Che ci crediate o meno, 8

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romanzo di Gianluca Minotti

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Parte terza, 2

Sarà stato per il troppo pedalare o perché ispirati dalle immagini sacre disseminate un po’ ovunque del florido e rossastro San Giambone da Parma, o forse perché per tutto il giorno non avevano toccato cibo, fatto è che a un certo punto Gorgio e i suoi compagni ebbero fame.
Allora, da alcuni ripiani tirarono giù scatolette di carne in conserva, cosce di pollo precotte, emmenthal, fagioli messicani, piselli e crauti in barattolo, birre sufficientemente ghiacciate, e cercarono un posto dove mangiare indisturbati.
Proprio in fondo al corridoio trovarono uno spiazzo circondato da piante finte, con al centro una fontana sormontata da una cariatide che teneva sul capo un’enorme brocca di rame. A guardarla meglio, Gorgio vide che in realtà la statua somigliava di molto a una delle novizie incontrate in viaggio.
Intorno alla fontana, alcune panche di legno con relativo inginocchiatoio.
E così, all’ombra dell’illuminazione artificiale e nella brezza dei condizionatori d’aria, i tre compagni s’apparecchiarono, un poco intimoriti d’essere colti in flagrante da qualche guardia.
Ma che non ci fosse nulla di male e che anzi il luogo dovesse essere una specie di punto di ristoro, lo testimoniavano cumuli di rifiuti gettati tutt’intorno. E fra l’immondizia, un esercito di topolini che, niente affatto sazi, presero a esplorare le caviglie di Giuliano per poi deviare verso la signora Cianfrossi.
E se la donna non fu del tutto rosicchiata, fu grazie al signor Viniti; cioè: fu grazie a un ossicino di pollo che gli restò di traverso, per cui lui, a furia di dimenarsi, finì addosso alla sua paziente, provocando l’ira dei roditori che gli si avventarono contro.
E tra l’ossicino che non voleva saperne di scendere per l’esofago e i morsi rabbiosi degli squittenti animaletti, il signor Viniti passò il peggior quarto d’ora della sua vita. O meglio: di quella parte della sua vita di cui questa storia racconta, giacché di ciò che gli accadde prima e gli accadrà in seguito, non ci è dato sapere.
Una volta scacciati i topi, Gorgio sollevò il veterinario dandogli sonori colpi alla schiena, scotendolo finché il poveretto non cominciò a tossire con tale violenza che non soltanto il corpo estraneo si disincagliò, ma gli volarono via anche i mocassini.

Ora, visto che non fu possibile ritrovare i mocassini del signor Viniti, fortuna volle che proprio nei pressi dello spiazzo si aprisse un reparto di calzature, il cui unico modello in vendita sembrava essere però il sandalo francescano.
Ragionato con il commesso se fosse disdicevole presentarsi a una cerimonia nuziale in sandali, e avuta l’assicurazione che, anzi, non vi è niente di più adatto, non soltanto Viniti, ma anche il signor Cianfrossi e Gorgio ne comprarono un paio.
Poi il bottegaio adocchiò per la moglie dei sandali con le perline, ma il commesso, certo un esperto nello sfilare calzature – e anzi dotato di un’attestazione di merito per aver vinto il primo premio nella famosa gara annuale tenuta a Varese di estrazione di stivali nel minor tempo – causa l’eccessivo gonfiore dei piedi della signora Cianfrossi, non fu in grado di sfilarle le scarpe.
Ci provarono allora tutti insieme, tirando, spingendo, ruotando, premendo, sollevando, ma a parte iterati scricchiolii, non ottennero nulla.
A questo punto il signor Cianfrossi avrebbe anche lasciato perdere, ma il commesso, punto nel vivo, doveva aver preso la faccenda come una questione personale. Munito di un trapano iniziò allora una lunga, chirurgica operazione sulle tomaie, riuscendo in breve a sbriciolarle; a sbriciolare le tomaie, certo: ma insieme alla segatura della scarpa, vennero via anche brandelli di carne. La qual cosa si dimostrò poi determinante: a lavoro finito, infatti, non solo le furono sfilate le scarpe, ma ora, snellito dal gonfiore, il piede della signora Saveria, come per magia, s’incenerentolò. Anche se quello destro appariva più grande del sinistro, o – che poi è la stessa cosa – quello sinistro più snello del destro. E comunque fosse, era chiaro come bisognasse prendere due numeri diversi, anche se il commesso non voleva saperne di vendere una coppia di sandali scompagnati, sostenendo che i signori erano tenuti a comprarne due paia: e il trentotto e il trentacinque; mentre Cianfrossi voleva il trentotto di un tipo pregiato e il trentacinque di un altro, al prezzo del sandalo più scadente.
La discussione sarebbe andata avanti per ore, fino forse alla consunzione del cuoio dei sandali, se non fosse che tutti furono distratti dall’arrivo di nuovi clienti.
Un uomo, smunto e con un paio di occhiali cerchiati d’osso, sospingeva su una sedia a rotelle un signore distinto e barbuto, coperto fino a terra da un plaid.
Senza porre tempo in mezzo, il nuovo arrivato presentò il barone Button, snocciolando tutto l’albero genealogico di cui lui – nipote da parte di padre – era l’unico discendente.
Mentre così faceva, il nonno annuiva a ogni nome d’avo, come a rendergli omaggio.
Il commesso, impressionato da tanta aristocrazia, pur ritenendo inspiegabile come nonno e nipote potessero apparire quasi coetanei, prese a inchinarsi e a genuflettersi, per poi dichiararsi pronto a esaudire i desideri dell’illustrissimo barone, il quale necessitava di un paio di sandali consono al suo casato nobiliare.
Indossato un casco da minatore con luce frontale, il commesso s’arrampicò sulla scala, infilandosi con tutto il corpo in un pertugio tra gli scaffali.
Ne discese dopo cinque minuti con il saio strappato, tenendo in bilico sulla mano destra una pila di scatole.
Quando poi scoperse il plaid e non trovò i piedi del barone – giacché non c’era traccia degli arti inferiori, amputati sopra al ginocchio – per un attimo restò perplesso e si guardò intorno.
Come ritenesse che dovessero essere lì in giro.
E in effetti non si sbagliava di molto, se è vero che il barone, con un gesto repentino, sfilò da sotto la sua sedia a rotelle un paio di protesi artificiali in titanio, comprese di piede.
Il commesso, ragazzo perspicace, non ebbe bisogno di spiegazioni: afferrò una gamba e infilò, con un solo competente movimento, un sandalo.
Siccome però il barone non sembrò affatto soddisfatto, e anzi lamentò la scomodità di quello come degli altri modelli, il commesso scomparve nuovamente tra gli scaffali, ottenendo dal vecchio il permesso di portarsi dietro la protesi sinistra.
Per ingannare l’attesa, il barone si lasciò scivolare a terra, sostenendo di volersi sgranchire non si sa bene cosa, e invitò il nipote a riposarsi sulla sedia a rotelle prima di riprendere il cammino.
Poi, mentre il commesso riscendeva la scala con un’altra pila di scatoloni, un’ambulanza, lanciata a tutta velocità, travolse il povero barone, del quale, come notò subito Gorgio, non sembrava restare granché; o meglio, ciò che ne restava appariva ulteriormente frazionato in parti disseminate su una superficie di venti metri quadri.
Fu indispensabile un quarto d’ora per recuperare i vari componenti del barone.
Il signor Cianfrossi ritrovò entrambi gli arti superiori e li depose sulla sedia a rotelle, non senza prima alleggerire le dita del vecchio degli anelli di diamanti; Viniti scovò il busto, non dimenticandosi di sgravarlo del peso del portafogli e di un orologio a catena; il commesso s’imbatté nella testa, che, detronizzata, per il gran colpo subito, s’era come trasfigurata, tanto che inizialmente la prese per quella di qualcun altro e la ripulì di tre, quattro denti d’oro. Gorgio invece recuperò il parrucchino e lo consegnò al nipote, il quale lo depose con amore sul capo del nonno.
Aiutandosi con corde e nastro adesivo, il nipote ricongiunse le braccia al busto, e lo stesso fece con la testa, assistito da Viniti, esperto in materia di ricomposizione dei corpi. Anche se, tranne un suo esperimento passato alla storia, in cui ricucì un pollo dotandolo di quattro zampe, e pur di non ammettere l’errore tenne un ciclo di conferenze in tutta la provincia di Frosinone sull’esistenza in natura di polli a quattro zampe – soprattutto in America Latina – bisogna ammettere che in questa disciplina il veterinario non ottenne mai risultati degni di nota.
Sempre non contando il pollo suddetto; il quale, però, dopo essere diventato il più famoso, il più fotografato e il più invitato alle trasmissioni televisive, fu rinchiuso in una gabbia metallica di un allevamento in batteria vicino a Strangolagalli, fino a un mattino di settembre in cui gli venne tirato il collo. Né più né meno di come venne tirato ai suoi compagni di allevamento dotati soltanto di due zampe. E anzi, con l’occasione si dimostrò come l’agonia di un pollo a cui è tirato il collo sia del tutto indipendente dal numero di zampe di cui è provvisto.

Il barone, coperto dal plaid, non aveva l’aria di essere reduce da un incidente. Ogni tanto aveva sì un arto o la testa che gli dondolavano, ma per lo più pareva un effetto dovuto all’allegrezza: quella stessa allegrezza che contagiò un po’ tutti nel momento in cui, salutato il frate commesso, e mentre in lontananza echeggiavano misteriosi crepitii, ripresero il cammino, ognuno con ai piedi un paio di sandali.
Gorgio, a differenza di Viniti e del bottegaio, che procedevano avanti, pedalava lentamente per restare al passo con il nipote Button, del quale era certo di conoscere il segreto: di sapere, cioè, come mai, più che nipote del barone, sembrasse coetaneo.
Quel nome, d’altronde, Beniamino Button, non poteva essere una coincidenza: e insomma, Gorgio si ricordava di una storia letta tanti anni prima in cui la venuta al mondo di un bambino, Beniamino Button, appunto, gettava tutta una famiglia e una comunità nello scalpore, in quanto sovvertiva il ciclo naturale della vita.
Nel racconto, Beniamino Button veniva alla luce dimostrando non meno di un’ottantina d’anni: i radi capelli bianchi, la barba color fumo, gli occhi sbiaditi e palesemente miopi, i denti guasti e la pelle raggrinzita, i piedi enormi e la schiena curva.
Quello che accadeva dopo, Gorgio non lo rammentava.
Certo, con il passare degli anni Beniamino cresceva, anche se sarebbe più giusto dire: ringiovaniva. A vederlo adesso, con i capelli color cenere, la pelle lucida, la schiena dritta, dimostrava infatti una sessantina d’anni. Ciò significava che ne erano trascorsi venti, ma per quanto si sforzasse, Gorgio non riusciva a farsi una ragione di come Beniamino fosse finito a Colle Redentore.
E glielo avrebbe certamente domandato, se non fosse che proprio in quel mentre due donne chiamarono, Beniamino, Beniamino, e tutte accese sulle gote gli corsero incontro.
Il volto di Beniamino si fece cereo: per un momento egli si guardò intorno come braccato, poi, afferrata la carrozzella del nonno, tentò di accelerare il passo.
Le due donne, però, con uno scatto, lo bloccarono mettendosi di fronte e con riverenza salutarono il barone.
Non ricevendo risposta, confabularono tra loro, e infine si rivolsero a Gorgio, spiegandogli come il barone fosse sempre stato altezzoso e scostante, un tipo strambo, da anni murato nel suo studio, dove, fra carte e documenti, tentava di ricostruire l’albero genealogico della sua illustre casata.
Approfittando di quel momento, Beniamino provò a defilarsi, questa volta tentando con la carrozzella una manovra di retromarcia, ma le due donne, per niente distratte, gli afferrarono all’unisono le braccia e subito lo tempestarono di domande: Come stava? Perché dopo la morte dei genitori non era andato più a trovarle? Sapeva che loro non lo avevano dimenticato, che più volte avevano tentato di farsi ricevere dal barone?
Nel dire ciò lo accarezzavano, gli arruffavano i capelli, lo pizzicavano, e insomma, lo vezzeggiavano, facendogli le fusa come due gattine.
Ma che non fossero due gattine, bensì due donne molto avanti con gli anni, Gorgio lo vedeva bene, dicendosi – pur non capendo bene chi fossero – che la cosa non doveva sfuggire allo stesso Beniamino.
Era più alto, lo sapeva?, più maturo, quasi uomo in tutto e per tutto, e la nuova montatura gli donava molto: sì, era tanto, tanto bello il signorino!
E stordendolo con le loro chiacchiere, le due donne avevano preso a palparlo, il signorino, mentre questi tentava invano di divincolarsi, agitando le braccia convulsamente, in un modo che però a Gorgio parve equivoco: smanacciando a destra e manca, finiva con l’infilare le mani fra le vesti delle donne, senza rendersi conto di come la sua reazione potesse essere travisata.
E anche quando da lì a qualche minuto si ritrovò a terra con le due donne sopra che gli tenevano bloccate le gambe e le braccia, i morsi che alla cieca l’uomo prese a distribuire, furono ugualmente ambigui, giacché la furia da cui era animato poteva essere tanto di animale braccato che lotta allo stremo, quanto di eccitamento bestiale.
Le stesse grida in cui esplodeva, non si discerneva se fossero dettate dall’orrore della situazione o dal matto piacere.
Comunque stessero le cose, è un fatto che a un certo punto, forse per gli scossoni dati alla carrozzella, forse per un ultimo rigurgito di volontà ancora presente nella di lui persona, il barone Button entrò in azione.
La sua testa decapitata, da cui penzolava la lingua non più ostruita dai denti cavatigli dal frate commesso, rotolò sul sedere all’aria di una delle donne, la quale, sentitasi slinguazzare così impudicamente, dette in uno scoppio di risa. Almeno fin quando non si rese conto che stando sotto di lui, il signorino non poteva aver compiuto quel gesto.
E così, quando si voltò e vide la testa mozzata, urlò terrorizzata.
Assistendo a quella scena, Cianfrossi e Viniti, i quali intanto erano tornati indietro, si chiesero se il barone avesse voluto partecipare attivamente all’orgia o piuttosto salvare il nipote spaventando le due donne. Giacché, se fosse stato per la seconda ragione, se si fa eccezione per alcuni secondi, bisogna dire che non produsse alcun effetto; e anzi, la manovra del barone fu infruttuosa in entrambi i casi: la sua testa venne gettata via con indignazione dall’altra donna e recuperata da Gorgio tra la selva di gambe dei passanti.
E proprio mentre Gorgio l’appoggiava sul busto, avendo però l’accortezza di riporla al contrario, in modo che gli occhi del barone non vedessero come una delle due donne cavalcasse il nipote, si levò un boato.
E la terrà cominciò a tremare convulsamente.

Scoppi, tonfi, schianti: Gorgio s’inginocchiò al centro del corridoio per evitare che gli scaffali, crollando, lo investissero.
Il veterinario e il signor Cianfrossi avevano seguito il suo esempio e stavano rannicchiati accanto a lui, con la signora Saveria cullata dai sussulti della tavola, su cui ogni due secondi picchiettava la nuca.
Beniamino, il barone Button e le due zitelle, giacevano invece sepolti da dei ripiani; e come loro, molta altra gente era riversa a terra, schiacciata dall’alluminio anodizzato, dall’acciaio galvanizzato, dai tubi in PVC.
Poi il circuito elettrico saltò e restarono al buio. Cioè, non al buio completo, giacché dal fondo del corridoio in leggera salita proveniva un chiarore, dovuto forse al gruppo elettrogeno d’emergenza entrato in funzione.
Invitati i suoi compagni a restare dov’erano, con le scosse telluriche che si succedevano, Gorgio strisciò verso la luce, mantenendosi al centro del corridoio.
La fonte luminosa, però, sembrava emettere anche radiazioni olfattive, e più vi si avvicinava, più a Gorgio giungeva nitido un odore intollerabile. Percorsi un centinaio di metri, il ragazzo sentì le mani, i polsi, le ginocchia bagnarsi, la giacca e i pantaloni inzupparsi. Se si fosse trattato soltanto di acqua, poco gli importava: prima o poi si sarebbe asciugato; ma a scorrere per terra era un liquame viscido e ributtante e lo scrosciare come di cascata, cui inizialmente non aveva fatto caso, gli fece pensare al cedimento di qualche conduttura fognaria.
Stava rimuginando sul da farsi, quando fu riscosso dalle voci di Viniti e del signor Cianfrossi che lo chiamavano.
Si voltò, e nella penombra li vide arrivare, arrancando sulle loro biciclette. Non sapeva se esserne felice o meno, perché forse dentro di lui era balenata per un attimo l’idea di darsi alla fuga e abbandonare i suoi compagni al loro destino. O forse no, e anche ammettendo che questa seduzione l’avesse colto, non l’avrebbe mai accondiscesa: in fin dei conti lui non aveva luogo dove andare. Era orfano di tutti: dei suoi genitori, di Marisa, dei libri, di quei pochi sogni che nella sua vita s’era concesso, pur non vagheggiandoli troppo. E non perché non credeva in se stesso, ma perché i sogni, senza mai definirsi del tutto, senza acquisire cioè una forma solida, erano rimasti allo stato gassoso, per poi dissolversi nell’aria, insieme ai fumi delle ciminiere della sua città. Lasciandolo, appunto, orfano. Ma di un’orfanità finanche priva di rimpianti, perché propria di colui che non ha mai veramente posseduto le cose perdute.
Ci si potrebbe chiedere se Gorgio fosse consapevole di tutto questo, sennonché ai fini di quanto accadde, saperlo è ininfluente.
A essere influente è che dalle estremità più sotterranee delle fondamenta del convento o, ancor più all’origine, dalla mente del suo ideatore e progettista, si sprigionò un’onda d’urto così portentosa da sbalzare tutti in aria.

Quando Gorgio riprese conoscenza, si stupì d’essere ancora vivo. Ammaccato, sì, ma comunque vivo.
Aprì gli occhi, e la prima cosa che vide fu, al posto dei quarti di bue precipitatigli addosso dal soffitto, la signora Cianfrossi, appesa penzoloni a un gancio da macellaio. Un faro d’emergenza le faceva da cappello, e Gorgio, alzatosi in piedi e verificato come fosse tutto intero e in grado di reggersi sulle gambe, ne seguì il fascio luminoso, puntato dritto sul volto del bottegaio, tutto impiastricciato in seguito allo scoppio di un paio di poppe siliconate tra cui aveva evidentemente cercato rifugio.
Una leggera oscillazione della signora Saveria, e il faro d’emergenza scovò il veterinario Viniti, sotterrato da piante e vasi di fiori, e con un cactus tra le gambe che suscitava la curiosità di un paio di donzelle, le quali, pur intontite e rintronate, avrebbero gradito verificarne l’origine: ché di simili, portentose protuberanze, nella loro vita giammai ne avevano vedute di uguali.
Gorgio provò ad avvicinarsi al signor Cianfrossi. E sguazzava nel liquame, stando attento ad aggirare i corpi riversi a terra, quando da un altoparlante si diffuse la voce metallica di una donna.
La direzione informava come su tutti i prodotti danneggiati i clienti avrebbero goduto di forti sconti.
L’annuncio fu ripetuto cinque volte, ma già al terzo Gorgio vide la gente rianimarsi.
C’era chi annaspava nel putridume e tenendosi le budella con una mano, arraffava con l’altra barattoli e vasetti.
Ma era altamente improbabile che costoro avrebbero mai raggiunto le casse. Non sembravano avere molte più possibilità coloro che, seppure sanguinando, erano riusciti a montare sulle bici, giacché qualcun altro più lesto li accostava, svuotandogli il cestino. O magari, optando per una diversa strategia, li pedinava, attendendo che sbandassero, cadessero, s’incidentassero, per saccheggiarli poi senza troppo dispendio di energie.
E insomma, presto il corridoio divenne un terreno di lotte, scontri e sciacallaggi, fomentati dall’incerto chiarore dei fari d’emergenza che rimandavano più ronzio che luce.
A friggere pero pareva essere soprattutto il faretto sopra la signora Cianfrossi, la quale, a seguito di una scarica elettrica che la percorse da capo a piedi, lasciò cadere a terra, squagliato, il sandalo destro.
Ora, dallo stato del sandalo raccolto da Gorgio e sottoposto al bottegaio e a Viniti, il veterinario dedusse come le condizioni fisiche della signora Saveria non fossero al momento delle migliori.
E proprio mentre si arrovellavano sul modo di far scendere la signora Saveria, davanti a loro inchiodò una camionetta.
La brusca frenata schizzò liquame ovunque, complicando le operazioni della squadra che aveva il compito, insieme ad altre unità, di recuperare gli escrementi fuoriusciti dalla camera stagna.
La camera stagna si trovava sotto l’edificio del convento ed era svuotata una volta al mese quando le autobotti partivano verso un località misteriosa, forse sede di un centro di trattamento di concimi biologici.
Azionata la pompa e aspirato il liquame dal pavimento, dai tramezzi, dalle pareti e dalle scaffalature, gli agenti della squadra puntarono i tubi ad altezza uomo in modo da catturare le frattaglie d’escrementi che i passanti avevano addosso, sul bavero della giacca, sul risvolto di una manica o sulla punta del naso.
Le conseguenze furono che qualcuno si ritrovò del tutto privo del bavero della giacca, del risvolto della manica e addirittura della punta del naso, mentre intorno gli scaffali rimasti in piedi, sollecitati da ulteriori scosse, crollavano causando altri morti e feriti.
Ciò che il terremoto aveva finora risparmiato, venne duramente messo a prova dall’unità di spurgo, e l’unico essere vivente a ritrovarsi alla fine in una condizione oggettivamente migliore fu la signora Cianfrossi.
Intercettata dai tubi di aspirazione a causa del liquame schizzatole sulle gambe, dondolò per un po’ sotto lo sguardo preoccupato di Gorgio, fino a precipitare sulla calca sottostante, da dove il ragazzo la districò sistemandola sul carrello del marito. Poi, siccome non ritrovava più la sua bicicletta, Gorgio ne inforcò una abbandonata e seguito da Viniti e dal bottegaio, si allontanò.

A causa dell’allagamento, molti varchi erano impraticabili, ostruiti da crolli, e in alcune zone gli scampati al terremoto s’erano attrezzati per la sopravvivenza issando tende da campeggio e accendendo piccoli fuochi presso i quali desinavano scaldando barattoli e tegami.
Molte di queste tende, però, mal puntellate, galleggiavano nel putridume ed erano piuttosto come canotti alla deriva nel mare oscuro del convento, e difatti gli occupanti, per meglio governarle, erano muniti di remi.
Altre invece, sistemate in angusti cunicoli, s’appoggiavano a loro rischio e pericolo agli scaffali, i quali, lesionati dal terremoto, prima o dopo venivano giù, schiacciandole in maniera irrimediabile.
Le tende che riuscivano a scampare ai crolli, seppure avrebbero volentieri soccorso quelle colpite, non ne avevano però il tempo, perché ogni successivo crollo le minacciava e loro erano costrette a spostarsi da una parete all’altra del ristretto spazio, nell’estenuante tentativo di salvarsi. Soltanto che, muovendosi in quel modo, spesso impattavano tra loro, squarciandosi, e a nulla serviva la determinazione con la quale cercavano di riprendere forma. Qualche ripiano traballante, piombando dall’alto con l’imperscrutabilità del destino, le afflosciava per sempre soffocandone ogni velleità di salvezza.
Alla ricerca di una via che non fosse allagata e nemmeno tendopolizzata, Gorgio alla fine s’inerpicò per una ripida salita ai cui lati s’apriva uno strapiombo.
Affrontarla richiese una buona dose di fatica, ma dopo due chilometri il terreno si fece pianeggiante.
L’illuminazione era stata ripristinata e spirava un’inconfondibile brezza fognaria.
Un boato assordante accolse Gorgio, Viniti e i coniugi Cianfrossi quando, dopo una serie di svolte, si ritrovarono in un’immensa piazza.
Credendo che tutta quella gente lì riunita stesse attendendo il loro arrivo, forse per il matrimonio, forse per la sua fama universale, il dottor Viniti levò le braccia al cielo, come la maglia gialla sui Campi Elisi. E rimase molto deluso nel momento in cui si avvide che la folla in realtà non si curava di lui, ma s’assiepava, urlando e strepitando, davanti a una baracca di legno.
Poi, a un fischio lontano, tutta quella gente sollevò dei cartelli, iniziando, se possibile, a fare più baccano. Almeno fin quando un trenino non apparve, perché a quel punto calò per alcuni secondi un silenzio irreale, rotto soltanto dai colpi secchi dei cartelli che, agitati convulsamente, cozzavano tra loro e sulle teste che venivano a tiro: finanche su quelle delle persone affacciate ai finestrini, le quali, provviste anch’esse di cartelli, e offuscate dal fumo di sigarette, menavano dei gran colpi alla cieca sulla folla sottostante, come per tacere le altrui richieste e imporsi.
All’improvviso si udì un bambino gridare, Mamma, Mamma!, e una donna, bionda, bellissima, con gli occhi azzurri dei laghi svizzeri, urlare di rimando, con un groppo in gola, Figlio mio!
E allora, in un attimo, come folgorato da un lampo di precisa consapevolezza, Gorgio si ricordò delle voci che aveva raccolto in giro e della visita nell’apposito ufficio, e non gli fu difficile comprendere chi fosse quella gente. Genitori, figli, nipoti, parenti, amici di persone scomparse, se non, forse, gli scomparsi stessi. Erano coloro i quali, stanchi di delegare le autorità competenti, si mettevano sulle tracce dei propri cari lungo tutto il convento e per questo, per agevolare la loro ricerca, per far presente a tutti la loro disgrazia, per ottenere qualche informazione, si munivano dei cartelli sui quali era ritratta la foto del parente o amico.
I cartelli avevano il manico tanto più lungo quanto maggiore era il desiderio di riabbracciare il proprio caro e, evidentemente, quanto minore era l’altezza del loro portatore.
Ma non tutte le persone basse erano per forza dotate di lunghi manici, e difatti, tra la folla, proprio davanti a lui, Gorgio notò dei signori tracagnotti che stringevano in mano dei cartelli così corti da restare in parte coperti.
Il ragazzo pensò allora come per quei signori la possibilità di ritrovare il parente fosse uguale a zero; però, siccome neanche s’agitavano, saltavano o levavano la voce, sembrava non si curassero poi molto della questione.
Curiosando tra i cartelli, Gorgio vide che non tutti esponevano fotografie. Quelli sorretti dai bambini, mostravano per lo più ovali con occhi naso e bocca, e se non fosse stato per i capelli o per la barba, sarebbe stato difficile differenziarne il sesso.
Come anche il tricologo Polla avesse abbandonato il frugare tra le schede dell’ufficio, mettendosi infine a professare ovunque il suo credo, lo testimoniava non soltanto il fatto che tra la folla brulicante ci fosse qualche frate perfettamente tondato, ma addirittura la presenza di alcuni cartelli che ritraevano frati con l’inequivocabile sigillo sul cocuzzolo della chierica.
E insomma, forse perché contagiati dal clima che si respirava in quel luogo, singhiozzi, lacrime, recriminazioni, il signor Cianfrossi e Viniti presero a disperarsi per Marisa.
Come non la dovessero mai più rivedere.
Approfittando di una foto della ragazza, che chissà per quale ragione il veterinario conservava nella tasca del gilet, e parcheggiate le loro biciclette con la signora Cianfrossi a fare da guardia, Gorgio, il bottegaio e Viniti andarono a cercare un cartello. Non trovandolo, chiesero a un uomo che gli indicò un chiosco in lontananza. Qui, un fraticello sedeva dietro dei grandi vasi pieni di cartelli. Gorgio ne scelse uno con un’asta né troppo lunga né troppo corta e il frate, misuratala, pretese cinque euro.
Sollecitato da Gorgio, il frate spiegò come il costo dei cartelli dipendesse dalla lunghezza dei manici: un euro ogni dieci centimetri, ed essendo il loro di mezzo metro, il conto veniva da sé.
Alla domanda invece del signor Cianfrossi, se era in grado d’indicar loro la strada per la statua del Redentore, il frate scosse la testa tre volte.
Per guadagnare una buona posizione all’arrivo del trenino successivo, Gorgio e i suoi compagni sgomitarono non poco e il signor Cianfrossi si servì del cartello per farsi largo, piantandolo sul grugno di chi protestava.
E d’altronde, tutti lì si comportavano in maniera analoga, e bisognava continuamente difendere la postazione conquistata da altri avventori: spesso anche a suon di gomitate, calci, pugni, testate, stando sempre attenti a non inciampare nei corpi di coloro che in quella bolgia avevano avuto la peggio, i quali, inoltre, non riuscendo più ad alzarsi, prima di esalare l’ultimo respiro, per invidia, rabbia, vendetta, furore bestiale contro l’umanità intera e la sorte che li aveva voluti sconfitti, tentavano di tirar giù più persone possibili, prendendole per le caviglie, per il risvolto dei pantaloni, per i lembi delle gonne. Attirandoli a sé forse addirittura per sbranarli.

C’erano foto di donne di tutte le età ed etnie: alcune con il burqa, altre con i costumi tipici delle loro zone. Donne giovani eppure ritratte in bianco e nero, con acconciature d’inizio Novecento, ragazze in bikini sulla spiaggia, donne africane con cerchi al naso e vestite solo di un gonnellino.
Uomini di ogni tipo, razza, estrazione sociale, armati con alabarda su cavalli al galoppo o dietro scrivanie ingombre di scartoffie. Uomini emaciati con una gamba sola o paraplegici, atleti ripresi durante il lancio del giavellotto.
E poi ragazzi, bambini, bambine e perfino neonati, in verità difficilmente distinguibili, avvolti com’erano in panni e fasciature.
C’erano poi i cartelli disegnati, quelli con una certa precisioni e quelli dove a emergere era solo un dettaglio del viso: un enorme naso, orecchie a sventola, labbra leporine, occhiali spessi, tondi o rettangolari, barbe, pizzetti, baffi, fronte, guance e mento puntellati di acne, bitorzoli vari, porri, verruche, nei, voglie, cicatrici.
Chi non era dotato dalla natura nell’arte del disegno, s’era invece limitato a scrivere un nome.
In questo senso, il cartello più sintetico era quello sorretto all’unisono da due tipi allampanati, con barbetta a ciuffo e identico vestito, e sul quale campeggiava una sola lettera: “K”.
Ma a provare il fatto che non tutti stessero cercando la mamma, (Gorgio contò venticinque cartelli con la scritta “MAMMA”), il papà (settantotto, numero che fece molto riflettere Gorgio, il quale dedusse come i padri fossero più frequenti a smarrirsi delle madri con un’incidenza superiore a tre volte), lo zio Bruno (diciotto cartelli con la dicitura “ZIO BRUNO” indussero Gorgio a prendere atto di come, evidentemente, la gran parte di zii in Italia aveva il nome “Bruno”, sempre che i cartelli non appartenessero allo stesso parentado, magari accorso in gran numero alla ricerca di questo fantomatico zio, uomo certo straordinario per essere così amato: tutti ragionamenti, questi, certamente corretti, se non fosse che Gorgio ignorava come almeno nove tra quei diciotto cartelli si riferissero non al nome, ma al colore della capigliatura, carnagione e occhi degli zii – bruni, appunto – per distinguerli, almeno secondo la logica dei nipoti lì presenti, dagli zii biondi), il nonno Armando (quattro), la nonna Amelia (tre); dicevamo, a riprova di come non tutti i cartelli si ripetessero, Gorgio distinse un ragazzo in pantaloncini e maglietta reggerne uno con disegnata una mazza da baseball sormontata dalla scritta “WONDERBOY”.
Dopo di che, continuando a guardarsi in giro, tra tanti nomi sconosciuti, Gorgio ne lesse uno a lui noto. Un bel nome: “GORGIO VELLUCCI”.

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