Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul conto degli editori

by

Ernest Hemingway e Arnoldo Mondadori

di giuliomozzi

L’editore Terre di Mezzo, presso il quale ho già pubblicato (non) un corso di scrittura e narrazione mi propone di fare in quattro e quattr’otto un libretto piccolo, agile, il cui titolo potrebbe essere qualcosa come: Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul conto degli editori. O anche: Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul modo di presentarsi agli editori. Eccetera.
Abbiamo pensato di organizzare il libretto a domande e risposte. Abbiamo a disposizione 32 pagine. Effettive pagine di testo, 27. Una servirà per la prefazione, ovvero un testo che spieghi che cosa il libretto è. Restano 26 pagine. Ci stanno 26 domande e 26 risposte.
Dunque: quali sono le domande?

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251 Risposte to “Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul conto degli editori”

  1. Bianca Madeccia Says:

    differenza tra editoria a pagamento (vanity press) e non a pagamento

  2. Fancesco Says:

    Un paio che mi vengono in mente…manoscritto in cartaceo o digitale? E poi…come fare in modo che il tuo manoscritto non finisca nel mucchio per non emergervi mai più?

  3. Giuliana Salerno Says:

    Cosa accadrà al mio manoscritto quando arriverà in casa editrice?
    Come posso attirare l’attenzione sul mio manoscritto per evitare che finisca al trecentocinquantasettesimo posto di una pila di manoscritti, trecentocinquantasettesimo posto che diventerà trecentocinquantottesimo e poi trecentocinquantanovesimo nel giro di dieci minuti?
    Come posso fare una selezione accurata degli editori a cui potrebbe interessare il mio manoscritto?
    E’ opportuno far precedere il mio manoscritto da una telefonata o da un’email?
    Se non conosco nessuno che operi professionalmente in ambito editoriale, esistono modi alternativi all’invio del manoscritto per suscitare anche un solo minuto di interesse?
    Mettere il manoscritto in una busta pelosa di colore fucsia può essere un modo per fargli guadagnare un minuto di attenzione?
    Come faccio a sapere che il mio manoscritto è “presentabile” e che non è una palla megagalattica?
    Se il romanzo è ancora quasi tutto da scrivere, ha senso contattare un editore per promettergli ciò che è ancora in buona misura “in mente dei” o è solo un modo per far perdere tempo alla brava gente che lavora?

    Proseguo? 🙂

  4. Giulio Mozzi Says:

    Continua, continua.

  5. Raffaele Palumbo Says:

    Cose tipo:

    Un editore leggerà davvero quello che ho scritto?
    La mia vita è così interessante e meravigliosa; perché mai un editore non dovrebbe pubblicare le cose che mi riguardano?
    Come si fa una sinossi?
    Se ho già pubblicato a pagamento (o se mi sono impegnato ad acquistare 200 copie del mio romanzo, ecc.), sarò avvantaggiato quando proporrò il mio nuovo lavoro a un altro editore?
    Come si fa un c.v. da presentare a un editore?
    Meglio un romanzo breve, uno lunghissimo, una raccolta di racconti, delle poesie, degli aforismi? O che altro?
    Meglio proporre qualcosa di genere (noir, fs, thriller, ecc.) o tirar fuori l’Autore che è in me?
    Su che supporto (carta, cd, email)? O vado di persona?
    A chi indirizzo? Genericamente alla casa editrice, o mi devo informare prima se c’è qualcuno a cui spedire?
    Ho un amico scrittore, quasi quasi gli faccio leggere quello che ho scritto, così poi ci pensa lui a proporlo alla Mondadori.
    È importante che io scriva “un po’” (con l’apostrofo) e “perché” (con l’accento acuto), o me ne frego? E che carattere, che corpo?
    E se mi chiedono di pagare? Che faccio, pago?

    Eccetera.

  6. Giuliana Salerno Says:

    Devo pensare all’editore potenziale già mentre sto scrivendo il mio libro? Devo, in altre parole, scrivere anche in funzione dell’editore a cui lo presenterò, pensando al gusto e al pubblico potenziale di quell’editore (o di una tipologia determinata di editori)?

    Sulla stessa falsariga: la presentazione del mio manoscritto all’editore inizia già nel momento in cui lo sto scrivendo? C’è qualcosa che posso già fare mentre scrivo, che si riverberi sul contenuti e/o sullo stile? O è opportuno semplicemente concentrarmi sul mio lavoro di autore e poi pensare a cosa fare di ciò che ho… partorito?

    Ci sono “astuzie” e “artifici” che potrebbero dare al mio testo un particolare, insolito, inedito – per l’appunto – appeal?

    Quanto devo tener d’occhio le opportunità di autopubblicazione? Come si sta evolvendo quel tipo di mercato? E’ possibile immaginare un domani in cui faccio a meno dell’editore e ottengo, tuttavia, risultati di diffusione apprezzabili?

    Come faccio a individuare l’editore che sta cercando proprio il mio lavoro, ammesso che esista? Come faccio, insomma, ad agevolare l’incontro tra domanda e offerta?

    E’ opportuno affidarsi al lavoro degli agenti letterari? Come faccio a individuare quelli più seri? O è meglio fare da sé? Quali domande dovrebbe pormi un agente letterario? Quanto sarebbe giusto pagarlo?

  7. carlocapone Says:

    Si guadagna a fare l’editore?

  8. Logani Says:

    Il mio romanzo uscirà tra poco in cartaceo (se San Paolo sulla via per Damasco accelererà il passo). Lo posso anche offrire contemporaneamente ad un editore E-book? E, se si, come dovrebbe essere il contratto con l’E-book-editore?

    Tedeum

  9. Antonio Says:

    Perché mai un autore alle prime armi dovrebbe essere preso in considerazione da una casa editrice?
    Perché mai un esordiente non dovrebbe avvalersi delle forme di pubblicazioni più varie, print on demand, autopubblcazione, auto distribuzione, editoria a pagamento, ecc, se vuole pubblicare un libro, quando nessuna casa editrice si è degnata di rispondere a seguito dell’invio del proprio manoscritto?
    Perché mai è difficile che esista un rapporto diretto tra autore e casa editrice ed invece esistono varie figure intermedie?
    E soprattutto perché non esistono più le case editrici che fanno le case editrici, ma pensano al proprio lavoro solo come fonte di reddito e opportunità di guadagno, abdicando al ruolo di operatore culturale? Di chi ne è la colpa?

  10. Felice Muolo Says:

    Come farsi pagare la percentuale sul venduto dall’editore refrattario?

  11. betta Says:

    un libro interessante deve necessariamente parlare sempre di disgrazie?

  12. Logani Says:

    Perchè un libro comico, tipo quelli di Prospero&Lucentini, vende meno di un romanzo?

  13. Andrea Maggi Says:

    Se non sono Benedetta Parodi né Fabio Volo, tuttavia ho un briciolo di talento, ho speranze di pubblicare un romanzo?

  14. francesco Says:

    Esistono anche nell’ambito editoriale le cosiddette ‘ruote da oliare’?

  15. Lucio Angelini Says:

    In realtà ogni editore fa capo a sé e non ci sono consigli che si possano dare indistintamente per TUTTI gli editori. Sicuramente l’aspirante scrittore deve sapere che in linea di massima la schiettezza o il rapporto da pari a pari non sono apprezzati: gli editori sono dei tromboni permalosissimi con cui bisogna fingere la massima reverenza servile. Sono convinti che il talento di cui pensavi di essere dotato per grazia di Dio in realtà venga da loro e dai loro editor.

  16. Logani Says:

    Bella opinione questa di Lucio Angelini. Quindi, la maggior parte (?) degli editori sono dei tromboni come il politico Trombetta del famoso film con Totò? Totò non era un “autore”, non era un compositore musicale, tantomeno un trombone, eppure, tra due/tre canzoni da lui “create”, ve n’è una dedicata e indirizzata, alla Senorita Silvana Pampanini (mooolto bbona a quei tempi), canzone diventata famosa; Malafemmena. Quindi; è possibile che una persona senza arte nè parte e che non ha nulla a che fare con la scrittura, possa “creare” un buon romanzo perchè innammorato di una storia?

    Tedeum

  17. deorgreine Says:

    Ho letto un po’ di commenti, ma penso che non manderò mai nulla ad un editore, perchè mi sembra oltremodo complicato. Preferisco scrivere rilassandomi, che forse mi viene meglio.

  18. Valentina Says:

    Dal punto di vista della veste formale, suppongo che ogni editore abbia le proprie regole (tipo e misura del carattere, intestazioni, titoli, spaziatura…): è necessario rispettarle già al primissimo invio di un dattiloscritto?

    Una volta che ho pronto il mio dattiloscritto, come orientarmi rispetto all’editore a cui mandarlo? Come, in altre parole, sapere che tipo di lavori (es. romanzi piuttosto che raccolte di racconti) pubblica di preferenza una certa casa editrice?

    Grazie e buon lavoro.

  19. Giacomo Vit Says:

    Credo sia importante mettere a fuoco la figura dell’editor, quanto può intervenire sul testo presentato, dando per scontato che ci possa essere un certo interesse da parte della casa editrice.

  20. Federico Platania Says:

    Una volta inviato il testo dopo quanto tempo è ragionevole sollecitare l’editore per sapere se ci sono novità?
    Più in assoluto: ha senso sollecitare? Migliora le cose? Le peggiora? E assolutamente ininfluente?

    Poi: ha senso inviare solo una parte (diciamo 30-50 pagine) del testo completo (più scheda di presentazione) anziché il testo completo vero e proprio?

  21. manu Says:

    trovata geniale giulio, nessuno resiste ad inviare un possibile contributo. eh, c’è chi può

  22. Antonio La Malfa Says:

    La vita è un romanzo o i romanzi aiutano a vivere meglio?

    Perché dopo l’indice non viene il medio?

    Quante probabilità ha un volume di 300 cm cubi di essere pubblicato?

    Il look è veramente importante in una pubblicazione? Se la risposta è sì, dovrò andare dal manicure? O è meglio che ci dia un taglio?

    Per la presentazione, uso poche pagine o meglio l’abito scuro?

    Meglio un corpo 12 o un corpo di mille spingarde?

    E il grassetto? Lo vesto a righe verticali che così sfila?

    Nel rapporto con un editore, è meglio usare un condom? O un condor?

  23. vbinaghi Says:

    Si può esigere dall’editore un tempo determinato per avere una risposta sul proprio invio (positiva o negativa che sia)?
    Per quel che mi riguarda questo è di gran lunga l’aspetto peggiore del rapporto con editori ed editors.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Provo a dare qualche risposta brevissima. Non a tutto. Fàtemi sapere se le risposte vi sembrano in linea di massima adeguate. Grazie.

    Bianca Madeccia: “differenza tra editoria a pagamento (vanity press) e non a pagamento”. A me pare evidente: l’editore vero fa soldi vendendo i libri ai lettori, l’editore “vanity” fa soldi vendendo i libri agli autori.

    Giuliana Salerno: “Cosa accadrà al mio manoscritto quando arriverà in casa editrice?”. Dipende dalla casa editrice. Feltrinelli dichiara ufficialmente di non leggere i dattiloscritti che arrivano genericamente indirizzati alla casa editrice. Fazi dichiara ufficialmente di guardare tutto. In Mondadori c’è una segreteria editoriale nella quale sono arrivati 45.000 dattiloscritti in dieci anni, e non uno è stato pubblicato (fonte: Antonio Franchini, conferenza).

    Giuliana Salerno: “Come posso attirare l’attenzione sul mio manoscritto per evitare che finisca al trecentocinquantasettesimo posto di una pila di manoscritti, trecentocinquantasettesimo posto che diventerà trecentocinquantottesimo e poi trecentocinquantanovesimo nel giro di dieci minuti?”. 1. Affidarlo a un agente. 2. Inviarlo non genericamente alla casa editrice ma a una persona specifica. 3. Non inviarlo, ma cercare un contatto con la casa editrice. 4. Farsi presentare da qualcuno (un autore, a es.) che la casa editrice tenga in considerazione. 5. Dargli un bell’aspetto. 6. Tutte le prime cinque cose insieme.

    Giuliana Salerno: “Come posso fare una selezione accurata degli editori a cui potrebbe interessare il mio manoscritto?”. Leggendo ciò che gli editri pubblicano, e cercando di capirne la “linea”. Cercando (il web ne è pieno) interviste a direttori editoriali, direttori di collana eccetera e cercar di capirne la “linea”.

    Giuliana Salerno: “E’ opportuno far precedere il mio manoscritto da una telefonata o da un’email?”. A un piccolo editdore si può scrivere mandando una scheda, chiedendo se la cosa può interessarlo, domandando in che formato preferisce ricevere il testo. Ricordarsi comunque sempre che la decisione viene presa sulla base del testo e di nient’altro.

    Giuliana Salerno: “Se non conosco nessuno che operi professionalmente in ambito editoriale, esistono modi alternativi all’invio del manoscritto per suscitare anche un solo minuto di interesse?”. Se sei intervenuta in questa discussione in vibrisse, hai un contatto con una pesrona che opera professionalmente in ambito editoriale.
    In altre parole: non è poi così difficile, tra blog e social networks, stringere qualche rappporto.
    (E: come si fa a sapere quali sono le persone? Be’: si leggono i giornali e le riviste, si compera l’ “Agenda letteraria”, si gira nella rete).

    Giuliana Salerno: “Mettere il manoscritto in una busta pelosa di colore fucsia può essere un modo per fargli guadagnare un minuto di attenzione?”.
    No.
    Ciò che è pratico viene sempre apprezzato. Ciò che è bizzarro non è sempre apprezzato.

    Giuliana Salerno: “Come faccio a sapere che il mio manoscritto è ‘presentabile’ e che non è una palla megagalattica?”.
    Lo confronti con opere pubblicate che ti sembrino per qualche aspetto simili, e guardi le differenze di qualità.

    Giuliana Salerno: “Se il romanzo è ancora quasi tutto da scrivere, ha senso contattare un editore per promettergli ciò che è ancora in buona misura ‘in mente dei’ o è solo un modo per far perdere tempo alla brava gente che lavora?”. Se hai già pubblicazioni alle spalle, ha senso. Sennò, è un ottimo modo per far perdere tempo alla gente che lavora, brava o no che sia.

    Raffaele Palumbo: “Un editore leggerà davvero quello che ho scritto?”. Di solito sì, tranne quelli che dichiarano ufficialmente di non accettare proposte che non siano “presentate” da agenti o d altri. Se spedisci a un grande editore, peraltro, non sarà certo l’editor (= colui che decide cosa si pubblica) a leggerti in prima battuta. Arriverai a lui, se arriverai, attraverso un certo numero di passaggi.

    Raffaele Palumbo: “La mia vita è così interessante e meravigliosa; perché mai un editore non dovrebbe pubblicare le cose che mi riguardano?”. Perché i romanzi sono una cosa diversa dalla vita.

    Raffaele Palumbo: “Come si fa una sinossi?”. Come se tu raccontassi a un amico il film che hai visto ieri.

    Raffaele Palumbo: “Se ho già pubblicato a pagamento (o se mi sono impegnato ad acquistare 200 copie del mio romanzo, ecc.), sarò avvantaggiato quando proporrò il mio nuovo lavoro a un altro editore?”.
    No. Semmai il contrario.

    Raffaele Palumbo: “Come si fa un c.v. da presentare a un editore?”. Ci scrivi dentro quello che diresti se uno ti domandasse: ma lei, che fa nella vita? Non è necessario, peraltro, allegare curricula ai dattiloscritti.

    Raffaele Palumbo: “Meglio un romanzo breve, uno lunghissimo, una raccolta di racconti, delle poesie, degli aforismi? O che altro?”.
    “Meglio” da che punto di vista? E’ evidente che un romanzo breve può essere molto bello, un romanzo lunghissimo può essere molto bello, una raccolta di racconti può essere molto bella, eccetera.
    Se intendi qualcosa del tipo: “Che cosa è meglio che presenti – romanzetto, romanzone, racconti, poesie, aforismi – se il mio obiettivo è farmi pubblicare?”, allora la risposta è: farsi pubblicare non è un obiettivo, è un mezzo.

    Raffaele Palumbo: “Meglio proporre qualcosa di genere (noir, fs, thriller, ecc.) o tirar fuori l’Autore che è in me?”.
    Vedi sopra.

    Raffaele Palumbo: “Su che supporto (carta, cd, email)? O vado di persona?”. Andare di persona serve poco, anche se talvolta ci può far conoscenza con portinaie simpatiche. Spesso gli editori indicano nel loro sito il supporto che preferiscono. In assenza di indicazioni, meglio la carta.

    Raffaele Palumbo: “A chi indirizzo? Genericamente alla casa editrice, o mi devo informare prima se c’è qualcuno a cui spedire?”. Vedi le risposte a Giuliana, qui sopra.

    Raffaele Palumbo: “Ho un amico scrittore, quasi quasi gli faccio leggere quello che ho scritto, così poi ci pensa lui a proporlo alla Mondadori”. Se lui pubblica per Mondadori, ha senso fare così. E’ sempre possibile che quello tu scrivi non gli piaccia o comunque non gli sembri proponibile: se te lo dice apertamente è un vero amico, sennò è una persona condiscendente.

    Raffaele Palumgo: “È importante che io scriva “un po’” (con l’apostrofo) e “perché” (con l’accento acuto), o me ne frego? E che carattere, che corpo?”.
    La scorrettezza ortografica, grammaticale, sintattica è ciò che fa eliminare l’80% dei testi che vengono proposti agli editori. Per carattere e corpo, rimando a qui.

    Raffaele Palumbo: “E se mi chiedono di pagare? Che faccio, pago?”. Dipende dal tuo scopo. Se il tuo scopo è pubblicare, paga. Se il tuo scopo è trovare dei lettori, non pagare e cerca altrove.

    Carlo Capone: “Si guadagna a fare l’editore?”. Dipende da cosa si pubblica. A chi vuole far soldi consiglierei la manualistica, in particolare: cucina, self-empowerment, guide turistiche.

    Logani: “Il mio romanzo uscirà tra poco in cartaceo (se San Paolo sulla via per Damasco accellererà il passo). Lo posso anche offrire contemporaneamente ad un editore E-book? E, se si, come dovrebbe essere il contratto con l’E-book-editore?”. Dipende da cosa è scritto nel contratto con l’editore del cartaceo: se i diritti digitali sono dell’editore del cartaceo, toccherà a lui provvedere – se vorrà. Il mercato del digitale è ancora misterioso, quindi le cose importanti – dal punto di vista contrattuale – sono due: che il contratto sia breve, diciamo non più di due anni, e che i diritti siano almeno al 20%.

    Antonio: “Perché mai un autore alle prime armi dovrebbe essere preso in considerazione da una casa editrice?”. Ma: perché ha scritto una bella opera letteraria, ad esempio. Oppure perché ha scritto un’opera letteraria dalla quale si può sperare un buon profitto. Nel migliore dei casi, per entrambe le ragioni.

    Antonio: “Perché mai un esordiente non dovrebbe avvalersi delle forme di pubblicazioni più varie, print on demand, autopubblcazione, auto distribuzione, editoria a pagamento, ecc, se vuole pubblicare un libro, quando nessuna casa editrice si è degnata di rispondere a seguito dell’invio del proprio manoscritto?”. Il più delle volte l’editoria a pagamento non garantisce nessuna distribuzione dell’opera: quindi, in pratica, non è una pubblicazione. Le altre forme di autopubblicazione hanno un loro senso.
    Se nessun editore vuole la mia opera, peraltro, dovrei farmi venire qualche dubbio sulla bellezza della mia opera. Così, per scrupolo di coscienza.

    Antonio: “Perché mai è difficile che esista un rapporto diretto tra autore e casa editrice ed invece esistono varie figure intermedie?”. Non è vero che è difficile che esista un rapporto diretto tra autore e casa editrice. E’ vero che, essendo gli autori che si propongono circa mille volte di più di quelli che vengono pubblicati, gli editori gradiscono se qualche “figura intermedia” fa un po’ di scrematura.

    Antonio: “E soprattutto perché non esistono più le case editrici che fanno le case editrici, ma pensano al proprio lavoro solo come fonte di reddito e opportunità di guadagno, abdicando al ruolo di operatore culturale? Di chi ne è la colpa?”. 1. Tutte le case editrici, tranne le pochissime messe in piedi da ricchissimi mecenati, hanno sempre badato al profitto. 2. La colpa è del pubblico, che negli acquisti privilegia certe opere piuttosto che altre.

    Felice Muolo: “Come farsi pagare la percentuale sul venduto dall’editore refrattario?”. Decreto ingiuntivo.

    Betta: “un libro interessante deve necessariamente parlare sempre di disgrazie?”. No. Ma è bene che ci siano delle peripezie.

    Andrea Maggi: “Se non sono Benedetta Parodi né Fabio Volo, tuttavia ho un briciolo di talento, ho speranze di pubblicare un romanzo?”. In libreria è pieno di romanzi che non sono scritti né da Benedetta Parodi né da Fabio Volo.

    Francesco: “Esistono anche nell’ambito editoriale le cosiddette ‘ruote da oliare’?”. Niente è più fastidioso che subire tentativi di oliatura.

    Lucio Angelini: la mia esperienza è diversa.

    Valentina: “Dal punto di vista della veste formale, suppongo che ogni editore abbia le proprie regole (tipo e misura del carattere, intestazioni, titoli, spaziatura…): è necessario rispettarle già al primissimo invio di un dattiloscritto?”.
    No. E’ necessario che il dattiloscritto sia chiaro e leggibile. Vedi sopra.

    Valentina: “Una volta che ho pronto il mio dattiloscritto, come orientarmi rispetto all’editore a cui mandarlo? Come, in altre parole, sapere che tipo di lavori (es. romanzi piuttosto che raccolte di racconti) pubblica di preferenza una certa casa editrice?”. Vedi una delle prime risposte, qui sopra, a Giuliana Salerno.

    Giacomo Vit: “Credo sia importante mettere a fuoco la figura dell’editor, quanto può intervenire sul testo presentato, dando per scontato che ci possa essere un certo interesse da parte della casa editrice”. Il testo è proprietà sacrosanta dell’autore. Chi lavora all’editing con lui potrà consigliare, proporre, suggerire: ma le decisioni sono tutte dell’autore.
    I guai cominciano quando non preesiste l’interesse dell’editore per quel testo, ma ti viene fatto un discorso del genere: “Se intervieni così e così, allora magari te lo prendiamo”. Anche in questo caso, peraltro, si tratta di decidere se le proposte di intervento sono sensate: se sono sensate, perché non seguirle? Se non sono sensate, perché seguirle? (risposta: si possono seguire proposte insensate se il proprio obiettivo è pubblicare).

    Federico Platania: “Una volta inviato il testo dopo quanto tempo è ragionevole sollecitare l’editore per sapere se ci sono novità?
    Più in assoluto: ha senso sollecitare? Migliora le cose? Le peggiora? E assolutamente ininfluente?”. Dipende dall’editore. Ha senso sollecitare un grande editore (meglio: la persona che lavora per o presso il grande editore, e con la quale si è in contatto). E’ opportuno farsi dire, quando si presenta qualcosa, quale può essere un tempo standard di risposta: e cominciare a sollecitare quando quel tempo scade.
    I grandi editori possono metterci anni a rispondere. Anche i piccoli, talvolta. In genere, in sei mesi gliela si fa.

    Federico Platania: “Ha senso inviare solo una parte (diciamo 30-50 pagine) del testo completo (più scheda di presentazione) anziché il testo completo vero e proprio?”. Le decisioni si prendono sui testi completi.

    Antonio La Malfa: “Quante probabilità ha un volume di 300 cm cubi di essere pubblicato?”. Be’, “Horcynus orca” è stato pubblicato: l’edizione Oscar ha circa quel volume lì.

    Valter Binaghi: “Si può esigere dall’editore un tempo determinato per avere una risposta sul proprio invio (positiva o negativa che sia)?”.
    Sì. Naturalmente con la regola “Silenzio vuol dire no”.

  25. Federico Platania Says:

    Risposte adeguate, direi.

  26. Giuliana Salerno Says:

    Non mi aspettavo tanto!
    Grazie, farò tesoro di tutto.
    Buon lavoro.
    Giuliana

  27. Michele Says:

    Se fossi un editore non potrei ignorare la busta pelosa fucsia.

  28. Andrea Maggi Says:

    @ “In libreria è pieno di romanzi che non sono scritti né da Benedetta Parodi né da Fabio Volo”.
    Sì, Giulio, ma gli scaffali delle librerie sono pieni di libri che raccontano sempre la stessa salsa e che nascondono tutti gli altri. Pertanto, se non inserisco nel mio romanzo le situazioni codificate dagli autori più in voga al momento, ho meno possibilità di essere notato? Questo intendevo. Faccio un esempio: a me che scrivo gialli, se non metto almeno un’autopsia o qualcos’altro di splatter che appaghi la necrofilia del lettore di gialli del ventunesimo secolo, non mi cagherà mai nessuno?

  29. Antonio Says:

    Neanch’io mi aspettavo di veder pubblicate le risposte per ogni intervento.
    Praticamente il libretto commissionato possiamo già leggerlo in anteprima su vibrisse.

  30. Giulio Mozzi Says:

    Ti faccio notare, Andrea, che hai cambiato completamente argomento.

    Mi pare evidente che se inserisci nel tuo romanzo le situazioni codificate dagli autori più in voga al momento hai meno possibilità di essere notato, in quanto sei più simile agli altri.

    Io però ho il sospetto che frasi come “Le situazioni codificate dagli autori più in voga al momento”, “Gli scaffali delle librerie sono pieni di libri che raccontano sempre la stessa salsa”, eccetera, siano generalizzazioni poco utili.
    Mi sapresti dire quali sono le situazioni codificate dagli autori più in voga al momento?
    Visto che gli scaffali delle librerie ne sono pieni, potresti citare – che so – dieci libri che raccontano la stessa salsa?

    Può darsi che le cose che dici ora siano vere nell’ambito della narrativa di genere (la quale, in quanto “di genere”, per definizione racconta un po’ sempre la stessa “salsa”: c’è un morto, un investigatore, un colpevole ecc.).

  31. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Antonio; io mi aspetto anche altre domande.

    E, ti dirò: ho l’impressione che buona parte delle domande finora raccolte (per le quali vi ringrazio) siano domande non particolarmente rilevanti.

    Una buona domanda, ad esempio, secondo me, sarebbe: Come fanno le case editrici a decidere cosa pubblicare? Quali sono le loro procedure? C’è diversità di procedure tra case grandi, medie e piccole?

    Un’altra: Quali sono le caratteristiche di base di un contratto di edizione? Che cosa, in un contratto editoriale, può giocare a favore o a sfavore dell’autore?

  32. Eleonora Says:

    Stavo per fare proprio questa: come fanno le case editrici a decidere che cosa pubblicare? E poi un’altra: c’è qualcosa che può, genericamente (suppongo che in parte vari da persona a persona, essendo fatta l’editoria di persone) indisporre un editor verso un autore (formattazione del testo, autocelebrazione, tentativi di corruzione poi smentiti con un serafico “scherzo!”, narrazioni di quanto alla mamma e agli amici la storia è piaciuta…)?

    Prezione le risposte di prima :3

    Ele

  33. Lucio Angelini Says:

    Provo a rispondere io alla domanda “Come fanno le case editrici a decidere cosa pubblicare?”

    Per le major: si affidano al Caso. Pubblicano un po’ di tutto nella speranza che casualmente uno dei titoli proposti vada bene e ripaghi le spese per tutti gli altri.

    Per le medio-piccole. Si affidano alla soggettività dei gusti dei responsabili di collana.

  34. vbinaghi Says:

    @Giulio
    La regola “Silenzio vuol dire no” è fuori dal vivere civile, quando una riga di Mail costa venti secondi e toglie una persona dall’angoscia di coltivare aspettative inutili e dal sentirsi impegnato con qualcuno.
    Ma probabilmente l’idea di 26 domande che contribuiscano a introdurre razionalità e correttezza nel mondo dell’editoria può venire solo a un editore piccolo che vuol diventare grande.
    Poi quando diventa grande assume come unica regola l’arbitrio e la propria interpretazione di cosa piaccia alla ggente, che all’esterno somiglia tanto a stronzaggine, ma dall’interno bisogna che sia intesa come autonomia creativa.

  35. Giulio Mozzi Says:

    Non è vero, come dice qui sopra Lucio Angelini, che le major si affidano al caso. Lavoro con una major, pubblico con un’altra, e vedo come vanno le cose. E’ vero peraltro che la grande quantità delle proposte genera una certa confusione.

    Tra le medio-piccole ci sono case che effettivamente “si affidano alla soggettività dei gusti dei responsabili di collana” (che è un’ottima cosa, secondo me), ma c’è anche chi richiede per ogni decisione di pubblicazione l’unanimità del comitato editoriale (minimum fax) (e anche questa è un’ottima cosa, ma secondo me più rischiosa: si raduna più facilmente il consenso di tutti su un’opera “normale” che su un’opera “eccentrica”, su un’opera conservatrice che su un’opera innovativa).

  36. Camillo Says:

    – capire a quali case editrici può avere senso inviare la propria opera è abbastanza semplice; sapere il nome della persona più adatta (e relativo indirizzo) a cui spedire il plico è assai meno banale. In Internet si trovano TROPPE informazioni, spesso contraddittorie; e chiedendo direttamente all’editore, ancor più spesso non si ottiene risposta. Hai indicazioni in merito?
    – cosa pensare delle risposte / schede di lettura, quando arrivano? I pregi sono solo parole di circostanza per indorare la pillola o possiamo prenderli per veri punti di forza del nostro lavoro (anche al fine delle future produzioni)? Le segnalazioni di difetti o debolezze, una volta affrontate e – sperabilmente – risolte, ci possono autorizzare a un secondo invio dell’opera modificata?

    grazie

  37. davide calzolari Says:

    salve giulio,

    “””Una buona domanda, ad esempio, secondo me, sarebbe: Come fanno le case editrici a decidere cosa pubblicare? Quali sono le loro procedure? C’è diversità di procedure tra case grandi, medie e piccole?”””

    allora io chiedo :passata una prima telefonata dell editor(talent scout o simile)che dice”salve,sono xy,ho letto tutto,vediamoci facciamoci una birra dalle tue o mie parti,parliam due ore e vediamo di far una road map”,le parole dopo sono “e si,confermo,lo presento alla casa editrice e mi va di battermi per questo manoscritto”, magari,ipotizzo,sulla scorta di quanto intuito e magari anche letto da te nei vari articoli(bella la cosa del”battersi per questo libro,”complimenti,ndr)

    questo,al di la delle modifiche che gia il “talent scout”(termine orrendo ma qualcosa rende)potrebbe consigliare qui e la all opera(il’autore inedito,intanto,si suppone,a casa,ri-lavora,le aree su cui lavorare non mancan mai)

    però il passaggio dopo,qual è?aspirante autore,editor/talent scout e faccia a faccia in casa editrice sulla potenzialità del testo?mica parleranno con l’amministratore delegato,ok,certo,ma magari col direttore libri narrativa italiana della casa editrice,collana piu collana meno-ci ho preso?

    sauluti

  38. carlocapone Says:

    Per un certo periodo della mia vita non sono andato a letto presto, perchè ho frequentato ambienti letterari, conosciuto scrittori e responsabili di case editrici (Giulio lo sa ). Fu un buon periodo, del quale conservo ricordi piacevoli e intensi, che naturalmente tengo tutti per me. Oggi, come forse scritto da qualche parte, non scrivo più e di conseguenza ho troncato i rapporti. Il che è male, la gente, se ti piace, la si frequenta a prescindere, ma diciamo che ero giunto a saturazione ed è andata così. Che volevo dire? ah sì, gli editori, ho l’impressione che sul loro conto circolino diciamo delle inesattezze, insomma andrebbero considerati come persone normali e non, come spesso capita, dei semidei, che a volte ci prendono, a volte falliscono e a volte subiscono.
    Per essi valgono perciò tutte le regole di approccio riservate al resto del mondo sensibile.

  39. Claudio Volpe Says:

    Informazioni come sempre preziose le tue, Giulio. Grazie.

  40. Lucio Angelini Says:

    Leggo: “Sollecito firma per un libro negli Usa. Dopo l’assoluzione ha cominciato a scrivere le sue memorie”. Insomma la scorciatoia migliore per impressionare gli editori resta quella di restare coinvolti (a torto o a ragione) in qualche delitto importante. Qaunto ad Amanda Knox, si è accontentata dello stesso agente letterario del presidente americano Barack Obama. Per meriti letterari, naturalmente.

  41. Antonella Says:

    A proposito della risposta di Giulio a Giuliana sui dattiloscritti pervenuti in Mondadori, mi viene in mente una cosa: uno scrittore ormai noto, che io apprezzo molto, ha dichiarato in varie sedi di aver inviato il proprio manoscritto in Mondadori e che Franchini in persona lo ha richiamato dopo una settimana circa per offrirgli un contratto. Sarà forse che in dieci anni nessuno era come lui, o che ogni tanto arriva anche un colpo di fortuna?
    ps: sto leggendo proprio in questi giorni “(non) un corso di scrittura e narrazione”. Trovo che la sua voglia di rispondere ancora punto per punto a tutte le nostre domande e osservazioni vada davvero al di là di ogni umana pazienza!

  42. Lucio Angelini Says:

    P.S. Domanda ucronica: vuoi vedere che se uccido Giulio Mozzi, poi l’Orietta Fatucci di Einaudi Ragazzi mi rimette in catalogo?*-°

  43. Antonella Says:

    Però pongo anche una domanda seria… Poniamo che io riceva una proposta editoriale, un’offerta per un contratto, appunto: quali sono i punti da “controllare” se non voglio affidarmi ad un agente e voglio essere sicuro che il mio lavoro venga tutelato? del tipo: diritti al 10%, un altro libro nel giro di un anno etc etc.
    Grazie!

  44. Antonio Says:

    Probabilmente le domande che ognuno di noi ha indicato nei vari interventi non sono quelle per cui effettivamente vorrebbe avere una risposta, ma sono piuttosto ipotesi o supposizioni di domande che un esordiente all’oscuro di tutto potrebbe porsi nel momento in cui vorrebbe sottoporre un proprio testo ad un editore.
    Chi solitamente frequenta il blog ed ha accettato di rispondere sta semplicemente partecipando ad una sorta di quiz, sperando di avvicinarsi alla risposta giusta e poter contribuire così alla redazione ed elaborazione del libretto.
    Non penso infatti che chi segue vibrisse possa porsi domande del tipo di quelle che ho visto fino ad ora (comprese le mie, ovviamente).
    Ed allora il gioco a cui ci hai invitato a partecipare GM può avere un senso se effettivamente aiuta a capire, attraverso le domande e le risposte, come ognuno possa veramente riuscire a far accettare un testo, che abbia un minimo di interesse dal punto di vista letterario, capire cioè cosa rende interessante un testo in generale, ed in particolare per un editore.

  45. Giacomo Vit Says:

    Un gioco serio però… Ma in fondo sono queste le domande, no?Dato per scontato che chi ha fra le mani un manoscritto è convinto di aver prodotto un’opera che merita la pubblicazione, cos’altro potrebbe chiedere?

  46. spulcialibri Says:

    Domande:
    1) Perché una grande casa editrice, se si ritrova a dover scegliere tra il pubblicare un esordiente italiano e uno americano/inglese o comunque straniero, scarta a prescindere quello italiano e punta sul secondo?
    2) E’ vero che le segreterie delle grandi case editrici valutano un manoscritto facendo riferimento unicamente alla prima pagina dello stesso? E che in base a questo decidono cosa deve finire (o meno) nelle mani degli editor?
    3) E’ vero che il 95% dei manoscritti ricevuti dalle grandi case editrici non viene letto? A questo punto, ha senso spedire la propria opera a Mondadori, Salani, Einaudi, ecc. pur sapendo che non verrà mai guardata e che è meglio cercare un contatto diretto con gli editor attraverso altri canali?
    4) I concorsi letterari (regionali, di nicchia, organizzati dalle biblioteche, ecc.) fanno curriculum per uno scrittore che si propone a una grande casa editrice? Se nella lettera di presentazione comunico i miei piccoli successi locali, ho maggiori speranze che il mio romanzo sia almeno letto e non spedito direttamente nella spazzatura senza una sola occhiata?
    5) Far tradurre il proprio romanzo in altra lingua e pubblicarlo all’estero per poi farlo rientrare in Italia è consigliabile? Ci sono maggiori possibilità di pubblicazione?
    6) Cosa deve sapere un esordiente su un contratto editoriale? Come salvarsi da eventuali fregature?
    7) Come si trova un agente letterario accreditato?
    8) Perché i grandi editori continuano a domandare manoscritti inviati tramite posta cartacea invece che attraverso le email (meno dispendiose per il mittente, più facili da smaltire per il destinatario e mezzo principe per non sprecare carta inutilmente)?
    9) Le rigiro le sue domande: Come fanno le case editrici a decidere cosa pubblicare? Quali sono le loro procedure? C’è diversità di procedure tra case grandi, medie e piccole?

    Mille grazie.

  47. vincenzo Says:

    ciao, a me piacerebbe sapere cosa c’era nel mio testo che non andava, cioè perchè non è stato pubblicato (da un grosso editore a cui una persona seria l’ha fatto avere). Credo che per un autore sia importante avere una critica da chi l’ha rifiutato. Ovviamente è un puro desiderio, lo so che non c’è personale sufficiente per rispondere a migliaia di persone.

  48. GiusCo Says:

    Ha ancora senso affidarsi alla letteratura scritta per trasmettere bellezza e provare a farci soldi?

  49. Federico Platania Says:

    @Giulio: «ho l’impressione che buona parte delle domande finora raccolte (per le quali vi ringrazio) siano domande non particolarmente rilevanti».

    Si tratta di definire il target di questo libro. Come dice anche Antonio: «Non penso che chi segue vibrisse possa porsi domande del tipo di quelle che ho visto fino ad ora».

    Anche io ho immaginato che il lettore tipo di un libro come quello di cui si parla sia qualcuno che un contratto editoriale non sa neanche come sia fatto. In questo caso molte delle domande da noi immaginate potrebbe assumere maggiore rilevanza.

  50. Gloria Gerecht Says:

    La mia domanda è leggermente diversa. Sono un’esordiente che ha avuto la fortuna di una pubblicazione da una casa editrice piccola, ma nota. Una raccolta di racconti uscita in una collana di “proposte” che mi ha gratificata enormemente perché inaspettata.
    Il fatto è che il libro, un formato minimo, non ha avuto nessuna promozione, ho dovuto cercarmi da sola delle recensioni, organizzarmi una presentazione, la distribuzione è inesistente, la reperibilità zero. Non so se quello che ho scritto meritasse di più, ma a questo punto il traguardo raggiunto è vanificato dato che non lo saprò mai. Anche questa forma di editoria andrebbe esaminata.
    Serve a qualcosa?

  51. Filippo Albertin Says:

    Io non credo nella figura dell’aspirante. Se un libro è bello — e un libro è bello se cattura l’interesse dall’inizio alla fine — quel libro verrà alla fine pubblicato. Se poi il libro, oltre ad essere bello è anche denso di significati importanti, notevoli, che accendono un dibattito profondo, allora quel libro verrà certamente pubblicato. Se un individuo pretende di parlare di cose importantissime per lui, ma non espresse nella bella forma di cui sopra, allora non esiste strategia che tenga. Lo so che dura, ma è così. Dice Natalie Goldberg: la scrittura non serve a farci amare.

    Io credo che lo scopo di questo work in progress non sia snocciolare un vademecum per “farsi pubblicare”, ma per “far pubblicare nel modo più agevole un’opera oggettivamente bella”. Cioè per evitare scivoloni sulla classica buccia di banana.

    Ovviamente questa semplice regola è inquinata da certe logiche di mercato, a volte ovvie e neutre, a volte anti-culturali. Logiche che vengono troppo spesso sbandierate come alibi da tanti mediocri scrittori. Faccio alcuni esempi (anche non romanzeschi, ma credo sia sostanzialmente la stessa cosa):

    1) Esempio neutro — Brian Eno ha tempo addietro pubblicato un suo diario. Un librone certamente bello, denso di illuminazioni, e mi pare contenente anche un racconto. Ma un librone che nessuno avrebbe pubblicato se non fosse stato scritto da Brian Eno. Cioè: il senso e la bellezza di una qualsiasi cosa vengono sempre valutati nel complesso, e il personaggio che sta dietro può oggettivamente contare.

    2) Esempio anti-culturale — Antonella Clerici (ma dovrei dire Clerici Project, perché sappiamo benissimo che lei non scrive nulla e sono altri a farlo per lei) pubblica un libro di ricette. Ora, questo libro di ricette non aggiunge nulla a qualsiasi altro libro di ricette (cioè: non è il diario di Brian Eno; è solo un libro di ricette identico ad altri centinaia), però vende alla grande per effetto del personaggio Clerici, puramente televisivo. Idem dicasi per Bruno Vespa Project e simili.

    Ci sarebbero poi i libri brutti che vengono pubblicati ugualmente, ma secondo me questi libri possono essere solo di scrittori già famosi (e che in origine hanno “per forza” pubblicato libri belli). Questi scrittori possono, come si dice in gergo, “svaccare”, ma non credo che uno scrittore possa svaccare a vita. In origine c’è sempre questa necessità: la bellezza, che nel caso letterario è un parallelo della buona ed efficace comunicazione.

    Tutto il resto è buona impaginazione. Fondamentale, certo, ma da non confondere con la buona scrittura. In questo libello sarebbe dunque più interessante leggere il dietro le quinte di una casa editrice, più che un elenco di tematiche “cool” e modalità di lubrificazione. Penso sia questa la parte interessante: la comprensione di ciò che non affiora.

  52. Mauro Baldrati Says:

    Caro Giulio, esiste una problematica del nome dell’autore? Per esempio, in ambito noir-thriller-spy story ci sono ottimi autori italiani che pubblicano con pseudonimi esteri (es. Jack Morisco, Joe Lancaster Reno, Stephen Gunn), perché così riescono a vendere, mentre non sono apprezzati loro veri nomi italiani. Ma vado oltre: fa pesatura chiamarsi Fabio Volo, cioè nomi facili, che rimangono impressi, invece di Kurt Erich Suckert, che diventò Curzio Malaparte? Voglio essere ancora più esplicito: se un editore si vede arrivare un manoscritto (su carta o elettronico) di Vincenzo Filonciuti, e lo giudica possibile di accettazione, o quanto meno di lavorazione, il nome può influire nella decisione finale, positiva o negativa?

  53. cletus Says:

    Nell’epoca degli ebook, ha ancora un senso mandare un manoscritto ad un editore, o è preferibile spedirgli un file in formato epub ?

    E sopratutto (sottodomanda) ha ancora un senso spedire qualunque cosa ad un editore ?

  54. Giulio Mozzi Says:

    Antonella: “A proposito della risposta di Giulio a Giuliana sui dattiloscritti pervenuti in Mondadori, mi viene in mente una cosa: uno scrittore ormai noto, che io apprezzo molto, ha dichiarato in varie sedi di aver inviato il proprio manoscritto in Mondadori e che Franchini in persona lo ha richiamato dopo una settimana circa per offrirgli un contratto. Sarà forse che in dieci anni nessuno era come lui, o che ogni tanto arriva anche un colpo di fortuna?”.
    La notizia che ho riferito (su 45.000 testi arrivati in dieci anni, nessuno pubblicato) è relativa ai soli testi inviati genericamente all’editore Mondadori. Di quale autore stai parlando, Antonella?

    Valter: “La regola ‘Silenzio vuol dire no’ è fuori dal vivere civile, quando una riga di Mail costa venti secondi e toglie una persona dall’angoscia di coltivare aspettative inutili e dal sentirsi impegnato con qualcuno”.
    1. se io dico che rispondo entro due mesi, e scaduti i due mesi il silenzio vuol dire no, è evidente che l’altra persona, dopo due mesi, in caso di mio silenzio, non ha più nessuna aspettativa da coltivare e non è impegnata con nessuno (in linea di massima, non era impegnata nemmeno prima).
    2. Scrivere “Ho letto. Non mi interessa” prende meno di venti secondi. Il guaio è che arriva subito la risposta, composta di domande: “Perché non ti interessa? Che cos’ha che non va? Mi aiuti? Mi dài dei consigli?”; va meglio se arrivano direttamente due insulti, e morta là.
    3. E’ fuori dal vivere civile che uno, perché ha mandato un romanzo orribile, pretenda una risposta.

    Camillo: “capire a quali case editrici può avere senso inviare la propria opera è abbastanza semplice; sapere il nome della persona più adatta (e relativo indirizzo) a cui spedire il plico è assai meno banale”. L’indirizzo è, in genere, l’indirizzo della casa editrice (consiglio l’uso dell’elenco del telefono). Per sapere a chi mandare (ovvero: chi è che decide che cosa si pubblica), al di là delle informazioni che si trovano in rete (e bisogna badare solo ai siti ufficiali delle case editrici) si può fare riferimento all’ “Agenda letteraria”, che si pubblica ogni anno (si trova in libreria), o alla Guida agli editori che ti pubblicano, ed. Delos, sostanzialmente affidabile benché un po’ vaga nelle informazioni. Utili sono anche i cataloghi delle fiere del libro.

    Camillo: “cosa pensare delle risposte / schede di lettura, quando arrivano? I pregi sono solo parole di circostanza per indorare la pillola o possiamo prenderli per veri punti di forza del nostro lavoro (anche al fine delle future produzioni)? Le segnalazioni di difetti o debolezze, una volta affrontate e – sperabilmente – risolte, ci possono autorizzare a un secondo invio dell’opera modificata?”.
    Una lettera circostanziata, se viene da un editore serio, anche se negativa, è comunque un segnale vero di attenzione e interesse. Soprattutto se si chiude con la formula “…e ci farebbe piacere ricevere altre cose che lei eventualmente decidesse in futuro di sottoporci”.
    Invece una leggera generica, del tipo “…non rientra nella nostra linea editoriale…” significa invece: il suo lavoro non ci interessa, ci è sembrato proprio brutto, per favore non si faccia più vivo.
    E’ molto, molto difficile che un editore legga due volte lo stesso testo. Anche se nel frattempo fosse cambiato radicalmente.

    Antonella: “Poniamo che io riceva una proposta editoriale, un’offerta per un contratto, appunto: quali sono i punti da ‘controllare’ se non voglio affidarmi ad un agente e voglio essere sicuro che il mio lavoro venga tutelato? del tipo: diritti al 10%, un altro libro nel giro di un anno etc etc.”.
    Controllare:
    – quali diritti effettivamente cedi (il diritto di pubblicazione in libro, e vabbè; poi ci sono tutti i diritti secondari: edizione economica, traduzione, cessione ad altro editore in lingua italiana, trasposizione cinematografica radiofonica teagrale fumettistica, edizione digitale eccetera). Più cose cedi, più ti devono pagare.
    – quanto dura il contratto. Il massimo di legge è 20. A me pare che 10 sia una cosa ragionevole con un grande editore, 5 con un piccolo. Ma si può fare diverso.
    – se è indicato come e a quali condizioni il contratto può essere rescisso dall’autore.
    – se è indicato cosa accade se il libro va esaurito, o viene macerato.
    – se è prevista un’opzione sui futuri libri (non va accettata, a meno che non sia appositamente pagata con una somma a parte).
    – che i diritti d’autore siano congrui: e qui dipende da un sacco di cose. Un romanzo presso un editore grande dovrebbe avere almeno il 10, e meglio se il 15%. A un editore piccolo è proprio da spilorci chiedere più del 7-8%. Le edizioni economiche rarissimamente superano il 6%, La manualistica ha un funzionamento tutto diverso dalla narrativa, Idem la saggistica.
    – che la data di validità del contratto decorra dalla data di firma.
    – se è previsto un anticipo, e quando l’editore si impegna a pagarlo (alla firma del contratto, alla consegna del testo definitivo, alla pubblicazione, frazionato ecc.).
    – che sia prevista una regolare rendicontazione (di solito il rendiconto si fa in maggio, e l’eventuale pagamento è a 30 giorni).
    – se i proventi dei diritti secondari vengono divisi equamente tra autore ed editore (di solito si fa a mezzo), e se la quota spettante all’autore viene pagata al momento della riscossione (meglio) o finisce nella rendicontazione.
    – ecc.

    Antonio: “…Ed allora il gioco a cui ci hai invitato a partecipare GM può avere un senso se effettivamente aiuta a capire, attraverso le domande e le risposte, come ognuno possa veramente riuscire a far accettare un testo, che abbia un minimo di interesse dal punto di vista letterario, capire cioè cosa rende interessante un testo in generale, ed in particolare per un editore”.
    Calma, calma. Per far accettare un’opera letteraria, bisogna innanzitutto scrivere una bella opera letteraria o un’opera letteraria facilmente vendibile, o una bella opera letteraria facilmente vendibile.
    Il resto, sono dettagli.

    Eleonora: “c’è qualcosa che può, genericamente (suppongo che in parte vari da persona a persona, essendo fatta l’editoria di persone) indisporre un editor verso un autore (formattazione del testo, autocelebrazione, tentativi di corruzione poi smentiti con un serafico “scherzo!”, narrazioni di quanto alla mamma e agli amici la storia è piaciuta…)?”.
    Un editor è un professionista e deve comportarsi come tale. Se l’autore di un’opera letteraria bella è una creatura insopportabile, bisogna sopportarlo.

    Spulcialibri: “Perché una grande casa editrice, se si ritrova a dover scegliere tra il pubblicare un esordiente italiano e uno americano/inglese o comunque straniero, scarta a prescindere quello italiano e punta sul secondo?”.
    Non è vero che una grande casa editrice, se si ritrova a dover scegliere tra il pubblicare un esordiente italiano e uno americano/inglese o comunque straniero, scarta a prescindere quello italiano e punta sul secondo.
    E’ vero che di un libro già uscito in un altro paese occidentale si sa già – con minimo margine di errore – se venderà bene o no.

    Spulcialibri: “E’ vero che le segreterie delle grandi case editrici valutano un manoscritto facendo riferimento unicamente alla prima pagina dello stesso? E che in base a questo decidono cosa deve finire (o meno) nelle mani degli editor?”.
    Non è vero che le segreterie delle grandi case editrici valutano un manoscritto facendo riferimento unicamente alla prima pagina dello stesso.

    Spulcialibri: “E’ vero che il 95% dei manoscritti ricevuti dalle grandi case editrici non viene letto?”.
    No.
    Ci sono alcune case editrici (es. Feltrinelli) che dichiarano pubblicamente di non leggere i testi genericamente inviati alla casa editrice.

    Spulcialibri: “I concorsi letterari (regionali, di nicchia, organizzati dalle biblioteche, ecc.) fanno curriculum per uno scrittore che si propone a una grande casa editrice? Se nella lettera di presentazione comunico i miei piccoli successi locali, ho maggiori speranze che il mio romanzo sia almeno letto e non spedito direttamente nella spazzatura senza una sola occhiata?”.
    No: il contrario. I piccoli concorsi non contano nulla. Mostrar di dare valore a questi concorsi è cosa che fa pessima impressione.
    L’unico concorso per inediti che ha senso è il Premio Calvino. E infatti gli editori si accalcano alla premiazione.

    Spulcialibri: “Far tradurre il proprio romanzo in altra lingua e pubblicarlo all’estero per poi farlo rientrare in Italia è consigliabile? Ci sono maggiori possibilità di pubblicazione?”.
    Non ho idea. E’ una cosa che succede rarissimamente. Non credo peraltro sia più semplice farsi pubblicare in Germania o in Gran Bretagna, soprattutto se non si è stati pubblicati in Italia.

    Spulcialibri: “Cosa deve sapere un esordiente su un contratto editoriale? Come salvarsi da eventuali fregature?”.
    Vedi sopra. L’esordiente, comunque, deve sapere che un contratto va
    – letto,
    – riletto,
    – discusso,
    – fatto oggetto di richieste di chiarimento e spiegazione,
    – ridiscusso.
    Ho visto un sacco di gente firmare contratti dei quali non aveva capito il contenuto o che addirittura non aveva letto. Ho visto un sacco di gente convinta che ogni proposta sia “prendere o lasciare” (non è così).

    Spulcialibri: “Come si trova un agente letterario accreditato?”.
    Cercàndolo. Vedi sopra le indicazioni di “Agenda letteraria” ecc.

    Spulcialibri: “Perché i grandi editori continuano a domandare manoscritti inviati tramite posta cartacea invece che attraverso le email (meno dispendiose per il mittente, più facili da smaltire per il destinatario e mezzo principe per non sprecare carta inutilmente)?”.
    1. Per scaricare i costi di stampa sugli aspiranti autori.
    2. Per selezionare. (Da quanto ho dichiarato che avrei accettato solo testi spediti via posta elettronica, ricevo il doppio di testi).

    Poi continuo.

  55. Antonio Says:

    Premesso che non sempre una bella opera letteraria è facilmente vendibile, a meno che per bello non si debba intendere, appunto, vendibile, sembra chiaro che un editore è più interessato a pubblicare un’opera facilmente vendibile, che una bella opera letteraria e basta.
    Se poi la bella opera letteraria è anche facilmente vendibile, meglio ancora.
    Tradotto in altri termini, mi sembra che è più probabile che una qualsiasi opera facilmente vendibile venga considerata un’opera letteraria piuttosto che una bella opera letteraria risulti facilmente vendibile.
    Detto questo, chi decide quando un testo è un’opera letteraria o un’opera letteraria facilmente vendibile? In base a quali parametri di valutazione? Da cosa dipende la vendibilità e, in definitiva, come si fa a capire se un testo è una bella opera letteraria?

  56. vbinaghi Says:

    @Giulio
    Gli editori che, previamente contattati, accettano un testo in lettura, non assicurano MAI un tempo determinato entro il quale leggere il medesimo. Se interpellati a riguardo usano espressioni tipo “nel più breve tempo possibile”. Il che significa non sapere organizzare un lavoro e far pagare i costi psicologici di questa improvvisazione all’anello debole della catena, cioè l’autore.

  57. Antonella Says:

    Giulio, innanzitutto grazie per il suo chiarimento sugli aspetti da controllare in un contratto; dopodiché, mi riferivo ad Alessandro D’Avenia… purtroppo non ho più sottomano il link dove ho letto la notizia che ho riportato. Personalmente, io credo che lui scriva molto bene. Ovviamente non conosco il lavoro di editing che è stato necessario applicare al suo testo, ma quello che in effetti mi chiedo è: è possibile che lui sia stato accolto così bene in Mondadori perché il romanzo era – magari – quasi pronto da mandare in stampa, si rivolgeva già ad un pubblico ben circoscritto, i personaggi erano ben definiti, non c’erano errori ortografici né contraddizioni interne e “sottigliezze” di questo tipo? Grazie ancora!

  58. Barbara Bigagli Says:

    Grazie a tutti, soprattutto alla generosità di Mozzi.
    Ci sono più dritte in questa discussione che in qualsiasi altro posto.

    – Gli editori tengono conto della volontà di un Autore di fare questo mestiere, di continuare a scrivere? Se sì, come fanno a valutare questo elemento?

  59. Andy Says:

    Che tipo di professionalita’ hanno gli editor e quelli che lavorano con loro? Ci sono ex-scrittori, scrittori attivi, scrittori falliti o semplicemente mancati? Hanno fatto l’universita’ e se si’, e’ un fatto incidentale oppure esistono corsi in grado di generare le professionalita’ che lavorano nelle case editrici? Esistono dei lettori veloci, capaci di decifrare un manoscritto con una sfogliata rapida ed in base a questa decidere se andare avanti nella valutazione?
    E se si’, quali sono i trucchi del mestiere (ricordo di aver letto qualcosa a proposito della pagina 70 come di quella rivelatrice del valore di un romanzo e roba del genere)?
    Se un manoscritto supera la prima scrematura e viene giudicato meritevole di pubblicazione, si fanno delle valutazioni anche sulla persona? Intendo dire, un romanzo diventa piu’ allettante se dietro l’auotre si intravede anche un personaggio?
    Esiste davvero il “reparto di verifica dei fatti”?
    Perdona l’uso dell’apostrofo in luogo degli accenti scorretti, ma scrivo da una tastiera austriaca che manca delle vocali pre-accentate.

    Poi, in che percentuale i manoscritti vengono scartati dopo le prime trenta pagine?
    In questa fase il titolo e’ importante?

    Grazie per l’opportunita’, attendo conferme.

  60. Giulio Mozzi Says:

    Una risposta dettagliata ad Antonio.

    Antonio: “Premesso che non sempre una bella opera letteraria è facilmente vendibile, a meno che per bello non si debba intendere, appunto, vendibile, sembra chiaro che un editore è più interessato a pubblicare un’opera facilmente vendibile, che una bella opera letteraria e basta. Se poi la bella opera letteraria è anche facilmente vendibile, meglio ancora”.
    Be’: se ho distinto tra bellezza e vendibilità dell’opera letteraria, Antonio, è appunto perché bellezza e vendibilità sono qualità indipendenti tra loro.
    Qui faccio un approfondimento. Bisogna distinguere tra vendibilità a breve termine e vendibilità a lungo termine. La vendibilità a breve termine è ciò che viene comunemente chiamata “vendibilità”; la vendibilità a lungo termine è ciò che viene comunemente chiamata “bellezza”.
    Ovvero: l’editore si arrischia a pubblicare opere che non gli sembrino vendibili a breve termine, se e solo se pensa che potranno essere vendibili a lungo termine. Beckett cominciò pubblicando tirature minime, ma gli editori che lo misero sotto contratto alla lunga fecero un mucchio di quattrini.

    Antonio: “Tradotto in altri termini, mi sembra che è più probabile che una qualsiasi opera facilmente vendibile venga considerata un’opera letteraria piuttosto che una bella opera letteraria risulti facilmente vendibile”.
    No. Qui, caro Antonio, c’è del pregiudizio negativo da parte tua. Gli editori non sono scemi, e quando a causa della vendibilità a breve termine pubblicano un’opera letteraria non bella, sanno benissimo cosa stanno facendo.

    Antonio: “Detto questo, chi decide quando un testo è un’opera letteraria o un’opera letteraria facilmente vendibile?”.
    Decide chi lo pubblica. L’editore. Gli editori servono a questo. Non per nulla esistono editori dei quali ci fidiamo di più, ed editori dei quali ci fidiamo di meno.

    Antonio: “In base a quali parametri di valutazione? Da cosa dipende la vendibilità e, in definitiva, come si fa a capire se un testo è una bella opera letteraria?”.
    La bellezza è una cosa che si vede: punto. Non si può argomentare un giudizio di bellezza.
    La vendibilità dipende dalla possibilità di far parlare dell’opera. Dell’opera si parla se tocca temi che interessano la chiacchiera pubblica. Ciò non ha nulla che fare con la bellezza.

  61. Giulio Mozzi Says:

    Un po’ di risposte in dettaglio a Andy.

    Andy: “Che tipo di professionalita’ hanno gli editor e quelli che lavorano con loro? Ci sono ex-scrittori, scrittori attivi, scrittori falliti o semplicemente mancati? Hanno fatto l’universita’ e se si’, e’ un fatto incidentale oppure esistono corsi in grado di generare le professionalita’ che lavorano nelle case editrici?”.
    Tra gli editor (ricordo che editor = colui che decide che cosa si pubblica) c’è di tutto. Ci sono scrittori come Antonio Franchini (Mondadori) ed Ernesto Franco (Einaudi), e poeti come Antonio Riccardi (Mondadori), Nicola Lagioia (minimum fax). C’è gente laureata in tutte le discipline del mondo: prevalentemente umanistiche, sì, ma non necessariamente Letteratura. Ma anche in posizione sottoposta agli editor – come redattori, o come editor junior – lavorano persone che hanno pubblicato ottimi libri: ad esempio Rosella Postorino (Einaudi Stile libero). Questo succede anche nelle piccole case editrici: in Laurana c’è Gabriele Dadati, con alle spalle due romanzi e un libro di racconti assai bene accolti. (Chiedo scusa se prendo esempi dalle realtà più vicine a me: ma son quelle, ovviamente, che conosco meglio).
    Direi che conosco più buoni scrittori, in quelle posizioni, che scrittori falliti o mancati.
    Esistono scuole di buon livello che formano al lavoro editoriale. Basta fare un giro in rete con un motore di ricerca. Sconsiglierei i corsi troppo brevi. Consiglio quelli della Fondazione Mondadori.

    Andy: “Esistono dei lettori veloci, capaci di decifrare un manoscritto con una sfogliata rapida ed in base a questa decidere se andare avanti nella valutazione?”.
    Esistono, sì. Sono quarantadue, sparsi in tutto il mondo. Io sono uno di loro.

    Andy: “E se si’, quali sono i trucchi del mestiere (ricordo di aver letto qualcosa a proposito della pagina 70 come di quella rivelatrice del valore di un romanzo e roba del genere)?”.
    La faccenda di pagina 70 è evidentemente una cazzata. Il mestiere di scegliere libri è un mestiere serio: i “trucchi” sono roba tra truffatori e incantabissi.

    Andy: “Se un manoscritto supera la prima scrematura e viene giudicato meritevole di pubblicazione, si fanno delle valutazioni anche sulla persona? Intendo dire, un romanzo diventa piu’ allettante se dietro l’autore si intravede anche un personaggio?”.
    Ma: se l’autore o autrice ha personalità da vendere (sottolineo il vendere), all’editore non dispiace.

    Andy: “Esiste davvero il ‘reparto di verifica dei fatti’?”.
    La domanda mi è oscura. Posso avere qualche spiegazione in più?

    Andy: “Poi, in che percentuale i manoscritti vengono scartati dopo le prime trenta pagine?”.
    Rispondo per me. Scarto dopo 30 pagine circa il 90% dei testi che prendo in esame. Ovvero, scarto ogni anno circa mille testi su millecento/millecentocinquanta.

    Andy: “In questa fase il titolo e’ importante?”.
    No.

  62. Andy Says:

    Innanzitutto, grazie.

    Il “reparto verifica dei fatti” dovrebbe essere quella funzione all’interno della casa editrice che si preoccupa di verificare la veridicità di affermazioni all’interno del libro destinato alla pubblicazione qualora queste affermazioni si prefiggano l’obiettivo di essere vere. Ad esempio, se lo scrittore XX fa precipitare il protagonista da un aereo della Emirates sulla tratta Dubai-Londra, il reparto dovrebbe accertarsi della effettiva copertura della compagnia suddetta in tale tratta. Oppure la corretta ubicazione di capoluoghi di provincia, momenti storici, eventi politici che facciano da teatro al romanzo: ci fa lavorare il suo altre-ego jay macinerney ne “Le mille luci di new york” e lo descrive come un lavoro kafkiano e antitetico alle aspettative di un rampantino aspirante scrittore.
    Perdona la prolissità e concedimi un ultimo quesito:
    nonostante tutte le difficoltà che interpongono tra l’esordiente e la prima pubblicazione, non è proprio la scoperta di un nuovo talento (commerciale o letterario o entrambe le cose) una delle massime mission di qualsiasi casa editrice? Cioè, se la letteratura fosse veramente fatta solo dai soliti noti (i Fabio Volo e le Benedetta Parodi per citare i più citati, senza dimenticare che anche loro ad un certo punto della vita devono essere stati esordienti) avrebbe senso alimentare inutilmente le velleità di tanti aspiranti scrittori solo per una questione di facciata?

    La risposta, in fin dei conti, la conosco già, ma mi piacerebbe sentirla da un addetto ai lavori.

    Ciao e grazie ancora.

  63. annaritaverzola Says:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/liste-editori-a-pagamento-e-doppio-binario/
    Dopo aver curiosato il link di cui sopra, mi domando come sia possibile che esistano editori a doppio binario i quali, se non ho capito male, pubblicano a volte dietro pagamento e a volte no. In base a quale criterio? Allora è meglio non prendere in considerazione neanche loro.
    Risposte molto interessanti, da rileggere con calma. Grazie.

  64. luciamarchitto Says:

    Sicuramente prima di mandare un libro a un editore bisogna informarsi sulla sua linea editoriale, sulle modalità di invio del manoscritto e sull’aspetto meramente tecnico che va dall’impaginazione alla scelta del carattere nonché del formato e privo di errori.
    A volte quando si scrive e si riscrive e si riscrive ancora e si conosce il testo a memoria si fa fatica a vedere gli errori dovuti magari al copia incolla, al taglia e così via, per cui è bene dare il testo in lettura a una persona padrona della materia che ne sottolineerà gli errori e magari farà dei suggerimenti laddove il testo non è molto chiaro.
    Dopo sarebbe opportuno darlo in lettura a varie tipologie di lettori: dal giovane al meno giovane e all’anziano, dal lettore accanito al lettore medio e, infine, a una persona che legge poco.
    Se il testo risulterà comprensibile a tutti lo si manda a un editore, perlomeno questo è il metodo che io ho adottato.
    Questo metodo non ci dice sicuramente che quello che abbiamo scritto è un’opera di qualità né che sia bello, ci dice però che è leggibile.
    Poi scelto l’editore lo si manda, si aspetta un certo periodo di tempo, periodo di tempo che a volte è precisato nel sito dell’editore, dopodiché si invia ad un altro.
    Poi credo che tutto sia dovuto a:
    trovare la persona che lo legge a cui piace la tua scrittura,
    trovare la persona che lo legge a cui interessa molto l’argomento trattato ecc..
    A volte succede di trovare la persona giusta al momento giusto (giusto per l’autore del libro), a volte succede invece che un libro sia un capolavoro per cui chiunque lo leggerà non potrà fare altro che pubblicarlo, altre volte succederà che il libro è un capolavoro ma sconvolge/travolge tutti i canoni conosciuti tanto da non farsi riconoscere come capolavoro ed essere cestinato.
    Nella maggioranza dei casi sono invece libri inutili, brutti e allora e per fortuna non saranno pubblicati.
    Ma cosa fa sì che un libro sia bello?
    Ma quando si può dire che è di qualità?
    Chi può dire che un libro è bello?
    Chi può dire che è di qualità?
    Essendo queste due cose strettamente legate al gusto del lettore e non essendoci dei protocolli, delle regole da poter applicare per soppesarne la qualità come si fa a stabilirla?
    Certo ci si può affidare a chi fa questo lavoro di selezione da anni, alla sua esperienza, alla sua onestà intellettuale e umana, ma è sempre e comunque una questione di gusto e, anche, di fortuna: trovare la persona giusta (per quel libro) al momento giusto.

  65. Antonio Says:

    Grazie per le risposte, penso sia davvero un lavoro faticoso quello di leggere i post e provare a dare una risposta a tutti.
    Consentimi nondimeno ancora un altro quesito:
    è corretto inviare un manoscritto a più editori contemporaneamente?

  66. aquanive Says:

    sempre illuminanti e istruttivi i tuoi post sulla scrittura…

  67. Giulio Mozzi Says:

    Antonio: “E’ corretto inviare un manoscritto a più editori contemporaneamente?”.
    Non ci vedo niente di male.

    Gloria Gerecth: “Sono un’esordiente che ha avuto la fortuna di una pubblicazione da una casa editrice piccola, ma nota. […] Il fatto è che il libro […] non ha avuto nessuna promozione, ho dovuto cercarmi da sola delle recensioni, organizzarmi una presentazione, la distribuzione è inesistente, la reperibilità zero. […] Anche questa forma di editoria andrebbe esaminata. Serve a qualcosa?”.
    Una domanda per te, Gloria: prima di accettare la proposta di Transeuropa, hai provato a controllare in quante e quali librerie di Roma si trovano i libri Transeuropa?

    Antonella: non conosco la storia editoriale di D’Avenia; quindi non poso rispondere alla domanda su di lui.
    Posso dire che se un romanzo è bene scritto, ben rifinito, con bei personaggi, eccetera, ha sicuramente più probabilità di essere pubblicato che un romanzo non bene scritto, non rifinito, con personaggi appena abbozzati eccetera. Ma mi pare che qui andiamo sull’ovvio…

    Andy: “Il ‘reparto verifica dei fatti’ dovrebbe essere quella funzione all’interno della casa editrice che si preoccupa di verificare la veridicità di affermazioni all’interno del libro destinato alla pubblicazione qualora queste affermazioni si prefiggano l’obiettivo di essere vere”.
    In Italia questa cosa si chiama, più umilmente: redazione.

    Andy: “Nonostante tutte le difficoltà che interpongono tra l’esordiente e la prima pubblicazione, non è proprio la scoperta di un nuovo talento (commerciale o letterario o entrambe le cose) una delle massime mission di qualsiasi casa editrice? Cioè, se la letteratura fosse veramente fatta solo dai soliti noti (i Fabio Volo e le Benedetta Parodi per citare i più citati, senza dimenticare che anche loro ad un certo punto della vita devono essere stati esordienti) avrebbe senso alimentare inutilmente le velleità di tanti aspiranti scrittori solo per una questione di facciata?”.
    (Be’, i libri di Benedetta Parodi non sono comunque “letteratura”, nel senso che si dà comunemente oggi a questa parola: sono manuali).
    Quanto alla prima domanda, rispondo:
    1. non di qualsiasi casa editrice, ma di qualsiasi casa editrice che voglia vivere di novità letterarie italiane, o ricavare buona parte dei propri profitti dalla pubblicazione di novità letterarie italiane.
    2. si può lasciare il lavoro di ricerca agli agenti o ai famosi “piccoli editori”, che però oggi non sono più i “piccoli editori” di una volta…
    Quanto alla seconda domanda: chi è che “alimenta le velleità di tanti aspiranti scrittori”? Gli editori? Siamo sicuri? Io che son qui a dire e ripetere che uno su mille dei testi che ricevo mi sembra pubblicabile, sto alimentando le velleità di qualcuno?

    Annarita Verzola: “mi domando come sia possibile che esistano editori a doppio binario i quali, se non ho capito male, pubblicano a volte dietro pagamento e a volte no. In base a quale criterio?”.
    Il criterio è semplice. Si fanno due collane (a volte addirittura due marchi). In una si pubblicano i libri di chiunque, purché paghi. Nell’altra, con i soldi fatti con la prima, pubblichi i libri che ti sembrano belli.
    Ovviamente la collana a pagamento avrà una grafica orribile e kitsch; quella d’elezione avrà una grafica elegantissima. La prima non andrà in libreria (al massimo in quelle della città in cui abita lo sventurato), la seconda sì.

    Lucia Marchitto: “Ma cosa fa sì che un libro sia bello?”.
    La sua bellezza.

    Lucia Marchitto: “Ma quando si può dire che è di qualità?”.
    Quando non è bello, secondo me.
    (Le mie opinioni in proposito sono forse un po’ bizzarre: le ho esposte qui).

    Lucia Marchitto: “Chi può dire che un libro è bello?”.
    Chiunque.

    Lucia Marchitto: “Chi può dire che è di qualità?”.
    Una persona competente.

    Lucia Marchitto: “Essendo queste due cose strettamente legate al gusto del lettore e non essendoci dei protocolli, delle regole da poter applicare per soppesarne la qualità come si fa a stabilirla?”.
    No, la qualità è soppesabilissima. E’ la bellezza, che sfugge a ogni tentativo di misurarla.

  68. luciamarchitto Says:

    Innanzitutto grazie per la risposta, ma se la qualità è soppesabilissima come e quali sono i mezzi per soppesarla?

  69. luciamarchitto Says:

    Lucia: “Ma quando si può dire che è di qualità?”.
    Giulio “Quando non è bello, secondo me”

    Quindi un libro bello non è di qualità? Allora a cosa serve la qualità a produrre libri brutti?
    E la bellezza quindi serve a produrre libri senza qualità?

  70. Gloria Gerecht Says:

    No, Giulio: non ho controllato perché con la stessa casa editrice avevo avuto un’ottima visibilità (interviste, presentazioni, critiche…) in occasione dell’uscita di una loro antologia in cui ero entrata per concorso.
    Essendo un’esordiente non mi aspettavo certo di essere in vetrina da Feltrinelli con la mia attuale raccolta, ma un minimo di appoggio da parte dell’editore cui avevo fatto buon gioco in precedenza, sì.
    Mi chiedo quindi cosa si debba aspettare un’esordiente da una simile esperienza e cosa debba imparare. Mi spiace apparire critica o addirittura presuntuosa, ma per me è stato un grande e inaspettato traguardo seguito da un deludente silenzio. Sinceramente pubblicare così induce in false aspettative.
    Grazie per la risposta! Mea culpa?

  71. Felice Muolo Says:

    Ingiunzione di pagamento. Come faccio a farla? Uno dei tanti esempi che mi stanno capitando. Un distributore online ha pubblicizzato massicciamente un mio romanzo per un anno intero. Nel rendiconto dell’editore non trovo traccia delle vendite di detto distributore. Chiedo notizie al distributore e mi dicono che non ne danno agli autori.
    Pubblicare è difficile, ricavaci qualcosa è impossibile?

  72. carlocapone Says:

    Off Topic ( e me ne scuso, ma la cosa urge e penso che una modesta esperienza possa comunque tornare utile per chi è agli inizi)

    Parto dall’affermazione di Giulio secondo cui “uno su mille dei testi che ricevo mi sembra pubblicabile”, intanto per concordare ( credo che il numeretto diminuisca se risultante dal rapporto testi pubblicati su testi pervenuti ) e poi per farmi una domanda: ma chi si imbarca in una qualsiasi avventura in cui ha solo lo 0,1 % di riuscita? io credo nessuno, a meno di essere o un pazzo o un incosciente o Cristoforo Colombo. Probabilmente lo scrittore è queste cose insieme e la sua qualità sta nell’essere risucito a superare questa (sacrosanta) carneficina. E però: ne valeva la pena per gli altri 999?
    Forse sì, sia pure con riserva, ma bisogna tenere conto che anche dopo la prima pubblicazione il calvario non è finito. Un grande editor, che stimo moltissimo, rivelava di scrittori con quattro cinque pubblicazioni che magari gli telefonano come scolaretti e lui li scarta per varie ragioni.

    Per onestà di esposizione: io l’ho fatto, e furono magnifici anni e crudeli. Ricordo in particolare di quando mandai il manoscritto del mio primo romanzo -che giudicavo decente – a un bravo editore ( di cui ignoravo tutto) il quale mi scrisse che quello non sembrava il testo di un esordiente ma di uno scrittore affermato e che insomma lo considerava valido ma, loro non pubblicavano quel genere lì. Anche perchè, più o meno concluse, per complessità di contenuti quel libro una majior se lo poteva permettere, un piccolo ( e onesto) no.
    Per inciso, poichè avevo 50 anni non volli aspettare manco 1 minuto in più e mi imbarcai su una carretta. Ma va bene lo stesso, non me ne fregava poi tanto di diventare famoso, io dovevo far presto e così sia. E ci ho pure guadagnato alcuni soldi.

    Mi scuso ancora con Giulio Mozzi per l’OT.

  73. Giulio Mozzi Says:

    Lucia Marchitto: se segui il link che ho messo nelle risposte a te, trovi la risposta alle tue ulteriori domande.

    Gloria Gerecht: ma l’antologia era un “evento” (perché mai erano state fatte, a mia memoria, in Italia, antologie riservate agli “over”). Il tuo libro di racconti invece
    – è, di per sé, un libro normale;
    – sta in una collana che è programmaticamente a tiratura minima (se non sbaglio),
    – sta in una collana bizzarra, con cd allegato eccetera: un prodotto più da vendere nelle fiere e nei saloni del libro che da libreria.

    Felice Muolo: il fatto che un libro sia stato offerto da un distibutore online non comporta che ne siano state vendute delle copie.
    I venditori online che vendono effettivamente sono: Amazon, Ibs, Libreria Universitaria, Bol, Hoepli, Feltrinelli. Mi pare che tutti gli altri siano robetta. (M’inganno? Qualcuno sa dirmi se m’inganno?).

    Carlo Capone: “ma chi si imbarca in una qualsiasi avventura in cui ha solo lo 0,1 % di riuscita? io credo nessuno, a meno di essere o un pazzo o un incosciente”.
    E in effetti, io lo faccio solo perché c’è un editore che mi paga lo stipendio.

  74. Andrea D'Onofrio Says:

    Che io sappia c’è anche http://www.gorilla.it/ , non conosco le cifre ma tempo fa lessi che vendeva bene
    (non vende solo libri tecnici, c’è di tutto, ma ben nascosto!)

  75. Felice Muolo Says:

    Il distributore a cui alludevo fa parte della lista. E il consiglio che volevo era un altro ma va bene così.

  76. Annalisa Bruni, Venezia Says:

    Arrivo tardi e in questo momento non ho tempo di leggere tutti i contributi. Forse è già stata posta, ma una domanda potrebbe essere, secondo me: come scrivere una lettera d’accompagnamento efficace per presentare ad un editore il proprio manoscritto (o la sintesi del manoscritto)?
    John Fante era un genio, in questo, ad esempio.

  77. Antonella Says:

    “Antonella: non conosco la storia editoriale di D’Avenia; quindi non poso rispondere alla domanda su di lui.
    Posso dire che se un romanzo è bene scritto, ben rifinito, con bei personaggi, eccetera, ha sicuramente più probabilità di essere pubblicato che un romanzo non bene scritto, non rifinito, con personaggi appena abbozzati eccetera. Ma mi pare che qui andiamo sull’ovvio…”
    Giulio, ovvio che andiamo sull’ovvio! Sicuramente per lei; per me anche – almeno spero – ma quell’uno solo su mille che, parafrasando Morandi, ce la fa dimostra, a mio avviso, che in genere non è così ovvio… Mi perdoni, sono presuntuosa, tra qualche mese forse non sarò più così sicura di me… comunque sono del tutto d’accordo con ogni cosa che afferma, e certamente non la insulterei se mi dicesse che il mio romanzo è brutto! un pochino morirei di dolore, ma anche quella è un’altra storia…
    Comunque, ho rintracciato lo stralcio di intervista di D’Avenia, su Libero del 26 febbraio 2010: “[…] ho mandato il manoscritto a due case editrici italiane. La Mondadori, in particolare Antonio Franchini, mi ha chiamato dopo una settimana: – Questa telefonata è un contratto”.
    Tutto ciò, ci tengo a precisarlo, non allo scopo di “ribattere”, ma per non perdere di vista il fatto che, oltre ai già citati Volo e Parodi (nei confronti dei quali io comunque non nutro alcuna rabbia né alcuna invidia, come pure nei confronti dei calciatori-scrittori che però mi pare non diano mai fastidio a nessuno, chissà perché il calcio in Italia non si tocca – a me Volo è simpatico), come dice lei ci sono tanti altri nelle librerie, e magari un giorno, se continuo a leggere e a studiare, e certamente con un pizzico di fortuna, ci sarò anch’io.
    Continuo a seguire, mi sembra di aver già blaterato abbastanza…
    Grazie ancora!

  78. vbinaghi Says:

    Uno che scrive da cani come D’Avenia ma ha imbroccata la polpetta sentimentale su cui l’editore di cassetta ha fatto un grosso investimento, dovrebbe avere almeno il pudore di non dare a bere simili sciocchezze. Se con tanto di agente letterario a spingerti riesci a far leggere un libro in Mondadori nel giro di un mese puoi già dirti MOLTO fortunato, a meno che i giri siano altri e il libro sia stato già raccomandato da qualcuno che in Mondadori risulti MOLTO affidabile.
    Io sinceramente mi sono rotto il cazzo di queste buffonate, e anche di chi, sapendo bene che sono tali, non le smentisce pubblicamente. L’unica cosa onesta e necessaria che ho letto in questo thread è che un testo su mille di quelli che si propongono alla pubblicazione vale almeno la carta su cui è scritto. Non ho l’esperienza di Giulio ma ho selezionato testi per anni, per Mursia e per il mio agente letterario. Prima di qualsiasi cosa bisognerebbe che chi si mette a scrivere sappia veramente se ha una storia da raccontare o una riserva emotiva inespressa da riversare sul mondo (sperando ovviamente di essere ricambiato in attenzione)
    In molti casi, l’equivoco viene alimentato dalla facile esposizione ed auto-pubblicazione che consente la Rete, che richiama gran complimenti e pacche sulle spalle tanto più abbondanti in quanto a costo zero. Quando poi, magari a pagamento, avrai pubblicato il tuo romanzo, tutta questa gente si guarderà bene dal comprarlo perchè questa è la Rete: passaggi, letture fugaci e frivolezze, e per giunta chi sta tutto il giorno sui blog legge ben poco che non si trovi su un blog.
    Meglio dedicarsi a quell’esercizio spirituale ed estetico che è la lettura, e meditare queste parole di Berardinelli:
    “Il primo rischio per il lettore, il più originario e fra i più gravi, è il rischio di diventare, di voler diventare, scrittore; oppure, anche peggio, critico.”

  79. Giulio Mozzi Says:

    Felice, il mio consiglio è: fìdati del tuo editore, oppure càmbialo. E ricorda che è possibile avere un libro in vendita e non venderne.

  80. Domenico Calcaterra Says:

    Qualche consiglio specifico per chi vorrebbe pubblicare saggi di critica letteraria, ovviamente non a pagamento. Ha senso inviarli a case editrici medio-grandi oppure bisognà sempre rimanere soggetti allo strapotere dei famigerati editori a pagamento che pubblicano tutte le merde possibili purché si pagni?…
    Grazie.

  81. Marisa Salabelle Says:

    Ho esitato molto prima di intervenire con un commento, mi hanno persuaso le parole di Binaghi. Sono uno dei tanti “scrittori incompresi”. Citando le parole di Binaghi, credo di avere “una storia da raccontare o una riserva emotiva inespressa da riversare sul mondo”. Credo di avere anche una lingua per farlo. Il manoscritto che mi sto ostinando a mandare in giro non è affatto simile a quel 99 per cento di cui solitamente parlano i lettori, editor o talent scout : storie senza capo né coda, frammenti, robaccia scritta da analfabeti… Il mio è un romanzo, ovviamente potrà piacere o meno, ma ha una storia coerente, personaggi che mi sembrano ben rappresentati ed è scritto in ottimo italiano, con uno stile personale, che naturalmente il lettore potrà apprezzare o no. Se guardo le cose che vengono pubblicate, se guardo anche le cose che escono sulle riviste on line, se leggo certi elogi sperticati che gli autori si scambiano l’un l’altro o se leggo, viceversa, certi contributi ipercritici dai quali non si capisce proprio che cosa vogliono leggere questi lettori così esigenti, se vedo soprattutto che chi viene pubblicato è noto, conosciuto, è a sua volta un editor, oppure è allievo di una delle tante scuole di scrittura che ormai sembrano diventate imprescindibili per qualsiasi persona voglia scrivere, come se prima che esistessero le scuole di scrittura nessuno fosse in grado di scrivere un libro… Se rifletto su tutte queste cose, capisco fin troppo bene perché il mio libro non abbia nessuna chance di venire pubblicato. Ma che perlomeno non si dica che chi, contando solo sul proprio lavoro (che, s’intende, può aver sopravvalutato…) cerca faticosamente di farsi conoscere debba figurare come uno sventurato che non sa nemmeno impaginare un dattiloscritto, un analfabeta che non conosce l’ortografia o che scrive cose orribili, o infine che si creda il novello Proust misconosciuto o il prossimo Morselli sull’orlo del suicidio… questo per favore risparmiatecelo.

  82. Pasquale Stringimi Forte Says:

    cosa legge uno scrittore? o uno che vorrebbe fare lo scrittore?
    perché volersi far pubblicare a tutti i costi?
    la scrittura come forma di auto-terapia non dovrebbe coincidere col volersi far pubblicare a tutti i cosi: l’affermazione è giusta o no?
    volersi far pubblicare = voler diventare famosi?
    volersi far pubblicare = pensare di avere qualcosa da dire per il mondo?
    e perché il mondo dovrebbe sentire un esordiente, uno sconosciuto?
    insomma: motivazioni intime dello scrivere!

  83. manu Says:

    a vbinaghi: ‘prima di qualsiasi cosa bisognerebbe che chi si mette a scrivere…’ e citazione di Berardinelli.

    finalmente! la stessa cosa vale in pittura, dipingere o disegnare non significa essere artisti del pennello o della grafica, e se le gallerie fanno il loro lavoro, ovvero trarre profitto dalla vendita di opere esposte – son finiti i tempi del gallerista che coltiva e propone talenti, tranne qualche rara eccezione – è pur vero, secondo me, che un critico d’arte può scegliere, e soprattutto DEVE DIRE NO quando è evidente che all’artista che dovrebbe presentare è impossibile dire si. Non esistono stroncature tra le recensioni di mostre, o sono rarissime, vuoi che tutto e tutti siano da salvare? a chiunque guardi in modo disincantato e critico appunto, appare chiaro che non è così.
    La responsabilità prima è l’onestà intellettuale del presunto autore, ma immediatamente dopo vengono i selezionatori e non ultima la critica.
    E se è vero quanto dice lo stesso Alfonso Berardinelli, che ‘la poesia non ha bisogno di essere difesa, si difende da sola’ questo dovrebbe bastare a zittirci tutti, in un lampo.
    In buona sostanza: occorre talento per la cattiveria.

  84. Mauro Baldrati Says:

    Giulio, speravo di avere un tuo parere sul mio dubbio tormentoso sui nomi, ma sarà per 1 altra volta.
    M

  85. Black Bart Says:

    Le agenzie letterarie. Si sente spesso dire che un esordiente che si fa seguire da un agente letterario ha molte più probabilità di riuscire a pubblicare rispetto che rivolgersi da solo all’editore. E’ vero?
    Si sente però parlare molto delle agenzie, ne nascono ogni giorno di nuove, servizi a pagamento, editing a pagamento, valutazione a pagamento e alcuni anni di vincolo contrattuale “pre contratto editoriale”. Su 10 agenzie quante secondo te sono serie e quante invece sono solo soldi buttati dalla finestra?

  86. Antonella Says:

    vbinaghi, non mi tratti come un’ingenua lettrice che non capisce, che fraintende e che è stata colta da velleità di scrittura magari dopo aver letto qualche libro scritto “da cani”… non sia ingenuo! Lei non sa niente di me, benché mi abbia già insultata.
    In ogni caso, il gusto personale è cosa ben diversa dal gusto professionale di un lettore professionale, se lei seleziona testi lo sa meglio di me. Ci sono scrittori acclamati da decenni – magari anche da lei, chi può dirlo? – che a me non dicono niente perché non hanno neanche quel poco di emotività da riversare sul mondo. Vuole per caso insegnarmi anche a leggere? Suvvia!
    Infine, chi non smentisce pubblicamente ha fatto la sua scelta, ma non è detto che gli altri non abbiano capito. Un po’ di pragmatica non guasta, nella comunicazione.

  87. anna maer Says:

    Mi chiedo per quale motivo un editore Non a pagamento, non dedichi risorse alla presentazione del libro. Gli autori stessi organizzano incontri per far circolare il libro. Da notizie recenti, lo stesso editore si fa pagare. (farà come tanti, i nomi noti li pubblica a sue spese, mentre gli sconosciuti pagano x tutti).
    Rileggerò tutto in altro momento, grazie
    an ma

  88. Alessandra Montrasio Says:

    Buongiorno Giulio.
    Credo che essenzialmente un autore alle prime armi voglia:
    – pubblicare
    – vendere ciò che ha pubblicato
    – guadagnare su quello che ha venduto.

    Sarebbe interessante avere un decalogo riassuntivo, una sorta di “tavole della legge” per riuscire a raggiungere al meglio quegli obiettivi.

    Io, invece, da un po’ di tempo mi sto interrogando sulla questione specifica: serve avere un agente? E come si trova un buon agente?

    Grazie dell’attenzione che mi ha dedicato,

    Alessandra

  89. Domenico Calcaterra Says:

    per chi volesse… Scusate.

  90. valter binaghi Says:

    Un’altra cosa che non guasta è la schiettezza.
    Per esempio nel dire senza reticenze che il mercato editoriale delle piccole case editrici si basa ormai essenzialmente sui contributi quando non direttamente economici di fornitura gratuita di testi da parte degli aspiranti autori. C’è poi molta differenza tra chiedere un contributo economico a un autore o chiedergli di scrivere gratis, senza anticipi o con anticipi risibili, sapendo che l’anticipo è l’unico denaro che l’autore vedrà mai?
    Ripassare Marx alle voci:
    feticismo della merce
    sfruttamento
    esercito industriale di riserva.
    E meno birignao, Antonella.
    A me non interessa una cippa di lei e dei suoi gusti, ma unicamente di togliere un po’ di ragnatele e illusioni a vittime probabili della cosiddetta “industria culturale”

  91. Giacomo Vit Says:

    @Giulio Mozzi:
    vorrei tu indicassi un libro uscito presso un grande editore nel 2011 che consideri ben scritto, e un altro di un editore medio-piccolo. Di narratori italiani, ovviamente. Chiedo troppo?

  92. Lucio Angelini Says:

    Aggiungo solo un dettaglio. Negli Stati Uniti un volumetto come quello commissionato a Giulio Mozzi non avrebbe molto senso, perché là gli editori si rivolgono direttamente agli agenti letterari. Dovrebbe diventare, in tal caso: “Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul conto degli agenti letterari”.

  93. Lucio Angelini Says:

    P.S. E anche lì ricomincerebbero le distinzioni tra agenti a pagamento (che leggono manoscritti più che altro per spillare soldi agli illusi della situazione) e agenti interessati a guadagnare solo DOPO la pubblicazione (quando convinti di aver messo le mani su proposte effettivamente vendibili).

  94. Felice Muolo Says:

    Giulio, non sono uno sprovveduto: mi sono ispirato al tuo primo suggerimento e ho minacciato le vie legali. Poco fa ho ricevuto una telefonata: le copie stanno saltando fuori. Una libreria ne ha addirittura comprato 30. E sono in corso “ulterioriori accertamenti”. Grazie.

  95. cinzia bomoll Says:

    E ancora meglio l’editore tradizionale o la pubblicazione fai da te in digitale con Kindle di Amazon? o meglio, il futuro è laggiù?

  96. Antonio Maria Logani Says:

    Felice Muolo, allora abbiamo capito che Giulio Mozzi, con questa discussione, ha colpito anche il portafoglio dell’editore che ti aveva pubblicato i libri ma tenendoti nascoste le vendite. Quindi ci sono editori che leggono per vederer se si parla di loro?
    Discussioni utilissime. Discussioni non per sentirsi dare ragione o una manata sulla spalla, ma discussioni per capire e aprire gli occhi nei riguardi di tanti tromboni.

    Tedeum

  97. carlocapone Says:

    Lucio Angelini ha scritto: “…. anche lì ricomincerebbero le distinzioni tra agenti a pagamento (che leggono manoscritti più che altro per spillare soldi agli illusi della situazione) e…..”

    anche questi qui ho conosciuto.Talvolta insospettabili.

  98. Antonella Says:

    Binaghi, comincio quasi a ritenerla simpatico… non mi infastidisce la sua schiettezza, ma siccome D’Avenia l’ho tirato in ballo io, mi sento tirata in ballo a mia volta quando lei si esprime in toni così aulici… se avesse solo voluto estirpare le (presunte) ragnatele nel mio cervello, avrebbe potuto illuminarmi diversamente e – ripeto – non presumere che io voglia diventare uno scrittore a pagamento. Si sbaglia di grosso. Può anche essermi sfuggito qualcosa – e sono qui a chiedere apposta – ma affibbiarmi le sue definizioni “schiette” salvo poi ribadire che non le importa dei miei gusti mi pare contraddittorio.
    Comunque, per continuare il birignao, a me piace tantissimo anche la Veladiano – che ha vinto il Calvino ed è stata pubblicata da Einaudi Stile Libero Big. Industria culturale anche quella? Non ho proprio capito nulla della vita…

  99. vbinaghi Says:

    Industra culturale non è una parolaccia, mia deliziosa Antonella: è tutto quello che crea merce con relativi profitti. Il fatto è che, come ogni settore dell’economia di mercato, ha i suoi superattici e i suoi bassifondi. A leggere Saviano ci sono grandi griffes che profittano dei laboratori clandestini gestiti dalla mafia. Del pari, in editoria ci sono attività che lucrano sul fatto di avere tanti titoli in catalogo che non si preoccupano poi di promuovere o vendere, semplicemente perchè i testi li hanno praticamente gratis, la stampa in digitale gli costa pochissimo, ma avere molti titoli permette di tenere spazi in libreria. L’anello debole sono gli autori, che scrivono gratis e vivono di illusioni. E’ meglio dirglielo o tacerglielo?
    Il libro della Veladiano è scritto bene, i personaggi sono improbabili al limite della surrealtà, ci sono incoerenze nella trama e alla fine si sgonfia. Non un granchè. Ma è una donna, esordiente cinquantenne, proclamata teologa anche se scrive su bollettini oratoriani (del resto anche la Murgia è teologa, pare), e insieme ai personaggi tratti dalla sociologia d’accatto (il precario, il tossico, la zoccola) sono molto ricercati i freaks (la donna più brutta del mondo, l’anoressica e lo psicotico). Quindi c’è l’aura desueta per l’autore e il milieu anti-borghese per la vicenda.
    Dopo l’ultimo capolavoro erotico di Melissa P, per il cerchiobottismo di StileLibero era quasi un’obbligo.

  100. Antonella Says:

    Mio caro Valter, inizio seriamente a divertirmi! Adorno e Horkheimer… nel mio cervello ci sono pochissime ragnatele, ma lei non vuol credermi. Condivido tutta la sua analisi dell’economia di mercato. Condivido l’individuazione dell’anello debole – è sicuramente meglio dirglielo, ma ho già visto che a farlo si scatena un putiferio. Ognuno è responsabile delle proprie scelte, credo.
    Concordo abbastanza con la sua critica de La vita accanto, è certamente legittima. Il cerchio e la botte ci riportano al mercato e trovo non ci sia niente di male, sta a noi scegliere l’uno o l’altra o soccombere ad entrambi… Melissa P. per me era un nome senza volto fino a pochissimo tempo fa, e lo dico in modo assolutamente neutrale. Siamo fortemente ot, ma mi permetta un’ultima osservazione: si è accorto, vero, che le è scappato un accento?

  101. Antonella Says:

    ps: non mi corregga, era una battuta! è meglio precisarlo?

  102. Silvia Zolfanelli Says:

    Se hai pubblicato racconti su riviste, è bene menzionarlo quando spedisci un manoscritto o non fa differenza?
    Meglio spedire a grandi editori o a piccoli editori? Meglio spedire a editori o affidarsi ad agenti letterari?
    Come capire quali agenti letterari contattare rispetto al tipo di opera che si ha tra le mani?

  103. vincenzo Says:

    “Tutte le cose che un autore alle prime armi deve sapere sul conto degli editori [… ]
    Ci stanno 26 domande.”

    A me verrebbe da dire che la prima domanda bisognerebbe farla all’aspirante autore: caro autore, quanti romanzi leggi in un anno? E, di questi, quanti sono dei classici e quanti contemporanei in affanno? E il libro che stai per proporre all’editore come si colloca in uno spazio bidimensionale già occupato dalle due precedenti categorie?

    (Io per questo ho smesso di scrivere.)

  104. vbinaghi Says:

    Accento? Uno solo? A quest’ora di solito sono di più. Sgrammaticato, anzianotto o cieco come una talpa?
    Glielo lascio indovinare.
    L’indefinito, come il nickname, è largamente preferito dalle anime romantiche. Ossia le vittime preferite dell’industria culturale.

  105. Giulio Mozzi Says:

    Domenico Calcaterra: “Qualche consiglio specifico per chi vorrebbe pubblicare saggi di critica letteraria, ovviamente non a pagamento. Ha senso inviarli a case editrici medio-grandi oppure bisognà sempre rimanere soggetti allo strapotere dei famigerati editori a pagamento che pubblicano tutte le merde possibili purché si paghi?”.
    Non saprei. Io mi occupo di narrativa. Ma vedo che la critica letteraria è sempre meno amata dai grandi editori, e lo spazio che le è riservato nelle librerie è sempre minore.

    Annalisa Bruni: “come scrivere una lettera d’accompagnamento efficace per presentare ad un editore il proprio manoscritto (o la sintesi del manoscritto)?”.
    Una lettera semplice, contenente informazioni pertinenti, è sempre gradita. Quali siano le informazioni pertinenti, dipende anche dal contenuto dell’opera letteraria. Qualche riga su di sé (studi, lavoro, esperienze particolari se pertinenti) è sempre gradita. Non è gradita, in genere, la descrizione del proprio lavoro in stile da saggio critico. Non serve a niente indicare premi e premietti. Non è opportuno segnalare che il critico X o lo scrittore Y hanno assai apprezzato l’opera, se dal contesto si capisce che X o Y non hanno mosso un dito in favore dell’opera stessa (perché l’unico giudizio credibile è: il mettersi in azione).

    Pasquale Stringimi Forte: “cosa legge uno scrittore? o uno che vorrebbe fare lo scrittore?”.
    Ma, ciascuno legga ciò che gli pare. Io leggo il giornale tutti i giorni.

    Pasquale: “perché volersi far pubblicare a tutti i costi?”.
    Come ho già detto: se farsi pubblicare diventa lo scopo della cosa, mi pare che siamo già furoi strada.

    Pasquale: “la scrittura come forma di auto-terapia non dovrebbe coincidere col volersi far pubblicare a tutti i cosi: l’affermazione è giusta o no?”.
    Non lo so. Molte persone mi dicono di scirvere come “autoterapia”, e mi chiedono di aiutarle a pubblicare. Ho la sensazione che la scrittura come “autoterapia” sia un’illusione. Ho la sensazione che spesso la scrittura sia l’esatto contrario di un’ “autoterapia”: sia piuttosto uno dei modi in cui un malessere si autoalimenta.

    Pasquale: “volersi far pubblicare = voler diventare famosi?”.
    Boh.

    Pasquale: “volersi far pubblicare = pensare di avere qualcosa da dire per il mondo?”.
    Magari per una piccola parte del mondo.

    Pasquale: “e perché il mondo dovrebbe sentire un esordiente, uno sconosciuto?”.
    Non tutto il mondo, ma magari una piccola parte sì.

    Mauro Baldrati: “Caro Giulio, esiste una problematica del nome dell’autore? Per esempio, in ambito noir-thriller-spy story ci sono ottimi autori italiani che pubblicano con pseudonimi esteri (es. Jack Morisco, Joe Lancaster Reno, Stephen Gunn), perché così riescono a vendere, mentre non sono apprezzati loro veri nomi italiani”.
    C’è anche il caso di David Baldacci, scrittore statunitense, che in Italia fu dapprima pubblicato come David Ford. (Quello de “Il potere assoluto”).
    Direi che esiste una “problematica” di questo tipo solo ed esclusivamente nella letteratura di genere. Naturalmente è tutta colpa dei lettori, che se vogliono acquistare un giallo si fidano di più di Perry Mason che di Pierino Muratori, se vogliono una storia d’amore si fidano di più di Barbara Cartland che di Barbara Terra de’ Carrelli.

    Black Bart: “Si sente spesso dire che un esordiente che si fa seguire da un agente letterario ha molte più probabilità di riuscire a pubblicare rispetto che rivolgersi da solo all’editore. E’ vero?”.
    E’ vero. Convincere un agente a seguirti non è più facile che convincere un editore a pubblicarti.

    Black Bart: “Si sente però parlare molto delle agenzie, ne nascono ogni giorno di nuove, servizi a pagamento, editing a pagamento, valutazione a pagamento e alcuni anni di vincolo contrattuale “pre contratto editoriale”. Su 10 agenzie quante secondo te sono serie e quante invece sono solo soldi buttati dalla finestra?”.
    Un agente letterario campa incassando una frazione (il 10% in genere) dei profitti dell’autore. Le agenzie che campano d’altro non sono vere agenzie. Ha senso che un’agenzia chieda una somma per leggere un dattiloscritto e decidere se prenderlo in carico (direi che 300 euro vanno bene, all’incirca); per l’autore non ha senso comperare una scheda di lettura.

    Giacomo Vit: “vorrei tu indicassi un libro uscito presso un grande editore nel 2011 che consideri ben scritto, e un altro di un editore medio-piccolo. Di narratori italiani, ovviamente. Chiedo troppo?”.
    No, non chiedi troppo.
    “A nome tuo” di Mauro Covacich, presso Einaudi (editore grande). “Antartide” di Laura Pugno presso minimum fax (piccolo).

  106. squilibrina Says:

    Sembra tutto molto utile e logico ma la mia esperienza personale non corrisponde a quanto riportato in questi commenti.
    Per eccesso di modestia non reputavo il mio lavoro abbastanza interessante per proporlo ad un editore (anche se altri mi dicevano il contrario). Ho chiacchierato direttamente con un editore su facebook, per caso e mi ha chiesto di portargli il mio lavoro. Si tratta di un editore locale che pubblica testi di impegno sociale e civile. Il mio è un libro di cinema e fumetti che non ha niente a che fare con la regione in cui vivo. Non voglio sfruttare questo spazio per farmi pubblicità, il titolo in questo contesto non conta, però il mio libro adesso è in tutte le maggiori librerie d’Italia pubblicato da questo editore che, “grazie a me”, ha ampliato la sua linea editoriale aprendosi a testi di interesse nazionale.
    Forse un libro decide da solo quando è il momento di essere pubblicato.
    LA COSA PIU’ UTILE IN QUESTO LIBRO SAREBBE UNA GUIDA AI CONTRATTI CON GLI EDITORI.
    quali sono i diritti?
    percentuali minime e massime
    diritti sulle vendite in libreria/vendite alle presentazioni/vendite fuori le librerie ecc…
    anni di validità di un contratto (minimo e massimo)
    Io ho scoperto solo dopo che avrei potuto stipularne uno migliore…

  107. Giulio Mozzi Says:

    Anche la mia esperienza è diversa da tutte queste, Squilibrina. Avevo scritto un racconto; lo mandai a uno scrittore che amavo (Marco Lodoli); lui lo lesse, si mise in azione, e dopo due o tre mesi avevo due proposte di pubblicazione.

    Non direi che “un libro decide da solo quando è il momento di essere pubblicato”.

  108. Andy Says:

    Ok, riprendo da dove eravamo rimasti. Appurato che il “reparto verifica dei fatti” in terra italica si fregia del piu’ modesto titolo di “redazione”, quello che mi incuriosice e’ sapere se effettivamente ci si preoccupi di verificare minuziosamente la veridicita’ delle affermazioni contenute in un romanzo, siano esse di natura politica, storica, geografica o scientifica,oppure se un esordiente dovrebbe essere certo di tutte le cose che inserisce nel proprio prodotto in quanto proprio l’inserimento di dati stramaplati potrebbe rappresentare una ragione di scarto, mentre il grande scrittore puo’ permettersi di inserire tutte le panzane che vuole, forte di una redazione che con certosina perizia verifichera’ ogni capoluogo di provincia, ogni oscuro uomo politico o personaggio storico, ogni equazione e conflazione disseminata lungo il racconto. Mi incuriosisce la condizione di quei personaggi che vivono nell’ombra dei grandi successi editoriali, artigiani della lettura e della verifica, onesti faticatori del magico mondo dell’editoria, i loro problemi quotidiani, le tecniche, la verifica delle fonti. Mi rendo conto che forse non e’ cosi’ attinente con il tema iniziale proposto (Tutto cio’ che un giovane autore ecc. ecc.), ma se potessi darmi un assaggio delle rotelle che agiscono nell’ingranaggio che porta alla creazione di un prodotto di successo apprezzerei veramente.

    Riguardo all’incoraggiamento, devo darti ragione: un osservatore freddo, lucido, riconoscerebbe che un’opportunita’ dello 0,1% e’ talmente remota che nessuno dovrebbe sentirsi incoraggiato dall’affrontarla. Per dire, ci sono piu’ probabilita’ di diventare miliardario inventando una App per l’iPhone, di sviluppare la polio dopo il vaccino (non piu’ in uso,ndr) o di morire di congestione tuffandosi in piscina dopo un pasto abbondante. Eppure. Eppure ogni scarrafone e’ bello a mamma sua, quindi nessun aspirante scrittore e’ realmente lucido, freddo, ma e’ acceccato dalla convinzione che sia propria la sua creatura e non quella degli altri 999 a meritare le luci della ribalta e quella proporzione 1 su 1000, che in termini statistici significa MAI, IMPOSSIBILE, quando i bufali pascoleranno a Times Square, in termini meramente emotivi vuol dire:ok, si puo’ fare.

    Ciao e grazie per lo spazio.

  109. spulcialibri Says:

    Grazie mille per le risposte. Se possibile avrei ancora una domanda, e cioè:
    come si scrive una buona sinossi? Quanto dev’essere lunga, mediamente, per non annoiare e allo stesso tempo non rivelarsi troppo coincisa o banale? Ma soprattutto, quanto della trama si può/si deve rivelare? Se per esempio nel mio romanzo c’è un particolare colpo di scena sul quale si regge l’intera storia (o buona parte di essa), è preferibile inserirlo all’interno della sinossi o lasciare che l’editor ne venga “sorpreso” durante la lettura (ammesso che arrivi alla pagina interessata e non si stufi prima)?
    Grazie ancora e buon lavoro.
    Ps: Da chi è edita l’Agenda Letteraria da lei citata in uno dei commenti?

  110. Antonio Says:

    Concordo con GM su “A nome Tuo” di Covacich.
    Un ottimo bel libro, mi ha convinto al punto da averlo regalato a più persone.
    Post come questi, cioè su questi argomenti, con la mediazione di una persona competente, alimentano dibattiti e ispirano commenti. Ce ne vorrebbero di più.

  111. carlocapone Says:

    @ Andy

    complimenti per i tuoi interventi e per il blog. Che è delizioso.

  112. Andy Says:

    @carlocapone.

    Grazie!

  113. Giulio Mozzi Says:

    Andy: sì, quel lavoro si fa. E’ ovvio che si faccia.

    Spulcialibri: “come si scrive una buona sinossi? Quanto dev’essere lunga, mediamente, per non annoiare e allo stesso tempo non rivelarsi troppo coincisa o banale? Ma soprattutto, quanto della trama si può/si deve rivelare? Se per esempio nel mio romanzo c’è un particolare colpo di scena sul quale si regge l’intera storia (o buona parte di essa), è preferibile inserirlo all’interno della sinossi o lasciare che l’editor ne venga “sorpreso” durante la lettura (ammesso che arrivi alla pagina interessata e non si stufi prima)?”.
    Intanto direi che si potrebbe smettere di chiamare “sinossi” questa cosa qui, e chiamarla più propriamente “riassunto”. Perché una “sinossi” sarebbe più propriamente uno schema, o una tabella: qualcosa che permetta di cogliere l’insieme con un colpo d’occhio.
    Quanto alla domanda, posso dire solo banalità. Mi pare ovvio che una buona sinossi debba essere scritta in stile semplice e chiaro (anche qualora l’opera riassunta abbia uno stile ricco e scoppiettante). Mi pare ovvio che la lunghezza dipende anche dalla lunghezza del romanzo: non si riassumono allo stesso modo “La metamorfosi” di F. Kafka e “Il mulino del Po” di R. Bacchelli. Mi pare ovvio che il riassunto, non essendo un testo pubblicitario bensì informativo, deve raccontare la storia fino in fondo. Mi pare ovvio, infine, che se un romanzo si regge tutto su un’unico colpo di scena non è un gran romanzo.

  114. carlocapone Says:

    Un addetto ai lavori: ” spesso mi accorgo che scrivono meglio la sinossi che il libro” .

  115. Marisa Salabelle Says:

    “Se farsi pubblicare diventa lo scopo della cosa, mi pare che siamo già fuori strada”. Chi scrive, lo fa per motivi diversi. Naturalmente si può scrivere per sé soli o per i propri cari, far leggere i propri racconti o le proprie poesie in famiglia, sentirsi contenti e soddisfatti così. Ma se si scrive da tempo, se si crede di avere qualche capacità, allora si desidera cimentarsi con un pubblico più ampio, con qualcuno che non ti conosce e che sarà più libero nel giudicarti. O magari si crede che le storie che si raccontano possano interessare o piacere a qualcuno che non sia un parente o un amico. Il desiderio di pubblicare mi sembra uno sbocco naturale di tutto il gran darsi da fare dello scrittore, famoso o esordiente che sia. Non vedo nulla di deplorevole in ciò, anzi, mi pare che scrivere e tenere nell’hard disk (prima si diceva “nel cassetto”, ma ora ci siamo modernizzati) le proprie cose senza neanche provare a confrontarsi col “mondo” sia una specie di masturbazione… “Sono bravo (brava), scrivo ma non pubblico, nessuno legge le cose che scrivo, sono superiore a tutto ciò…” Ecco perché una persona un bel giorno prende il proprio dattiloscritto e lo manda a giro. E rischia di non ricevere risposta, o di supporre che il proprio lavoro sia considerato scadente, mal fatto, privo d’interesse… Quindi, ci vuole anche un po’ di coraggio a mettere il naso fuori. Quanto a guadagnare, una persona come me questo problema non se lo pone neanche: quello che le importa è di far uscire la propria voce. “Se tu avessi bellezza quanto hai voglia potresti arditamente uscir dal bosco e gire in fra la gente”.

  116. monica Says:

    erano tempi che non si vedevano più di cento commenti. mi è venuta nostalgia

  117. vbinaghi Says:

    C’è uno sbaglio profondo in questa cosa del “non importa la remunerazione, purchè mi pubblichino”. Parte da un romanticismo dell’espressione (che è bello e comprensibile non ci sarebbe scrittura senza di questo), ma finisce per portare acqua al cinismo del mercato. C’è gente che fa impresa (editoriale) senza assumersi rischio d’impresa, o meglio facendo pagare i costi a chi invece dovrebbe averne maggior profitto perchè senza autori niente libri e niente editoria. Questo consente di preferire chi si offre a poco o niente con roba scritta in modo anche orrendamente seriale, la possibilità di successo sta nell’imbroccare titolo copertina e plot, il pubblico peggiora dal basso al bassissimo consumo, mentre l’editoria italiana resta dilettante e paracula, e gli editors giustificano la loro esistenza confezionando il libro del ragazzotto o comunque dell’esordiente docile.
    Quanto ai big puntano sulla quantità nel catalogo, pochi libri hanno l’investimento di una promozione autentica, per il resto anche uscire con una major non garantisce il paracadute di una decente promozione e relativa permanenza in libreria. Agli scrittori o aspiranti tali dico che se il vostro libro venderà la media di quel che si vende oggi in narrativa, l’anticipo sarà tutti i soldi che vedrete mai. Ma soprattutto che offrirsi gratis o quasi equivale ad alimentare un meccanismo a perdere. Personalmente l’ho fatto e lo rifarei per editori sul nascere, che meritano una spinta. Ma più passa il tempo è più mi convinco che in questa materia è meglio che chi fa mercato lo faccia sul serio, si tolga il cappello da mecenate e smetta di esigere contributi per militanza.

  118. Giulio Mozzi Says:

    Marisa: ciò che tu descrivi, è appunto il non avere il pubblicare come scopo.

  119. Marisa Salabelle Says:

    E comunque, mi scuso per aver sbagliato la citazione di Petrarca, la citavo a memoria. Ornamenti, non bellezza.

  120. luciamarchitto Says:

    sono perfettamente d’accordo con quanto dice Binaghi: le case editrici piccole o grandi che siano debbano pubblicare solo libri che ritengono validi e poi fare tutto il possibile per pubblicizzarli.
    Certo il numero dei libri pubblicati dovrà per forza di cose essere molto ristretto.
    Poi ritengo che scrivere è una passione che va coltivata ma non deve essere alimentata dal miraggio della pubblicazione.
    So benissimo che quando si è scritto qualcosa in cui si crede e in cui si è riversato tutto il nostro mondo “fantastico” è difficile lasciarlo in un cassetto, è come tradire i personaggi che si sono creati e amati per molto tempo, per tutto il tempo che si è consumato nel crearli, a volte anni, ma per mettere fine a questa produzione infinita che rischia di soffocare anche le poche opere veramente belle che ci sono bisogna fare uno sforzo e lasciarli nel cassetto. Oppure fare una cosa semplice, poco costosa, e anche gratificante: stamparli in proprio utilizzando siti come ilmiolibro.it, stampare soltanto una decina di copie e regalarle. Attenzione a non cadere poi nella trappola di: mettere il libro nella libreria Feltrinelli (si paga), leggere e comprare a tutti i costi altri libri per proporre e vendere il tuo. Insomma accontentarsi della decina di copie e del tuo libro nella tua vetrina di casa. Per i 150 anni dell’unità d’Italia mi è stato chiesto di scrivere per un teatro amatoriale dei monologhi sul alcune donne del risorgimento, l’ho fatto, sono stati rappresentati in teatro e poi, senza mandarli ad alcun editore, ne ho stampate poche copie con il miolibro.it e le ho regalate, mi è bastato, sono soddisfatta. L’ho presentato un paio di volte (una terza a breve), c’è stato un bel dibattito e mi sono sentita molto gratificata.

  121. Lucio Angelini Says:

    @luciamarchitto. Attenzione a ‘ilmiolibro.it’. Io ci pubblicai per mio divertimento la raccolta di pezzi satirici “La bufala del New Italian Epic” e dopo qualche settimana il libro venne censurato (ci si crederebbe?????) e rimosso dal catalogo, anche se nel frattempo un noto critico ne aveva acquistato una copia.

  122. Stefano Says:

    Credo che le domande assolutamente essenziali siano quelli sulle diverse tipologie di contratti. Le altre, per quanto utili, mi paiono alla portata di chiunque ci rifletta un po’ oppure non decisive. Per immaginare cosa può piacere agli editori, se è questo il caso, basta passare un po’ di tempo in libreria. Invece i contratti richiedono un genere di competenza tecnica non alla portata di tutti e se è vero che alla fine uno deve decidere lo stesso da solo un idea di quel che si può aspettare è veramente utile.

  123. luciamarchitto Says:

    @Lucio Angelini: roba da non credersi! Però la permanenza seppure breve in libreria diede dei buoni frutti se un critico noto lo acquistò.

  124. gazza Says:

    @luciamarchitto

    attenzione a POD come ilmiolibro, alla fine si firmano contratti editoriali senza saperlo. Se vuoi delle copie da regalare agli amici contatta una tipografia online, spendi la metà. Io per stampare un romanzo di 200 pagine in formato A5 con carta usomano ho speso poco più di 3 euro a copia… se cerchi in internet ne trovi diversi. io ho provato con http://www.melostampo.it (è una onlus che da lavoro a persone disabili) e mi sono trovato molto bene.

  125. Lucio Angelini Says:

    @lucia. In realtà quel critico aveva seguito un paio di miei interventi satirici sul NIE in rete (credo in Nazione Indiana) e si era incuriosito, altrimenti dubito che avrebbe scartabellato i cataloghi di ilmiolibro.it

  126. Barbara Says:

    @Giulio Mozzi
    buongiorno, ho chiesto giorni fa se gli editori tengono conto della spendibilità futura di un esordiente (se continuerai a scrivere, se fai sul serio; conta o no questo aspetto agli effetti della pubblicazione, e se conta, come e quando gli editori lo valutano?), ma forse era una domanda non pertinente. Grazie per le tante indicazioni che hai dato rispondendo ad altri. Giulio, ce l’hai una medicina contro lo scoraggiamento?

    @Stefano, concordo con l’interesse per la parte tecnica della contrattualistica.

    Grazie a tutti per l’utilità di molti post.

  127. Lucio Angelini Says:

    P.S. Solo dei cretini deficienti oscurantisti, di conseguenza, possono aver chiesto a ‘ilmiolbro.it’ di rimuovere il titolo.

  128. Giulio Mozzi Says:

    Barbar Bigagli (chiedo scusa, mi ero perso la domanda): “Gli editori tengono conto della volontà di un Autore di fare questo mestiere, di continuare a scrivere? Se sì, come fanno a valutare questo elemento?”.
    “Continuare a scrivere” e “fare questo mestiere” sono due cose diverse (io scrivo da vent’anni, ma scrivere non è il mio mestiere).
    Detto questo: certo, gli editori ne tengono conto; tant’è che mi è capitato di aver difficoltà serie a far accettare un’opera… perché era l’opera prima di un quarantenne. “Troppo vecchio”, mi hanno detto, “quando mai rientreremo dell’investimento? E poi, se ha campato quarant’anni senza sentire la vocazione dello scrivere, che garanzie abbiamo che continui?”.
    Ovviamente nessuno può fare previsioni certe sul futuro. Però, se un autore si presenta con una prima opera finita e una seconda già in corso, aiuta.

  129. anna maer Says:

    Ora con l’aspettativa di allungamento della vita (vedi il calcolo delle pensioni) gli editori potrebbero aggiornarsi e prevedere…il futuro creativo. Sempre detto che l’età nuoce, nel mio caso dovrei dichiararmi apolide con smarrimento dei documenti. Venti o trent’anni fa, il punto di vista degli editori era più democratico e aperto? Con queste premesse, oggi Dolores Prato non avrebbe pubblicato nulla; noi e la letteratura avrebbero perduto un grande valore.

  130. pococurante Says:

    Azzardando un compendio di quanto letto finora con volo a planare, direi che la soluzione risiede, anche in un’ottica di destabilizzazione dell’industria culturale, nella decisione di smetterla di inviare le nostre opere alle case editrici, e di:
    – editarle tramite ilmiolibro.it et similia
    – per quanto concerne la distribuzione, ricorrere al classico esproprio proletario al contrario (introdursi in una libreria e/o biblioteca tenendo ben nascosto sotto la giacca il nostro tomo per poi collocarlo furtivamente sugli scaffali)
    – per quanto riguarda la terza leva del marketing (la pubblicità) attivarsi con qualche link commentando del più e del meno su qualche sito letterario…

  131. luciamarchitto Says:

    @Gazza: grazie, se un giorno dovessi aver bisogno di stampare un libro ne terrò conto.
    Per quanto riguarda l’età resto sconcertata: cosa c’entra con la qualità o la bellezza o la commerciabilità di un libro? Io quando acquisto un libro non guardo l’età dell’autore.
    Mah, questo mondo mi è sempre più oscuro!
    @pococurante: concordo: bisogna smetterla di inviare dattiloscritti alle case editrici. Per quanto riguarda le biblioteche non c’è bisogno di collocare furtivamentei libri negli scaffali basta darli ai bibliotecari che di solito li accettano ben volentieri, perlomeno questa è stata la mia impressione, avvalorata dal fatto che dopo il primo mi hanno chiesto anche i libri pubblicati successivamente.

  132. Antonio Says:

    Giulio Mozzi
    certo, gli editori ne tengono conto; tant’è che mi è capitato di aver difficoltà serie a far accettare un’opera… perché era l’opera prima di un quarantenne.

    Che tristezza, sapere che un testo avrà più possibilità di essere pubblicato solo perché chi l’ha elaborato ha una certa età …………………………
    se le cose stanno effettivamente così, forse è meglio metter da parte ogni speranza di essere pubblicato da un editore serio e rivolgersi ad altro, a cominciare dall’autopubblicazione ed altre forme simili.

  133. Antonella Says:

    Ma non sarà falsa modestia dire: “Io scrivo per me”?
    Altrimenti, perché tutto questo affannarsi per ottenere una pubblicazione?
    Io non scrivo per me. Per me, non avrei neanche bisogno di scrivere, potrei limitarmi a pensare. Io scrivo perché mi piace inventare storie da raccontare a chi ama leggere storie come quelle che scrivo io. E sinceramente, se trovassi un editore disposto a credere in me, io della mia scrittura vorrei poterci vivere.
    Anche se non ho vent’anni – tanto sugli scrittori di vent’anni ho sentito dire cose terribili comunque…
    E’ chiaro che le cose possono andare diversamente da come voglio io, ma, autopubblicazione per autopubblicazione, la mia stampante sfasciata lo conosce già a memoria il mio romanzo, e le persone a me più care mi hanno già dato il loro parere. Con un po’ di ansia da parte mia, certo, ma senza l’ansia vera di aspettare – se arriva – un parere professionale. Sono due cose completamente diverse. Almeno per me.

  134. marcello Says:

    Ma perchè dovrei spaccarmi in quattro per piatire un po’ di attenzione anche dal più sfigato degli editori? Ragazzi, è inutile che la meniamo: il talento è una cosa seria e il 99,99% di noi aspiranti contastorie non l’ha. Non siamo geni incompresi o artisti perseguitati dalla sfortuna. E lo 0,01% che davvero ha un po’ di talento non riuscirà quasi mai a farsi leggere o a farsi comunque preferire al tronista, al giocatore di calcio o al figlio del commercialista dell’editore. E allora, tanto vale che, se abbiamo una storia, buona o brutta che sia, ma alla quale crediamo, la facciamo circolare per conto nostro, con internet, col passaparola, tra amici, tra amici degli amici, conoscenti, colleghi, gente che condivide la nostra stessa passione: c’è un’intera galassia che possiamo raggiungere con le sole nostre forze. Molta più gente di quanto raggiungeremmo anche con una buona pubblicazione. Sbarazziamoci di questi stampatori, che credono di avere il coltello dalla parte del manico, quando invece per il manico lo abbiamo noi. Dovremmo smetterla tutti di spedire racconti agli editori. Basta. Tenerli a secco per i prossimi 5/10 anni. Costringerli al processo inverso, costringerli a venirci a cercare su internet o sulle pagine di qualche fanzine che circola tra amici o amatori. Ragazzi, capaci o no , quelli che producono siamo noi, non loro.

  135. Giulio Mozzi Says:

    Anna Maer: “Venti o trent’anni fa, il punto di vista degli editori era più democratico e aperto? Con queste premesse, oggi Dolores Prato non avrebbe pubblicato nulla”.
    E infatti l’opera maggiore di Dolores Prato, “Giù nella piazza non c’è più nessuno”, fu pubblicata da Einaudi (nel 1980) in una versione orribilmente storpiata da Natalia Ginzburg, e in versione integrale e rispettosa solo dopo la sua morte, grazie a Giorgio Zampa, presso Mondadori (1985). Oggi l’edizione Zampa è disponibile presso Quodlibet.

    Pococurante: ogni giorno si pubblicano libri nuovi di autori nuovi.

    Lucia Marchitto: “Per quanto riguarda l’età resto sconcertata: cosa c’entra con la qualità o la bellezza o la commerciabilità di un libro?”.
    Con la commerciabilità c’entra assai. Se Paolo Giordano fosse stato un vecchiaccio con i denti gialli, col fischio che avrebbe venduto così tanto. D’altra parte, Lucia, tu sei disposta a spendere un po’ di più per comperare un certo oggetto, se pensi che spendendo un po’ di più avrai un oggetto più durevole. Allo stesso modo l’editore investe più volentieri su un autore che potrebbe rendergli per quarant’anni, piuttosto che su un autore che potrebbe rendergli per quindici.
    Perché gli editori, checché se ne dica, sono previdenti. Ragionano sui tempi lunghi.

    Antonella: “Sono due cose completamente diverse”.
    Sì.

    Marcello: “[dobbiamo] Costringerli [gli editori] al processo inverso, costringerli a venirci a cercare su internet o sulle pagine di qualche fanzine che circola tra amici o amatori”.
    O ingenuo, credi che già non lo facciano?

    Marcello: “Ragazzi, capaci o no, quelli che producono siamo noi, non loro”.
    Sì.
    Tuttavia, solo chi non è capace ha interesse a fare un fascio di tutto; chi è capace ha interesse a distinguersi da chi non è capace.

  136. Logani Says:

    Interessante, come tutte le altre, anche se lascia molto più spazio all’immaginazione che al comprendonio, è l’ultima risposta di Mozzi che testualmente scrive -Tuttavia, solo chi non è capace ha interesse a fare un fascio di tutto; chi è capace ha interesse a distinguersi da chi non è capace-
    Sembra più un aforisma, che dare modo di pensare alla Capacità o all’Incapacità dell’individuo.
    L’ho sempre detto che c’è molto da imparare da chi ne sa più di noi. Anche se molti di noi pensano di sapere tutto.

  137. luciamarchitto Says:

    Ecco spiegato l’arcano: mi chiedevo ogni volta che vedevo sugli scaffali in bella vista e dappertutto il libro la solitudine dei numeri primi, un libro diciamoci la verità alquanto mediocre.

    “Se Paolo Giordano fosse stato un vecchiaccio con i denti gialli, col fischio che avrebbe venduto così tanto.”
    Quindi oltre all’età conta anche la bellezza dei denti, mi chiedo e ti chiedo:
    oltre ad avere un’età inferiore ai quaranta anni è importante anche avere un bel fisico?
    Anche il sesso è importante?
    Anche la posizione sociale?
    Se sì allora nella pagina in cui le case editrici indicano le modalità di invio dei dattiloscritti dovrebbero scrivere, per essere corretti, astenersi dall’invio dei dattiloscritti:
    – gli autori che hanno più di quaranta anni
    – gli autori che sono brutti
    – gli autori che non hanno una posizione sociale considerevole (cioè non sono calciatori, cantanti, giornalisti, ecc…)
    Farebbero risparmiare tempo a molte persone e in più ridurrebbero drasticamente la mole di dattiloscritti che ogni giorno invadono le loro redazioni.
    Però, per favore, non parliamo più di qualità e di bellezza.

    Se così fosse la selezione dei libri non è molto diversa dalla selezione delle veline. Soltanto, credo che in questo caso, è meglio se il soggetto è un uomo.

  138. anna maer Says:

    – edonismo e letteratura – questo il senso del futuro in letteratura?

    buone Feste a tutti

    an ma

  139. Felice Muolo Says:

    Giulio, ‘O ingenuo, credi che già non lo facciano?’

    Ho pubblicato diversi libri con piccoli editori, ho fatto un gran casino per pubblicizzarli, le vendite sono state confortanti e incoraggianti.

    Il grosso editore della mia vita ancora lo sto aspettando. E’ dall’oculista?

  140. Antonio Says:

    “Allo stesso modo l’editore investe più volentieri su un autore che potrebbe rendergli per quarant’anni, piuttosto che su un autore che potrebbe rendergli per quindici.”

    Dal tono delle tue risposte uno potrebbe farsi l’idea che anche tu la pensi allo stesso modo dell’editore di cui sopra.
    Mi confermi che sbaglio? e che,almeno relativamente a questa risposta, hai un’opinione diversa? Grazie.

  141. vincenzo Says:

    Insomma, capiamoli questi editori. La loro è un’industria e nell’industra si produce ciò che ha più probabilità di essere venduto, non ciò che è bello. Se la gente vuole merendine che fanno male piuttosto che pane di segale che fa bene, voi, da produttori, cosa fareste, le merendine o il pane di segale? Mi direte che la letteratura è arte e nell’arte questo discorso non si può fare. Ma non è vero, anche i primi pittori virtuosi producevano per la Chiesa ciò che la Chiesa voleva. Poi sta al genio – e non ce ne sono molti – dipingere madonne prendendo come modelle delle puttane. Chi non è un genio deve convivere con il sistema. Se non ce la fate, provate a ridere dentro. Funziona. La mia personale esperienza dice che mandando racconti ai concorsi letterari per inediti, anche importanti, si viene valutati per ciò che si scrive, senza altri parametri. Ho vinto alcuni premi incassando alcune migliaia euro. Ho pubblicato su riviste, anche importanti. Ho pubblicato poi con un editore piccolo e serio, ma con pochissima promozione e nessuna distribuzione. Quindi, poche vendite. Poi, quando ho mandato il dattilo agli editori importanti, ne ho avuto rifiuti. Forse perchè i criteri sono diversi? Ma allora le giurie dei premi letterari importanti arrivano da Marte con la navicella depressurizzata? O forse avevo già compiuto 40 anni? Mi serve un lifting anagrafico? Mi spiace, non sono disposto a cambiare nulla di me per farmi pubblicare, nemmeno il modo di scrivere. Come volete che ci si possa orientare (sia come lettori che come autori)? I lettori comprano ciò di cui parlano i giornali, specie se devono fare un regalo e non leggere in prima persona. Ma i giornali scrivono “Il miglior romanzo degli ultimi 10 anni” per un romanzo su 3 pubblicati. Un lettore come volete che si raccapezzi? E un autore che dovrebbe fare? Dubitare della matematica? L’imbarazzo che provo come autore lo avverto ancora più forte come lettore. I grandi soloni superpubblicizzati (Faletti, Giordano, Melissa, etc.) li scanso a occhi chiusi. Del resto, basta leggere 3 pagine. Un prodotto che non nasce da una pulsione artistica personale, ma pare fabbricato per piacere ai lettori. È chiaro che se la ragazza è giovane e carina e scrive di sesso, si scatena la curiosità, quindi anche l’editore. È chiaro che se il ragazzo è biondo, con gli occhi azzurri e i denti bianchi ed è pure dottorato in fisica, fa più figo. Parafrasando Benni, la gente non vuole mangiare, vuole raccontare agli altri cosa ha mangiato. Ci sono le eccezioni, per esempio Arnon Grunberg (Marek van der Jagt), Marco Presta, Tobias Wolff, Paolo Sorrentino e altri, ma li becco sempre per caso, non perchè qualche pagina culturale me li ha consigliati. E poi mi dite che mi rifugio nei classici. Chi diavolo è venuto dopo Sciascia, Carver, Salinger, Manganelli, Borges, Buzzati, Fante? Come ci si arriva? Da qui la mia tristezza, poi disillusione, quindi serenità. Ecco perchè ho cominciato a ridere dentro. Vengono pubblicate moltissime nuove opere e noi non sappiamo quali leggere eppure vogliamo che venga pubblicata anche la nostra. Comunque, pensateci un attimo: cosa stiamo facendo, ora? Stiamo pubblicando delle note su come pubblicare un libro che parla di come pubblicare un libro. Ecco, questa è letteratura. Ai potenti critici forse sta sfuggendo. Forse perchè non è il migliore romanzo degli ultimi dieci anni.

  142. marcello Says:

    Giulio: “Tuttavia, solo chi non è capace ha interesse a fare un fascio di tutto; chi è capace ha interesse a distinguersi da chi non è capace.”
    Ogni aspirante scrittore reputa se stesso più capace degli altri e ognuni aspirante scrittore rivendica il diritto di distinguersi, rivendicando all’editore l’investitura di “scrittore”.
    Ma siamo migliaia! Possibile che siamo tutti geni incompresi o sfortunati?
    E allora le cose sono due: o continuamo a vivere nell’illusione/ossessione che l’apprezzamento di un editore ci spetti di diritto e perseveriamo nell’inondare le case editrici di nostri manoscritti che finiranno nel cestino senza neanche uscire dalla busta. Oppure accettiamo l’idea che si possa vivere un’esistenza piena e appagante anche restando impiegati, maestri, operai, e che scrivere è semplicemente raccontare qualcosa a qualcuno, senza l’ossessione di essere riconosciuti come artisti . Non è necessario essere grandi scrittori per scrivere qualcosa di dignitoso per il prossimo, e soprattutto non è necessaria la “benedizione” di un editore. Il mondo è pieno di questi “qualcuno” che potrebbero essere interessati al nostro pensiero e che potremmo contattare con un minimo di sforzo.

    Giulio: ‘O ingenuo, credi che già non lo facciano? (cercare i talenti in internet o sulle pagine di qualche fanzine che circola tra amici o amatori.)
    Tu certamente lo fai e sicuramente anche qualcun altro. Dubito, ma da ignorante, che la maggior parte delle case editrici lo faccia. Se così facessero, però, a maggior ragione sarebbe utile disertare le redazioni delle case editrici, verrebbero liberate maggiori risorse per la ricerca attiva degli aspiranti scrittori di talento invece di impantanarsi nelle tonnellate di manoscritti che affollano le redazioni, dove l’opera meritevole rischia di finire sacrificata in mezzo alla mole di opere da buttare.

  143. manu Says:

    a vincenzo:
    come lettore vivo di una premessa fondamentale alle mie scelte, che ovviamente vale per me, e non pretendo sia valida per altri lettori: la scrittura dovrebbe avere carattere profetico, cioè essere nel tempo, anticipandolo e soprattutto mostrandolo. Questo fa di una storia, LA STORIA. Raccontare dei fatti attraverso dei personaggi che compiono delle azioni è raccontare una storia. La ‘profezia’ sta nella scelta dei fatti, dei personaggi e delle azioni. Un uomo diventa L’UOMO. Qualsiasi romanzo che si rispetti non ha mai finito di dire quello che ha da dire. La letteratura prodotta oggi è piena di storie che finiscono quando il libro si richiude, confezionati dalla tecnica che io ritengo unicamente un coronamento. Per usare la parola come fosse il seme di una matrioska occorre talento, orecchio, conoscenza, saggezza, pazienza, ricerca, tempo, lentezza… roba per pochi.
    Tuttavia non mi sento di bocciare chi vuole essere pubblicato a tutti i costi con storie e racconti usa e getta (scusate l’espressione un po’ denigratoria) e magari vivere di scrittura, perchè comunque per quanto sia evidente che questi lavori non aggiungono valore, rispondono all’esigenza forte di chi li scrive, e che diamine, che scrivano! Il lettore più esigente saprà formarsi e obbedire alla propria sensibilità lavorando di più nella sua ricerca, attendendo di più, spostandosi dal suo metro quadro con maggiore curiosità, perchè la cultura non è natura, è sforzo, richiede tempo, ed è assolutamente personale.
    in sintesi: rallentare

  144. Tuileries Says:

    Mah, son perplesso… Se uno dei criteri editoriali è “ha quarant’anni quindi dura di meno” (come le pile) “di uno che ne abbia trenta”, allora però gli editori dovrebbero anche tenersi informati ad esempio sugli orari degli autobus. Perché che ne sanno che un venticinquenne domattina attraversando la strada non ci finisca sotto? (non è un augurio, ovvio). Tomasi di Lampedusa, quando fu pubblicato, aveva un’aspettativa di vita molto limitata essendo già morto, eppure si decise di puntare sul suo testo quando nessuno poteva immaginare il successo che avrebbe riscosso. Che invece gli editori, prima di investire su qualcuno, vogliano valutarlo non sulla base di un solo romanzo, io questo lo trovo più che logico.

  145. mauro mirci Says:

    Probabilmente arrivo tardi, ma un paio di domande vorrei farle anche io (e a causa del ritardo, sicuramente rimarrò senza risposta):
    1) qual è la domanda che ti aspetteresti di sentire e invece non senti mai?
    2) e quella che sarebbe giusto porre e nessuno pone mai?
    (non so, magari la risposta è uguale)

  146. Giacomo Vit Says:

    Sono d’accordo: puntare sull’età è una cosa stupida. E poi, se anche fosse così, non si potrebbe barare sulla propria età? Non è che assieme al dattiloscritto bisogna inviare anche fotocopia della carta d’identità o dichiarazione sostitutiva?

  147. Michele Says:

    Sicuramente è importante per un aspirante scrittore tenersi in forma e tenere il colesterolo sotto controllo. Gli editori dovrebbero prevedere una visita medica di idoneità prima del contratto, come per i calciatori, ed eventuali malattie ereditarie dovrebbero essere dichiarate.

  148. Elena Says:

    Ho un anno più di Michela Murgia, che però pubblica dal 2006, dunque sarei in ritardo di circa 7 anni. Cosa è accaduto in quegli anni e nei precedenti sono fatti miei se il mio libro e brutto, sono fatti del libro se questo (proprio grazie a quel che è accaduto in quegli anni e in quelli precedenti) ha qualcosa da dire.
    Dunque? Se avessi scritto davvero qualcosa di bello, non varrebbe un consulente disposto a “battersi”?

    Stia attento: ho proprio detto “se”, perché, se così non fosse, penso che a quarant’anni sarei capace di curare la mia ferita narcisistica e continuare a scrivere con la stessa cura che dedico ad altre appassionanti manie della mia vita.

    Il problema è serio perché lei è un severo cultore del silenzio-diniego, ma forse non si concede neppure un click sulla ricevuta della mail, così può capitare che l’autore in cerca di conferme viva nell’incertezza: esisterà davvero il signor Mozzi? (s’immagina la straordinaria fictio, se non esistesse nulla di ciò che qui leggiamo, neppure la casella mail, il telefono cellulare, il cedolino … nulla) Leggerà ogni manoscritto prima di scartarlo, come sostiene? La tecnologia funziona sempre o le mail si possono perdere nella rete?
    Ora a tutti questi dubbi si aggiunge l’ipotesi che non le opere, ma il loro autore o la sua età possano essere l’origine del silenzioso rifiuto.
    La questione, dicevo, è seria perché così il suo schema silenzio=libro brutto, risulta indebolito da una serie di piccole crepe che alimentano la vanesia speranza di chi scrive e il principio di realtà va a farsi benedire.

    Quando lei ha scritto a Lodoli cosa aveva in mente?
    A volte chi scrive vorrebbe solo sapere per chi sta scrivendo. Se la sua è un’opera che può contare su almeno “venticinque” potenziali lettori. Perché se non posso avere almeno “venticinque lettori” (intendo lettori lettori, non congiunti, amici, casuali avventori di bookshop aeroportuali sotto Natale …) la mia opera è di certo brutta e non basterebbe in isbn/ean a farne qualcosa di bello.
    Poche cose, infatti, mi sembrano democratiche e oggettive come la bellezza. [So che è una frase contestabile in almeno un centinaio di possibili interpretazioni e condivido l’eventuale critica, ma esiste un’unica accezione che la rende vera e a qualcuno importa solo quella]

    Certo poi il mercato è il mercato, il potere è potere, la visibilità televisiva è visibilità e così le mode, il gusto, la cultura, l’incultura: le ragioni che portano alla pubblicazione sono molte e varie. Però, come dice lei, pubblicare è un mezzo e, aggiungo, neppure l’unico. E’ il fine che può contare così tanto da generare vertigine; le passioni sono una cosa serissima.

    Ho scritto troppo e, a quest’ora, un po’ vaneggio.
    Però ho una richiesta. Se lo conceda, ogni tanto, un secco “è proprio brutto”. Solo come ipotesi di lavoro e solo se istintivamente sentisse che ne vale la pena, per evitare che quel che difficilmente è “autocura” si trasformi per qualcuno in una innocente quanto rovinosa autopunizione. Ci sono amori non corrisposti con cui è bene fare i conti senza alibi.
    Certo lei non ha il compito di salvare l’anima di tutti gli aspiranti esordienti, ma nell’economia del reale le buone azioni (anche quelle che ai profani suonano crudeli) hanno sempre una specie di ritorno. Io ne sono convinta e suppongo che lo sia anche lei o non dedicherebbe tanta attenzione alle (nobilissime) illusioni di chi leggo qui e mie.
    Perciò sia buono :-)), firmi le ricevute di apertura delle sue mail e, di tanto in tanto, si conceda una bella censura scritta.
    Elena

  149. davide calzolari Says:

    @ luciamarchitto
    il libro di Giordano non era un libro mediocre,anzi,è forse uno dei pochi libri di successo in italia che NON abbia avuto neanche una stroncatura epocale ,da “lettori”/critici professionali,fatto più unico che raro

    il resto è retorica,amen

  150. Giulio Mozzi Says:

    Lucia Marchitto: “Quindi oltre all’età conta anche la bellezza dei denti, mi chiedo e ti chiedo: oltre ad avere un’età inferiore ai quaranta anni è importante anche avere un bel fisico? Anche il sesso è importante? Anche la posizione sociale?”.
    Tutto questo ha un qualche rilievo. E: quanto più l’editore ritiene che un’opera possa avere un vasto pubblico, tanto più queste cose diventano importanti.
    Ma non esageriamo ne l’importanza.
    Elena Ferrante non si sa nemmeno se esista. Non ha un corpo da esporre, non frequenta nessuna società, non passa in televisione eccetera eccetera: questo non le impedisce né di essere pubblicata né di avere un vasto pubblico.

    Antonio: “Dal tono delle tue risposte uno potrebbe farsi l’idea che anche tu la pensi allo stesso modo dell’editore di cui sopra [sulla convenienza a investire su un autore che potrebbe rendere per quarant’anni, piuttosto che su un autore che potrebbe rendere per quindici]”.
    Mi sono battuto – con scarso successo – per la pubblicazione di autori di sessanta, settanta, ottanta, perfino novantun anni.
    Detto questo: è indubbiamente vero che conviene investire su un bene che ti renderà per quarant’anni, piuttosto che su uno che ti renderà per soli quindici. Chi comprerebbe una casa in procinto di crollare?
    Però qui, di nuovo, l’errore in agguato è quello di immaginare che un editore scelga di pubblicare un’opera solo perché l’autore è giovane, solo perché l’autore è bello, eccetera. Non è così. Un’opera si pubblica per una quantità di motivi, e ovviamente i motivi principali sono il giudizio sulla bellezza dell’opera stessa e la stima delle sue possibilità commerciali.

    Marcello: “Ogni aspirante scrittore reputa se stesso più capace degli altri”.
    Ogni? Frequento aspiranti scrittori, in grandi quantità, da una quindicina d’anni, e mi pare che potrei classificarli in due gruppi:
    – quelli che scrivono cose, se non buone, almeno interessanti;
    – quelli che scrivono cose né buone né interessanti.
    In genere, i primi hanno – o riescono a raggiungere ragionandoci insieme – una percezione piuttosto esatta del loro valore. I secondi, invece, reputano sé stessi più capaci di qualunque altro.

    Marcello: “…o continuamo a vivere nell’illusione/ossessione che l’apprezzamento di un editore ci spetti di diritto e perseveriamo nell’inondare le case editrici di nostri manoscritti che finiranno nel cestino senza neanche uscire dalla busta. Oppure accettiamo l’idea che si possa vivere un’esistenza piena e appagante anche restando impiegati, maestri, operai, e che scrivere è semplicemente raccontare qualcosa a qualcuno, senza l’ossessione di essere riconosciuti come artisti. Non è necessario essere grandi scrittori per scrivere qualcosa di dignitoso per il prossimo, e soprattutto non è necessaria la “benedizione” di un editore”.
    Al di là del fatto che quasi tutti coloro che pubblicano continuano poi a campare del loro mestiere (conosco scrittroi che fanno gli impiegati, i maestri, gli operai ecc., avendo magari alle spalle quattro o cinque opere pubblicate con ottimi editori): sottoscrivo, Antonio.
    Aggiungerei
    – che in ogni caso, “scrivere è semplicemente raccontare qualcosa a qualcuno”,
    – e che il desiderio di “essere riconosciuti” ci getta in preda del giudizio altrui.

    Vincenzo: “I lettori comprano ciò di cui parlano i giornali”.
    No. L’influenza dei giornali sulle vendite è ormai minima.

    Per il resto del tuo intervento, Vincenzo, non so che dire; se non, di nuovo, che trovo poco utile attribuire a poche motivazioni, o addirittura o a una sola, scelte che – per l’esperienza che ne ho – vengono compiute soppesando molte motivazioni.

    Giacomo Vit: “puntare sull’età è una cosa stupida”.
    Come ho già detto, dal punto di vista dell’editore non è una cosa stupida tener conto anche – anche – dell’età dell’autore o autrice.
    Se per “puntare sull’età” s’intendesse “puntare solo sull’età”: be’, allora sì sarebbe stupido. Ma non lo fa nessuno.

    Per il resto, un’altra volta.

  151. Giulio Mozzi Says:

    Elena: “Quando lei ha scritto a Lodoli cosa aveva in mente?”.
    Lodoli aveva scritto dei racconti (quelli di “Grande Raccordo”) che avevano fatto bene alla mia vita. Nell’unico racconto che avevo scritto – e che ugualmente mi aveva fatto bene – riconoscevo un’eco di quei racconti lì. Perciò, tra i tanti destinatari possibili, lo mandai a Lodoli: per gratitudine. Non immaginavo che Lodoli potesse adoperarsi per una pubblicazione del racconto stesso: invece si adoperò, e fece anche molto di più.
    L’avevo mandato, quel racconto, anche a Pier Vittorio Tondelli (che morì il giorno stesso in cui imbucai); a Giuseppe Pontiggia (che rispose, qualche settimana dopo, con un’amabile cartolina; e a un’altra persona che non nomino (perché ebbe un comportamento incomprensibile).

    Sempre Elena: “Il problema è serio perché lei è un severo cultore del silenzio-diniego, ma forse non si concede neppure un click sulla ricevuta della mail”.
    D’altra parte, il mio numero di telefono è qui in vibrisse. Chiunque può chiamarmi.

  152. Stefano Says:

    @ Elena

    Posso confermare che Giulio Mozzi risponde al telefono, anche se a chiamare sono perfetti sconosciuti.
    Ho inoltre ricevuto da lui una secca stroncatura che mi sta facendo bene (spero). Se si decide di chiedere un giudizio ad una persona che si è deciso essere competente nel suo campo poi lo si accetta, anche se magari non è proprio quel che avremmo voluto.

  153. Carlo Capone Says:

    Inutile girarci: se non sei bravo puoi ‘anche’ pubblicare, se sei bravo puoi ‘anche’ non pubblicare. Ora, al di là dei tanti e a volte cervellotici criteri di scelta degli editori, ciò che essi devono, o cercano di, evitare è che si verifichi l’ipotesi due.

    Un consiglio sommesso ma sentito a tutti i bravi che pendono: prima di esporvi a quasi certa macelleria lasciatevi cercare da un mèntore (inteso come colui che vi ‘segnala’, non come il volgare e italico raccomandatario), avendo però bene in mente che non è detto capiti per forza il Marco Lodoli della situazione.

    Per il resto vale sempre quanto raccomandato da Massimo a Robertino autosegregatosi in casa e in preda a mille nevrosi: “Robertì, tu mo’ mi ‘a sta a sentì: iesce p’a strad, Robè, magnate ‘nu gelato, tuocc è femmene, una qualsiasi cosa. Asinnò tu cca dint addevient scem!”

  154. pococurante Says:

    Solo un chiosa a margine delle considerazioni suesposte circa la convenienza degli editori a investire in autori giovani in quanto portatori di maggiore produzione. Può darsi (può darsi) che un cinquantenne (faccio un es.) possa avere nel cassetto tale e tanta produzione pregressa inedita da soddisfare per ulteriori cinquant’anni le esigenze aziendali, anche con pubblicazioni postume.

  155. Giacomo Vit Says:

    @Giulio. Ma lo scrittore cinquantenne/sessantenne non potrebbe avere un “mercato” di lettori della stessa età? Sono nella commissione biblioteca di un piccolo comune della provincia di Pordenone, e in una recentissima riunione è risultato che c’è un picco nei prestiti librari richiesti dagli ultrasessantenni. D’accordo, sono prestiti, ma non potrebbe essere un segnale più diffuso, che forse sfugge a certe analisi?

  156. Giulio Mozzi Says:

    Giacomo Vit: “Ma lo scrittore cinquantenne/sessantenne non potrebbe avere un ‘mercato’ di lettori della stessa età?”.
    Mi pare un ragionamento bizzarro. Se fosse vero, mi vien da dire, gli scrittori morti (tipo Manzoni, Agatha Christie, Tondelli ecc.) dovrebbero avere un “mercato” di lettori morti. Il che mi pare inverosimile. Esistono senz’altro libri “generazionali”: ma non mi pare siano la maggioranza.
    Peraltro, agli editori conviene investire su un mercato di lettori giovani (che leggono oggi, e leggeranno anche tra venti o quarant’anni) piuttosto che su un mercato di lettori sessantenni.

  157. Anna Maria Ercilli Says:

    Giulio, da lettrice accanita, mi colloco da sola fra i lettori bizzarri. Non guardo l’età, scanso gli editori seriali e quelli sciatti, quelli che puntando a fare quattrini smembrando i libri in novelle da vendere un tanto a titolo. Degli autori sconosciuti, leggo la prima pagina e a metà del libro, per capire; amo i classici che trascinano il loro mondo di ingegno fino ad oggi. Mi fido del mio fiuto e di quanto ho immagazzinato negli anni. Cerco la buona raffinata scrittura, nel romanzo, nel saggio nella poesia. Tanti pubblicano dimenticando le correzioni, orrore. L’arte non ha limiti di età e di espressione, perché l’arte è anarchica.
    Se guardiamo all’industria editoriale, troviamo rifacimenti, plagi e assemblaggi da letteratura nota e meno nota, perché in realtà il guadagno immediato, arriva dal ‘prodotto’ di facile consumo che, nel tempo si eclissa, come dalla memoria di generazioni di lettori.
    Se mai riuscirò a mettere il punto di fine lavoro, ai miei esercizi di scrittura, passerò il tutto ad un ventenne maschio aitante e in buona salute…o meglio femmina?
    Auguri per tutte le feste in arrivo, saremo più poveri in futuro, ma teniamoci i libri, aiutano.
    an ma

  158. anna maer Says:

    urge correzione: meno nota. In realtà…

  159. Giacomo Vit Says:

    @Anna Maria Ercilli. Concordo con te, e col tuo tono!

  160. Giulio Mozzi Says:

    Anna Maria: tanto perché possiamo capire bene di che cosa parli quando dici che “Se guardiamo all’industria editoriale, troviamo rifacimenti, plagi e assemblaggi da letteratura nota e meno nota”, potresti citare:
    – un caso di rifacimento,
    – un caso di plagio,
    – un caso di assemblaggio?

    Anna Maria: “…in realtà il guadagno immediato, arriva dal ‘prodotto’ di facile consumo che, nel tempo si eclissa, come dalla memoria di generazioni di lettori”.
    Il guadagno immediato sì. Ma un editore non vive – non può vivere – solo di guadagno immediato. Ha bisogno – per ragioni di solidità economica, di rapporti con le banche eccetera – anche di ‘prodotti’ che durino nel tempo, che si vendano oggi e si vendano anche domani e dopodomani e tra vent’anni o cinquanta.
    Un editore di una certa dimensione, se è economicamente sano, fattura circa il 50% con le novità e il 50% con il catalogo (le collezioni tascabili, in genere). E’ il catalogo – ovvero ciò che ha mostrato di non ‘eclissarsi dalla memoria dei lettori’ – ciò che permette a un editore, ad esempio, di andare in banca e chiedere soldi in prestito (perché il catalogo garantisce una rendita nel tempo).

    Sarei felice se qualcuno riuscisse a capire che la logica di un’azienda editoriale è comunque una logica economica; e che una buona logica economica è una logica economica di lungo respiro. Si fanno certamente più soldi a pubblicare Manzoni che a pubblicare Moccia.

  161. luciamarchitto Says:

    Sicuramente un’azienda deve fare conti e investimenti che le garantiscono di vivere non solo oggi ma anche fra vent’anni, deve pagare i propri dipendenti e non sfruttarli o fare contratti di lavoro precario. Non ho risposto alle domande dell’altro post perché pensavo fossero rivolte alle case editrici, io come lettrice se sapessi che la tal casa editrice sfrutta i propri dipendenti starei attenta a comprare i suoi libri anche se mi costerebbe molto.
    Ma tornando al discorso di prima se è vero che una casa editrice deve fare i conti e avere un certo guadagno per vivere è anche vero che non produce scarpe (anche lì comunque la qualità ci deve essere) ma libri e quindi cultura e allora perché non avere una collana, una sola, in cui si pubblicano solo libri ritenuti belli ma con poche possibilità di guadagno indipendentemente dall’età dell’autore, dai suoi denti gialli ecc… ecc.. perché insomma non avere due canali uno per la sopravvivenza / ricchezza dell’azienda e un altro per la cultura?
    Inoltre bisognerebbe trattare i propri dipendenti con dignità e rispetto, dignità e rispetto che viene dal fatto di non essere usato come un qualsiasi prodotto usa e getta, perché questo alla fine è il precariato: ti uso e ti spremo finché mi servi, poi ti lascio a casa, e ti lascio a casa immediatamente se non fai il mulo, un contratto di lavoro a tempo indeterminato permette agli operatori di essere più tranquilli e soddisfatti e quindi più motivati nell’assolvere al proprio compito, ne guadagnerebbero tutti: l’azienda, gli autori e i lettori.

  162. SilviaZ Says:

    Giulio, il mio Lodoli l’avevo trovato. Mi ha seguito per qualche anno, abbiamo fatto sessioni di scrittura insieme, mi ha molto aiutato nelle varie revisioni del testo. Questo mentore ha detto di aver fatto girare le mie cose. Siamo arrivati ad una stesura definitiva ma mi sono trasferita all’estero per lavoro ed abbiamo un po’ perso i contatti. Ora non conosco nessuno ne’ credo che il mio umile lavoro sia stato letto. Vivendo all’estero non ho nemmeno la possibilita’ di conoscere nessun autore di lingua italiana (prima partecipavo molto alle varie presentazioni di libri, conferenze, manifestazioni culturali proprio per conoscere gente). Vuol dire che sono destinata al silenzio? Di certo invii spontanei a case editrici grandi o piccole non hanno aiutato. Sto valutando affidarmi a un agente letterario a pagamento ma temo di imbroccare in qualcuno di poco serio e perdere tempo e denaro.
    Come si fa?
    Avevo anche inviato a lei, e lo so che e’ molto impegnato e capisco che se le prime poche pagine non piacciono di certo non si sta a leggere il resto (anche io lo faccio quando selezione libri da leggere!) Mi sembra pero’ che dopo il lavoro di lima fatto con questo scrittore, qualcosa di buono ci sia. Come faccio a saperlo per certo? Non sia solo un’impressione di questo addetto ai lavori che mi ha preso in simpatia per qualche strana alchimia della natura? Insomma, nessuno ti dice mai se il talento non ce l’hai.
    Nel frattempo, leggo tutti gli esordienti italiani per vedere che cosa vende e che cosa attira le case editrici – ho trovato cose belle e cose abbastanza discutibili. Leggo ovviamente anche scrittori affermati per continuare ad imparare e non perdere dimestichezza con l’italiano visto che ormai penso e sogno in inglese (purtroppo io direi, visto la povera’ del linguaggio!).

  163. vincenzo Says:

    A Giulio, sulla logica economica degli editori: mi pare di averlo scritto: “La loro [degli editori] è un’industria e nell’industra si produce ciò che ha più probabilità di essere venduto.” E, comunque, secondo me, Giulio, tutti qui l’hanno capito, solo quando si tratta della nostra propria opera, è difficile da accettare, perchè siamo tutti portati a pensare che nell’arte ci debba essere più idealismo di quanto ce ne sia in altri settori.
    “L’influenza dei giornali sulle vendite è ormai minima.” Giulio, sei sicuro? Un bellissimo libro di cui nessun giornale parla – quanti potranno sapere che esiste? Se è vero che in Italia si pubblicano alcune decine di migliaia di libri all’anno, il semplice fatto di essere presenti su un giornale, con una critica o una stroncatura, dà o no maggiori possibilità di essere conosciuti e letti? Non si spiegherebbe diversamente l’assedio che fanno alle testate gli uffici stampa degli editori, per ottenere una recensione.

    A manu: quelli che tu descrivi nel primo capoverso del tuo intervento del 21/12 si chiamano “classici” e, come tu dici, si tratta di roba per pochi, ma per fortuna esistono e nessuno ce li potrà togliere mai.

    A Michele, e anche a tutti quelli che scrivono, consiglio, di prima mattina due bicchieri d’acqua, dieci minuti di stretching, poi una corsetta di mezz’ora, o una passeggiata di un’ora. Quando rientrerete a casa, scriverete senz’altro meglio. Il superfluo lo avrete sudato nella tuta.
    A ogni modo, faccio outing: io ho il colesterolo a 240.

    A luciamarchitto, che scrive “perché insomma non avere due canali uno per la sopravvivenza/ricchezza dell’azienda e un altro per la cultura?”, rispondo: perchè il secondo screditerebbe automaticamente il primo. Se questo c’è, è sempre velato, è la distinzione fra le collane, ma non viene mai detto esplicitamente. Se tu fabbricassi scarpe non faresti il catalogo per le scarpe di qualità e quello per le espadrillas da spiaggia.
    Ancora a luciamarchitto, che scrive “Inoltre bisognerebbe trattare i propri dipendenti con dignità e rispetto, dignità e rispetto che viene dal fatto di non essere usato come un qualsiasi prodotto usa e getta, perché questo alla fine è il precariato”, rispondo: ti consiglio di disincantare la tua visione del mondo del lavoro (oltre che di quello della letteratura).

    A Marcello. Io, il mio lavoro “normale” me lo tengo ben stretto perchè, dal punto di vista artistico, secondo me è importante vivere una vita normale, dalla quale osservare con occhio razionale, critico, non sbilanciato i fatti, il mondo, le persone. Se faccio l’artista dopato che dorme fino alle 12 e mangia schifezze e poi si ubriaca, dopo un mese avrò una visione della vita leggermente distorta, o quantomeno incapace di vedere/comprendere/vivere la vita del mondo che fluisce fuori. Ora mi ricorderete che esisteva Baudelaire. Lo so anch’io, ma credo che, mai quanto oggi, serva un occhio solido, lucido, presente e che di maledetti ne bastino due su cento. Io mi cerco un posto fra i 98. Dal punto di vista materiale, facciamo due conti sul fatto di vivere di scrittura. Facciamo finta che uno debba vivere solo di diritti d’autore e che non scriva anche per riviste, quotidiani, etc. (attività che comunque è pagata poco, se non siete Umberto Eco). Se il prezzo di copertina di un libro è di 15 euro a copia e il diritto d’autore è del 5%, per poter guadagnare 30.000 annui lordi (circa 23.000 netti), si devono vendere 40.000 copie del proprio romanzo in un anno. Giulio, diccelo tu quanti sono gli scrittori italiani che fanno questi numeri.

    Ah, dimenticavo, posso confermare anch’io che Giulio Mozzi esiste e risponde al telefono. Dialoga peraltro in modo pacato e convincente.

  164. Giulio Mozzi Says:

    Lucia Marchitto: “perché non avere una collana, una sola, in cui si pubblicano solo libri ritenuti belli ma con poche possibilità di guadagno indipendentemente dall’età dell’autore, dai suoi denti gialli ecc… ecc.. perché insomma non avere due canali uno per la sopravvivenza/ricchezza dell’azienda e un altro per la cultura?”.
    Ricopio quel che ho già scritto: “Sarei felice se qualcuno riuscisse a capire che la logica di un’azienda editoriale è comunque una logica economica; e che una buona logica economica è una logica economica di lungo respiro. Si fanno certamente più soldi a pubblicare Manzoni che a pubblicare Moccia”.

    SilviaZ: ho letto fino a “spinge indietro la poltroncina”: quattro capitoli, qualcosa di più di trenta pagine, se la mia scheda è esatta. A quel punto ho deciso che non mi interessava andare avanti.

    Vincenzo: ““L’influenza dei giornali sulle vendite è ormai minima.” Giulio, sei sicuro? Un bellissimo libro di cui nessun giornale parla – quanti potranno sapere che esiste? Se è vero che in Italia si pubblicano alcune decine di migliaia di libri all’anno, il semplice fatto di essere presenti su un giornale, con una critica o una stroncatura, dà o no maggiori possibilità di essere conosciuti e letti? Non si spiegherebbe diversamente l’assedio che fanno alle testate gli uffici stampa degli editori, per ottenere una recensione”.
    Ovviamente se un giornale parla di un’opera letteraria, le probabilità che quest’opera letteraria sia letta aumentano. Però di molto poco.
    Fino a qualche anno fa, un’apertura delle pagine culturali di un grande quotidiano (Corriere, Repubblica) con intervista a un autore già ben noto in occasione del nuovo libro suo, generava un “movimento” di millecinquecento, anche duemila copie nel giro di qualche giorno. Oggi, è tanto se si nota un’increspatura sul grafico delle vendite.
    Il trafiletto dedicato all’autore nuovo e ignoto, possiamo immaginare quanto conti.
    Certo: gli uffici stampa comunque assediano. Ma perché, essendo uffici stampa, provano tutto. E comunque i giornali servono solo di rincalzo alla televisione. Quanto conti la rete è ancora un mistero.

    Vincenzo: “La loro [degli editori] è un’industria e nell’industra si produce ciò che ha più probabilità di essere venduto”.
    Sì: di essere venduto nel breve periodo (per avere liquidità) e nel lungo periodo (per avere credito).

    Vincenzo: “A manu: quelli che tu descrivi nel primo capoverso del tuo intervento del 21/12 si chiamano “classici” e, come tu dici, si tratta di roba per pochi”.
    Scherziamo? Se c’è un modo sicuro di far soldi è pubblicare in buone edizioni economiche Dickens, Flaubert, Platone, Goethe, Ariosto eccetera.

    Vincenzo: “A luciamarchitto, che scrive “perché insomma non avere due canali uno per la sopravvivenza/ricchezza dell’azienda e un altro per la cultura?”, rispondo: perchè il secondo screditerebbe automaticamente il primo. Se questo c’è, è sempre velato, è la distinzione fra le collane, ma non viene mai detto esplicitamente. Se tu fabbricassi scarpe non faresti il catalogo per le scarpe di qualità e quello per le espadrillas da spiaggia”.
    Ripeto: i due “canali” ci sono; è sbagliato pensare che le aziende editoriali facciano certi libri “per la sopravvivenza/ricchezza dell’azienda” stessa e altri “per la cultura”: la differenza è tra prodotti da vendere rapidamente e prodotti da vendere per sempre.
    L’esempio delle scarpe è particolarmente infelice, Vincenzo. I canali multipli ci sono, nei libri come nelle scarpe. Pensa al gruppo Mondadori. Ti pare che i libri pubblicati con il marchio Sperling & Kupfer siano la stessa cosa di quelli pubblicati con il marchio Einaudi? E ti pare che quelli screditino questi, o che questi accreditino quelli? Pensa al gruppo Gems. Longanesi è un marchio di lunga durata, piuttosto istituzionale, legato a un’immaginario liberale; ma per i lettori malati di antipolitica c’è il marchio Chiarelettere; Guanda porta con sé eleganza e tradizione, per le cose più trash c’è Ponte alle Grazie o Corbaccio (due marchi, però, in corso di riposizionamento); Salani è per la narrativa semplificata (però buona: da “Harry Potter” in giù…); Garzanti è stato in prtica svuotato (mi pare) e serve solo per pubblicare i classici (che portano sempre soldi); per i bambini c’è Coccinella; le carenze storiche del gruppo nella saggistica sono state risolte acquisendo (e trasformando, operazione ancora in corso) Bollati Boringhieri; per la letteratura di genere c’è Nord…
    E i cataloghi sono ben separati.
    La differenziazione avviene poi anche nel canale di vendita. Dentro le librerie Mondadori, per dire, c’è sempre lo spazio Mondolibri. Ma questo è un processo ancora in corso: se va tutto bene, ci troveremo tra un po’ con librerie “di cultura” e librerie “d’intrattenimento” ben distinte tra loro. Queste e quelle con dentro i libri pubblicati dai soliti quattro o cinque grandi gruppi (e con una molteplicità di marchi).
    Quanto al “non viene detto mai esplicitamente”, ti chiedo: ma hai mai guardato le copertine dei libri? Lì il messaggio è sempre esplicito.

    Vincenzo: “dal punto di vista artistico, secondo me è importante vivere una vita normale, dalla quale osservare con occhio razionale, critico, non sbilanciato i fatti, il mondo, le persone. Se faccio l’artista dopato che dorme fino alle 12 e mangia schifezze e poi si ubriaca, dopo un mese avrò una visione della vita leggermente distorta…”, ecc.
    No, per piacere. Si può fare anche la vita dell’artista che si alza la mattina presto, si mette al lavoro, poi va a fare la spesa al mercato, compra solo cose buone, cucina leggero, fa il riposino posprandiale, eccetera eccetera.
    Trovo davvero inutile ragionare solo per estremi opposti. A far così, non si capisce niente.

    Vincenzo: “Giulio, diccelo tu quanti sono gli scrittori italiani che fanno questi numeri”. Non lo so. Non conosco nemmeno i dati di vendita dell’editore per il quale lavoro. Sono informazioni riservate.

  165. Carlo Capone Says:

    Giulio, quanto incidono sulle vendite il titolo del romanzo e la copertina? è vero che non poca gente acquista un libro perchè le piace la copertina, senza minimamente badare al contenuto?

  166. Carlo Capone Says:

    Poscritto: un augurio affettuoso di pace e serenità natalizie a Giulio e a tutti i Lettori di Vibrisse.

  167. Giacomo Vit Says:

    @ a tutti. Leggete su queste tematiche l’articolo “I furbetti della narrativa” pubblicato sull’inserto “La lettura” del Corriere della sera odierno.
    Buon Natale.

  168. luciamarchitto Says:

    Grazie a tutti in particolare a Giulio per le risposte alle mie domande e ne approfitto per fare un augurio di buone feste.

  169. anna maer Says:

    un bel dibattito…a dopo, con molti Auguri

  170. davide calzolari Says:

    buon natale a tutti(ok ,:)io devo ancora andare a letto dopo aver visto amici e famiglia)

    detto questo,provo a dir qualcosa sul discorso:”anni fa le recensioni su quotidiani grossi muovevano anche più di mille copie al giorno-ora molto meno”

    a cosa è dovuto,ipotesi?

    internet non credo centri,il discorso tasche vuote per molti forse conta cmq poco,il fatto che i quotidiani perdano copie qualcosa conterà ma manco troppo,presumo

    e quindi?

    non è che nel corso degli anni ’90 e degli anni”0″/primi del secolo i lettori,alla voce “letteratura contemporanea italiana “,han preso qualche “pacco” di troppo?e che magari han buona memoria?

    rimanendo alle cose note:nei primi anni ’90 scompaiono i grossi nomi del secolo scorso,Moravia,Ginzburg,la Ortese,etc etc

    nel 91 esce il primo libro di Baricco,castelli di rabbia nel 93 con Oceano Mare,il suo secondo,qualcuno inizia a parlare di qualche nome giovane che si fa notare

    qualcosa si muove seriamente (la di la della Tamaro,vendono molto Maurensig,Brizzi,De Carlo con opere diverse dal solito “due di due”e pochi altri-al di la dei vostri gusti,notare come non fosse una pattuglia”di genere”)

    poi c’è una nuova evoluzione,dal 95-96 in poi diciamo pulp e affini,ma fa piu rumore”critico”che non fenomeno di costume o smuovi-copie. Il problema è che ci fecero ,in troppi,uno straparlare struttural critico ,per nomi oggi dimenticati,perlopiù,che molti si dissero”tanto rumore per nulla”,

    Ammaniti a parte,che non è thomas bernardt magari,ma che la pagina la fa girare…in Scarpa e Aldo nove si fa un bel po piu fatica,eh..

    e difatti qualcuno se ne accorge perchè dalla fine anni 90(nel ’99 esce “Q” degli allora luther blisset) in poi,sulla scorta di qualche successino di Carlo Lucarelli(ma attenzione,..andava in tv..con un programma anche interessante,e se non è un trampolino,quello -al di la dei meriti o meno della pagina-,non so cosa altro lo sia )e sopratutto Camilleri,boom di gialli e noir,non tutti con grandi pretese,al max di esser narrativa “realistica”,non tanto di esser narrativa contemporanea..(son due cose un bel po diverse..)

    per buona parte degli anni 0, molti editori ci dan dentro con i gialli e i noir”de nnoartri”come si direbbe a roma-i risultati?mah, avran venducchiato qualcosa,ma non mi par di aver letto cose memorabili,con qualche eccezione,personalmente,mi verrebbe da dire,per Marcello Fois,molto tradotto all estero

    con lo scorrere degli anni anche questa ondata va un po scemando
    (peraltro nel 2006 esce il pamphlet di Belardinelli,La Porta,Onofri ,che contiene,tra l’altro,una memorabile stroncatura dei gialli e noir italiani a firma di La Porta)

    nel 2008 esce il noto libro di paolo giordano che grazie al cielo non è ne un giallo ne un noir,però direi si fa notare 🙂

    morale:

    i gialli/thiller /noir , italici,qualcosina venducchiano sempre(alcuni di quelli esteri?molto di più,come è noto),ma raramente sono un super boom,”il nome della rosa” di Eco trentuno anni fa era una”cosa” un po diversa,fa caso a sé

    mentre i libri con pretese di letteratura alta/contemporanea invece solo in un caso su mille si muovono,ma in quel caso su mille a volte toccano corde davvero,

    e magari smuovon anche molte copie,perché c’è tutta una categoria di lettori forti che compra,e che però che gialli e noir non li legge e vuole storie,tra lo charmant e il”vero”,che siano un po ammalianti e magari non scritte banalmente ,ma manco cervellotiche come quelle di Aldo Nove o Scarpa,

    (non me la voglio tirare ma fa un ragionamento simile ,di rapporti di forza,tra libri thriller e quelli di letteratura contemporanea, -negli usa, -la famosa patricia highsmith ,quasi 40 anni fa ,negli states,pensate voi!ebbene si)

    poi ci son casi “strani”,qua e la:il libro”Acciaio”della Avallone qualcosa ha venduto,ma quel libro ha avuto più battage mass mediatico di quello di paolo giordano!pur avendo venduto molto meno!insomma il passaparola non c’è stato,e sinceramente,per una esordiente,trovo che l’unico merito sia stato l’aver fatto un libro dove si voltasse pagina,ma sulle scelte stilistiche,no comment,no comment davvero..

    sperando il tutto sia stato utile,al dibattito,son curioso di sentire al vostra opinione,giulio incluso:buon natale a tutti

  171. Marco Candida Says:

    Se SilviaZ vuole mandare a me, io leggo volentieri. Sul mio blog ci sono quei recapiti che sul suo sito non ho trovato.

  172. Giulio Mozzi Says:

    Carlo Capone: “Giulio, quanto incidono sulle vendite il titolo del romanzo e la copertina? è vero che non poca gente acquista un libro perchè le piace la copertina, senza minimamente badare al contenuto?”.
    Titolo e copertina servono, nell’ordine:
    – ad attirare l’attenzione,
    – a fare del libro un bell’oggetto,
    – a dare un’idea del contenuto.
    Senza dubbio un buon titolo e (un po’ meno, almeno finché non si arriva alla dimensione del bestseller) una buona copertina aiutano la vendita del libro. Quantificare questo aiuto, non saprei; e non ho mai incontrato nessuno che sappia farlo (o magari lo sanno fare, ma custodiscono bene il segreto).
    Tantissimi anni fa comperai un disco (un 33 giri, un “long playing”, come si diceva allora) perché mi colpì la copertina:

    King Crimson, In the Court of the Crimson Kinga>

    Devo dire, a distanza di qualcosa di più di trent’anni, che non fu una scelta sbagliata.
    Voglio dir questo: mi pare sciocco pensare che ci sia chi compera un libro solo perché la copertina gli piace, e senza minimamente badare al contenuto: come ho già detto e ridetto, le semplificazioni di questo tipo non servono a nulla. Certo è che, quando un libro è ben concepito, l’editore e/o l’autore possono trovare una copertina talmente azzeccata da costituire un tutt’uno con l’opera letteraria stessa. A me è successo, ad esempio, con entrambe le edizioni del mio libro “Il male naturale”. La prima, per Mondadori,

    restituiva fortissimamente alcuni aspetti dell’opera, mentre la seconda, per Laurana,

    ne restituisce altri. Va detto che nel 1998 mi riconoscevo (benché ciò mi fosse sgradevole) nella copertina Mondadori, così come nel 2011 mi riconosco (e ne sono lieto) nella copertina Laurana.

    Davide Calzolari: “provo a dir qualcosa sul discorso: ‘anni fa le recensioni su quotidiani grossi muovevano anche più di mille copie al giorno-ora molto meno’. a cosa è dovuto, ipotesi? internet non credo centri,il discorso tasche vuote per molti forse conta cmq poco, il fatto che i quotidiani perdano copie qualcosa conterà ma manco troppo, presumo”.
    Se la premessa è “internet non credo c’entri”, allora non c’è niente da dire. I giornali perdono copie a rotta di collo, cambiano funzione a tutta velocità (non servono più a informare ma quasi solo a sostenere identità), ecc.; una quantità di analisi mostrano che il consumo di notizie si sta trasferendo in massa in rete, e non necessariamente nei siti dei giornali stessi: e non ti pare rilevante questo? Non ti pare cosa di cui tenere conto? La stessa televisione sta perdendo presa…

    (Tra parentesi: ti faccio notare, Davide, che nessuno ha affermato che “anni fa le recensioni su quotidiani grossi muovevano anche più di mille copie al giorno”. Io ho scritto: “Fino a qualche anno fa, un’apertura delle pagine culturali di un grande quotidiano (Corriere, Repubblica) con intervista a un autore già ben noto in occasione del nuovo libro suo, generava un ‘movimento’ di millecinquecento, anche duemila copie nel giro di qualche giorno”.
    – io scrivo “intervista” e tu scrivi “recensione”, che è una cosa diversa,
    – io parlo di “autore già ben noto” e tu, non facendo questa specificazione, estendi implicitamente il discorso a tutti i i libri,
    – io dico che così si “generava un movimento di millecinquecento, anche duemila copie nel giro di qualche giorno” e tu dici che così si “muovevano anche più di mille copie al giorno”, che è tutto un’altra cosa.
    Resto convinto che il modo migliore per contestare ciò che uno dice, sia contestare ciò che egli effettivamente dice – e non qualcosa di vagamente simile nel suono, e tutto diverso nella sostanza).

    Per il resto, mi pare che tutto il tuo ragionamento faccia acqua. Il cambiamento nella narrativa italiana è cominciato non nel 1991 con “Castelli di rabbia” di Baricco, ma dieci anni prima con “Altri libertini” di P. V. Tondelli e “Boccalone” di Enrico Palandri: due opere in sé non eccelse, ma che smossero molto le acque. Poi arrivarono Busi (“Seminario sulla gioventù”, 1984), Marco Lodoli (“Diario di un millennio che fugge”, 1986, “Grande Raccordo”, 1990), Michele Mari (“Di bestia in bestia”, 1989; “Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”, 1990): tutte opere di notevole valore, in qualche caso di notevole successo; eccetera; voglio solo esemplificare. E, essendo difettosa la tua premessa, ovvero la ricostruzione storica, risulta difettoso tutto quel che segue.

  173. Carlo Capone Says:

    Concordo con il cambiamento iniziato a partire da Tondelli e Palandri. Personalmente inserirei anche “Compleanno dell’Iguana”, di Silvia Ballestra (1990).

    @ Giulio M.

    lo studio su chi acquista perchè attratto dalla copertina c’è, me lo rivelò anni fa un’amica, esperta di marketing di consumo. Non ricordo quale fonte citò, dunque la notizia che riporto poco senso ha. E allora perchè la riporti? perchè sono certo dei miei ricordi.

    Per chi infine desideri consultare un buon compendio della nostra letteratura degli ultimi 60 anni, consiglio “Il romanzo e la realtà” ( Bompiani 2010), di Angelo Guglielmi.

  174. davide calzolari Says:

    buondì a tutti,e buone feste

    ..io son partito dal 1990 o giu di li solo perchè..la mia memoria
    ” storico-letteraria”per motivi anagrafici,parte sopratutto da li :)!

    peraltro,le “ricadute””socio narrative”di tondelli mi sembran molto tenui col tempo attuale ,cè stato un articolo al proposito anche su affari Italiani,il buon tondelli ,quelli delle ultimissime leve,sembran conoscerlo poco,a volte a rileggerlo sembra datato davvero

    su “iguana co”,ammetto tutta la mia antipatia per quel tipo di scrittura,ma anche li ci fu più curiosità critica che vendite vere e proprie,o impatto

    su internet,grazie di avermi spiegato tutto,sinceramente speravo che non fosse stata la definitiva spada di damocle dell editoria cartacea,invece par di si

    detto questo,se volete manca una risposta:
    non è che la”ggggente”sè presa qualche fregatura di troppo alla voce narrativa italiana,e adesso va cauta davvero?

    e non capisco perchè avete preso sotto gamba il dualismo avallone/giordano:),dualismo fino a un certo punto:uno spammato un po all inizio,ma il libro si mosse mica solo per inerzia,anzi fu vero passaparola,quello di Giordano;L’altro,invece nonostante un battage mass mediatico imponente,compariva in classifica solo a periodi alterni,per poi inabissarsi,e qualche recensione fu davvero ruvida 🙂

    eh son due cose un po diverse eh 🙂

    saluti

  175. davide calzolari Says:

    ho riletto sopra qualcosa:attenzione,non faccio la gara a chi fa la ricostruzione più “veritiera”,ci mancherebbe altro:)

    però tra i libri citati,alcuni han avuto impatto non dico di costume,ma son stati dibattuti anche fuori da luoghi eminentemente cultural- letterari
    per cui,a che pro includere Lodoli?:)che dubito
    per quanto riguarda Palandri,e in parte Tondelli,andiam davvero troppo indietro nel tempo,come disamina,un altra era,un altra italia….

    ad esempio la nascita della collana “stile libero”dell Einaudi,nel 1995,piaccia o no,quella si che è davvero uno spartiacque,..lo ricorda pure Moresco,o cmq un personaggio che appare nel suo libro,in “lettere a nessuno”:)pensate !
    …..e gia li siam 16 anni fa !!!!:)

  176. davide calzolari Says:

    dimenticavo:si la tv ha perso ascolti”giovanili”,ma c’è un intervista online a piesandro pallavicini dove egli dice
    “un passaggio in tv,per un autore di un libro, vale svariate interviste internet”,
    il che è,ancora,tutto dire!

  177. davide calzolari Says:

    scusate,purtroppo manca il tasto”modifica”e non riesco a fare alcune modifiche sopra ,ad esempio alla voce Lodoli volevo dire

    “..che dubito sia ricordato da un pubblico piu ampio che non gli addetti ai lavori e qualche sparuto appassionato di letteratura italiana contemporanea”
    (eh si,in vita mia ho incontrato una sola persona che mi giurasse di aver letto intero libro di Lodoli,-non me ne voglia il buon Marco stesso ..:))

    forse sopra ho dato un po troppo il tono da “sociologia della latteratura /letta da molti-“ma non credo,da mass market per forza 🙂

  178. Giulio Mozzi Says:

    Davide Calzolari: “..io son partito dal 1990 o giù di lì solo perché… la mia memoria ‘storico-letteraria’ per motivi anagrafici, parte soprattutto da lì”.
    Certo. Ma è possibile anche informarsi, studiare un poco ecc. (hai mai sentito parlare di un certo Alessandro Manzoni? Ha pubblicato quando tu non eri ancora nato, la sua influenza sulla letteratura attuale è ormai un po’ flebile, ma non è malaccio).

  179. davide calzolari Says:

    si ne ho sentito parlare:),di a.M.:)-Humor a parte,ci son un po corsi & ricorsi storici,e personalmente penso che il miglior libro di Tondelli sia stato”Un week end post moderno”,che è un saggio,peraltro.Interessante anche il primo,ma argomenti e in qualche modo stile e linguaggio negli anni successivi ebbero così tanti emuli che quando leggi l’originale senti un po di differenza,ma manco troppa.

    Provo a suffragare , con qualche coordinata, la cosa:pure su Affari Italiani,alla voce cultura,c’era un articolo 10 gg fa sul fatto che dopo uno straparlarne negli anni 90,oggi Tondelli è un po-molto-meno citato& studiato .Non vedo nulla di male se fosse davvero così.Pure Moravia oggi è relativamente poco studiato & citato,da qualche anno in qua,ce ne siam accorti in molti

    sinceramente,in Pao Pao(curioso,ma nulla più),in Rimini (ma li,in “Rimini”,la ricerca stilistica,qualcuno vuol dirmi dov’era??)e in parte Camere Separate,tutta sta grande letteratura non l’ho vista,e non solo io,pare, perchè la critica dell epoca qualcosina ebbe da (ri)dire:)

    I critici,ogni tanto,ci prenderanno pure,o no:)?

    se poi ho detto “dal ’90 in poi”è ANCHE perchè dal 92-93,per ovvi motivo,come dire,,storico-politico sociali,che esulano dalla letteratura ,l’italia cambia un pò,che poi sta transizione duri da 20 anni,è un altro discorso

  180. davide calzolari Says:

    nb:so che criticare è facile ,e FARE è un pò meno facile..e che quindi ci vorrebbe un minimo di cautela per certi nomi grossi e-o storici;ma per contro questi stessi nomi son stai recensiti,chi prima e chi poi,e da che mondo è mondo,le opinioni(se ,dico SE,)ben argomentate e strutturate,possono essere le più varie

    insisto:su Tondelli mica tutti i”lettori””professionali”(o meno)dissero”wow,che figata!”,e mica solo i vecchi parrucconi o il famoso pretore dell’ Aquila,intendo ben altri

    altro esempio:
    nel 97 simona vinci pubblica il suo libro-la recensiscono in molti:Giovanardi ultra bene,Cotroneo benone,Garboli tiepidissimo o anche meno,Ferroni ne fa una stroncatura ferocissima,altri nomi noti ancora sostanzialmente bene

    eh insomma, il libro cmq alla fine viene notato,con tanto di pagina culturale de” l’ Espresso” che ne parla ,un bel articolo che conservo ancora

    insomma,grazie al cielo che le opinioni al mondo sono varie,anche in questo campo,dlin dlon banalità ,ma diosanto se è vero,come concetto

  181. Stefano Says:

    Davide, a me pare che incrociare dati di vendite e medie di recensioni (tipo le medie di stelline Amazon) non porti da nessuna parte, di certo non a creare qualcosa di bello o anche solo di personale. Sì, se siamo nell’ambito del ‘diamo agli editori quel che vogliono’ può servire ma basta andare in libreria per scoprire che vogliono storie di zombie e manoscritti di libri perduti della Bibbia – oltretutto se uno cerca di dare quella roba agli editori si troverà di fronte a una concorrenza devastante con migliaia di persone che scrivono tutti le stesse cose.
    Del resto, come si faceva notare più sopra, ci sono libri di enorme successo che non durano e altri di successo molto minore nell’immediato che però sul lungo periodo vendono moltissimo di più. In fondo, oggi in commercio non c’è più nulla di Harold Robbins e pochissimo di Nantas Salvalaggio – vendevano tantissimo e non piacevano ai critici e ora li trovi sulle bancarelle…
    Quanto a Tondelli, mi pare Mozzi voglia dire che per lui ha avuto un impatto enorme, personale, su di lui e una certa generazione di scrittori e lettori, un impatto che non dipende dal successo o dalla fortuna critica… uno scrittore che si ispirasse solo a chi ha successo ed è apprezzato dai critici sarebbe ben povera cosa, a mio avviso… sarebbe come essere incapaci di provare sentimenti personali su qualcosa se prima non s’è letto un sondaggio…

  182. davide calzolari Says:

    salve stefano,

    io non è che mi limito a incrociare dati di vendita eh(se vedi sopra incrocio un bel po di cose:recensioni,impatto di costume,qualche notazione critica,etc etc

    non dico sia uno studio sistemico,ovvio,ma su certi argomenti (quelli sopra,ad esempio..)i lettori professionali/professionisti o addetti ai lavori han da sempre troppa ,troppa,troppa timidezza…
    il che cozza terribilmente col fatto di esser noi in un paese dove la letteratura che si vorrebbe “alta”,forse di ricerca o simile(non”di”avanguardia”,intendiamoci)ha un parco lettori davvero contenuto(non che all estero sia diversissimo,anzi,visto che leggono più che altro stephen king o dan brown ..:))

    anzi è proprio questo il problema:in italia,per ragioni storico artistico culturali,c’è una fissa tremenda sull “estetica” della letteratura..giocoforza molti prendono sottogamba il banale fatto che un libro,per esser letto,deve avere anche qualche accadimento che non sia uno che si lamenta del mondo in un tinello,o le solite da fanzines di alcuni( possibilmente senza esser un giallo o un noir:li ,in quelli,per dire,giocoforza qualcosa succede)

    il risultato?ho visto bibliotecarie consigliare libri esteri,perché,parole loro”a parte i soliti dieci nomi i libri italiani fan sbadigliare”(…..)

    davvero stefano,non mi tirare in ballo che gli editori vogliono o traducono storie di vampiri e basta:lo spazio e la voglia per leggere altro ci sarebbero,ma se quello che viene propinato come letteratura contemporanea è/sono(omissis mio),beh allora io alzo bandiera bianca

    faccio due nomi,dopo averne criticati altri,sopra-di libri non so se belli,ma interessanti e fuori dai soliti schemi che, io personalmente,ho letto negli ultimi tempi ,a solo titolo di cronaca,lo dico

    “l’uomo verticale”, di Davide Longo(fandango)

    “nina dei lupi”di Alessandro Bertante (marsilio)

    ripeto:non so se due libri “belli”,ma interessanti e un minimo originali(per il panorama italiano,dico)si

    aggiungo,menzione,dico,anche, per “domenica sera”di marco drago,(feltrinelli-però pubblicato 10 anni fa)che sto finendo,anche se tratta di tutt’altri argomenti

    come vedi stefano,mi interesso-forse- di quanto vendano/vendevano harold robbins e Salvalaggio..ma solo fino a un certo punto:)

    saluti

  183. davide calzolari Says:

    se posso aggiungere:

    scusa stefano ma se leggi sopra o qualcosa di tondelli ho letto:e parte “un week end post moderno”,non l’ho più riaperto

    quando si tira in ballo l’elemento sentimentale in letteratura,ecco,io divento sempre un po diffidente,

    e ora,”coup de theatre”:
    tra il 99 e il 2001 io e altri amici,all università ,conoscemmo un ricercatore universitario giapponese,notevole italianista,
    costui,oltre ad esser un vero duro,(e di formazione non proprio cattolica)aveva girato in lungo e in largo l’italia

    amava molta della letteratura italiana ma ho sempre notato che non stimasse troppo il sistema-paese-italia(beh le critiche non le lesinava..)non solo il nostro essere troppo sentimentali,ma anche tante altre cose
    (poca disciplina,forze dell ordine troppo molli per il metro asiatico,università italiana & pubblica amministrazione pletorica e inefficiente,,donne italiane a suoi dire troppo petulanti,etc etc..)

    quando stava per tornare in giappone,al momento di accomiatarsi,ci disse qualcosa tipo

    “fate modifiche a questo paese(l’italia,ndr..ovviamente)sennò voi altri come sistema durate altri dieci anni,poi va a sapere…siete troppo ripiegati su voi stesse,come paese ,come cultura,e anche come letteratura…”

    insomma qualche se dice da qualche anno,lui lo aveva visto un po prima…anche in un periodo come il 99-2000 dove l’economia andava a gonfie vele…

    ecco,magari lui non era un campione di democrazia come approccio,ma credo che su certe cose,ci avesse preso davvero..

  184. davide calzolari Says:

    refuso :sopra volevo dire ” ..su voi stessi”, non “su voi stesse”

    saluti

  185. davide calzolari Says:

    scusate ho gia scritto molto :)ma c’è un passo di stefano che merita un po di approfondimento:

    “[…] di certo non a creare qualcosa di bello o anche solo di personale. Sì, se siamo nell’ambito del ‘diamo agli editori quel che vogliono’ può servire ma basta andare in libreria per scoprire che vogliono storie di zombie e manoscritti di libri perduti della Bibbia – oltretutto se uno cerca di dare quella roba agli editori si troverà di fronte a una concorrenza devastante con migliaia di persone che scrivono tutti le stesse cose”

    punto a-stefano il discorso “creare qualcosa di bello & personale”è un tantino naif/naive,se vai a chiedere ai “mila” di aspiranti scrittori/scrittrici ,a loro dire uno su 5 fa qualcosa di bello e personale..il che è tutto dire..

    punto b-come già spiegato sopra,gli editori non chiedono solo “storie di zombie e manoscritti di libri perduti della Bibbia “…la adelphi è nota ad esempio per pubblicare pochi romanzi italiani si,ma che siano(parole loro)”storie che si leggano tutte d’un fiato”

    e infatti,per quanto pubblichino pochissimi italiani,ogni tanto il colpo interessante lo fanno(anni fa Maurensig, poi adesso,per qualche altro verso,Letizia Muratori)

    che di certo non sono harold robbins o salvalaggio..pur con quantità di vendite diverse

    quindi,il discorso che si guardi troppo al mercato quando si critica qualcosa dell ambiente è infondato:peraltro il mercato è molto darwiniano,dico,fa giustizia poetica già da solo..

    e neanche bisogna assecondarlo:non vedo tutti sti cloni di medical thriller esteri ma prodotti in italia,per dire,in giro,o zombie,o vampiri,etc etc,qualcuno,ma non molti

    però davvero c’è una fissa ,anche tra alcuni degli addetti ai lavori(in senso lato)per l’estetica della letteratura…che però abbinate a storie asfittiche,non producono libri memorabili,credo )e non mi riferisco agli anni 80,ma già a parte dei 90 si,e ai tempi recenti,molto..)

    certo che,mi si dirà,se la “gggente” non tira fuori storie robuste,hai voglia ad andare a “ragionarci” sopra o a far crescere l’autore con qualche consiglio o più sull’estetica della pagina,ergo:se manca la storia valida,c’è poco da fare..

    è per questo che, nonostante tutto,ho molto rispetto per gli addetti ai lavori(che posson sbagliare,ma non sempre),e poco ascolto le lamentele degli aspiranti scrittori o le solite geremiadi sull editoria piu in generale

    al max e non lo ripeto piu,tra il mass market,e un certo tipo di letteratura che sembra fatta per certi palati che van dalla critica che rimane sui quotidiani e forse settimanali,o per l’Accademia,cè,nel mezzo,ancora molto da fare,

    E non si tratta di far letteratura “media” (via di mezzo immaginaria tra quella “alta”,ammesso che si trovi in “natura”,:)..e quella “bassa” che è solo intreccio,questa si che esiste):

    si tratta di far libri con storie che non faccian chiudere il libro,anche strutturalmente,a pagina 20-30….

    ma si sa,sulla pagina singola,e sullo stile più in generale,si può”intervenire”,anche educatamente e intelligentemente …su un intera storia valida,invece,probabilmente no..quella c’è,o non c’è

    saluti,direi c’è abbastanza carne al fuoco 🙂

  186. Giulio Mozzi Says:

    Davide Calzolari: non capisco il filo del tuo discorso. Mi pare che tu metta insieme informazioni incongrue e luoghi comuni a gogò. Perciò mi limito a una cosa sola. Scrivi: “ma si sa, sulla pagina singola, e sullo stile più in generale, si può ‘intervenire’, anche educatamente e intelligentemente… su un intera storia valida, invece, probabilmente no… quella c’è, o non c’è”.
    Tu dici “si sa”, e dimostri di non sapere. Sulle storie si può intervenire, eccome. Mi è successo parecchie volte di trovarmi con un autore a ragionare sulla storia – già scritta o da scrivere – arrivando anche a trasformazioni notevoli (del tipo: il protagonista non sarà A ma B; l’ordine delle tre parti in cui la storia è suddivisa non sarà 1, 2, 3, ma 2, 1, 3; ecc.). In un caso limite, protagonista del romanzo è diventato un personaggio che nella prima stesura… non c’era!

    Stefano: i libri in commercio di Nantas Salvalaggio sono qui: tre titoli presso editori a larga diffusione, due presso editori di nicchia. Di Robbins effettivamente non si trova più niente.

    A questo punto: ringrazio, chiudo i commenti, e mi metto a scrivere il libretto.

  187. Giulio Mozzi Says:

    I commenti sono riaperti.

  188. Candida Says:

    Buonasera Mozzi,

    cosa accade se, firmato un contratto (nel quale non c’era menzione di contributi), alla consegna del manoscritto mi viene chiesto di pagare una cifra per sostenere i costi tipografici, altrimenti la pubblicazione viene fatta slittare? O, meglio, cosa consiglierebbe di fare?

    Se sono un autore esordiente (saggistica) e mi viene proposta la cessione dei diritti d’autore (per x anni, in numero superiore a 5), in cambio della pubblicazione, del sostegno e della promozione della mia opera, tiratura di mille copie, questo è da considerarsi un affare vantaggioso in virtù della futura visibilità o è solo un furto?

    Grazie.

  189. Giulio Mozzi Says:

    In entrambi i casi, Candida, mi metterei in cerca di un editore serio.

  190. Candida Says:

    Grazie della risposta. Ma è probabilmente vero che l’esordiente in campo saggistico, se possibile, è trattato diversamente da romanzieri e poeti. Lei stesso ha scritto: “La manualistica ha un funzionamento tutto diverso dalla narrativa, Idem la saggistica.” Allora la mia esortazione, anche se generica, sarebbe quella di spiegare le peculiarità di manualistica e saggistica.
    Ma il libretto quando uscirà?
    Grazie!

  191. virginia Says:

    Io credo che la maggior parte di coloro che mandano i loro scritti alle case editrici sappiano bene, nel fondo (o abbiano almeno il forte sospetto) di non avere talento. Ma i loro romanzi sono spesso frutto di una ispirazione sincera, sono costati tempo ed energie e una certa “urgenza” li spinge a proporli. Sai mai che si sbaglino e abbiano scritto la Montagna Incantata. E allora chiedo a Mozzi, che ringrazio come tutti qui per la sua straordinaria generosità: cosa deve fare un autore “sincero” che ha forti dubbi sulla sua qualità di scrittore? Spingere il romanzo più in fondo nel cassetto evitando di far perdere tempo ai poveri editor sommersi dai manoscritti e frustrazioni a lui o è giusto “tentarsela”? Como individuare il limite tra l’impudenza e la legittima per quanto traballante aspirazione a vedere riconosciuta la propria opera? Grazie.

  192. Giulio Mozzi Says:

    Non so rispondere, Virginia, se non questo: se uno ha dei dubbi, si sottoponga al giudizio di qualcun altro.

    Il problema, peraltro, è che ogni giorno incontro persone che hanno scritto cose mediocri, o francamente brutte, e tuttavia sono convinte di avere scritto un capolavoro.

  193. RiccardoCol Says:

    Ho letto tutti i commenti, di rado si trovano persone competenti e tanto disponibili a fornire informazioni nitide e puntuali come quelle offerte da Giulio. Domani, Giulio, ti invierò il mio romanzo. Ho solo un dubbio: davvero ritieni che leggere il riassunto delle opere che ricevi (riassunti di un paio di cartelle) non possa aiutarti a capire le potenzialità di un romanzo? Non discuto la tua competenza, ma ritengo che leggendo le prime trenta pagine di un’opera si possa avere ben chiaro (e sottolineo: ben chiaro) solo un aspetto: la competenza stilistica dell’autore. Lo sviluppo della trama richiede forse uno sforzo in più (specie se parliamo di un romanzo molto lungo), e in questo frangente un riassunto potrebbe esserti d’aiuto. Non a caso viene richiesto da moltissime Agenzie letterarie.
    Un saluto e spero che il mio romanzo non ti annoi

    Riccardo Colangeli

  194. Giulio Mozzi Says:

    Riccardo: leggendo trenta pagine (e sfogliando il resto) si può avere una buona idea di come funziona la narrazione. D’altra parte, se a pagina trenta la narrazione non è già a pieno regime i casi sono due: o il romanzo è fallito, o si tiene in piedi per qualche miracolosa virtù di stile.
    Trovo che i riassunti siano di solito ingannevoli. Banalizzano la storia. Peraltro ho letto un sacco di pessimi romanzi il cui riassunto era eccellente, e un bel po’ di romanzi bellissimi che non saprei riassumere in nessun modo.
    So che le agenzie letterarie chiedono di solito il riassunto. Io se lo ricevo, per carità, lo leggo.
    Le agenzie sono fortissimamente orientate al mercato (campano di ciò che vendono). E il mercato chiede storie, storie storie, magari pessimamente scritte, ma che siano storie – da romanzo popolare, se possibile. Io, avendo da Einaudi uno stipendio fisso (per quanto precario…), ho la libertà di avere comportamenti diversi.

  195. RiccardoCol Says:

    Hai ragione in merito al fatto che nel giro di trenta pagine la narrazione deve essere già a regime, ma in alcuni casi le sole trenta pagine potrebbero essere ingannevoli quanto il riassunto. Forse parlo in particolare del mio romanzo: se leggi solo le prime trenta pagine potrebbe sembrare narrativa fantastica pura e semplice, invece non lo è. Questo perché ho cercato di trovare una via alternativa che si accosti al realismo magico di autori quali Marquez, Borges, Ende, Buzzati etc. Perciò sono portato a pensare che quando un autore propone un’opera un po’ “fuori dai canoni”, le prime trenta pagine potrebbero forse forviare o dare comunque una visione molto parziale del lavoro svolto. Opinione mia, per carità. Io in ogni caso reputo giusto inviarti un breve riassunto, a cui secondo me dovresti dare un’occhiata solo se, dopo le canoniche trenta pagine, avrai deciso di abbandonare la lettura del manoscritto…così, tanto per concedermi “l’ulitmo desiderio”.
    In ogni caso ti ringrazio in anticipo per il tempo che investirai nella lettura. Spero ne valga la pena…

    Riccardo Colangeli

  196. monica Says:

    Ho consegnato il mo libro direttamente nelle mani di un editore,durante la presentazione di un altro libro, avevo partecipato al dibattito e quando ho consegnato il mio manoscritto ho ricevuto i complimenti per i miei interventi. Pensavo che il giorno dopo avrei ricevuto la sua telefonata…invece niente, son passati 20 giorni. Premesso che si tratta di una delle più grandi case editrici italiane, dopo quanto tempo devo perdere ogni speranza di essere contattata?

  197. giuliomozzi Says:

    Anche mesi, Monica.

  198. monica Says:

    Pensavo che avendo suscitato la sua curiosità, avrebbe dato subito un’occhiata al manoscritto ed essendo il suo lavoro l’editore, capito se pubblicabile o no, e tutto si sarebbe risolto in pochi giorni.
    La ringrazio per la risposta.
    Lo vuole leggere lei il romanzo? ( anche solo le prime 30 pagine)

  199. monica Says:

    Un’altra domanda:
    Alcuni editori chiedono una scheda sull’opera. Cos’è? La sinossi?
    Grazie.
    Monica.

  200. Giulio Mozzi Says:

    Bisogna vedere, Monica, quante opere letterarie deve leggere quell’editore. Io ne ricevo tre o quattro al giorno. Hai idea del tempo che ci vuole?
    La cosa che viene bizzarramente chiamata “sinossi” (il cui significato proprio, secondo il dizionario Sabatini-Coletti, è “compendio schematico di un argomento o di una materia”) è, in sostanza, un riassunto della storia in due-tremila battute.
    Attenzione: non un riassunto “promozionale”, come quelli dei risvolti di copertina dei libri pubblicati, che ovviamente lasciano il lettore in sospeso; ma un riassunto preciso, in cui la storia si racconta dal principio alla fine.
    Somiglia un po’ al “soggetto cinematografico” (vedi in Wikipedia).
    Naturalmente il riassunto, o sinossi, o soggetto, racconta la storia ma non racconta come la storia è raccontata. Quindi è bene aggiungere al riassunto della storia almeno un capoverso che spieghi come la storia è raccontata (in prima o terza persona, nell’ordine degli eventi o con analessi [flashback] e prolessi [flashforward], con stile semplice o complesso, linearmente o con divagazioni eccetera eccetera).

  201. monica Says:

    Grazie.

  202. enrico dignani Says:

    Si precisa un percorso
    una lista
    di notabili che scompaiono.

    Riuscirò
    a diventare un ricco poeta
    con un participio passato esultante
    in prospettiva di un funerale con l’applauso
    prima della morte
    di Lucio Dalla?
    Mah!
    Goodafternoon.

  203. Francesco Cavallaro Says:

    Egregio Giulio,

    oltre al premio Calvino quali sono le rassegne più importanti in Italia dedicate agli scrittori emergenti?
    Grazie mille!

  204. Giulio Mozzi Says:

    Il Calvino è per inediti. Che cosa sia un “autore emergente”, non lo so. (Vedi).

  205. Francesco Cavallaro Says:

    come cominciare con il piede sbagliato…

  206. Mapi Says:

    purtroppo quello che ho letto è vero, ecco la mia esperienza.
    avevo scritto un libro per soddisfare la mia passione per la scrittura, ma avevo poca voglia di pubblicarlo proprio per tutti i problemi di cui si è parlato.
    Alla fine mi sono decisa, ho mandato il romanzo ad alcune case editrici e tutte mi hanno inviato una proposta di pubblicazione a pagamento.
    Ne ho scelta una che mi sembrava che offrisse più delle altre, anche se il prezzo era più alto. Ormai ero entrata nell’ottica di vedere il mio libro in vetrina
    Finalmente mi arrivano a casa le “mie” copie ,aspetto qualche settimana e mi rivolgo alla Feltrinelli ( poiché la diffusione avveniva tramite PDE) per ” comprare” il mio libro :grossa delusione. NON ERA NEMMENO IN CATALOGO. Ho ricontattato cosi la casa editrice che mi dice che ci vogliono due mesi per la diffusione. Nel frattempo ho fatto il giro di alcune librerie e mi è stato fornito il numero del rappresentante della PDE il quale mi dice chiaramente che non sa nulla del mio libro e mi fornisce addirittura il numero della loro direzione nazionale. Anche qui nessuno sa nulla.
    A questo punto arrabbiatissima ritorno alla casa editrice ,previo appuntamento, accompagnata da un amico. Mi accolgono con molta gentilezza e mi fanno vedere che hanno messo il libro on line e mi invitano alla fiera del libro di Roma.
    Entusiasta di questa cosa partecipo alla fiera, ma qui ci sono solo 2 copie del libro che vengono vendute immediatamente. Chiedo di farne portare altre ma mi viene risposto che non si poteva, però avrei potuto portare i miei. Qui il grosso dubbio: i mille libri che l’editore si impegnava a stampare che fine avevano fatto?
    intanto mi ero fatta portare i “miei” libri da casa vendendone 80 copie in due giorni. Fortuna volle che in questa circostanza conoscessi una giornalista, la quale, dopo aver letto il libro mi ha invitata in trasmissione per una intervista, che compare anche su you tube, inoltre il libro è arrivato al premio Viareggio, non ha vinto, ma sono contenta lo stesso. Forte di questo ho chiamato la Feltrinelli per organizzare delle presentazioni che ho tenute in alcune città italiane . E’ stato un successo insperato, ma la casa editrice non ha mosso un dito e nelle varie librerie il libro continuava a non esserci. Ho ancora reclamato, rigirando loro le varie mail che
    ricevevo su come acquistare il libro. Tutto questo per affermare cosa? Diffidate delle case editrici a pagamento, Ciò che io ho versato è sicuramente di gran lunga superiore al costo sostenuto e sono convinta che non hanno stampato nessuna delle 1000 copie , come da contratto

  207. Giulio Mozzi Says:

    Mapi, scrivi:

    ho mandato il romanzo ad alcune case editrici e tutte mi hanno inviato una proposta di pubblicazione a pagamento.

    E perché non hai mandato il tuo romanzo a quelle case editrici i cui libri vedevi in libreria?

  208. mapi2 Says:

    Infatti l’ho mandato ,c’e ‘ da dire che quelli che vedi in libreria sono grandi case editrici,mi hanno risposto automaticamente che per due anni non accettavano manoscritti cosi mi sono rivolta ad una trovato sfogliando il sito feltrinelli .quello mi ha tratto in inganno

  209. Giulio Mozzi Says:

    Mapi, in libreria non ci sono solo “grandi case editrici”. E, tra parentesi, non conosco nessuna grande casa editrice che risponda automaticamente: “per due anni non accettiamo manoscritti”. Feltrinelli (lo dice chiaro e tondo nel sito) non accetta se non testi inviati a persone specifiche o provenienti da operatori del settore (agenti ecc.). Ma, per quello che ne so, in genere gli editori guardano tutto. Magari non con grandissima attenzione, ma: tutto. (Lo dico io, che da tredici anni piglio uno stipendio per leggere…).

  210. mapi2 Says:

    E’ vero ,la feltrinelli mi ha risposto direttamente,mentre la mondadori col nastro.ira dovrei pubblicare un secondo libro,mi dai un consiglio?

  211. mapi2 Says:

    Questa e’ una storia di amore e dolore,inganni e pentimenti,comportamento altalenante tra il Bene e il Male con un finale imprevisti ed imprevedibile.
    Tratto da una storia vera di cui parlarono a lungo i giornali alla fine degli anni ottanta

  212. RobySan Says:

    Quella qui sopra è una sinossi.

  213. mapi2 Says:

    Mi date un consiglio per scegliere una casa editrice valida anche se piccola?Credo che questa storia sia superiore all’altra,almeno dettomi da amici,e vorrei riuscire a vederlo in libreria grazie a tutti

  214. velvetblue2014 Says:

    mapi, sfoglia con attenzione le pagine virtuali di Mozzi, troverai tutto quanto occorre per chiarirti.

  215. Maria Cristina Zenobi Says:

    Il mondo dell’editoria è davvero incomprensibile. Io ho pubblicato con un piccolo editore a pagamento anche se ho ripreso le copie del libro per quel prezzo. Il libro ha un certo successo con una prima presentazione fatta da Colasanti, non a pagamento ma perché ha trovato il libro molto bello. Da quel giorno ho fatto altre presentazioni ed ottenuto grandi consensi e da persone della comunicazione. Ho provato a contattare agenti letterari perché mi aiutassero a portare il libro da un editore per una seconda edizione ma fino ad ora mi hanno risposto che non interessa un libro pubblicato e comunque per avere un loro giudizio di valore devo pagare e poi non essere assolutamente sicura del resto. A me non serve un altro giudizio di valore serve un agente che, naturalmente, pagando mi aiuti a far avere maggiore successo al libro, ad andare avanti con una seconda edizione con un editore giusto. Mi sono rivolta alle agenzie più grandi ma prima c’è da versare il famoso obolo per avere un giudizio e poi non c’è altro mi sembra di capire. Da imprenditrice non capisco questa politica me la può spiegare lei? Cordialmente M Cristina Zenobi

  216. Giulio Mozzi Says:

    E’ semplice, Maria Cristina. Un libro già pubblicato e ancora in commercio è già pubblicato e in commercio, e a nessuno interessa pubblicarlo e metterlo in commercio di nuovo – a meno che non abbia avuto un successo davvero grande, o a meno che non si tratti di un libro davvero molto, molto bello.

    Purtroppo, aver pubblicato a proprie spese – e per di più con Albatros – è una pessima presentazione. Avere avuto elogi da Arnaldo Colasanti non conta nulla: perché Arnaldo è una persona, diciamo così, notoriamente generosa. Aver fatto una presentazione alla Camera dei deputati, con l’accompagnamento di una quantità di persone le cui competenze esulano alquanto dalla letteratura (Leggo: Mario Brunetti, psicologo-psicoterapeuta membro IARPP, Filippo Gasparro, esperto in comunicazione e diritto d’autore, Carlo Jovine, primario neurologo, Roberto Spingardi presidente della Luxmanholdings e autore di svariate opere non letterarie), è forse addirittura squalificante: perché le ragioni di una presentazione come quella non possono in nessun modo essere letterarie. Aver fatto presentazioni anche in altri luoghi istituzionali, tipo la sala del Consiglio provinciale a Perugia (con un pubblico “obbligato” di studenti), peggiora ancor più la situazione; e le lodi sperticate di presidenti, consiglieri e assessori (“Questo libro andrebbe tradotto in tutte le lingue”: addirittura!) non la migliorano (perché la lode vera non è mai sperticata).

    Eccetera. Posso aggiungere che un titolo come Se mi ami… parlami! è quasi un’autodenuncia.

  217. Maria Cristina Zenobi Says:

    Gentile Giulio Mozzi, Se mi ami. .parlami, forse, lei lo dovrebbe leggere, per capire il linguaggio delle emozioni. Il libro ha avuto successo, il successo che intendo io, perché ho ricevuto tante lettere di chi l’ha letto e riletto, e che dopo si è sentito meno solo, ha riscoperto emozioni che teneva infondo al cuore, o si è liberato di un groppo allo stomaco. Comunque la ringrazio per la risposta, almeno ha avuto un interesse e andare a vedere. Il libro, comunque, è stato preso da una Università, dipartimento di sociologia, come lettura consigliata, forse Giulio, non c’è bisogno di essere dei letterati perché un libro piaccia, c’è bisogno di un consenso di pubblico, ed illustri professori d’Italiano e di letteratura che lo hanno voluto presentare nel loro liceo, non hanno fatto un favore a me. La sua critica mi sembra un po’ superficiale e si basa su qualche cosa che è stata scritta su internet e se una persona, non mi definisco scrittore, che non sa nulla di questo mondo, sbaglia a pubblicare con un editore, e mettiamo che il suo lavoro sia buono, si è precluso tutta la vita? Un po’ miope come concetto! Comunque non mi dica sciocchezze, io ho letto e leggo molto e vedo tanti brutti libri, tutti uguali, pubblicati da editori famosi e che di letterato hanno ben poco. Con l’ultimo commento sul titolo, voleva forse offendermi? La saluto cordialmente. M Cristina Zenobi

  218. Giulio Mozzi Says:

    Maria Cristina, io del libro non ho detto niente, perché non ne so niente.

    Ho parlato solo del modo in cui il libro si presenta, per cercar di spiegare la diffidenza – chiamiamola così – delle agenzie letterarie.

    Faccio ora notare che anche l’elogio dell’incompetenza è un autogol.

  219. M.Cristina Zenobi Says:

    Gentile Giulio, è vero lei non parla del mio libro ed invece credo proprio che prima di sparare a zero, su per esempio, i relatori e la loro preparazione letteraria, delle mie presentazioni, forse poteva un pò documentarsi e sul contenuto del libro e sui relatori, anche perchè alla mia domanda aveva già risposto nelle prime righe. Lei conosce Carlo Jovine? Chieda all’editore con cui collabora, lui gli dirà chi è, oltre ad essere neurologo, perchè grazie a Dio, uno scrittore non sempre fa solo lo scrittore a pagamento, ma lo fa per passione, che è la cosa che riesce meglio, secondo me. Non mi dilungo sugli altri, vada a documentarsi, visto che ha dato dei giudizi solo superficiali e leggendo i nomi. Per quanto riguarda il titolo, è una denuncia forse, non autodenuncia, ma è ben altro e se vuole dare un giudizio deve leggerlo, cosa che non le chiedo, perchè per farlo, dovrebbe essere meno coriaceo e più umile. Sugli studenti ” obbligati” tutti gli studenti, anche i suoi, sono obbligati, dai professori che reputano, magari, che valga la pena, ed Il mio pubblico di studenti è rimasto fino alla fine, interessato e fiducioso. Le lodi sperticate, come dice lei, le ho ricevute da chi, invece crede fermamente in Se mi ami…parlami e lo ha adottato. Infine non capisco cosa voglia dire ” elogio dell’incompetenza” e comunque non si può essere competenti su tutto, per questo cerco un agente letterario, che dalle mie parti vuol dire qualcuno che faccia i tuoi ed i suoi interessi e questo potrebbe voler dire anche, sottoporre il mio libro all’attenzione di un editore giusto. Se si è scritta una cosa che vale, non vedo perchè non debba più avere valore solo perchè chi lo ha pubblicato non è dei migliori. Basterebbe rileggerlo e valutare se ripubblicarlo con un altro editore, oppure c’è lo ius primae noctis? Cordialmente M.Cristina Zenobi

  220. Giulio Mozzi Says:

    Maria Cristina, la sua domanda era: “non capisco questa politica, me la può spiegare lei?”.

    E io le ho spiegato perché, a un primo esame, un qualunque professionista dell’editoria non può che farsi una pessima opinione del suo lavoro. Del quale, ripeto, non so nulla e nulla dico.

    Se poi lei s’incavola perché le spiego esattamente ciò che lei mi chiede di spiegarle, non so che dire.

    Se poi lei pensa che i professionisti dell’editoria, a ragionare come ragionano, si sbaglino: questa è un’altra faccenda.

  221. M.Cristina Zenobi Says:

    Sono tutt’altro che ” incavolata” come dice lei, anzi sono molto divertita dalle sue risposte ed ho capito molte più cose che dalle tre righe in cui spiega il perchè un editore non è interessato a pubblicare il mio libro. Tutto, tranne il valore dell’opera stessa! E non si spiega il perchè l’editore che è pur sempre un imprenditore, specie di questi tempi, dovrebbe rifiutare un libro, prima di averlo letto, perchè mal disposto da un parere ” che non vale niente” come dice lei, di Colasanti, che invece fa una bellissima presentazione letteraria, difronte a più di 150 persone, letterate e non, e che hanno apprezzato moltissimo, ed ancora, perchè è stato presentato alla Camera dei Deputati, da relatori, che secondo lei non sono letterati, e che invece hanno respirato sin dalla nascita in un ambiente letterario e persone che fanno e scrivono di comunicazione e psicologi, perchè il mio libro parla di comunicazione, e la Camera dei Deputati è un luogo anche e soprattutto di comunicazione, così la Sala Consiliare e gli studenti, ai quali si comunica e si dovrebbe insegnare a comunicare in maniera giusta ed ancora la scuola dove è stato presentato da illustri professori di letteratura, ecc. ecc. Perchè un editore dovrebbe disdegnare tutto questo, invece di pensare che forse può esserci un certo valore nel libro? Capisco invece, dai suoi commenti, che dietro all’editore, a volte, chi riceve il manoscritto e lettera di presentazione e curriculum dello scrittore, può essere condizionato dalle proprie frustrazioni e dalle proprie tristi storie. Per me questo libro è stata ” passione ” e tutto quello che è venuto dopo una grande soddisfazione, ma non rappresenta una ragione di vita, se non per il fatto che il mio libro è servito per far sentire bene qualcuno, questo è quello che, maggiormente, è un ” successo ” per me. La saluto cordialmente M.Cristina Zenobi

  222. Giulio Mozzi Says:

    Maria Cristina, non mi piace che mi si faccia dire ciò che non dico.

    Ripeto per la terza volta: del libro non so nulla, e del libro non dico nulla. Parlo solo del modo in cui si presenta.

    Leggo:

    …ho capito molte più cose che dalle tre righe in cui spiega il perchè un editore non è interessato a pubblicare il mio libro. Tutto, tranne il valore dell’opera stessa!

    Ma io non parlo del “perché un editore non è interessato a pubblicare il suo libro”.

    Poi:

    …non si spiega il perchè l’editore che è pur sempre un imprenditore, specie di questi tempi, dovrebbe rifiutare un libro, prima di averlo letto,

    E invece si spiega benissimo. Nel momento in cui un editore di medie dimensioni riceve duemilacinquecento/tremila proposte di pubblicazione all’anno, all’incirca una decina ogni giorno lavorativo; e considerando che la grandissima parte di queste proposte – diciamo il 90% – sono prive di qualunque interesse; e considerando che la grandissima parte del 10% restante risulta comunque non pubblicabile per una ragione o per l’altra; e considerando che la lettura di tutte queste opere costerebbe una somma spropositata (basta calcolare: quanto tempo può servire per leggere un’opera di dimensioni medie, diciamo 250 cartelle, e scrivere una scheda di lettura? Si calcoli il costo orario – lordo, mi raccomando – e si moltiplichi per il numero di opere da leggere ogni anno); finisce che l’editore si affida, per una prima selezione, all’esame di una serie di “segnali”: all’esame di come il testo si presenta.

    Infine leggo:

    …Capisco invece, dai suoi commenti, che dietro all’editore, a volte, chi riceve il manoscritto e lettera di presentazione e curriculum dello scrittore, può essere condizionato dalle proprie frustrazioni e dalle proprie tristi storie.

    E questa, Maria Cristina, è una cazzata che potevi proprio fare a meno di scrivere.

  223. Pensieri Oziosi Says:

    Una volta si diceva, ambasciator non porta pena.

  224. M.Cristina Zenobi Says:

    Ma chi vuole prendere in giro Mozzi? Nessuno vuole farle dire cose che non ha detto e non tenti di mistificare, basta leggere i suoi commenti sopra. Non fa che ripetere che non parla del libro, quindi l’ho capito e confermato io stessa,perchè come le ho già detto era troppo preso a sparare a zero su persone e luoghi di presentazione, appresi da internet e non sulla presentazione, con ignoranza( nel senso di chi ignora) e con la presunzione di chi crede di avere il diritto e la confidenza di dare degli illetterati a tutti, quando poi si esprime con un linguaggio volgare che di letterato ha ben poco. Capisco sempre di più perchè le case editrici siano in crisi e perchè ci siano tanti brutti libri in circolazione e con questo ribadisco il concetto espresso sopra, che non le è piaciuto ma che mi ha confermato con la sua ennesima risposta strafottente. M. Cristina Zenobi

  225. giulianasalerno Says:

    Ah, ah! Immenso Giulio Mozzi.

  226. Giuliana Salerno Says:

    In ritardo, ringrazio Giulio delle preziose risposte.

  227. Ambra Says:

    Direi: immensamente paziente Giulio Mozzi.

  228. capsaicina Says:

    Ciao Giulio, a volte mi sembra che alcuni commenti siano stati scritti da stranieri che hanno usato il traduttore istantaneo. Altre volte, mi sembra, da perditempo con ipertrofia dell’ego scacciati dalla società e dalla famiglia. Tra l’ipocrisia del fariseo ( di solito intelligente ) e la grettezza del filisteo (più stupido e privo di autocritica) sono comunque da preferirsi i secondi per i quali c’è, forse, la possibilità di redenzione. Oserei dire che lo scrittore conformista, adulatore (che strizza l’occhio al lettore) soffre di filisteismo, mentre quello falsamente contestatore, ma contiguo ai potenti, è affetto da fariseismo. Sarebbe riduttivo, anzi folle, dividere l’umanità (e gli scrittori nel nostro paese ne costituiscono gran parte) in 2 sole categorie: per nostro godimento esistono i narratori delle sfaccettature dell’animo e della vita, coloro che al termine della lettura ci fanno sentire “un accrescimento del tono vitale” come scrive Carlo Cassola ne “IL ROMANZO MODERNO”. Tra questi inseriresti “Seta” e “La coscienza di Zeno” su cui ho letto commenti molto disparati?Tu cosa ne pensi?. Grazie.

  229. Giulio Mozzi Says:

    Ma: un’espressione come “i narratori delle sfaccettature dell’animo e della vita”, io non capisco cosa voglia dire. Né ho presente cosa intenda Cassola per “tono vitale” – ho letto Il romanzo moderno troppi anni fa, e non posso andare a riguardarlo perché un’alluvione se lo portò via.

  230. capsaicina Says:

    Se non si capisce, pazienza. Parliamo di agenzie letterarie:
    -che per il lavoro di valutazione di un inedito si chieda un compenso, O.K.;
    – che questo sia stabilito da loro, O.K.;
    – che si paghi in anticipo, O.k.;
    -che non si abbia la più pallida idea del “pacco di ritorno”, O.k.;
    -che debba firmare una serie di liberatorie e di garanzie (per loro), O.K.;
    che ti risponderanno con 4-5 paginette in parte precompilate (da copia e incolla), O.K..
    Ma che il committente (ottimo pagatore) non abbia neanche la possibilità di visionare la merce che ha commissionato, o qualcosa di simile, o almeno su “catalogo”, mi sembra davvero troppo!.
    In altre parole, spedisco ad ALI o similari, pago 500 E in anticipo (non sarebbe più etico? il 50% subito e il restante alla consegna), mi sottopongo ad un giudizio senza contraddittorio, ma almeno fatemi vedere degli esempi di schede compilate (emanate?) negli ultimi 6 mesi, sì da farmi rendere un po’ conto di cosa mi propinate!. E qualcuno dirà “e la privacy?” (che è quella cosa dietro cui si trincerano lavativi e furbi). Mettete gli asterischi , le virgolette, i cancelletti, ma per favore pubblicatele queste fantomatiche schede. Quando e se smetteremo di essere incudini non avremo l’energia neanche per una martellata. Auspico, dopo tante rivoluzioni, quella delle incudini che avanzano compatte.
    Per cortesia, non rispondermi con il tuo salomonico aplomb “e tu non mandarlo”. Ti auguro salute e benessere. Grazie.

  231. Giulio Mozzi Says:

    Mi è capitato di leggere delle schede di lettura che sembravano fatte col copia e incolla. Ma tutte scritte
    – da editori a spese dell’autore,
    – da agenzie di servizi editoriali che non fanno il lavoro di agenzia letteraria (cioè: qualcosa di non molto più serio degli editori a spese dell’autore).

  232. Billyy Calati Says:

    Il mie Editore, la mia opera sarà presente nelle principali librerie on-line, come faccio sapere quanti libri saranno venduti? e possibile ricevere un conteggio on-line.ISBN, IBS, eBook ,EAN un
    conteggio dei libri venduti? Grazie

  233. Giulio Mozzi Says:

    Billy: dev’essere il tuo editore a darti queste informazioni.

  234. Anna Giurickovic Says:

    Agente: figura preferenziale, fondamentale o, come dicono alcuni editori, addirittura controproducente?

  235. Monica Bauletti Says:

    Se incoraggiata dal personale comitato di lettura (parenti, amici e conoscenti) invio la mia opera a una lista infinita di CE e non ricevo nemmeno una risposta vorrà dire che gli amici e parenti, bontà loro, mi compatiscono oppure che il mio romanzo non è abbastanza commerciale da interessare una CE?, devo quindi continuare a scrivere cambiando argomento oppure sarà meglio continuare a scrivere per punire gli amici e parenti?

  236. Giulio Mozzi Says:

    Potrebbe anche essere brutto, Monica. O semplicemente mediocre. Hai considerato queste possibilità?

  237. Giulio Mozzi Says:

    Anna: nella discussione l’argomento è già stato toccato più volte.

  238. Monica Bauletti Says:

    Quindi devo continuare a scrivere per punire i parenti e gli amici.

  239. Giulio Mozzi Says:

    Monica, la domanda è: hai considerato la possibilità che il tuo romanzo sia brutto o mediocre?

  240. Monica Bauletti Says:

    Quindi lei mi dice che i motivi per cui le CE non mi hanno risposto sono perchè è brutto e mediocre oltre che non commericale? Ok, allora gli amici e parenti vanno proprio puniti severamente, anche se la cosa che più mi intersserebbe sapere è se è scritto bene. Il fatto che sia brutto è una questione di gusti quindi i parenti e gli amici sarebbero giustificabili e non punibili per avermi spinta a perseverare. La mediocrità quella sarebbe dura da digerire.

  241. Giulio Mozzi Says:

    Potrebbe essere commercialissimo e brutto. Hai considerata questa possibilità?

    L’argomento del tipo

    il fatto che sia brutto è questione di gusti

    va usato considerando che nelle case editrici lavorano persone il cui “gusto” è raffinato dalla competenza e dall’esperienza.

    Io trovo spesso brutte cose che persone con meno competenza ed esperienza di me trovano accettabili o addirittura belle; viceversa, trovo spesso belle cose cose che persone con meno competenza ed esperienza di me trovano brutte.

    C’è una differenza di valore tra il giudizio di un professionista e il giudizio di un non professionista? Se sì, è un conto; se no, è un altro conto (e allora, possiamo metterci a sostenere il diritto di chiunque a essere pubblicato, qualunque cosa abbia scritta, tanto “è questione di gusti”).

  242. Monica Bauletti Says:

    Credo che su questo argomento potremmo discuterne per giorni e giorni e io non ne uscirei mai convinta del tutto. Ho letto libri, e quindi parlo da lettrice che compra il libro, lo legge e ne parla, che erano considerati molto belli e onestamente mi sono sembrati passabili, ma passabili nel senso che sono passati senza lasciarmi niente o quasi, e poi mi capitano in mano libri che mi aprono la mente e gli occhi e il cuore e che nessuno sembra saper apprezzare. Allora che cos’è il gusto? e ho un’altra domanda: il professionista che parametri di giudizio usa, se ne usa, e se non ne usa come fa a dire che un testo è bello oppure no? Io non so se tutti hanno diritto a essere pubblicati, questa è una domanda difficile e tendenziosa. Credo che tutti abbiano diritti e doveri e come vuole la retorica i diritti di uno finiscono dove iniziano quelli di un altro. Trovare il confine è difficile. Io però, pur condannado EPA approvo e accetto il self. per chi ha il coraggio di laciarsi in questa sfida, non mi pesa leggere un libro che scopro non bello, secondo il mio gusto, non mi sento derubata del mio tempo, non è mai tempo buttato se stimola un giudizio e mi costringe a usare il cervello, nel bene e nel male, ma mi imparo bene il mone dell’autore che non mi è piaciuto e non lo leggo più al contrario se mi è piaciuto aspetto con ansia il prossimo libro e intanto che aspetto mi leggo le pubblicazioni precedenti.
    Per quanto riguarda
    – Potrebbe essere commercialissimo e brutto-
    se fosse commercialissimo sarebbe pubblicato indipendentenmente dalla bellezza o dalla bruttezza, quel che interessa alle CE è vendere.

  243. Giulio Mozzi Says:

    Monica: parlare di “parametri di giudizio” è, secondo me, del tutto inutile.

    Sarebbe come domandarsi quali “parametri di giudizio” adoperiamo quando, a es., scegliamo la persona di cui innamorarci.

    E: nessuno ha il diritto di essere pubblicato. Al contrario, gli editori hanno il dovere di scegliere meglio che possono.

  244. Giulio R Says:

    Buonasera Mozzi,

    Ho letto con molto interesse le domande e le (utili) risposte. Complimenti per la pazienza; avrei anch’io una domanda da porle e mi auguro troverà il tempo di rispondermi.

    Da neofita ho cercato di documentarmi su quale sia il miglior modo di scrivere e presentare una sinossi (o “riassunto”, come suggerisce di chiamarla). Mi pare di aver capito che ne esistano due tipi: quella che si pubblica in quarta di copertina (non rivela il finale e i colpi di scena) e quella che si sottopone agli editori (in cui è invece consigliato di riassumere l’intera storia includendo il finale e tutti i risvolti importanti).

    La domanda è la seguente: quando s’invia il testo a un editor, a un’agenzia letteraria o a un concorso letterario, quale delle due sinossi è consigliato accludere? Ho spedito il mio manoscritto al Premio Calvino 2017 includendo la sinossi “completa” (quella che s’invierebbe a una casa editrice) ma mi si è detto, non so se a sproposito, che è stata la scelta sbagliata.

    La ringrazio per l’attenzione

  245. Giulio Mozzi Says:

    Giulio, devi solo domandarti, volta per volta, se il tuo scopo – in quel momento, in quel contesto ec. – è: informare sul tuo lavoro, o vendere il tuo lavoro.

    Se il tuo scopo è informare, fornisci un’informazione completa in forma piana. Se il tuo scopo è vendere, enfatizza quel che c’è da enfatizzare e ometti quel che c’è da omettere.

    Per il Calvino, secondo me, hai fatto benissimo.

  246. Giulio R Says:

    La ringrazio per la risposta, lo scopo sarebbe informare l’editor / agenzia letteraria del mio lavoro augurandomi che lo trovino interessante e mi aiutino a pubblicarlo (ergo a venderlo).

    A mio avviso, scorrere le prime pagine di un romanzo può dare un’idea dello stile/ritmo ma non del dipanarsi dei colpi di scena, quindi mi chiedo: se allego il riassunto tipico della quarta di copertina augurandomi di suscitare la curiosità dell’editor/agente letterario, faccio bene o corro il rischio che chi riceve il manoscritto – vedendosi obbligato a leggerlo tutto per avere una visione d’insieme – lo cestini?

    Grazie ancora

  247. Giulio Mozzi Says:

    Giulio, questi ragionamenti servono poco. Se un romanzo inizia bene, lo si leggerà tutto (o almeno fino a quando non succede qualche catastrofe).
    Il riassuno non è mai, mai, mai decisivo.

  248. Giulio R Says:

    Farò tesoro dei suoi consigli. Buon lavoro

  249. Giulio Says:

    Buongiorno Mozzi,

    La disturbo un’ultima volta prima del “grande salto”.

    1. Sono in procinto di contattare alcuni editors e agenzie letterarie per presentare il mio dattiloscritto. Pensavo di allegare le prime trenta pagine e alcuni stralci dei capitoli successivi. In questo modo – ho pensato – chi legge avrà modo di farsi velocemente un’idea dell’incipit, del dipanarsi della storia e dello stile utilizzato. Chiuderei la mail dichiarandomi pronto – ove interessasse – a inviare l’intera opera.

    Ritiene possa essere un modo accettabile di sottoporre l’opera agli “addetti ai lavori”?

    2. È una buona idea riportare la “descrizione sintetica dell’opera” (250 battute) nella mail di presentazione?

    3. Ho depositato il manoscritto in SIAE. Una domanda ingenua: scrivere in calce alla prima pagina “SIAE/OLAF 2016” potrebbe indispettire (per evidenti ragioni) chi leggerà il dattiloscritto?

    4. Interlinea singola o 1,5 righe?

    Grazie ancora per la disponibilità.

    Giulio

  250. Giulio Mozzi Says:

    1 e 2. Giulio: mandare una parte anziché un intero significa solo costringere il destinatario a fare un lavoro in più. Meglio il testo intero più un “soggetto” della storia (non in 250 battute, ma in una-due cartelle).

    3. Il deposito presso la Siae non serve a nulla.

    4. Hai presente come sono impaginati i libri? Fa’ una cosa del genere.

  251. Giulio Says:

    La ringrazio.

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