Raul Montanari, “Il Cristo Zen”

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di Valter Binaghi

Raul Montanari, "Il Cristo Zen"Uno scrittore italiano, ben noto al grande pubblico come narratore (ma è anche traduttore da lingue classiche e moderne), mette insieme un libro dal titolo disturbante, in cui affianca la parola di Gesù a quella dei maestri Zen, e lo fa dichiarandosi ateo alla terza pagina.
Ce n’è abbastanza per pensare a una di quelle improvvisazioni eclettiche che stuzzicano lo scrittore di successo un po’ annoiato. E invece basta cominciare a leggere la lunga introduzione, che occupa un buon terzo del libro, per accorgersi subito che il lavoro di Montanari è tutto tranne che frutto d’improvvisazione. Con precisione storica, unita a considerazioni che evidenziano una riflessione teologico-morale di lunga durata, l’autore racconta la storia del Buddhismo nelle sue diverse ramificazioni, fino a quella variante che si affermò in Cina come Ch’an, e penetrò in Giappone all’inizio del XIII secolo prendendo il nome di Zen. In seguito Montanari espone le ragioni che l’hanno spinto ad avvicinare cristianesimo e buddismo zen. In entrambi egli trova «la contemplazione e l’abbandono alla natura, al fluire degli eventi. L’interiorizzazione del culto e l’insofferenza verso ogni formalismo. La polemica contro la ricchezza. La spiritualità e la forza della fede capace di smuovere le montagne ove l’ostacolo del pensiero logico sia eluso. L’intransigenza davanti alla Verità, a un dovere superiore che suggerisce comportamenti apparentemente ingiusti o illogici. L’antintellettualismo e l’elogio del pensiero semplice o addirittura del non-pensiero. L’anticonformismo nei rapporti con le gerarchie, le classi sociali, la tradizione, e con quel grande mistero insondabile che è la donna».

Di questo «parallelismo» l’autore prova a rendere conto, affiancando episodi e soprattutto massime evangeliche ad aneddoti e dialoghi fulminanti tratti dalla tradizione del buddhismo zen, ogni volta commentando con un suo corsivo l’accostamento che non di rado fa emergere elementi inattesi, intuizioni sapide anche per chi credeva di conoscere abbastanza bene entrambe le scritture in questione. Il libro risulta di bella lettura, soprattutto se non letto d’un fiato ma aperto e richiuso in momenti diversi, come si faceva coi florilegi spirituali di un tempo, capaci di fornire una prospettiva luminosa all’animo ingombro e al pensiero autorecluso nelle strettoie della logica.
Tuttavia, in un libro come questo, ciò che dà più da pensare è proprio la pertinenza del confronto tra diverse spiritualità, e il giudizio sulla capacità di valorizzarle entrambe. Ora, direi che il confronto risulta culturalmente soddisfacente (anche e soprattutto considerando che qui le spiritualità a confronto non sono due ma tre, perché c’è anche l’ateismo dichiarato dell’autore), mentre dal punto di vista teologico il confronto è, come vedremo, impossibile.
In effetti, a prescindere da una scelta di fede (posizione che, come afferma, non è quella di Montanari), il minimo che si può affermare del Buddhismo e del Cristianesimo è che in entrambi i casi si tratta di una riforma, per non dire una rivoluzione, operata da figure profetiche come Siddharta e Gesù nei confronti delle rispettive tradizioni religiose di appartenenza, cioè Induismo ed Ebraismo. Quello che gli storici delle religioni non rendono sufficientemente esplicito, e che invece nel «Cristo Zen» appare in primo piano, è che queste rivoluzioni non hanno semplicemente mutato i costumi e le credenze religiose, ma hanno rappresentato una svolta, l’alba di una nuova epoca nella storia del significato umano e starei per dire della mente umana. Una rivoluzione così profonda, che dopo più di duemila anni il mondo non sembra ancora averla accolta interamente.
Quel che sappiamo delle religioni primitive è avvolto nella caligine di un tempo lontanissimo, tuttavia qualcosa di quell’età sopravvive nell’immaginario infantile, dove il prodigioso e il gigantesco, e in genere tutto ciò che rompe l’ordine abituale delle cose, è oggetto di autentica venerazione, mentre l’onnipotenza presunta del desiderio reclama la manipolazione magica del reale. A quest’epoca dovette succederne una in cui l’uomo scoprì la potenza della volontà, della concordia e della legge, e l’ordine etico s’instaurò nel mondo, o meglio in quei micromondi che furono le civiltà antiche, tutte caratterizzate da un evidente etnocentrismo. Qui le caratteristiche dominanti furono la ripetizione del cerimoniale, l’obbedienza alla legge, la fedeltà alla lettera e l’esclusione dal novero degli esseri umani di chi risultasse estraneo a questa condivisione. Mentre faccio un elenco di quelli che dovrebbero essere i tratti di una religione superata, qualcuno potrebbe oppormi che la pratica diffusa delle religioni attuali contiene abbondantemente i medesimi elementi. E infatti è così, ma solo perché, come si diceva, la nuova rivelazione è ancora in cammino.
Dopo Buddha e Cristo, in effetti, qualcosa è cambiato in modo definitivo non solo e non tanto nei gesti ma nel pensiero degli uomini, e si tratta di una via senza ritorno, perché gli idoli sono infranti, le formule hanno perduto la loro aura magica, il cuore umano è il tempio in cui Dio vuole essere adorato in Spirito e Verità, e i rigurgiti del tribalismo e del moralismo possono ritardare ma non impedire che questa conoscenza risplenda come un sole su tutti gli uomini di buona volontà.
Dopo la rivoluzione di cui parliamo, la verità religiosa non somiglia più a un verso imparato a memoria, che si può tirar fuori e riproporre ogni volta che serve una citazione elegante. Non somiglia nemmeno all’evidenza matematica di un 2 + 2 = 4, pronta a ripetersi inconfutabilmente ogni volta che si ripresenti il medesimo problema e ad essere estesa a tutti i casi analoghi.
Somiglia piuttosto allo specchio in cui ognuno, in momenti diversi della vita e in diverse condizioni, può conoscere se stesso, purché abbia gli occhi puliti e il suo fiato non appanni la superficie. L’occhio pulito è la purezza d’intenzione, l’esser privo di pregiudizi. L’alito che appanna è il desiderio, che vorrebbe trovare nelle cose la propria soddisfazione o conferma.
In questo senso si può dire che la conoscenza religiosa è simbolica: si crede alla sua autorità, ma è alla disposizione d’anima dell’interprete che essa resta affidata. Per questo Gesù disse di parlare in parabole, perché coloro che non hanno convertito il cuore al Verbo di Dio: «vedendo non vedano e udendo non intendano» (Luca, VIII, 10). E poiché «non chi dice Signore Signore ma chi fa la volontà del padre mio», e poiché «il Tao che si può nominare non è l’eterno Tao»(Lao Tse), l’ateismo contemporaneo può essere più vicino alla vita spirituale di quanto non lo sia certa devozione, che a volte ripone nel tempio sotto mentite spoglie ancora il vecchio idolo, fatto di passione per il potere e di un familismo che non va al di là dei vincoli del sangue.
Detto questo, una chiusa brevissima sul merito teologico del confronto Cristo/Buddha.
Dal libro di Montanari, non a caso, sono quasi totalmente assenti i riferimenti a passione, morte e resurrezione di Gesù. Il quale si proclama ed è creduto dai cristiani il «Cristo», cioè l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo. Evento insieme storico e soprannaturale, senza il quale il Cristianesimo propriamente smette di essere quello che è. Ciò che ne rimane è la profonda saggezza del Rabbi galileo, che Montanari agevolmente può affiancare a quello dei maestri zen, senza affatto sminuirne la portata rivoluzionaria per quella che è la storia della mente umana, e regalandoci un libretto che ha molti meriti. Ma Raul mi concederà che la differenza tra il Maestro e il Salvatore non è un dettaglio, anche se questa differenza non ha lo spessore di un confine né il peso di una proprietà, e dunque non giustifica esclusioni né arruolamenti in uno dei troppi e rumorosi partiti che si disputano il dominio di questo mondo.

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25 Risposte to “Raul Montanari, “Il Cristo Zen””

  1. Filippo Albertin Says:

    Se è per questo, le librerie abbondano di testi su business e management ispirati da frasi evangeliche. Eppure mi pare che qualcuno abbia detto: “Passerà un cammello per la cruna dell’ago prima che…”

  2. Raul Montanari Says:

    Caro Valter, questo pezzo, che troverei non solo riduttivo ma improprio chiamare recensione, è molto bello e sono felice che a stimolartelo sia stata la lettura del “Cristo zen”.
    Sono d’accordo con tutto quello che dici, inclusa la differenza fra Maestro e Salvatore. E’ molto fine la tua osservazione che, nella logica di questo confronto, la Passione debba per forza essere esclusa dall’antologia dei brani commentati, perché non ha corrispettivo dall’altra parte. E’ quello che infatti dico alla seconda pagina dell’Introduzione: “[Il Buddha] muore ultraottantenne per un banalissimo avvelenamento da cibi guasti, quanto di più lontano si possa immaginare dal Calvario e dalla Croce, e non ascrive a se stesso alcuna origine divina”. In una prospettiva devozionale, o se preferisci teologica, c’è differenza sì.
    Nel tuo articolo trovo particolarmente affascinante la parte in cui tracci il profilo della religiosità arcaica, e naturalmente l’intuizione dell’analogia fra un ateismo consapevole – o sofferto, come si usa dire con un tocco un po’ patetico – e la vera religiosità. Forse è per questo che Luca Doninelli mi prende sempre in giro dicendo che io sono lo scrittore meno ateo che lui conosca. Purtroppo al dunque, cioè per esempio davanti ai grandi nodi dolorosi della vita, la differenza, sempre lei, si sente eccome. Posso garantirlo.
    Grazie a te e a Giulio per l’ospitalità, e a tutti i commentatori.
    Raul

  3. Stefano Says:

    Conoscendo il tenore, a dir poco collerico, di gran parte degli interventi d’argomento religioso di Walter Binaghi, questo tono calmo e in gran parte positivo (pur rimarcando la differenza fondamentale fra Buddhismo e Cristianesimo) mi ha colpito e convinto. Penso che lo comprerò.

  4. Ipofrigio Says:

    Sono perplesso perché l’accostamento di Gesù a Buddha era stato fatto fra i primi da un personaggio poco raccomandabile come Richard Wagner (poco raccomandabile come persona e come teologo, si capisce): è la filigrana, neanche troppo in filigrana, di Parsifal. Comunque leggerò, grazie.

  5. Stefano Says:

    Questa mi pare una versione della ‘reductio ad hitlerum’…

  6. Filippo Albertin Says:

    Parlo da musicista: Wagner era sì, effettivamente piuttosto pesante come personalità. Poco raccomandabile? Non so. Di certo pesante, e non mi stupisce che la musica iper-totalizzante di Wagner fosse la preferita del Nazismo, sempre prendendo con le pinze il tutto (si veda alla voce Friedrich Nietzsche e tutte le menate che sono state costruite sul concetto di superuomo). Ipofrigio però dice una cosa a monte giusta: i paralleli vanno fatti a partire dalla scienza che studia il campo in cui tali paralleli vengono proposti. Personalmente non ritengo che la teologia sia una scienza, ma di certo è la materia di riferimento, quindi lasciamo parlare chi ne sa qualcosa.

  7. mario Pandiani Says:

    Wagner non è certamente tra i primi, la famosa novella medioevale che narra la vita di Barlaam e Joasaf ricalcando la vita del Budda Sakyamuni è l’esempio più evidente di quanto ci fossero delle affinità e anche contatti secoli fa, sono numerose le leggende e gli aneddoti presenti in entrambe le tradizioni che l’autore credo abbia raccolto con attenzione e lo testimonieranno ampiamente.
    Anche la letteratura popolare contiene da Boccaccio a Dostoevskij, ai viaggiatori cristiani sulla via della seta, diverse sovrapposizioni aneddottiche.
    Ancora oggi ci sono testi di buddisti zen che si sono dedicati a trovare analogie tra la loro tradizione e il cristianesimo ortodosso.
    Si tratta soprattutto di analogie che vertono sull’aspetto ascetico e sull’atteggiammento interiore, non evidentemente sulla natura e sulla forma propria delle due religioni.
    Trovo interessante nella recensione l’aver sottolineato il fatto epocale e i mutamenti che questo ha portato nell’umanità, ma non sono d’accordo sul fatto di considerarle riforme, in particolare il cristianesimo non è una riforma dell’ebraismo, ma ne è il compimento, non è che l’attuazione della promessa dell’antico testamento.
    Del buddismo ne so troppo poco, ma mi sembra che nasca dal compimento dell’esperienza spirituale hindu, ma ha avuto un destino di esilio e nella sua forma estremo orientale l’influenza taoista è forse addirittura più forte di quella originaria hindu.
    E’ un libro che leggerò.

  8. Ipofrigio Says:

    Mi conforta l’opinione di F. Albertin; naturalmente anch’io distinguo doverosamente l’uomo dalle sue opere, di cui sono anzi un cultore. Sappiamo però oltre ogni dubbio che la ricerca nel Vangelo di affinità originali con il buddhismo serviva a Wagner per sminuire o negare l’ebraicità di Gesù e del suo messaggio: e che Wagner fosse antisemita non è un’opinione ma un fatto, sostanziato fra molte cose dal suo libello apparentemente anti-Meyerbeer (“Sul giudaismo in musica”), in realtà fegatosamente, appunto, antisemita.

  9. Raul Montanari Says:

    La deriva wagneriana del thread è affascinante.
    Comunque, a parte il fatto che se risultasse che Wagner (o Hitler, già che ci siamo) ha affermato che due più due fa quattro io avrei difficoltà a dissentire da questo enunciato per via di antipatie musicali o politiche, e mi sentirei costretto a riproporlo anche se con molta sofferenza – a parte questo, dico, la ricerca di analogie fra Cristianesimo e Buddhismo non è certo originale di per sé, e non vuole nemmeno esaurire il senso del libro.
    Nell’intro racconto comunque che la prima (con)fusione fra le due religioni avvenne quando esse si incontrarono in suolo nipponico. Il Giappone era già buddhista dal VI-VII secolo dopo Cristo, quindi da mille anni, quando nel 1549 il missionario Francesco Saverio arrivò con i portoghesi e portò la nuova religione.
    I giapponesi, all’inizio, presero il Cristianesimo per una setta buddhista!
    L’equivoco, comico ma anche suggestivo, nacque dalla somiglianza fra la pratica cristiana della recitazione del rosario e analoghe forme di preghiera buddhiste tipiche del Sutra del Loto e della scuola della Terra Pura. Ma anche la figura stessa di Gesù venne confusa con quella di un santo poi divinizzato dalla setta della Terra Pura, Kannon. Non a caso, dio della compassione. Certamente a caso, divinità transgender: prima dio, poi dea.

  10. Stefano Says:

    ll punto è che il sincretismo religioso ha una tradizione lunga e non sempre nobile. Se uno come Binaghi, tutt’altro che tenero su certi argomenti, trova che in questo caso il discorso è portato avanti con cura e intelligenza allora direi di dargli una possibilità, senza preoccuparsi troppo se altri l’hanno fatto con cattive intenzioni o simili.

  11. Ipofrigio Says:

    Ma sì, infatti; dicevo che intendo superare quello che è un mio pregiudizio.

  12. Filippo Albertin Says:

    Wagner era indubbiamente antisemita, ma il suo antisemitismo è stato una cifra piuttosto vasta e variegata del diciannovesimo secolo, piuttosto lontana dall’uso e dalle conseguenze che conosciamo in seguito al Nazismo. Molto antisemitismo derivava da questioni economiche prima ancora che culturali, ma questa è un’altra storia. In ogni caso sì, trovo che siano considerazioni giuste; almeno, giuste per prendere le distanze senza censurare un’idea.

    L’unica cosa che mi lascia perplesso è quella alla quale alludevo nel mio iniziale commento. Oggi tutto viene messo in connessione con tutto, all’insegna di uno “sdoganamento generale” che non mi pare abbia portato maggiore libertà, né maggiore chiarezza. Non credo che dieci libri che affermano dieci cose diverse sul medesimo personaggio — spaziando dal marketing al Comunismo — possano avere tutti ragione. Anzi, forse è esattamente il torto a spalmarsi uniformemente su queste sfaccettature arbitrarie, dettate più dalla volontà dell’autore di piegare a sé ciò che, al naturale, non può appartenergli, che ad effettive volontà di gettare luce su temi controversi.

  13. manu Says:

    filippo: cosa significa ‘il suo antisemitismo è stato una cifra piuttosto vasta e variegata del diciannovesimo secolo, piuttosto lontana dall’uso e dalle conseguenze che conosciamo in seguito al nazismo’?

  14. Filippo Albertin Says:

    Un po’ lungo da spiegare. Diciamo che nella metà dell’Ottocento si sviluppa un pensiero “cospirazionista” che addita il popolo ebraico — ricordiamolo, popolo di banchieri, dunque la cosa non è completamente frutto di razzismo, ma di complesse commistioni tra economia, società e rapporti internazionali nelle politiche degli stati dell’epoca — come responsabile di un complotto. Alcune di queste idee vengono sintetizzate in specifici libelli, come il “Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu” (1864), che sarà poi, agli inizi del nuovo secolo, la principale ispirazione testuale dei famigerati “Protocolli dei Savi di Sion”.

    Questo detto molto, molto in soldoni.

    Tutta questa “letteratura” sarà ripresa e manipolata dal Nazismo per i suoi scopi.

  15. manu Says:

    sempre i riassunti di storia, e sempre guardando il dito, mai la luna.
    lascio. per un po’.

  16. Raul Montanari Says:

    E’ curioso che venga usata qui l’espressione “guardare la luna e non il dito” (parafrasata). Nel libro è riportata la prima occasione in cui venne pronunciata, dal patriarca Hui-neng; e la cosa singolare è che in origine non significava esattamente quello che intendiamo noi.

    PS Ho cercato per molti anni una definizione da dare a un dialogo come questo, nei miei corsi di scrittura creativa. Alla fine ho dovuto arrendermi: la definizione più semplice ed efficace è “dialogo fra sordi”.

  17. Filippo Albertin Says:

    Prima mi dite che sono prolisso, poi sintetico. (In ogni caso la citazione dito/luna è giusta per l’argomento. Brava.)

  18. Raul Montanari Says:

    Tornando all’interessante commento di Mario: naturalmente bisogna intendersi sul termine “riformatore”.
    Nell’intro sottolineo che né Gesù né Siddhartha hanno un approccio iconoclasta nei confronti del substrato religioso della società in cui agiscono. E’ certamente vero che entrambi radicalizzano elementi che erano tutti presenti nella dottrina, e che in moltissimi casi si limitano (si fa per dire) a confermare, riformulare, reinterprerare i concetti, spesso riportandoli al loro valore originario.
    Però se questo non è “riformare” una religione, cos’è? Sostituire una religione con un’altra non sarebbe nemmeno riformare, ma un’altra cosa.
    Da un punto di vista pratico e storico: che la predicazione di Gesù sia stata comunque sentita come discontinua rispetto all’ortodossia giudaica è dimostrato, semplicemente, dalla sua persecuzione.

  19. mario Pandiani Says:

    Eusebio di cesarea sostiene, e sembra credibile, che i vertici sacerdotali dell’epoca cristiana fossero stati sostituiti con personalità controllate dall’occupante romano, e questo potrebbe essere un motivo dell’ostilità che proprio i farisei con gli alleati sadducei, avevano nei confronti dell’agitatore Gesù, un motivo politico.
    Ma il popolo di Israele a quei tempi era composto di molte correnti diverse e non tutte in armonia con i sacerdoti del tempio.
    Il farisaismo non rappresentava precisamente l’ortodossia ebraica, faceva venire prima il formalismo esasperato e il letteralismo legale alla profezia e allo spirito della legge, ma aveva in mano il sinedrio, Gli ortodossi come Nicodemo o Giuseppe di Arimatea erano in minoranza e anche disorientati dal comportamento di quello che avrebbe dovuto diventare re e liberare il popolo dalla dominazione straniera.
    I segni di Gesù erano stati riconosciuti palesemente dai sacerdoti, l’ultimo, la resurrezione di Lazzaro è plateale, davanti a una moltitudine di persone tra cui gli iviati del sinedrio, il ritardo con cui arriva per compiere il miracolo è evidentemente motivato da questo, la puzza del cadavere fuga ogni ipotesi di manomissione, eppure, pur riconoscendo in lui il Messia fuori da ogni dubbio, decidono di ucciderlo.
    Bisogna tenere conto del fatto che se oggi, molti, dentro e fuori della chiesa, sentendo parlare di miracoli sorridono, a quell’epoca non era il miracolo in se a stupire, ma le sue conseguenze a spaventare, quindi non è per delle innovazioni inaccettabili dal punto di vista dottrinale, ma per non consegnare al legittimo detentore le chiavi della baracca che è stato ucciso.
    E’ anche significativo che l’unica corrente irriducibile che rimase in dissenso dopo la venuta di Cristo e dopo i fatti della passione, è proprio quella farisaica da cui discende direttamente l’ebraismo talmudico attuale.

    Capisco adesso cosa intendi per riformatore, un ri – formare cioè riportare alla forma originale, ma secondo me non è neanche questo, in quanto questo era previsto nel concetto stesso di elezione del popolo, tutta la profezia dell’antico testamento converge lì, è il naturale compimento di quanto atteso.

  20. manu Says:

    a raul montanari (sul dito e la luna)
    e cosa significava? dai, rispondimi, anche se – devo dire – avessi scritto io il tuo libro, alla mia domanda risponderei ‘leggiti il libro!’.

    in realtà sto pensando di leggerlo, per due motivi: il primo, e più banale, è che non ho mai letto nulla di quello che hai scritto. come prima scelta sarei attratta da ‘nelle galassie oggi come oggi covers, per il genere e – nevrosi mia personale – per l’edizione. ma si vedrà.

    il secondo motivo è che leggendo la recensione di binaghi ho ripensato ad una lettura fatta tempo fa: Raimon Panikkar ‘Lo spirito della parola’ dove tra le altre cose indicava come occorra una rivoluzione interna per predisporsi allo studio di una tradizione religiosa differente dalla nostra, uno studio che non abbia l’intento di convertirla, dominarla, confutarla o simili. dunque sovrapposizione e non identificazione, arrivando a dire che ‘siamo più vicini al nostro interlocutore tramite la non comprensione che pretendendo di aver compreso, riducendo l’altrui pìsteuma al nostro nòema’ […]. ha qualcosa a che fare con il tuo libro?

  21. Raul Montanari Says:

    Caro Mario, niente da aggiungere.

    Cara Manu, a parte pisteuma e noema (i patriarchi zen scapperebbero a gambe levate), la questione del dito e della luna sta così: una monaca chiede al grande maestro cinese Hui-neng di spiegarle un certo sutra. Lui risponde che non lo sa nemmeno leggere, perché è analfabeta. Scanadalizzata e delusa, la monaca gli chiede come può pretendere allora di capire la verità che è contenuta nelle Scritture. Hui-neng alza il dito al cielo e le dice: “Immagina che le parole siano il dito e la luna la verità; tu ora guarderai il mio dito o la luna?”
    Come vedi, c’è molta differenza fra l’analogia creata da Hui-neng, che si potrebbe definire semantica (le parole sono solo segni, la verità è il contenuto a cui arrivare, o se preferisci il referente, e lo zen insegna a coglierlo in forma intuitiva, eludendo il linguaggio), e il modo in cui noi usiamo questa espressione. Noi di solito intendiamo dire che anche se chi parla è un malvagio o un imbecille, può darsi che dica la verità e in quel caso dobbiamo ascoltarlo (guardare la luna). Insomma, anche se la fonte è screditata, può darsi che il messaggio sia corretto.
    Quando io sopra osservavo che se Hitler dice che due più due fa quattro io non posso che dichiararmi d’accordo con lui, dicevo appunto una cosa del genere.

  22. manu Says:

    grazie per la risposta raul. in genere, forse anche sbagliando, considero il guardare alla luna un colpo d’ala, qualcosa che faccia decollare dal contingente, per approdare magari anche a nuove verità. il tuo dialogo fra sordi mi pare renda benissimo.

  23. genseki Says:

    Caro Binaghi.

    non ero piú venuto qui dopo aver letto il suo congedo. Sono ben lieto che alla fine non si sia congedato, per poter continuare a leggerla.
    Mi permetto di avanzare qualche considerazione sulla base della mia espeirnza personale.
    Anche se pare molto facile è invece molto difficile accedere ai testi della tradizione chan e zen. Perché giungono a noi da un mondo remotissimo. Siamo un po’ nelle condizioni in cui erano gli umanisti del 400 di fronte alla grecitá classica. Questo mi pare il punto centrale per una riflessione sulla tradizione sapienziale e religiosa dell’estremo oriente. Gli umanisti del 400 si rendevano conto solo molto vagamante di quanto immensamente distante fosse il loro mondo da quello della Grecia classica e così procedevano equivocando e sbagliandosi in modo creativo e aprendo una nuovissima prospettiva culturale. Certo è vero che mentre la tradizione della Grecia classica era del tutto scomparsa, la sapienza dell’estremo oriente ha mantenuto, pare un certa continuitá, ci sono monasteri e maestri spirituali che sono sopravissuti all’autogenocidio culturale della Cina e del Giappone. L’Accademia invece morí del tutto con Giovanno Damasceno. Comunque anche nel 400 si pensava che Bessarione e Pletone fossero i discendenti diretti e legittimi della Grecia. Insomma, in gran parte il buddhismo occidentale è un equivovo e resta da vedere se è creativo. È molto difficile credere che il Dalai Lama abbia con il canone pali una relazione piú diretta di quella che Bessarione aveva con Pitagora! Poi oggi c’è il Mercato che trasforma tutto in prodotto, cosí si spaccia per buddhismo la boutique di una serie di prodotti di dubbiosa efficacia per conseguire imperturbanile serenitá e realizzazione personale. Comunque visto da quello che resta dell’Estremo Oriente il Buddhismo occidentale è incomprensibile: la maggior parte dei praticanti zen d’Europa sono a favore dell’Aborto! Con questo non voglio dire che tutto quello che è buddhismo in Europa sia inautentico, anzi ci sono tanti praticanti profondi e sinceri e tante piccole comunitá attuve e feconde.
    Per quanto riguarda il confronto tra buddismo e cristianesimo ecco molti sono gli equivoci possibili. Nella tradizione Chan e Zen, in quella del Loto per intenderci, il Buddha è un Soter (un salvatore) e il sacrificio di un Buddha la sua autoimmolazione a beneificio di tutti gli esseri viventi è contemplata. E, infatti, l’autoimmolazione, dei monaci è stata praticata anche in tempi recentissimi. Resta il fatto che il Buddhimo chan, è una specie di sapienza gnostica, dove quello che conte non è la fede, quello che si chiama fede, nei testi antichi forse è piú prossimo alla perseveranza. Certo la Pajna Paramita ha certi aspetti che coincidono con la gratia, ma ci sarebbe da discutere a lungo su questo. In realtá ho parlato con maestri giapponesi che attribuiscono alla Prajna Paramita una natura di persona, come un Verbum, per intenderci.
    Tante sono le possibilitá di contatto e di apertura di senso in un confronto che non è ancora stato aperto e che avrebbe le potenzialitá che ebbe nell’etá carolingia il confronto con la tradizione aeropagitica e all’alba della scolastica l’irruzione dell’aristotelismo averroista. Ma la nostra civilta é moribonda, senza speranze moribonda solo tratta di spread e spread e spread tutto si allontana nella demenza tecnologica.
    La ringrazio per l’ospitalitá
    genseki
    (genseki non è un nick ma il mio nome quando stavo in Kyoto che deriva a sua volta da un mio errore di grammatica o di lessico perché Pietro avrebbe forse dovuto essere tradotto Sekigen)

  24. Raul Montanari Says:

    Caro Genseki, grazie per questa lettura così approfondita della prima parte del “Cristo Zen”, che dà vita a un commento molto pertinente al testo di cui parla Binaghi.

  25. genseki Says:

    Gentile Montanari,

    grazie a Lei per le belle pagine che mi ha permesso permesso di leggere lontane da tante banalitá sulla religione e il sacro nel dibattito culturale, di quello che ne resta in Italia.
    genseki

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