Che ci crediate o meno, 7

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romanzo di Gianluca Minotti

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Parte terza, 1

Schiacciato tra la folla, in equilibrio precario su un gradino della scala mobile che saliva a sbalzi, con un paio di gomiti piantati nelle costole e il fiato fetido di Giuliano sul collo, quando infine arrivò sulla piattaforma d’ingresso, Gorgio fu preso da un fortissimo giramento di testa: sotto di lui si apriva, scavato nella roccia e di forma concava, l’ampio atrio del convento.
Per un attimo il ragazzo temette di svenire e si appoggiò alla balaustra. Chiuse gli occhi concentrandosi sul respiro, e contò. Contò fino a cento, incurante della gente che lo urtava, poi sollevò le palpebre. L’attacco di panico era svanito e Gorgio s’incamminò verso l’entrata con la strana consapevolezza che semmai fosse uscito da quel luogo, la sua vita avrebbe avuto una svolta decisiva.
Individuò subito i compagni: quel po’ di strascico rimasto dell’abito di Marisa sollevato dalle corna del caprone, Giuliano, il carrello sobbalzante della signora Saveria guidato dal marito, Polla e il signor Viniti attorniati dalle novizie e dalle pecore; e il pastore discosto, solitario.
All’estremità opposta, inerpicandosi lungo il versante nord dell’avallamento, molti procedevano, come brulicanti formiche, alla volta di un casotto di legno situato su un’altura e davanti al quale, tra chioschi e bancarelle che vendevano bibite, noccioline e acqua santa, erano assiepate centinaia di persone.
Dopo venti minuti, giunto sull’altura, il ragazzo scoprì che il casotto altro non era che una piccola stazione dove la folla attendeva l’arrivo del trenino a scartamento ridotto.

Sulla banchina, tra pianti, singhiozzi, pacche sulle spalle, raccomandazioni, promesse, lunghi baci e strette di mano, la gente si diceva addio come se si stesse imbarcando per le Americhe.
Un signore annodava alla vita di una donna una corda, la cui matassa era posata su un montacarichi; ma per abbracciarla, s’era nel contempo ingarbugliato.
Lungo la banchina decine di confessionali con la dicitura “Legali di Colle Redentore” erano a disposizione di chi, prima d’inoltrarsi nel convento, desiderava dettare le sue ultime volontà.
Incurante di tutto, una donna starnazzava con un’amica.
Molto devota a Santa Piccata in Fricassea, per quanto tardi, non aveva dubbi che sarebbe comunque rientrata puntuale per la cena dei suoi vicini: certi signori Aspettespera che, insieme all’amica, da lì a una settimana ne avrebbero denunciato la scomparsa.
Oltre il binario, parallelo, correva un ampio corridoio in cui si succedevano decine di stand dove, dai due ai cinque euro al dì, si noleggiavano automobili a pedali, risciò, tandem, biciclette da passeggio, da montagna, da corsa, BMX, tricicli. Alcune biciclette erano dotate di carrello posteriore articolato, altre di carrozzine a rimorchio per animali, bambini, anziani e disabili.
Gorgio noleggiò una BMX, Marisa e Giuliano un tandem semplice.
Totalmente inadatto a governare ogni ferraglia dotata di ruote, a Viniti si presentava il problema di quale mezzo scegliere per deambulare in sicurezza e in compagnia, tanto più che la sua intenzione primaria sembrava quella di non separarsi dalle giovani novizie con le quali, avendo trascorso un così sollazzevole tempo, altro intendeva trascorrerne. E così, una volta trasbordata la barella della signora Cianfrossi sul rimorchio della bicicletta del marito e liberato il carrello dell’alimentari, anche per non abbandonare un bene che apparteneva alla bottega, vi fece intanto salire tre novizie.
Sennonché, proprio mentre il signor Viniti si apprestava a spingere il carrello per portarselo meco – carrello sul quale per propria iniziativa erano intanto saliti anche il caprone e due pecore – una suora, con una voce roca e perentoria, intimò l’alt. Si portò un fischietto alla bocca e soffiò. Accanto a lei apparvero cinque suore ben robuste, le quali, nel giro di pochi secondi, sollevarono di peso le novizie, caricandole su un furgoncino rimasto in moto.
Terminata l’operazione, il furgoncino andò via sgommando.
Neanche il tempo di capire bene la dinamica dell’accaduto che Gorgio vide il pastore sulla groppa del caprone filare all’inseguimento, giacché il commando di suore, insieme alle novizie, sembrava aver sequestrato anche le pecore.
Nel frattempo Cirino Polla si guardava attorno dubbioso.
Preoccupato di cercare il fratello, non si sentiva di accompagnare i suoi nuovi amici alla funzione matrimoniale; funzione della quale però nessuno al momento sembrava saperne niente: né sull’ora, né sul luogo. E non soltanto non lo sapevano Marisa e Giuliano, ma neanche il signor Cianfrossi, che pure, in qualità di padre della sposa, avrebbe dovuto organizzare la cosa in ogni dettaglio.
In quel momento, un fraticello uscì da uno dei confessionali e Gorgio, fatto un cenno al tricologo, lo invitò a seguirlo: forse potevano avere qualche informazione su Giovanni.
Piuttosto scarmigliato e arruffato, appena seppe che Polla era il nuovo acconciatore del convento, il frate volle rifarsi la chierica.
Sapeva il tricologo che l’attendeva un duro lavoro? Lì a Colle Redentore un barbiere mancava da ormai due mesi e avrebbe avuto un gran daffare per pulire tutte le chiome che in quel lasso di tempo s’erano inselvatichite.
Poi, durante la tonsura, confidò che Giovanni era scomparso nel nulla da più di tre settimane. Da quando, cioè, con il proposito di evangelizzare le estreme regioni a est del convento, popolate di genti pagane, era partito in missione per diffondere la ricetta di vita integerrima propria di San Palombo di Brandy, senza d’allora fare ritorno.
Resosi conto di averli gettati nello sconforto, il frate consigliò al tricologo e a Gorgio di recarsi presso l’Ufficio Scomparsi per sapere se ci fosse qualche novità in merito al povero Giovanni.
Situato nei pressi della stazione, l’ufficio era uno stanzone circondato da altissimi scaffali ombrosi ricolmi di cappelli, sciarpe, baveri, impermeabili, ombrelli, occhiali scuri e barbe finte.
Al centro un’enorme scrivania adibita a letto e sulla quale dormivano una decina di barboni, e lungo la parete sinistra, ormai divelti e saccheggiati, gli schedari non sembravano contenere più nessuna cartellina: giacevano tutte per terra, sparpagliate e insozzate.
Un gruppo di balordi, non avendo più niente da distruggere, aveva preso di mira gli scaffali e arraffava la roba alla rinfusa: c’era chi s’era messo addosso cappello, barba finta e impermeabile e, aggirandosi protetto dall’anonimato, tirava ombrellate sulla testa di chi gli capitava a tiro; mentre altri, arrampicati sui ripiani, stavano per un poco lassù, appollaiati a frignare, maledicendo dio, i santi e tutto il convento, per poi gettarsi a terra, disperati di non sapere più nulla dei loro cari.
E insomma, era chiaro come in quel guazzabuglio, l’addetto – sempre che un addetto ci fosse mai stato – dovesse essersela data a gambe levate.
Il signor Polla s’era intanto inginocchiato a frugare tra le cartelline nella speranza di ritrovare quella del fratello, e Gorgio, mosso a pietà, si unì a lui.
Ogni cartellina conteneva l’anagrafica dello scomparso, la relazione sulle indagini svolte e una fotografia. Per ogni profilo era poi riportato un dato, classificato come “C.E./1g” che da quanto poterono capire Gorgio e Polla indicava la capacità evacuativa del soggetto in rapporto all’unità di tempo di un giorno.
Tra fogli strappati, unti, scarabocchiati, tra foto camuffate a pennarello, si capisce come fosse assai difficile raccapezzarsi, e così, seppure del signor Giovanni Polla non trovarono traccia, Gorgio e il tricologo s’imbatterono nei profili di alcune persone le cui tristi vicende avrebbero commosso persino un rappresentante di apparecchi tritacarne.

Paul Quest, anni dieci, magro, biondo, residente a Rieti.
Segni particolari: occhiali dalle lenti spesse, incisivo destro spezzato a seguito di una caduta da cavallo.
Scomparso il 3 settembre del 1990 nella zona denominata “F”, forse per inseguire una macchina telecomandata regalatagli dal padre proprio due giorni prima, almeno stando alla denuncia fatta dai genitori il 6 settembre successivo alla polizia di Colle Redentore e quivi rubricata.
Le indagini sono affidate a un investigatore privato, tale Filippo Marlowe, che ha già risolto molti casi analoghi.
A seguito della morte dei genitori, avvenuta in data 15 marzo 1993, senza che nel frattempo sia trovata la benché minima traccia, la sorellina di Paul, Eufemia Quest, di anni 15, fa richiesta a che l’investigatore Filippo Marlowe sia rimosso dall’incarico per manifesta incapacità e per abuso di: alcol, sigarette, cinismo.
28 marzo 1993: un anonimo denuncia la scomparsa della stessa Eufemia Quest.
È richiamato alle indagini Filippo Marlowe, il quale, tra un cicchetto e l’altro, ricostruiti gli ultimi spostamenti della ragazzina, ne ipotizza il rapimento, con conseguente sevizia, da parte di una banda di romeni che presidia l’estrema zona ovest.

Arturo Cesorotti, 77 anni, direttore dell’omonima clinica per disabili di Benevento: un metro e sessantadue di altezza per sessantotto chilogrammi, stempiato, occhi azzurri, carnagione chiara e naso aquilino, scomparso il 12 febbraio 2000 nel grande convento dove si reca per acquistare alcune bottiglie di spumante necessarie ai festeggiamenti per la celebrazione del trentennale della sua clinica.
L’allarme scatta la sera stessa, alle ventuno, quando i ricoverati, riuniti intorno al tavolo della sala mensa, non hanno nulla con cui mandare giù le tartine.
Affezionati al loro direttore, i pazienti (seguono nomi, cognomi, date d’ingresso a Colle Redentore e relativi C.E./1g) si dimettono dalla clinica per andare personalmente alla ricerca del loro benefattore approfittando del fatto che possono muoversi a loro agio con le carrozzelle.
A tutt’oggi si ritiene che girovaghino tra i corridoi, tant’è che gli stessi infermieri della clinica, non avendo più nulla da fare nell’ormai deserta casa di cura, decidono di seguire i loro ex pazienti con la lodevole intenzione di assisterli, se solo riusciranno a rintracciarli.

Luca Tommasini, nato a Teramo, 26 anni, corporatura esile, occhi azzurri, capelli lisci, scomparso il 22 marzo del 2003.
A esporre denuncia è Marta Columbieri, 25 anni, fidanzata del Luca dai tempi della prima media – scuole medie frequentate da entrambi presso le Suore Orsoline di Teramo, Via della Fontana, 13.
Marta dichiara di essere con il Luca al momento della sua scomparsa e anzi, che non di scomparsa trattasi, bensì di un vero e proprio sequestro.
Stando a quanto da lei asserito, Luca è trascinato via di peso da un paio di inservienti frati a seguito della richiesta di una coppia di uomini dai modi tipicamente gay, i quali pare disponessero di una partita di fruste, verghe, collari e catene.
L’accusa della ragazza è però smontata in sede processuale, con sentenza definitiva del 7 ottobre 2006, dai legali di Colle Redentore, i quali dimostrano come sia stato il suddetto Luca ad allontanarsi di sua spontanea volontà con la coppia gay, in quanto evidentemente omosessuale e dedito a giochi sadomaso.
A tutt’oggi, qualunque siano i gusti sessuali del Luca Tommasini, l’unico fatto certo è che del ragazzo non si sono più avute notizie.
Né di lui né della coppia gay: due pasticceri di Campobasso, Alvaro Resuti e Corrado Risaputi, rispettivamente di 35 e 39 anni, che i vicini di casa ricordano come educati e taciturni.

Molte pratiche riguardavano la scomparsa di cani, gatti, conigli, galline, cavalli, asini, tartarughe, iguane, serpenti, gufi, civette, scimmie; e a Gorgio ne capitò una di un grifo mentre a Polla di un unicorno.
Sfogliando in fretta le cartelline, Gorgio si rese conto che spesso era assai arduo individuare dalle sole foto la natura dell’essere scomparso: a un rapido sguardo si vedeva solo un puntino. Forse, come pensava il ragazzo, dopo che la sua condizione sospesa si faceva irreversibile, l’immagine stessa del soggetto, non avendo più alcuna funzione pratica, in virtù di un qualche processo chimico misterioso, per coerenza sbiadiva fino a scomparire.
Non che la sua teoria fosse del tutto disprezzabile, ma fu lo stesso Gorgio a confutarsi quando, alla diciottesima foto che ritraeva un puntino, capì di trovarsi di fronte alle denunce per la scomparsa di pulci ammaestrate. Denunce spillate l’una con l’altra e presentate dallo stesso soggetto: tale Andrea Orfei.
Gorgio scoprì che ognuna di quelle denunce concerneva la stessa pulce, la quale, essendo capace di eseguire il triplo salto mortale carpiato, rappresentava per l’Orfei la sua unica fonte di sostentamento.
Da quanto apprese il ragazzo, il signor Orfei lavorava nel circo di Colle Redentore come ammaestratore, ma la relazione che conteneva la causa delle sue iterate denunce era strappata e scarabocchiata: l’ultimo foglio del plico conteneva però la denuncia di scomparsa dello stesso Andrea Orfei, e Gorgio lesse e rilesse che a esporre denuncia era stata la sua pulce ammaestrata, ritrovata da un inserviente frate sulla groppa di un pechinese.
Oltre alla pulce suddetta, c’erano poi casi che riguardavano blatte, pidocchi e zecche, tanto che l’intero edificio doveva pullularne, se è vero che i frati e le suore erano stati costretti a rivolgersi a una squadra di disinfestazione. Squadra che però non aveva potuto concludere il lavoro giacché di essa si erano perse le tracce e la cui denuncia di scomparsa era affissa su una parete dell’ufficio, in una bacheca di legno ormai tarlato.
Sull’effettiva scomparsa della squadra di disinfestazione correvano però voci contrastanti: se secondo alcuni frati funzionari, i componenti erano periti tutti in seguito all’aver contratto una malattia pestilenziale – della quale anzi si temeva il contagio – altri sostenevano che la squadra fosse tuttora in attività. Bisognava infatti considerare le dimensioni del convento, la cui geografia, dopo il fallimento dell’esplorazione di Ferdinando il Ciambellano, non era ancora stata cartografata.
A conferma di questa supposizione, la denuncia contro ignoti di alcuni clienti, i quali affermavano di essere stati assaliti, denudati, sottomettessi a un getto d’acqua bollente e sodomizzati per mezzo di tubi e pompe.
Comunque stessero le cose, era indubbio come nell’edificio regnasse sovrana la sozzura. E se le pulci, le blatte, i pidocchi, le zecche di tutto il mondo s’erano dati convegno in quella fantasmagorica costruzione, la ragione primaria stava nello stato di profondo degrado e indisciplina nel quale riversavano le migliaia e migliaia di visitatori; degrado e indisciplina che una sola squadra di disinfestazione non poteva certo arginare.
Bastava d’altronde guardarsi intorno nell’Ufficio Scomparsi per ravvisare centimetri e centimetri di polvere, ragnatele, pozze d’urina negli angoli, mozziconi di sigarette, moccio, escrementi, sterco, rimasugli di cibo.
E poi la temperatura alta e il caldo umido concorrevano certo alla proliferazione di germi e virus, e quando Gorgio provò a mettere in funzione il ventilatore del soffitto, premendo un interruttore la cui scatola pendeva dal muro, non accadde nulla. Eppure il ragazzo avrebbe gradito alleviare Polla del sudore che gli vedeva colare dalla fronte. In quanto a lui, invece, ne aveva abbastanza di quell’ufficio, per cui, lasciando il tricologo alle sue ricerche, sgaiattolò via per raggiungere gli altri.

Ad attendere Gorgio davanti all’ingresso del corridoio nord del convento c’erano il signor Cianfrossi e il signor Viniti, quest’ultimo a cavalcioni di una bicicletta. Per guadagnare tempo, infatti, Marisa e Giuliano erano andati avanti per vedere di parlare con l’abate: si sarebbero rivisti tutti quanti da lì a tre ore ai piedi del Cristo Redentore.
Prima di mettersi in cammino, notando l’incertezza del veterinario, Gorgio gli appiccicò un paio di baffi posticci a manubrio che aveva sottratto all’Ufficio Scomparsi. Soltanto a quel punto Viniti prese a pedalare senza indugio e i tre iniziarono il loro viaggio.

Il corridoio dell’entrata nord del convento era ampio e pavimentato, cosicché Gorgio si godé beato quella passeggiata che gli riportò alla mente gli anni dell’infanzia, quando la madre e il padre vegliavano sulla sua stentata andatura.
In realtà, quegli esperimenti non durarono per molto: infine il padre dovette arrendersi e rimontargli le rotelle: che si vergognasse del figlio, non lo dichiarò mai, ma Gorgio glielo leggeva scritto in faccia, mentre lui – ormai tredicenne – usciva con i figli del gruppo ciclistico cui il genitore era socio. Tutti coetanei di Gorgio che filavano alla grande su biciclette tre volte la sua. Così si capisce come per lui fosse oltremodo faticoso seguirli.
Faticoso e umiliante: mai che una ragazzina volesse andare con lui.
E insomma, alla fine Gorgio rinunciò a quelle uscite e iniziò a leggere.
Leggere gli parve da subito la cosa al mondo che gli riusciva meglio.
Anche senza rotelle.

Dopo una svolta a sinistra, una rotonda e un’altra svolta a destra, l’ambiente intorno si fece più putrido e iniziarono a fare la loro apparizione cumuli di escrementi che non avevano l’aria di essere soltanto di origine animale. Certo, a Gorgio era capitato d’incrociare lungo il tragitto dei mezzi di trasporto inconsueti: palkigari a quattro ruote e carri da viaggio simili a pagode ambulanti, tirati da zebù, cavalli, ponies, asini e muli; ma erano tutte bestie orientali, e per questa ragione educate dai loro padroni – tutti Maharaja – a defecare con parsimonia e nel rispetto dell’ambiente circostante.
Lo stesso Viniti, scendendo dalla bicicletta per studiarli meglio, aveva dovuto ammettere con Gorgio come molti dovessero essere umani, giacché, lezionava, esiste un’ontologica differenza tra escrementi animali e umani. È invece più difficoltoso discernere l’urina: cosicché tutte quelle pozze che attraversavano, cercando di schivarle, emanavano un puzzo indistinto perché qui, appunto, non si trattava di mucchi separati, ma piuttosto di un unico grande lago – più salato del Mar Caspio – che per la pendenza della pavimentazione si sarebbe a breve formato dalla confluenza dei rivoli che correvano verso il centro.
E proprio per questa ragione molti visitatori giravano indossando lunghi stivali di gomma fino alle ginocchia: erano quelli più accorti, e certo coloro che essendo degli habitué sapevano come quello fosse l’unico rimedio per ripararsi dagli schizzi e non imbrattarsi.
Ora, siccome è risaputo che nella vita ci si trova meglio quanto prima ci si acclima all’ambiente circostante, Cianfrossi e Viniti, adocchiate una decina di persone che facevano il proprio comodo – in piedi a gambe divaricate, accoccolate con il culo a pochi centimetri da terra – pensarono bene di dare anche loro il proprio contributo, e senza vergogna liberarono vescica e intestino.
Un ulteriore ostacolo era poi rappresentato da coloro i quali, arrampicati sugli scaffali, orinavano all’impazzata sulla folla sottostante: da qui la ragione per cui alcuni pedoni camminavano con l’ombrello aperto. Soltanto che certi schizzi arrivavano così di sghimbescio che per evitarli bisognava inclinare gli ombrelli da tutti i lati, finendo sempre con il piantarli nell’orbita di qualche malcapitato.
A parte la sconvenienza di ricevere uno spunzone dritto nell’occhio, i rischi che in generale correvano i pedoni, erano motivo di dibattito.
Se il giornale locale, Il Colle Redentore Times, distribuito da frati strilloni, edulcorava la verità, limitandosi per lo più a pubblicare articoli su fantomatici miracoli, guarigioni, conversioni e apparizioni, Il Colle Redentore Sun, fondato da un gruppo di reporter d’assalto, pubblicava statistiche allarmanti, in base alle quali il 43% dei visitatori giornalieri cadeva vittima di incidenti di varia natura, di cui il 57% mortali, mentre il 14% finiva disperso all’interno dell’edificio. Di questo 14%, dopo una media di 378 giorni, solo il 20% veniva ritrovato, quasi sempre in stato confusionale e in gravi condizioni fisiche. Ciò significava che una persona su due del campione statistico, varcando la soglia d’ingresso di Colle Redentore, non solo non era certa di restare incolume, ma non lo era neanche di tornarsene a casa.
Il 76% degli incidenti, ripartiti tra gli investimenti (il 67%) e le cadute (33%) erano dovuti alle biciclette: a ragione ribattezzate “carrelli killer”. All’origine tre cause concomitanti: la spericolatezza alla guida, l’affollamento dei corridoi e il cattivo stato della pavimentazione e delle strade, cosparse di buche, materiali scivolosi e ostacoli improvvisi.
Si aggiunga come le stesse ambulanze, correndo nei corridoi intasati per soccorrere magari qualche pedone investito, finissero con l’investirne a loro volta altre decine. E siccome erano centinaia le vittime di sinistri, si capisce come le ambulanze non riuscissero a smaltire tutto il lavoro, con la conseguenza che, intralciando il traffico, i corpi finivano con il provocare ulteriori incidenti a catena.
Per ovviare a tutto ciò, si tentò dapprima d’inasprire i controlli sulla velocità. Ma i frati di pattuglia erano per lo più di natura accomodante, e di rado staccavano multe, limitandosi a punire i trasgressori con qualche avemaria, mentre gli autovelox si dimostrarono inefficaci: come si poteva risalire all’identità delle persone se i mezzi di trasporto non erano immatricolati?
Si pensò allora di affrontare la questione sicurezza da un altro lato: istituendo un corpo speciale di operatori ecologici per badare alla sicurezza del manto stradale.
Lo stesso Gorgio, imboccando un largo corridoio in pendenza, incontrò un addetto, portato su un palanchino da quattro giovani fraticelli.
La cosa funzionava così: ogni volta che l’addetto avvistava qualche cumulo d’escrementi, con la mano comandava l’alt e una volta a terra porgeva al sottoposto più in basso nella scala gerarchica una pala e un sacchetto di plastica. Terminata l’operazione, con una ricetrasmittente, l’addetto segnalava la sua posizione alla centrale. Se nei pressi si trovava a transitare un camioncino della Raccolta Rifiuti, bene, sarebbero passati loro a raccogliere i sacchetti, altrimenti i sottoposti erano tenuti a caricarseli a turno sulle spalle. Fino a quando non avessero raggiunto a piedi l’Area Raccolta di loro competenza.
Dove poi andassero a finire i sacchi una volta prelevati dalle apposite aree, restava un mistero. Forse, come sosteneva Il Colle Redentore Sun, erano rivenduti in nero a un’industria di concimi. E in ogni modo, che fosse incentivata la defecazione, lo provava il fatto che da poco era stata inaugurata una speciale campagna promozionale: tutti coloro i quali dimostravano di aver defecato all’interno della struttura, avrebbero goduto di buoni sconto, tanto più cospicui quanto maggiore la quantità evacuata. Bastava presentare alla cassa la certificazione firmata da un frate, con relativo coefficiente evacuativo o, al più tardi, durante le interminabili code per pagare, riempire gli appositi secchi misuratori predisposti vicino alle casse.

(continua)

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Una Risposta to “Che ci crediate o meno, 7”

  1. Antonio Says:

    Io, a questo punto, non ci credo più!

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