclusivamente soggettivo.
    Credo che, sotto certi aspetti, l’unica domanda che possa trovare risposta sia: “cosa è letteratura per me”.

    Circa il teatro, e l’interessante discussione tra i commentatori, l’analisi a mio avviso deve essere concentrata esclusivamente sul testo scritto, invece nel momento in cui vi si include la rappresentazione, la “funzione teatro” nel suo complesso, si va oltre, perché il teatro non può essere letteratura. Il testo teatrale , indipendentemente dalla sua funzione o rappresentazione, è letteratura? Può esserlo.

  38. Felice Muolo Says:

    Mi sbagliavo. Non tutti vanno di fretta.

  39. Alberto Zanetti Says:

    Nel momento in cui scriviamo un romanzo, immaginiamo ogni situazione e cerchiamo di tradurre in parole quelle immagini. Cerchiamo di “rendere l’idea” di ciò che stiamo immaginando usando le parole. Il drammaturgo immagina le scene, il contesto, l’accadimento, oppure l’idea ch’egli ha in testa, e cerca di trasmetterla tramite le parole assemblate in forma di dialoghi e descrizioni. Lo stesso processo fa il pittore che dipinge un quadro: immagina (o vede) una scena e cerca di riprodurla con le suggestioni ch’egli prova. Usa però una tecnica diversa, per questo la chiamiamo “pittura”.

    Ci sono romanzi che necessitano di pochissimi adattamenti per essere portati in scena. Ma non sono considerati testi teatrali.
    La bellezza della letteratura teatrale sta anche (per me) nel leggerla, perché ci si può divertire in un doppio processo: nell’immaginare l’accadimento rappresentato e nel giocare a costruire a proprio piacere la rappresentazione di quel contesto (lo spettacolo) come si fosse registi. Non solo si stimola l’immaginazione, ma anche il processo di analisi di come si immagina. E poi, è fantastico immaginare come si costruirebbe lo spettacolo, e poi vederlo realizzato da qualcuno in modo magari completamente diverso!

    Quando ho letto Mistero Buffo, ho provato una forte commozione, ben maggiore che nel vedere lo spettacolo. E’ “leggendo” Fo che ho compreso la sua grandezza, non vedendo i suoi spettacoli. Oh, certo, è un attore grandissimo, senz’altro d’eccezione, ma io credo che sia ancor più bravo, un superbo artista, nel trasmettere emozioni e idee usando la letteratura scritta, nella forma particolare di quella teatrale.

    Insomma, quando vedete una Fiat e una Opel, sì, certo, notate le differenze, ma restano entrambe due automobili.

    Che cosa è letteratura? Tutto ciò che, usando le parole, rivela l’animo umano; tanto più bella, quanto più efficace in questo.

  40. Luigi Tuveri Says:

    Letteratura per me è, quando scrivo: <>; quando leggo: <>.

  41. Luigi Tuveri Says:

    Letteratura per me è, quando scrivo: “intrattenere il lettore restituendogli se stesso”; quando leggo: “ritrovare tra le pagine la mia anima, il mio vero “io” (escluse le finte maschere che vergognandomi mi metto per sopravvivere), e quindi, ritrovando me stesso, essere intrattenuto”.

  42. Filippo Albertin Says:

    @Luigi Tuveri:

    Letteratura è per te tutto ciò che intrattiene + restituisce il fruitore a sé stesso? Se sì, penso che molta musica e molta arte pittorica siano, secondo la tua definizione, letteratura. Anche una seduta dallo psicologo può svolgere tali funzioni. Nulla di male, eh. Solo che dovremmo una buona volta metterci d’accordo.

  43. francesco Says:

    “Letteratura”, a mio modesto avviso, implica più il ‘leggere’ (con ciò che ne consegue a livello emotivo, ma non solo), che non il vedere o sentire. Così, tanto per tentare di mettersi d’accordo, eh?

  44. Filippo Albertin Says:

    Lo penso anch’io.

  45. Giulio Mozzi Says:

    Federico: tra “essere consapevoli di fare musica” e “avere un’intenzione artistica”, però c’è una bella differenza.

    Filippo: “A mio avviso è letteratura tutto ciò che manifesta la sua funzione attraverso un testo”. Esempio classico: la lista della spesa. Esempio alternativo: il biglietto ferroviario.

    “L’oggetto è diversissimo dall’oggetto letterario, perché viene percepito senza alcuna mediazione di codici linguistici”. Anche la lingua parlata viene percepita senza alcuna mediazione di codici linguistici.

    “…quel dialoghino — con tale poeta emiliano. Ma dov’è andato a finire?”. E’ nel mio libro Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili).

    Felice: “Giulio, dicci punto per punto perchè non condividi”. Perché nessuna di quelle definizioni permette di distinguere con sicurezza una cosa verbale che sia letteratura da una che non lo sia.

    “Mi sbagliavo”. Una volta tanto, l’empiria s’impone.

    Virginia: sei sicura che quella risposta sia tautologica? Io sospetto che no. In fondo, il numero delle persone che decidono che cosa è letteratura e che cosa non lo è, è un numero finito. E, con molta pazienza, si potrebbe elencarle.

    Enrico (senza cognome): la riflessione di Sini è interessante, ma ho il sospetto che non possa fornire criteri per decidere se un certo oggetto è, o non è, letteratura.

    Manuela: “Le definizioni che possono essere date di letteratura sono infinite ed arbitrarie, come ogni definizione”. Mi pare falso che ogni definizione sia infinita e arbitraria.

    Franesco: “Banalmente, mi verrebbe da dire che “Letteratura è tutto ciò che leggo ma che riconosco avere caratteristiche di letterarietà”.”. Quali sono le “caratteristiche di letterarietà”?

    Taglia: “Credo che, sotto certi aspetti, l’unica domanda che possa trovare risposta sia: “cosa è letteratura per me”.”. Indubbiamente la domanda “cosa è letteratura per me” può avere una risposta più facile. Tuttavia non serve a molto. Se vado al mercato a comperare cavoli e merende, è necessario che il venditore e io disponiamo di un’idea condivisa su che cosa siano i cavoli e che cosa siano le merende. Ricordiamoci che c’è della roba che viene venduta come “letteratura”. E il cliente, se chiede della letteratura, gliela danno, se la porta a casa, e poi scopre che era un calesse – c’è rischio che s’incazzi.

    Alberto: “quando vedete una Fiat e una Opel, sì, certo, notate le differenze, ma restano entrambe due automobili”. No: restano entrambe una automobile: sennò diventan quattro. 🙂

  46. enrico Says:

    @ Giulio
    riformulo un’analisi; se considerassimo la letteratura un “insieme”, una sorta di “recinto” aperto, ma non spalancato? Se dicessimo: la letteratura come un corpo ha una pelle che la separa e permette uno scambio con l’esterno ma anche un mantenimento di identità, questa pelle è il confine… bisognerebbe dunque non tanto lavorare su una “definizione aurea” ma procedere a una perlustrazione sui limiti/confini (oltre quel confine, entro quel confine) e a una considerazione degli elementi presenti nel “recinto” e ai valori che li stutturano (di qui il dibattito sul teatro). L’immagine “strutturale” dell’insieme necessiterebbe inoltre di un elemento mobile e storico – che suona: letteratura è ciò che è stato considerato letteratura nel tempo storico, con un “occhio” a ciò che da Omero a noi è rimasto sostanzialmente invariato… è davvero possibile – vi sottopongo questa domanda – spingersi a dire “che cos’è letteratura” senza articolare la dimensione della storia, dell’eredità letteraria?

  47. Alberto Zanetti Says:

    Caro Giulio,
    hai ragione, “una” automobile. Ma avendo bevuto un Porto in più, cioè due porti (uno a Venezia e uno a Chioggia), ci vedo doppio 🙂

  48. Luigi Tuveri Says:

    @Filippo Albertin

    Ho precisato, quando scrivo e quando leggo, non se ascolto musica o vado dallo psicologo o prendo un autobus, riferendomi quindi alla parola scritta, ovvero tracciare lettere e quindi lo scrivere e quindi farlo o leggere ciò che è stato scritto.

    @Francesco

    Certo leggere, va bene. Se qualcuno scrive sarà meglio che ci sia qualcuno che legga, un po’ come in questo blog. Ma se nessuno scrive, cosa leggiamo?
    Questo per dire che se parliamo di letteratura mi pare difficile evitare di parlare anche di scrittura.
    Io leggo e scrivo ad esempio e mi va bene così, anche se può essere, e lo è senz’altro, che ciò che leggo sia più “immenso” di ciò che riesco a scrivere (e credo lo si noti già nei miei semplici post). Ma non per questo voglio relegarmi a fare “solo” il lettore.

  49. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, potremmo dire: all’insieme delle cose che sono letteratura appartengono tutte le cose che possiedono alcune caratteristiche sul cui riconoscimento vi sia pacifico accordo.

    (Nota: le caratteristiche possono anche essere esclusive, ovvero escludere: “non risuona cupamente se percosso” e “se applicato sulla ferita non induce cicatrizzazione” sono due caratteristiche esclusive).

  50. Alberto Zanetti Says:

    Se immaginiamo che la letteratura sia un “media”, cioè esso stesso un messaggio in sé e per sé (vedi Noam Chomsky), allora colui che si occupa di letteratura è uno studioso di comunicazione. Le varie estensioni o configurazioni di questo media, siano esse teatro, poesia, narrativa ecc., sono diverse metodiche di approccio allo studio e alla ricerca.

    Mentre agli esordi la letteratura corrispondeva a un modo per “storicizzare” (memorizzare) le informazioni, i miti, la cultura, le conoscenze, oggi è anche un metodo di indagine sugli effetti della comunicazione verbale, divenendo anche terreno di sperimentazione. Se siamo a conoscenza che la comunicazione (verbale) ha effetti diretti di modificazione di idee e comportamenti negli interlocutori (modificazioni della psiche), dobbiamo ipotizzare che la parola scritta faccia altrettanto. Lo scrivere si trasforma quindi in strumento per focalizzare l’attenzione (e la ricerca) sui dettagli comunicativi; la letteratura è allora un metodo per approfondire gli effetti del linguaggio sull’uomo.

    Vista così, i confini fra letteratura, scienza della comunicazione e psicologia si riducono.

    Secondo voi, possiamo dire che “letteratura” è qualsiasi tentativo di svelare l’uomo (all’uomo) attraverso l’uso del linguaggio?

  51. enrico Says:

    @ Alberto
    dico la mia su alcune cose che hai “raccolto”
    1) sì mi sembra che nell’insieme della letteratura ci sia la comunicazione (e anche l’espressione); quella strana comunicazione che funziona anche in assenza del locutore e su due nodi temporali differenti, che è la comunicazione scritta. possiamo anche dire: non c’è letteratra prima dell’accesso dell’uomo alla “tecnologia della scrittura”…
    2) l’accento sulla letteratura come metodo (il termine ricorre curiosamente in due snodi del tuo commento: “è anche un metodo” e “è allora un metodo”), mi sembra parli di una cosa con la concettualità legata ad altre pratiche creative (la scienza, la filosofia). Mi pare – detto altrimenti – un modo di “intellettualizzare” la letteratura. In una battuta. Ci sono romanzieri che non vogliono che narrare…
    3) L’ultima tua domanda, mi sembra in due punti problematica: hai parlato di “media” e il “medium” della letteratura mi pare non il linguaggio tout court, ma il linguaggio scritto, ovvero la scrittura. E in secondo luogo: mi chiedo se sempre e comunque i letterati abbiano come obiettivo “di svelare l’uomo (all’uomo)”. Io penso di no, almeno in questi termini. Solo mettendosi nettamente di lato (o di sopra) al fatto letterario, si può affermare quello che affermi. diverso per la pratica psicologica forse.

  52. Felice Muolo Says:

    Giulio, una cosa verbale? Non si cercava di definire una cosa scritta, come letteratura? Ho la sensazione che si sia sconfinato o che mi sia distratto.

  53. Antonio Says:

    Che cosa è letteratura?
    Un testo bello è letteratura anche se non sempre letteratura implica testi belli.
    Letteratura è ciò che è stato considerato letteratura nel passato, ciò che viene considerato letteratura oggi e ciò che sarà considerato letteratura nel futuro.
    Letteratura è ciò che è letteratura secondo Mozzi, secondo me, secondo Calzolari, Binaghi, Tassinari, Albertin, Platania, e gli altri, Prodi, Berlusconi, e Monti, Zoff, Burgnich, Facchetti, Tizio, Caio, Sempronio, o secondo La Capria, Guglielmi, Wikipedia (inglese, italiana, francese…), Fulano, Sicrano e Beltrano, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo.
    Letteratura è anche le stronzate che ho appena finito di scrivere, soprattutto se qualcuno decide che queste righe sono esempio di letteratura.
    PS
    Ho scritto questo post subito dopo aver letto questo
    http://www.stradepossibili.it/?p=518
    25 gennaio 2009 – 25 gennaio 2012
    PPS
    Semplice coincidenza temporale, senza alcun nesso tra quanto ho letto in quel post e quanto ho scritto.

  54. Filippo Albertin Says:

    @Giulio:

    Ovviamente non mi riferivo a qualsiasi funzione, ma a funzioni espressive caratteristiche dell’Arte. Visto che qui l’Arte è sempre vista come qualcosa di innominabile, non ne parlo (quasi)mai; ed è (per me) difficile, perché ho più volte spiegato che la considero un elemento discriminante.

    Ok, ecco la definizione: letteratura è tutto ciò che di artistico viene veicolato solo con un testo scritto.

    La lingua parlata viene percepita senza codici linguistici? Non mi pare. Se sento un cinese che parla la sua lingua parlata non capisco nulla: mi manca il codice. Se un cinese imbratta una tela per fare dell’action painting, che sia un cinese poco importa, e io lo capisco. (Ma penso che parliamo di codici diversi, dunque non insisto.)

    A parte questo, una cosetta. Tu proponi spesso dibattiti del genere, e la tua modalità di conversazione mi pare essere sempre la medesima: noi proponiamo idee, e tu le critichi senza però mai proporre a tua volta un concetto che a tuo avviso e per le tue ragioni — che peraltro mi sembrano le più sensate e scientifiche — suoni migliore.

    Sentiamo. Per te cos’è letteratura e cosa non lo è?

  55. Stefano Says:

    Chiudo gli occhi e mi tuffo…

    Storie inventate narrate per mezzo della scrittura con lo scopo di intrattenere, illuminare e dimostrare; storie vere narrate, sempre per mezzo della scrittura, in modo tale (questa è un imprecisione, lo so) da porre l’accento più sulla narrazione che sulla verità della storia; storie vere narrate a scopo rigorosamente informativo ma che il tempo, togliendo importanza o urgenza all’evento, trasforma in storie in qualche modo inventate (qui la letteratura è tutta nell’occhio del lettore, non dello scrittore).
    Mi verrebbe anche da aggiungere, all’interno della categoria delle storie inventate, una distinzione basata sull’intenzione o la volontarietà: sarebbe ‘vera’ letteratura quella prodotta liberamente dallo scrittore e nella quale egli riconosce l’espressione di se stesso; non lo sarebbe quella scritta su ordinazione, sia essa politica o commerciale, in cui allo scrittore è chiesto di mettere la sua competenza tecnica al servizio di qualcosa in cui non crede – ma non sono certissimo che questo criterio sia verificabile fino in fondo…

  56. francesco Says:

    Giulio, “caratteristiche di letterarietà” è decisamente generico, lo ammetto. Però… un biglietto del treno o una lista della spesa ‘fenomenologicamente’ hanno un senso che non è letterario. Tu mi insegni che nulla vieta che possano diventare ‘oggetto’ di un racconto, come tali acquisire delle caratteristiche contestuali diverse, e possano quindi essere ‘letti’ facendo provare emozioni, stimolare collegamenti, apprezzare uno ‘stile’… Acquisiscono quindi quasi un valore aggiunto: quelle ‘caratteristiche di letterarietà’ che nel puro senso fenomenologico non hanno. Forse il paragone non regge, ma come un pianoforte ha ‘senso’ solo se viene suonato (male/bene è un corollario), altrimenti è solo un mobile su cui puoi appoggiare la borsa, così è letteratura quella ‘cosa scritta’ che ha senso perché viene usufruita come tale.
    ….Forse mi sto incartando con le mie mani…

  57. Filippo Albertin Says:

    Secondo me Francesco sta proponendo ottime metafore per avvicinare una definizione che sia Definizione. Altro che incartarsi.

  58. Giulio Mozzi Says:

    Felice: “Giulio, una cosa verbale? Non si cercava di definire una cosa scritta, come letteratura?”.
    Se leggi la discussione, vedi che secondo alcuni perché una cosa sia letteratura è necessario che sia scritta, secondo altri no. Ho usato l’aggettivo “verbale” perché può applicarsi a entrambi i casi.

    Filippo: “Ovviamente non mi riferivo a qualsiasi funzione, ma a funzioni espressive caratteristiche dell’Arte”.
    Ovvero ripeti ciò che hai già detto e che io ho già criticato con parole da te definite “puntualissime e ben dette”.

    “Visto che qui l’Arte è sempre vista come qualcosa di innominabile, non ne parlo (quasi)mai; ed è (per me) difficile, perché ho più volte spiegato che la considero un elemento discriminante”.
    Vedi sopra.
    (L’affermazione “qui l’Arte è sempre vista come qualcosa di innominabile” mi pare poco verosimile, se non falsa).

    “La lingua parlata viene percepita senza codici linguistici? Non mi pare. Se sento un cinese che parla la sua lingua parlata non capisco nulla”.
    Certo. Ma lo percepisci. “Percepire” e “capire” sono due verbi diversi, che voglion dire cose diverse. Io ho risposto a ciò che hai scritto, Filippo, non a ciò che non hai scritto.

    Stefano: “sarebbe ‘vera’ letteratura quella prodotta liberamente dallo scrittore e nella quale egli riconosce l’espressione di se stesso; non lo sarebbe quella scritta su ordinazione, sia essa politica o commerciale, in cui allo scrittore è chiesto di mettere la sua competenza tecnica al servizio di qualcosa in cui non crede – ma non sono certissimo che questo criterio sia verificabile fino in fondo…”.
    Non lo è, credo, perché chiami in causa l’interiorità dell’autore – che, sulla pagina scritta, non si vede.

    Francesco: “è letteratura quella ‘cosa scritta’ che ha senso perché viene usufruita come tale”.
    Questo mi sembra un passo avanti; e non mi sembra una metafora.

  59. Stefano Says:

    Sì, l’interiorità dello scrittore non si vede sulla pagina. L’idea sarebbe che entrambe le cose – la letteratura ‘libera’ e quella ‘comandata’ – siano letteratura a pieno titolo (un romanzo è un romanzo, che sia ‘vero’ o ‘falso’) e che il discrimine fra le due fosse di natura estetica, che cioè la differena potesse essere percepita dal lettore – che così avrebbe l’onere di decidere, lui, del fatto si tratti di letteratura ‘vera’ o meno.
    Non so però si gli possa attribuire questo peso, sia al lettore ‘comune’ che al critico (quest’ultimo magari lo farebbe volentieri).
    Un critico teatrale inglese, James Agate (1886-1947) definì una volta la funzione della critica. Primo, il critico stabilisce cosa lo scrittore voleva dire e se c’è riuscito; secondo, se quel che voleva dire valeva la pena di essere detto – un programma favolosamente ambizioso, che però considerava sia la competenza che la rilevanza.
    (o magari tiriamo fuori la vecchia gag agostiniana: se non me lo chiedono, lo so; se me lo chiedono, non lo so più…)

  60. enrico Says:

    Mi è venuto in mente Don Chisciotte, e come il personaggio di Cervantes “consideri”, usufruisca, delle letteratura cavalleresca…

  61. Filippo Albertin Says:

    Ometti, caro Giulio. Ometti e manipoli. E come sempre eviti di rispondere alle domande dirette.

    Io ho scritto: “L’oggetto [e mi riferivo all’oggetto musicale] è diversissimo dall’oggetto letterario, perché viene percepito senza alcuna mediazione di codici linguistici.” E lo confermo, confermando anche l’esempio della lingua parlata e smentendo in pieno la tua critica.

    Percepire un oggetto significa delinearlo come oggetto. In letteratura un oggetto è qualcosa che si delinea non in via diretta, ma in via codificata e indiretta, si descrive a chi ascolta e fruisce tramite oggetti assemblati che si chiamano parole: comprensione e percezione si sovrappongono semanticamente. Se mi dici “chair” e non “sedia”, io che magari non so l’inglese non PERCEPISCO sedia. Non usavo il verbo “capire” nel senso di “capire i massimi sistemi”, ma semplicemente nel senso comune di capire cosa sto ascoltando, capire l’oggetto del discorso.

    Se nella lingua parlata e nella lingua scritta io uso una lingua che l’ascoltatore non comprende, io non gli permetto di percepire alcun oggetto io voglia descrivere attraverso questi codici.

    Ma se uno sente il fischio di un treno, non servono codici: quello è il fischio di un treno; sta arrivando un treno, se è sui binari deve spostarsi sennò il treno lo prende sotto.

    Il mio discorso voleva focalizzare le sostanziali diversità da ciò che non includevo e ciò che includevo nel termine “letteratura”. La lingua parlata non è minimamente assimilabile all’oggetto musicale di cui parlavo io. A meno che, ovviamente, per lingua parlata tu non intenda schiamazzi di piazza, urla, manifestazioni sonore di ilarità, violenza, approvazione, e via discorrendo. Insomma, effetti sonori. Questi ultimi possono essere letteratura?

    Una domanda:

    Francesco dice: “è letteratura quella ‘cosa scritta’ che ha senso perché viene usufruita come tale”. Quindi definisce “letteratura” utilizzando il termine stesso di letteratura, attraverso l’espressione “come tale”, cioè “come letteratura”. Cioè esegue una definizione cosiddetta ricorsiva, che chiama sé stessa: è letteratura ciò che è letteratura.

    E tu rispondi: “Questo mi sembra un passo avanti.”

    Io dicevo che l’opera d’arte è per me una componente fondamentale per definire ciò che è letteratura.

    E tu mi rispondi:

    “La tua definizione ha almeno due conseguenze che secondo me ne sconsigliano l’uso: [la prima] chiede di definire preliminarmente cosa sia opera d’arte; e quindi non risolve.”

    Cioè: Io che chiamo in causa un concetto come “opera d’arte” per definire cioè che è letteratura, non risolvo, per il fatto che bisogna definire l’opera d’arte. Francesco che dice che è letteratura ciò che viene usufruita come tale, lui invece risolve?

    (Le solite antipatie. I soliti preconcetti.)

    In realtà la metafora “strumentale” di Francesco, quella sì che risolveva, e risolveva appunto perché portava in scena una modalità d’uso fatta di contesti, emozioni e atteggiamenti. Tutta roba che io chiamo opera d’arte.

    Ma ribadisco. Per te può essere letteratura qualcosa di non scritto e non artistico?

  62. enrico Says:

    Ecco Filippo, ok sei arrabbiato ma i punti toccati da Francesco mi sembrano questi, e sono interessanti: una fondamentale soggettivizzazione e relativizzazione della definizione di letteratura, legata al suo utilizzo (l'”utilizzo” della letteratura: questo è un concetto interessante!). L’impostazione ricorda certo empirismo inglese. Opportuna la metafora del pianoforte: quel mobile là con quella forma curiosa NON è oggettivamente un pianoforte – lo è se QUALCUNO lo suona. Cioè se entra in relazione con un… interpretante che ne “scopre” (probabilmente conoscendola), ne “esibisce” la funzione. Eppure anche chi lo considera un mobile per appoggiar borse e altro, dovrà rimanere sorpreso se, appoggiando la roba su quei strani tasi bianchi e neri, sentirà provenire un curioso suono… (interpreto bene l’impostazione di Francesco?)

  63. francesco Says:

    Nell’ambito della ricerca, dove mi trovo ora a lavorare, si parte da qui: “Cosa dice la letteratura al riguardo?” cioè: cominciamo la ricerca con il leggere i libri che parlano di quel dato argomento. Di certo entro in relazione con quei libri, ma difficilmente credo di soggettivizzarli. Li ‘utilizzo’ per uno scopo, e forse ne ‘scopro le funzioni’.
    Quindi: Letteratura = LIBRI (scritti). Partiamo da qui, direi.
    Ma permettetemi anche di dire: QUELLA letteratura non la USUFRUISCO come TALE.
    Ho paura però che andando avanti su questa strada arriveremo a fare una classifica del tipo: letteratura è ******** di Tizio mentre non lo è ******** di Caio.

  64. Giulio Mozzi Says:

    Filippo: “Non usavo il verbo “capire” nel senso di “capire i massimi sistemi”, ma semplicemente nel senso comune di capire cosa sto ascoltando, capire l’oggetto del discorso”.
    Io ho risposto alla frase in cui usavi il verbo “percepire”.

    Quanto al resto: dici cose diverse da quelle che hai dette prima.

    “Francesco che dice che è letteratura ciò che viene usufruita come tale”.
    Non ha detto questo. E infatti dopo lo citi letteralmente: ed è un’altra cosa.

    “Per te può essere letteratura qualcosa di non scritto e non artistico?”.
    Non mi pare rilevante che cosa può essere letteratura per me. La risposta (provvisoria e insicura) è comunque: sì, se per “artistico” s’intende “fatto con l’intenzione di fare un’opera d’arte” (qualunque sia l’idea di opera d’arte che sta nella testa di chi fa quella cosa). Se invece per “artistico” s’intende qualcosa che ha certe caratteristiche, dico che dorvremmo decidere quali sono quelle caratteristiche.

    “(Le solite antipatie. I soliti preconcetti.)”
    Filippo, se dico che mi sembra che tu dica cose che non servono a mandare avanti il ragionamento, è perché mi sembra che tu dica cose che non servono a mandare avanti il ragionamento.
    Puoi fornire un elenco dei preconcetti? (Questo sarebbe utile).

    Non riesco a capire dove sia la metafora in ciò che dice Francesco. (Mi viene un dubbio: forse ti riferisci al suo paragone? Ma un paragone e una metafora non sono mica la stessa cosa).

    Enrico (senza cognome): Francesco ha fatto un paragone (lo dice anche: “…Forse il paragone non regge…”), non una metafora.

    Francesco: credo che possiamo mettere da parte l’uso della parola “letteratura” del tipo “la letteratura su un certo argomento”, perché è chiaramente un uso specialistico.
    E insieme possiamo tenerne conto, perché è una spia del fatto che la parola “letteratura” può avere anche un significato molto terra terra.

  65. vbinaghi Says:

    Letteratura è quando la barca del linguaggio s’incanta dell’acqua. Non si ricorda più del porto, ma della navigazione ha fatto un fine.
    Un po’ come Ulisse, che dice di voler ritornare, ma finchè non ritorna abbiamo l’Odissea.

  66. Filippo Albertin Says:

    Interessante questa possibile definizione di letteratura come strumento.

    Io ritengo però che dentro questo strumento ci sia — come ingrediente di base — una necessaria e affiorante intenzionalità artistica, senza la quale lo strumento vive una cronica e uniforme invisibilità, per non dire inesistenza.

    Resto convinto che non possano essere letteratura espressioni artistiche indipendenti da un testo. Resto però anche convinto di quanto una forma testuale indirettamente legata a un output espressivo non testuale — quello che di solito si chiama “script” — possa in certi casi essere usata come letteratura, cioè farsi letteratura, magari assieme ad altre letterature più classicamente intese. Questo ampliamento è naturale manifestazione della creatività autoriale. Somiglia a un gioco. Quindi con ciò che “usiamo” come letteratura possiamo anche giocare, attingendo da altrove per costruire attraverso innesti successivi qualcosa di leggermente più vasto.

    Il termine “letteratura”, però, è anche identico a quello che usa ora Francesco: letteratura in materia, e cioè libri scritti sul dato argomento. Evidentemente non parliamo in questo caso solo di narrativa e poesia, ma anche (e soprattutto) di trattatistica. Dunque la nostra discussione deve includere anche questa sfera semantica del termine “letteratura”? A mio avviso sì, ma al contrario. Cioè: dobbiamo capire che la letteratura è un farsi letteratura, è un divenire di carta e inchiostro pubblicati lungo il corso delle epoche storiche.

    Letteratura è tutto ciò che, dunque, diviene mappa di un territorio culturale ed estetico che la nostra mente incontra.

  67. Giulio Mozzi Says:

    A tutti: come si fa, esaminando un’opera, a sapere qualcosa delle intenzioni dell’autore?
    A me pare un’operazione da medium.
    Ho l’impressione che se si tirano in ballo le intenzioni, o intenzionalità, o altro che appartiene all’autore e che sta prima dell’opera – non se ne esce. Perché noi abbiamo davanti delle cose, e basta.

    Filippo: “Interessante questa possibile definizione di letteratura come strumento”.
    Non ho capito a quale definizione ti riferisci.

    “Resto convinto che non possano essere letteratura espressioni artistiche indipendenti da un testo”.
    Credo che nessuno oserebbe sostenere il contrario (qualunque cosa si voglia intendere per “espressioni artistiche”).

    E l’elenco dei preconcetti? Ce lo puoi fornire?

    Valter: la barca della letteratura “s’incanta dell’acqua”. Mi vien da pensare che la letteratura brutta sia quella la cui barca s’incanta della propria immagine riflessa nell’acqua.

  68. Filippo Albertin Says:

    Il paragone con il pianoforte — quello proposto da Francesco — era interessante. Il pianoforte è uno strumento musicale. Più in generale uno strumento, qualcosa che serve per qualcos’altra, che si usa. Una possibile definizione credo possa muovere da questo paragone, così come da simili paragoni.

    La dipendenza da un testo è cosa che fissiamo noi qui per una sorta, ormai, di consuetudine. Ma rimane la questione delle letterature orali, tirate in ballo peraltro non da me. Dunque mi pare che fissare questa idea della testualità sia tutt’altro che scontato, visto che qui più di uno ha osato sostenere il contrario.

    Quanto all’intenzionalità dell’autore, penso ci siano più livelli. Un livello del tutto insondabile, e peraltro del tutto privo di interesse per il lettore. E un livello affiorante, che è direttamente proporzionale al talento dell’autore nel comunicare. Se l’opera letteraria è efficace, questa intenzionalità affiora in tutte le sue sfaccettature.

    Si tratta di capire un dato fondamentale, però. In letteratura vogliamo includere anche il non narrativo e il non poetico? Possiamo farlo, ovviamente. Basta decidere. Se per letteratura intendiamo intendere “ciò che si trova scritto” — anche in forma digitale, evidentemente — bisogna dirlo, in modo da poter costruire una definizione definitoria e completa.

    Di contro, se si vuole isolare la componente letteraria in senso stretto, includendo evidentemente l’artisticità come spartiacque, ugualmente bisogna dichiararlo in via programmatica.

  69. Alberto Zanetti Says:

    @Enrico
    Concordo con te ci sono romanzieri che “vogliono solo narrare”, ma io credo che, nel farlo, raccontino una parte di sé, e quindi, inconsapevolmente, “svelino” se stessi. Il mio modo di vedere è certamente solo parziale, si può forse applicare all’1% o al 10% o al 46, non so.

    Circa l’intellettualizzare la letteratura, sì, forse lo sto facendo, e dico anche che se è così è pratica sterile (ci penso su).
    Il fatto che si dica che «non c’è letteratura prima dell’accesso dell’uomo alla “tecnologia della scrittura”» sta a significare che il lato tecnico/scientifico non si può scindere dalla letteratura. Cioè, essa è un media, ossia deve essere analizzata anche in una ottica comunicativa. Ma questo lo facciamo tutti senza nemmeno rendercene conto. Se questo significasse “mettersi di lato o di sopra”, il mio/nostro diverrebbe un discorso “sulla” letteratura, insomma una sorta di meta-letteratura.

    Ergo, secondo te sono fuori tema? Oppure in tema, ma fuori:-)… No, troppo presto per ragionare, vado a bere un caffè. Se vuoi te lo porto, come lo vuoi? macchiato?

    Dio mio…

    Grazie Enrico

  70. Alberto Zanetti Says:

    @Giulio
    Filippo: “Interessante questa possibile definizione di letteratura come strumento”.

    Io do per certo che la letteratura è uno strumento. Ma non è solo questo.

    Per alleggerire:
    LET-TIRATURA è ogni libro che supera i milione di copie. Come quello di Marco Polo, ad esempio!

  71. enrico Says:

    @ Giulio
    infatti non una metafora una similitudine, o un paragone (il pianoforte). Sbagliai, nella foga del commento. Ma, insomma, cosa cambia: se io ho una affermazione “razionale” connessa a un paragone: se lavoro sul paragone può essere illuminante anche per quel che riguarda la affermazione “razionale” cui il paragone è collegato, o mi sbaglio? (Ammesso che sia questo il punto).
    Altro aspetto: le “intenzioni dell’autore”. Se hai solo la sua opera e non hai lui, a cui chiedere (ammesso che voglia rispondere).
    Qui strutturalisti e narratologi contesteranno, ma l’opera dice una miriade di cose sull’autore, il suo stile, le sue scelte narrative, sonore, lessicali, ritmiche, dicono di lui, lo svelano e lo nascondono ma anche lo svelano – si potrebbe dire che le intenzioni che si leggono (a mio giudizio) sono solo quelle a valere… le intenzioni “realizzate” per così dire sulla carta. Un’opera non è incarnazione di intenzioni?
    @ Alberto, l’ho già preso, ma un caffè non si rifiuta mai! Grazie!

  72. Taglia Says:

    @Giulio Mozzi: “e il cliente, se chiede della letteratura, gliela danno, se la porta a casa, e poi scopre che era un calesse – c’è rischio che s’incazzi”

    Esatto, è il lettore che scopre se quella che ha in mano, secondo i suoi parametri, gusti, inclinazioni ecc. è per lui (per lui), o non è per lui, letteratura. E si incazza. E’ ciò che capita a tutti noi quando entriamo in libreria, acquistiamo un libro (ma non tutto ciò che è libro necessariamente può essere letteratura) e lettolo ci incazziamo chiedendoci che cosa ci abbiano venduto, o spacciato, per letteratura. Stabilire cosa sia letteratura è un processo che non parte a monte (scrittore-casa editrice-distribuzione-recensione sui quodidiani-libreria) ma avviene a valle: il lettore (e qui l’esempio è ristretto al libro stampato e venduto – ma di soldi si parlava oltre che di delusione)

    Proviamo a definirla in modo “aperto”, ossia ad esempio fissandone solo gli elementi tecnici: il supporto in cui è scritta, il fatto che la letteratura debba essere parola scritta, si muoverà subito l’obbiezione “allora letteratura è anche il biglietto del treno o la lista della spesa”.

    Proviamo a definirla in modo qualitativo: ecco che la battaglia si sposterà sul fatto che, ad esempio, un romanzo di Moccia sia o no letteratura.

    Proviamo a definirla in modo formale: riconosceremo il romanzo (o per meglio dire le diverse forme del romanzo), il monologo interiore, il testo teatrale, la poesia, il testo di una romanza o di una canzone (sono letteratura?) e via dicendo, ma non arriveremo a stabilire cosa sia letteratura.

    E’ operazione certamente interessante, forse utile, ma difficilmente risolutiva, in quanto si scontrano le diverse idee che ognuno di noi ha di letteratura.

    Definirla – partendo da me – non è operazione facile, se uno ci riflette con onestà si renderà conto di quanto una definizione anche in tal senso sia ardua. Certo, alla fine, una pacificazione o un compromesso con me stesso forse è più facile da raggiungere, che non discutendo con altre venti persone.
    La mia osservazione voleva semplicemente evidenziare come in realtà, e si è visto anche qui, l’idea di letteratura si componga di un universo di opinioni su ciò che è letteratura. Io credo che esse difficilmente possano incontrarsi in modo risolutivo.

  73. francesco Says:

    Ecco, mi sembra che Teglia abbia in qualche modo innescato la miccia da me paventata. Ora, senza entrare nel merito sulla qualità di ciò che è/non è letteratura, mi trovo d’accordo con lui (Teglia) nell’affermare che non è possibile dare una Definizione “che squadri da ogni lato” -per dirla alla Montale- il multiforme concetto di ‘letteratura’ . Forse il concetto stesso è una specie di work in progress: noi continueremo a leggere (perché di questo si tratta, siano essi libri cartacei o digitali), e La letteratura -quello che noi sostanzialmente cerchiamo nell’atto stesso di leggere- nascerà e morirà e rinascerà in noi come un’araba fenice.
    Amen

  74. Taglia Says:

    Il pianoforte: “è letteratura quella ‘cosa scritta’ che ha senso perché viene usufruita come tale”. Arrivare alla definizione di letteratura partendo dall’analisi della sua funzione, può essere un punto di partenza ma non di arrivo, e per me rischia d’essere fuorviante. Si parte dal presupposto che il pianoforte sia tale in quanto suona. Il pianoforte è pianoforte perché i suoi tasti, se premuti, suonano 8indipendentemente da giudizi di carattere qualitativo su come quei tasti vengono premuti). Ma lo stesso vale per la tromba. E la tromba non è pianoforte.

    @Enrico: “un’opera non è incarnazione di intenzioni?”. Cosa si intende per intenzioni [o “intenzionalità artistica” citata da Filippo] perché anche la lista della spesa è incarnazione di intenzioni. Definire artisticità, intenzione artistica, e attraverso essa la letteratura (o più in generale l’arte) anche questo è ben arduo e mi piacerebbe sapere come la pensate a tal proposito. Se io scrivo un romanzo con l’intenzione di scrivere un romanzo, ho fatto letteratura? [se poi allarghiamo a: con l’intenzione di creare un’opera d’arte, oppure di comunicare un messaggio morale, oppure di veicolare emozioni, ricordi, anche in chi legge… basta l’intenzione per creare arte – qui forse si esce dal senso della discussione in atto-, e quel mio romanzo è letteratura?]

  75. Filippo Albertin Says:

    Io credo che una qualsiasi opera DEBBA essere espressione di un’intenzionalità — qualunque essa sia — per il solo fatto di essere “in qualche misura” — sia essa totale (come nei romanzi compiuti, piuttosto che nei trattati compiuti), sia essa parziale (come nelle lettere e nelle corrispondenze, nei taccuini, negli appunti, etc…) — LICENZIATA dal suo autore. Se non rinnego direttamente una cosa scritta. Se non la brucio (magari per poi riscriverla da cima a fondo, come fece Stevenson per il suo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”), se non la getto via, se non dico espressamente “questa cosa non mi rappresenta e non mi somiglia e non dice ciò che voglio dire”, ebbene, quell’opera descrive un’intenzionalità, descrive ciò che voglio descrivere.

    Certo, tale descrizione può essere efficacissima e superbamente trasferita dalla mente dell’autore a quella di tutti i suoi lettori, piuttosto che parziale, claudicante, originale in certi punti e banale in altri.

    A parte questo, però, ritengo che il “divenir letteratura” sia cosa ancora più complessa ed eterodiretta. Si può divenir letteratura, per esempio (e di questi esempi è pieno il diciannovesimo secolo e i suoi penny dreadful) per l’incontenibile pressione del pubblico, che desidera rivedere il tal personaggio magari contro le volontà di chi lo ha creato. Esistono più che mai dei “mercati culturali” che indirizzano il comporsi di questo magma che è “letteratura”, roba scritta, fiume d’inchiostro che s’ingrossa lungo i canali della Storia.

    L’intenzionalità del singolo è da questo punto di vista condizione necessaria ma non sufficiente per entrare nel fluire del fiume letteratura. Basti pensare a quanti sono gli scrittori scoperti, dimenticati, riscoperti e ridimenticati e poi magari ancora riscoperti e rivalutati. Tutto dipende da una sorta di invisibile attenzione di un soggetto “macro” che non riusciamo a delineare se non per approssimazioni, accorpamenti, cuciture alla Frankenstein in un ideale laboratorio mosso chissà da quali mani.

  76. enrico Says:

    @ taglia
    chiedi: “Se io scrivo un romanzo con l’intenzione di scrivere un romanzo, ho fatto letteratura?” io risponderei senza batter ciglio: sì. In più avrai scritto QUEL romanzo, e QUEL romanzo (congegnato a quel modo lì preciso e originale, a meno che hai riscritto il Don Chisciotte come quel personaggio di Borges) dice tanto delle tue scelte (delle tue intenzioni), e direi anche di chi sei tu.
    PS io riprenderei in mano l’elemento della “finzionalità” della letteratura, legata a concetti come “immaginazione”, non necessaria “veridicità”. invenzione ecc. Mi sembra un elemento presente ma trascurato nella discussione… così la butto là: i Testi Sacri sono letteratura?

  77. francesco Says:

    @ taglia: la tromba ha senso se qualcuno la suona, altrimenti è un’oggetto che può stare benissimo anche sopra un pianoforte. Per un bambino che non ha ancora ‘esperienza’ delle cose (non ne sa il senso, intendo) un qualsiasi oggetto diventa ciò che a lui -nel momento in cui ne usufruisce- sembra sia la sua funzione.

    Nel caso specifico della Letteratura (“COSA è letteratura”) credo – ma posso anche sbagliare- che la costruzione della sua rappresentazione, in noi che abbiamo molteplici ‘esperienze’ di lettura, avvenga attraverso un processo di negoziazione fra un IO (noi), L’OGGETTO ‘LIBRO’ cioè, semplificando, il ‘contenuto’ e la ‘forma’ di quel contenuto (altro da sé) e il MONDO (il contesto e il nostro background).

  78. Filippo Albertin Says:

    Complico ulteriormente la cosa. Secondo voi che ruolo hanno le varie letterature in questa discussione su ciò che è letteratura?

    Cioè: sappiamo benissimo tutti quanto la letteratura storicizzata sia come un grande oceano alimentato da fiumi e rivoli di varia natura. Molti di questi fiumi e rivoli sono spesso identificabili singolarmente: si pensi anche solo alle varie e variegate “letterature di genere” (non per niente si parla spesso di “generi letterari”), che sono diventate da un lato classici, e dall’altro lato, invece, enti a sé stanti, facenti parte cioè di una letteratura a parte, di un mercato a parte, di un biblio-sottoinsieme a parte, collegato alla letteratura in senso lato, ma nel contempo da essa distinto.

  79. Alberto Zanetti Says:

    Questa discussione dimostra che “le varie letterature” (Filippo) altro non sono che opinioni che ognuno ha della letteratura.
    [sia che tu alluda alla letteratura di genere, sia che tu alluda alle risposte date alla domanda posta da Giulio Mozzi]

    Se non è possibile oggi stabilire una definizione comune di letteratura, allora diviene prioritaria la soggettività della stessa.

    Non è più importante ciò che difiniamo comunemente, ma è importante ciò che essa è per ognuno di noi.

    L’intenzionalità dell’autore, ciò che egli vorrebbe fare/scrivere, è relativa: infatti spesso la sua intenzione porta altrove. L’autore vuole dire “A” e tutti recepiscono “K”. Allora K è il risultato della scrittura dell’autore, l’effetto pragmatico ottenuto.
    Non è importante ciò che l’autore vuole comunicare, ma lo è l’effetto che ottiene. Se invece le due cose coincidono, ci troviamo di fronte a una sorta di miracolo artistico, o di effetto particolare.

    E’ l’intero complesso delle opinioni che forma “l’opinione comune”. Essa è allora particolarmente complessa, inafferrabile, non riassumibile per la sua propria complessità. Ed è questo il bello!
    Voi tutti, nell’esprimere la vostra idea, spesso incompleta, imprecisa, ipotetica, collaborate a stendere una serie di idee affatto diverse che, però, costruiscono il puzzle “letteratura”.

    E’ una fortuna che non si possa dire “letteratura è X”, perché questo vuol dire che essa è un contenitore così articolato, da non poter essere espresso in una “sintesi letteraria”. Lo strumento Letteratura non è perciò in grado di descrivere se stesso in termini semplici, ma soltanto può rendere vaghe idee di se stessa tutte imprecise e perfette allo stesso tempo.

    Di mio potrei dire che il romanzo di Moccia è letteratura. Ma Pippo mi ha detto che fa vomitare: per lui è una tossina. Per Marco che ha avuto, subito dopo averlo letto, una scarica di diarrea, è un lassativo.

    Io però potrei esserne stato colpito, perché in esso ho trovato (per assurdo, non ho mai letto Moccia), poniamo caso, una perfetta coincidenza con la mia anima, e ne sono stato “toccato”. Insomma, è la bellezza della soggettività.

    Interessante invece, è la discussione che ne è derivata. Infatti noto che, seppur con delle distinzioni, ognuno di voi disserta sulla opinione altrui non per imporre la propria, ma per confrontarsi, per capire e integrare la propria idea. Mi pare gran cosa.

    @ ENRICO
    I testi sacri sono letteratura? Sì, e del livello massimo. Perché comunemente intesi come raccolta di miti dell’umanità, oppure Parola di Dio, tanto da essere “Rivelati”. Essi sono al massimo livello perché capaci di “toccare” l’animo umano come pochi altri testi possono fare.
    Ma dimmi, avevi un qualche dubbio?

  80. Antonio Says:

    A proposito di intenzionalità mi piace citare questa intervista a Paolo di Paolo
    http://hounlibrointesta.style.it/2011/09/29/dove-eravate-tutti-paolo-di-paolo-ci-racconta-il-suo-romanzo-3/

    Di recente inoltre ho assistito alla presentazione del romanzo di Valeria Parrella (Lettera di dimissioni – Einaudi).
    in quell’occasione la scrittrice ha espresso un concetto alquanto simile, cioè che a volte le capita di prendere coscienza di alcuni aspetti trattati in un suo testo solo a partire dalle domande che le vengono poste dai lettori.
    C’è della letteratura in questi autori? direi senz’altro di sì, a prescindere dall’intenzionalità o meno di compiere un gesto letterario.
    E allora che cos’è letteratura?
    I testi del passato che oggi non sarebbero assolutamente definiti letteratura (un atto notarile o una dichiarazione legale forse no, ma i trattati di letteratura italiana concordano quasi tutti con l’inserire i placidi cassinesi fra i primi testi rilevanti della nostra letteratura)
    e penso che allo stesso modo i testi dell’oggi (di ogni tipo) che non sono assolutamente considerati letteratura, fra chissà quanti anni, potranno essere considerati letteratura.
    Certo forse in un cyberfuturo la letteratura scritta di oggi potrà apparire come allo stesso modo di come vediamo i geroglifici o la scrittura cuneiforme, o quella maya, ma sempre di letteratura si tratta.
    A proposito, quasi dimenticavo, ovviamente a meno che non si avveri la profezia di questi ultimi …

  81. enrico Says:

    @Alberto
    una articolazione del pensiero sulla letteratura. Se tu dici a una persona la quale crede nel Testo Sacro come Testo della Verità Assoluta, e che contiene l’Unica Vera Fede, il cui Autore è in realtà Dio stesso, se tu sostieni: “Quel Testo è letteratura”, è possibile che tu venga contraddetto, no?, da chi impugna una idea forte della Verità del Testo, che non è la “verità”/finzionalità di un testo letterario? (Può essere che mi sbagli)
    Altra piccola faglia tra opere scrittorie: il giornalismo mantiene un’idea forte di veridicità. Se un cronista parlandomi di una partita di calcio, inventa un giocatore che non ha giocato… egli vulnera la sua pratica scrittoria… uno scrittore di letteratura non può che inventare personaggi (o relazioni tra personaggi) persino quando presenta figure esistenti, o esistite, mi pare… interessante allora da questo lato della faccenda (fiction, Verità, veridicità) per esempio opere “di confine” tra pratiche scrittorie, come “Gomorra”. Giornalismo o letteratura?
    Ripeto: che articolazione di pensiero offrire su questo tema: letteratura come fiction, come opera immaginaria, dell’immaginazione? Non mi sembra un tema di secondaria importanza e in vari commenti il tema è gi ampiamente emerso…

  82. Filippo Albertin Says:

    Alberto Zanetti dice: E’ l’intero complesso delle opinioni che forma “l’opinione comune”. Essa è allora particolarmente complessa, inafferrabile, non riassumibile per la sua propria complessità. Ed è questo il bello!

    Definire ciò che è letteratura in questo modo mi sembra la cosa più attendibile, perché da un lato conserva la soggettività del singolo lettore nel magma del cosmo lettura, dall’altro propone una sorta di sommatoria e sovrapposizione (ma forse anche intersezione) tra tutte queste opinioni, a formare qualcosa di comune. Questo qualcosa di comune c’è, aleggia, è presente, ma non si vede; cioè ha natura complessa come lo stesso Alberto sottolinea.

    Di volta in volta, dunque, noi possiamo dire — ma soprattutto “dirci” — ciò che è per noi letteratura, aggiungendo al novero i singoli tasselli, le singole intuizioni e morfologie, dalle più classiche alle più innovative.

  83. Alberto Zanetti Says:

    @Enrico,
    Se dico a una persona credente che la Bibbia è letteratura, posso essere sì essere contraddetto, ma perché? I Vangeli sono stupendi racconti, appassionanti. Questo è letteratura, e, io credo, non abbia significato (al fine dell’inclusione nella categoria “letterario”) stabilire se sono fiction, verità o veridicità. Ecco, io posso dire che il Vangelo di Luca è fiction, il credente potrebbe obbiettare che per lui invece è Verità, per altri potrebbe essere veridicità. Ma in tutti i casi è letteratura, incontestabilmente.

    Colui che scrive, ha spesso un obiettivo. Può voler raccontare dei fatti in modo il più attinente possibile (giornalismo), può voler raccontare una fantasia (fiction), può volere raccontare dei fatti metaforicamente non potendo, per motivi suoi, farlo esplicitamente. Nel fare queste tre cose, descrive la realtà o la propria immaginazione per come le vede, ma non necessariamente nel modo corretto (falsi ricordi, percezioni errate, visioni distorte, disattenzione ecc.). Potrebbe succedere che il giornalista che descrive i fatti veda un giocatore che non c’è (= la realtà dei fatti è falsata), lo scrittore che racconta satiricamente la partita, nomini i giocatori correttamente (= è satira, ma la realtà è correttamente esposta).

    Mi pare stiamo cercando di creare delle categorie nelle quali includere le opere letterarie. È giornalismo? (sì/no). È Teatro ? (sì/no). Serve catalogare in questo modo un’opera?. L’articolo di Pasolini “Io so” (atto di accusa stupendo apparso sul Corriere) non era giornalismo. Era qualcosa che va al di là di ogni categoria, e sarebbe svilente includerlo in qualcuna.

    Mi hai fatto venir in mente una altra robetta interessante… thinking…thinking…

    Ritengo interessantissimo l’ultimo intervento di ANTONIO che mostra la dipendenza del concetto di letteratura dalla cultura del tempo: diviene un invito a non esprimere giudizi assoluti. Beo, ciò!

  84. andrea barbieri Says:

    Non so se può essere utile. “Che cosa è letteratura?” in un primo tempo non me lo chiedevo pensando che letteratura non poteva che essere tutto ciò che ritenevo letteratura in base alle mie infallibili intuizioni che però non erano solo mie ma universali.
    In un secondo tempo non me lo chiedevo avendo compreso di essere coglione, dunque non potevo possedere mie intuizioni infallibili che però non erano soltanto mie ma universali.
    In un terzo tempo, che è quello attuale, ho pensato che dovevo trovare il modo per non darmi continuamente del coglione. Per questo ho iniziato a usare un’idea un po’ personale di intelligenza collettiva. La domanda “Che cosa è letteratura?” è diventata l’invito a tenere un’attitudine d’ascolto su cosa e perché gli individui considerano ‘letteratura’. Non ho niente da obiettare, anzi provo meraviglia e gioia, se una persona ha motivi per ritenere letteratura la lista della spesa o la lallazione di un baby.

  85. Alberto Zanetti Says:

    @Filippo Albertin
    Sì, è ciò che intendevo dire.

    Affermi: «…ma soprattutto “dirci”»
    Quasi a sottolineare l’appartenenza anche a una idea “collettiva”. Mi ha trasmesso (quel “dirci”) persino un senso di intimità nel dialogare.

  86. andrea barbieri Says:

    “Quando Alessandro mi ha consegnato i primi tre capitoli pensavo si trattasse di letteratura, parole in fila da leggere davanti al camino acceso mentre fuori scioperano i taxisti. Mi sbagliavo.
    Banduna sono tanti frammenti di un sogno che settimana dopo settimana diventa più verosimile.”
    [Marco Corona, qui: http://ilcanguropugilatore.blogspot.com/2012/01/andare-al-terremoto.html%5D

  87. Federico Platania Says:

    @Giulio:
    (A tutti: come si fa, esaminando un’opera, a sapere qualcosa delle intenzioni dell’autore? A me pare un’operazione da medium).

    Rispondo io, intanto, visto che questa cosa dell’intenzione l’ho tirata fuori io. Mi riferivo, senza specificarlo, a un’intenzione dichiarata o evidente. Se compilo una lista della spesa e la lascio sul tavolo, dopo mille anni è legittimo che chi la rinviene si chieda se quel testo sia o no letteratura. Se quella stessa lista della spesa la spedisco a Einaudi con una lettera d’accompagnamento è evidente che dietro quella compilazione c’è un’intenzione artistica (e si badi bene: la stessa identica lista della spesa).

    Al momento il criterio dell’intenzionalità mi sembra l’unico criterio in gioco, perché tutti gli altri fin qui esaminati non valgono. Sicuramente la letteratura non è questione di valore dell’opera, di mezzo (orale o scritto), di campo d’applicazione (teatro, poesia, prosa, etc) e così via.

    Mi rendo conto che questa mia ipotesi è messa in crisi dalla possibilità che l’intenzione dell’autore non sia né conoscibile, né intuibile.

  88. Filippo Albertin Says:

    L’idea del “dircelo” allude al fatto che, in fondo, siamo noi a porci questo problema della letteratura e di ciò che può ad essa atteggiarsi, piuttosto che in essa identificarsi completamente. Siamo noi con lei, noi attraverso lei e per mezzo di lei. Credo sia quello che hanno sempre fatto gli intellettuali: costruire, insieme tra loro, nei loro dialoghi e dibattiti, letterature e culture che fossero come correnti nel grande mare della letteratura e della cultura universali.

    Forse che la identifichiamo in una nuova idea di frontiera, laddove non esistono più frontiere d’altra natura? Forse che la letteratura possa essere un territorio nostro, piuttosto che un oceano da solcare?

  89. Antonio Says:

    Su cosa sia considerata letteratura oggi e cosa potrebbe non esserlo più nel futuro (almeno relativamente ai dati di vendita di un romanzo ed alla sua diffusione) consiglio di leggere questo:
    http://www.ilgiornale.it/cultura/anche_l800_aveva_suoi_moccia_ma_adesso_chi_se_li_ricorda_piu/15-01-2012/articolo-id=567023-page=0-comments=1

  90. Giulio Mozzi Says:

    Enrico (senza cognome): “Se tu dici a una persona la quale crede nel Testo Sacro come Testo della Verità Assoluta, e che contiene l’Unica Vera Fede, il cui Autore è in realtà Dio stesso, se tu sostieni: ‘Quel Testo è letteratura’, è possibile che tu venga contraddetto, no?, da chi impugna una idea forte della Verità del Testo, che non è la ‘verità’/finzionalità di un testo letterario? (Può essere che mi sbagli)”.
    Oh, beh: se il creatore sa far tutto, saprà fare anche della buona letteratura, no?
    D’altra parte nelle antologie scolastiche troviamo:
    – pagine da Tucidide, Cicerone, Cesare, Machiavelli e Guicciardini: scrittori di storia e di politica;
    – pagine da Plinio o Galilei o Spallanzani: scrittori di scienza;
    – pagine da Vasari o Cellini: scrittori di arte;
    – pagine da Giordano Buno o da Savonarola o da Benedetto Croce o da Dante Alighieri (dico il Convivio), eccetera: scrittori di filosofia, di teologia eccetera.
    L’idea che una cosa, per essere letteratura, debba essere finzione, mi sembra difficilina da difendere. Pensiamo a “Se questo è un uomo” di Levi

  91. Alessandro Gaudio Says:

    Più che una definizione di letteratura, il mio voleva essere un tentativo (abbastanza maldestro, lo so) di denunciare l’esagerata facilità con la quale, dagli anni Ottanta del secolo scorso in avanti, la critica letteraria ha fiancheggiato prodotti che sicuramente non sono letteratura. Nel mio scritto c’era anche una critica agli editori (tipografi?) che, peraltro, avevo già affrontato in altri scritti apparsi sul “Ponte”. Se ci fate caso, non faccio un esempio: scelta consapevole legata al fatto che non si può continuare a leggere canone, laddove non c’è che sottobosco. Comunque ringrazio Giulio Mozzi e tutti gli altri intervenuti. AG

  92. Giulio Mozzi Says:

    Alessandro, a me non sembra che la critica letteraria, dagli anni Ottanta del secolo scorso in poi, abbia fiancheggiato con esagerata facilità prodotti che sicuramente non sono letteratura.
    Conosco molti prodotti che sicuramente non sono letteratura: le banane, le scarpe, le piastrelle, i lavandini eccetera. Ma non me ne viene in mente nemmeno uno che sia stato fiancheggiato con esagerata facilità, dagli anni Ottanta del secolo scorso in poi, dalla critica letteraria.
    (A meno che tu non pensi che ci sono, ad esempio, romanzi che sono letteratura e romanzi che non sono letteratura, scritti in versi che sono poesie e scritti in versi che non sono poesie).

  93. Alessandro Gaudio Says:

    Leggo solo adesso, ma rispondo lo stesso. Sì, Giulio, lo penso: per me, ci sono romanzi che non sono letteratura e scritti in versi che non sono poesie. Così come c’è un modo civile di discutere e un altro che non lo è. Comunque, la prossima volta che compilo la lista della spesa, ti avverto: magari la pubblichi sul blog.

  94. Giulio Mozzi Says:

    Leggo solo adesso, ma rispondo lo stesso. A me pare più pratico decidere che tutti i romanzi sono letteratura: tra i romanzi, com’è ovvio che sia, ce ne sono di belli e di brutti. Analogamente, mi pare più pratico decidere che tutto ciò che è in versi è poesia: ci saranno poi le belle poesie e le poesie brutte.

    In questo modo non si introduce un giudizio di valore nella pratica tassonomica.

  95. Alessandro Gaudio Says:

    Sarà che io preferisco il giudizio di valore alla pratica tassonomica. Grazie per aver risposto.

  96. Giulio Mozzi Says:

    Se voglio comperare una bicicletta, devo prima saper distinguere una bicicletta da qualunque altra cosa.
    Dopodiché, tra le biciclette disponibili, sceglierò quella più adatta a me.

    Posso benissimo “preferire il giudizio di valore alla pratica tassonomica”, ma se non riesco a identificare ciò su cui intendo o posso dare un giudizio di valore – come faccio a formularlo?

  97. Alessandro Gaudio Says:

    Certamente, ma declinare l’analisi in termini di pratica tassonomica proprio non mi va giù: specialmente se, come dici tu, alla pratica tassonomica ti fermi, scansando il discorso sul valore. E’ senza esso che tutte le biciclette sono uguali o, per dirla diversamente, anche i ciucci volano.

  98. Giulio Mozzi Says:

    Fermarsi alla pratica tassonomica? Ma quando mai?

    E’ solo che, secondo me, affermazioni del tipo (l’esempio è triviale, lo so), “I romanzi di Antonio Moresco sono letteratura, quelli di Fabio Volo no” confondono tassonomia (cosa è letteratura e cosa non lo è) e giudizio di valore (cosa è bello e cosa non lo è).

    Proprio questa confusione, secondo me, ha permesso e permette alla critica di “fiancheggiare” prodotti magari dotati di un alto tasso di letterarietà, ma – ahimè – irrimediabilmente brutti.

  99. acabarra59 Says:

    “ 2 febbraio 1987 – Lieto di comunicare che della neoavanguardia non resterà niente letteratura di pustolosi prof di liceo rancorosi ideologici illeggibili per deficienza prima che per programma. “ [*]
    [*] Lsds / 537

  100. Alessandro Gaudio Says:

    Di quale confusione parli?

    Se distinguo tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è, servendomi del mio bagaglio di metodo e di giudizio, non sto confondendo quella che tu chiami tassonomia col giudizio di valore: il secondo, a mio avviso, è figlio della prima. Il mio saggio si riferiva (ma ciò non si capisce dal frammento che hai citato tu) alla pratica degli scrittori che si autofinanziano (non credo che sia il caso né di Volo, né di Moresco) e degli editori che si limitano a fare i tipografi. La presenza, sul mercato, di libri editi e di libri, per così dire, semplicemente stampati, ingenera, questa sì, confusione nel lettore. Secondo me, dunque, esiste la buona letteratura, quella brutta e quella che non è: o valgono solo alcune “tassonomie”?

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