Pubblicità / Corso fondamentale di scrittura e narrazione

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Atelier d'écriture (facile et amusant)

Atelier d'écriture (facile et amusant)

A Milano, da gennaio 2012. A cura di Giulio Mozzi. Vedi il programma. L’immagine qui sopra riproduce un prodotto commerciale che non ha nessuna relazione con il link precedente, ed è utilizzata a scopo giocoso: viene da qui.

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15 Risposte to “Pubblicità / Corso fondamentale di scrittura e narrazione”

  1. Daniela Matronola Says:

    Fondamentale, Giulio, in che senso?
    Nel senso che è irrinunciabile? Un ‘must-have’?
    O nel senso che il corso ‘fonda’ le strutture ‘fondanti’, essenziali, necessarie per la buona scrittura?
    Un caro saluto, Giulio, e a te la parola.
    DaniMat

  2. Giulio Mozzi Says:

    Nel senso che si occupa dei “fondamentali”. Ovvero dell’insieme degli elementi di base (vedi).

  3. Filippo Albertin Says:

    Una domanda: All’epoca di Melville e Stevenson esistevano “cose” simili a “corsi di scrittura e narrazione”? Se sì, sarebbe interessante metterli a confronto con le analoghe proposte contemporanee. Se no, sarebbe altrettanto interessante un dibattito sulla loro assenza.

    (Ah, dimenticavo. Bellissima l’immagine.)

  4. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, se consulti la voce Retorica in Wikipedia trovi risposta a quasi tutta la tua domanda.

    L’insegnamento della narrazione è entrato nelle università statunitensi negli anni Venti del secolo scorso. Qualche cenno su questo insegnamento si trova qui. (Ma Ralph Waldo Emerson, in un suo discorso universitario del 1838, sosteneva che “there is then creative reading, as well as creative writing”).

    Edith Wharton, di dieci anni più giovane di Stevenson, pubblicò un libro intitolato “Scrivere narrativa” (disponibile in traduzione italiana presso Pratiche – esaurito, ma si trova nei metà prezzo).

  5. Stefano Says:

    Sarebbe bello se un giorno uno di questi corsi potesse tenersi a Genova…

  6. Filippo Albertin Says:

    Per quanto interessante possa essere una lettura parallela della Retorica accanto all’Arte della Narrazione, mi sembra che tra le due ci sia un’abissale differenza, a meno che non ci si focalizzi su di una “Retorica della Narrazione”, che di certo esiste, ma non mi pare sia LA Retorica in quanto tale.

    (Notazione del tutto personale, che non è obbligatorio leggere: Allen Ginsberg era un grandissimo oratore, ma non ha mai raccontato alcuna storia, né scritto romanzi, né racconti: solo poesie, e poesie molto, molto oratorie. Jack Kerouac riusciva a raccontare storie efficacissime e affascinanti solo mettendo qualche frase su di un pezzo di carta. Però le sue poesie — es. in Mexico City Blues — erano abbastanza bruttarelle. Penso ci sia gente che “ragiona in forma di storia” e gente che “ragiona in forma oratoria”. Non è che uno ragioni bene e l’altro male. Sono cose diverse.)

    Quasi tutta la domanda che ho posto, invece, trova effettivamente risposta nelle tue citazioni successive. Soprattutto nel testo della Wharton. Quindi possiamo dire che, attorno all’Ottocento, qualcosa già c’era, certamente, nei termini di possibili “scuole” di narrazione.

    Detto questo, quindi, una domanda ulteriore. Melville e Stevenson (li cito ancora come esponenti piuttosto autorevoli del raccontare storie in forma di romanzi e racconti brevi e lunghi), e quelli che accanto a loro possono stare, sono a tuo avviso tutti passati attraverso una formazione di questo genere per arrivare a raccontare le loro storie come le hanno raccontate?

    Trovo questo “tassello” — che per me è zona abbastanza misteriosa — molto interessante. Noi tutti, nel senso “noi lettori”, vediamo la fase finale, il libro, che certamente è la punta di un iceberg. Ma quanto del corpo di questo iceberg, nelle varie epoche, è frutto di una formazione?

  7. Giulio Mozzi Says:

    Filippo: “…una “Retorica della Narrazione”, che di certo esiste…”.

    Cf. ad esempio “Rhetoric of fiction”, di Wayne C. Booth, 1961; tradotto in Italia come “Retorica della narrativa”, La nuova Italia, 1996. Ottimo libro.

    La Retorica oggi, peraltro, non è esattamente la stessa cosa della Retorica di duemilaseicento anni fa. Sono passati, appunto, duemilaseicento anni (e gli ultimi quaranta sono stati, per la retorica, particolarmente vivaci e interessanti). E certamente la “retorica della narrativa” non è la Retorica in quanto tale: ne è una parte.

    Filippo: “…Melville e Stevenson […] e quelli che accanto a loro possono stare, sono a tuo avviso tutti passati attraverso una formazione di questo genere?”.

    Se ti leggi un po’ di biografie di personaggi dell’epoca, Filippo, probabilmente puoi rispondere alla domanda.
    Peraltro: Melville e Stevenson, questi due birbaccioni che prendiamo semplicemente ad esempio, avranno studiato a scuola, come tutti i ragazzi del tempo che potevano permettersi di frequentare la scuola (ma la famiglia di Melville, assai benestante, andò in miseria abbastanza presto), una dose base di retorica. Avranno anche studiato per conto loro. Magari avranno letto anche quel “Trattato sull’origine dei romanzi” di Pierre-Daniel Huet, pubblicato in pieno Seicento, che è anche uno dei primi scritti normativi su come dev’essere fatto un buon romanzo…

    Quello che vorrei fosse chiaro, è questo: se oggi prospera l’insegnamento privato della retorica, della scrittura, della narrazione eccetera, è perché nella prima metà del Novecento tale insegnamento fu – in Italia – espulso dalla scuola pubblica. Benedetto Croce, buon’anima, sosteneva che la Retorica doveva essere conosciuta quel tanto che bastava per riconoscerla ed evitarla: tanto la Poesia era solo frutto d’intuizione. E non si rendeva conto (lui, che lavorò alla più importante riforma della scuola superiore italiana) che estirpando l’insegnamento della Retorica dalla scuola otteneva un unico risultato: rendere gli italiani mediamente meno abili sul piano comunicativo.

  8. Filippo Albertin Says:

    Hai perfettamente risposto a quasi tutte le mie domande.

    E appunto lì, infine, ti volevo. A quella che molto giustamente hai chiamato “espulsione”.

    Che ci sia stata un’espulsione è innegabile. Non una, tante espulsioni lungo il corso della storia (mi vengono in mente tanti film e altrettanti audiovisivi oggi spazzati via dal cosiddetto mainstream, ma non mi dilungo).

    Ebbene, terza e ultima domanda. Non credi che questa “necessaria privatizzazione” della materia espulsa — ed espellere è verbo quantomai fisiologico, da sistema biologico e carnale, no? — dipenda dal sopraggiungere, appunto nel sistema mediatico e sociale, di nuovi linguaggi, nuovi ritmi, nuove compressioni di dati (in pillole, in clip, in banner, etc…), che hanno reso la pura parola parlata e scritta un mezzo tra i tanti, e non più il mezzo per eccellenza?

    Dico questo anche a corollario di numerosissime lamentele che circolano in tema di “scrittura professionale” e sua sempre più difficile collocazione (“la casa editrice Tal dei Tali non paga”, “una volta prendevo questo e ora prendo un decimo”, e via discorrendo).

    Non una scomparsa dell’intellettuale scrivente, ma una sua implosione nel privatizzato; anzi, meglio (cioè peggio), nel “non-più-pubblico”.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, la tua ipotesi è tanto vera che il paese dove più sono stati sviluppati “nuovi linguaggi, nuovi ritmi, nuove compressioni di dati” eccetera, ossia gli Usa, ha il creative writing normalmente integrato nel sistema scolastico. Mentre l’Italia, che in fatto di “nuovi linguaggi, nuovi ritmi, nuove compressioni di dati” eccetera non si può dire abbia brillato tanto nel Novecento, l’ha espulso dal sistema scolastico.

    Mi pare dunque che la tua ipotesi sia valida al contrario: quel paese che ha sostanzialmente istituzionalizzato l’insegnamento del cretive writing ha prodotto “nuovi linguaggi, nuovi ritmi, nuove compressioni di dati” eccetera.

  10. Stefano Says:

    Del resto, a naso, parrebbe ovvio che i nuovi linguaggi, ritmi, compressioni di dati etc abbiano bisogno della retorica altrettanto di quelli vecchi, con il fisiologico aggiornamento che c’è sempre stato nei secoli…
    Magari si può discutere sul fatto che la retorica classica, se non sbaglio, era più oratoria che narrativa e che in generale non prendeva in considerazione il genere minore del romanzo in prosa mentre è proprio di questo che si parla oggi. Sono però discretamente convinto che i principi base siano gli stessi.

  11. Filippo Albertin Says:

    Non credo. Gli USA hanno una diversità abbastanza strutturale rispetto all’Italia: il bacino di lettori. Credi veramente che l’insegnamento della scrittura creativa in America non sia legato alla natura potenzialmente commerciale della scrittura stessa, ma solo a una vocazione istituzionale? Ti ricordo che quella che viene considerata la più grande democrazia del mondo ha istituzionalizzato pene che vigono solo nelle perduranti dittature asiatiche, quindi faccio molta fatica a vedere in questo paese, come dire, una natura fenomenologicamente dettata da ragioni extraeconomiche.

    In America — posso portare numerose testimonianze in materia — fare lo sceneggiatore, in determinate regioni (es. San Francisco), è come fare l’idraulico, l’insegnate, il commercialista. Insomma: una minoranza statunitense non vale esattamente come una minoranza italiana. Valendo molto di più, avendo cioè un “pondus” maggiore, ottiene automaticamente una maggiore rappresentanza. La diffusione della lingua inglese, poi, non penso possa essere paragonata a quella della lingua italiana, e anche questo gioca un ruolo fondamentale.

    Io penso, molto più banalmente, che la tendenza a espellere sia ovunque, e che qui da noi faccia altrettanto più danni solo per ragioni di “taglia”. Di esempi se ne possono fare tanti. Il mainstream audiovisuale, da noi, è targato USA, pur essendoci negli USA tantissima arte cinematografica indipendente.

    Se su Google digiti “creativity” trovi significati completamente diversi da quelli che trovi digitando “creatività” (cito direttamente quest’ultima: hobby e arte creativa e tanti corsi su: decoupage, biedermeier, punto croce, cucito, pittura, cucito creativo, patchwork, stencil, etc…), e non credo che questo sia un fatto di istituzionalizzazione a monte. Il fatto è che qui i lavori di “creatività [ehm] al femminile” e simili hanno un mercato più vasto di quello dei libri.

    Intendiamoci: è ovvio che una “dirigenza creativa” a monte farebbe tantissimo per avviare una trasformazione anche in questi ambiti. Ed è altrettanto ovvio che una presenza istituzionale di questa e quella materia, e di questa e quella offerta formativa, è tale da rallentarne sempre, almeno, la rapida estinzione.

    Penso però — e questo era il reale orientamento delle mie domande — che il mondo in cui viviamo, in quanto tale, con le sue distrazioni, i videogiochi, gli smart-phone, la velocità cronicizzata di tutte le brutte cose che dall’America ci sono arrivate negli ultimi tempi (e il carattere opposto di quelle che NON ci sono arrivate e NON ci stanno arrivando), stia creando una base atmosferica avversa. Anche avversa alla Buona Retorica.

    Recenti studi sulla capacità di scrivere nelle giovanissime generazioni mi danno peraltro ragione, individuando la colpa esattamente in tutti questi apparati tecnologici che si stanno diffondendo come standard comunicativi. La stessa cosa si è verificata nel passaggio dal caro vecchio blogging alla comunicazione via Facebook. E qui mi fermo perché ho già scritto troppo.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Stefano: la retorica antica nasce come “teoria e pratica dei discorsi da farsi in tribunale e nei luoghi di decisione politica”. In epoca alessandrina era anche una “teoria e pratica della poesia”, ma puntata molto più sulla elocutio, cioè sullo stile, che sulla forma complessiva dell’opera poetica. Poi, nel corso della tarda Antichità e del lungo Medio Evo, finì col ridursi a una schematica precettistica dell’argomentazione e a una teoria delle figure retoriche.
    Furono i cosiddetti “umanisti” a riscoprire le potenzialità anche educative, appunto umanistiche, della retorica, e a trasformarla in una sorta di sapere onnicomprensivo. In epoca romantica si volle abbattere ogni precettistica artistica; anche la retorica subì un tracollo (vedi il surrealismo, con la sua idea di “scrittura automatica”; ma anche l’estetica crociana concentrata sull’intuizione e sprezzante verso i mezzi tecnici)
    Quanto al romanzo, quasi nulla sappiamo di come lo considerassero gli antichi. Bisogna pur ricordare che solo nell’Ottocento il romanzo diventò quella cosa importante che ancora oggi è: prima era considerato lettura per il popolo, per le donne, per la gente da poco, potenzialmente pericolosa ecc. (vedi, qui in vibrisse, l’opuscolo Funeste conseguenze della lettura dei libri malvagi).
    Poi, nel corso del Novecento, la retorica s’incrocia con la linguistica, con lo strutturalismo e con la teoria della letteratura: incrocio fecondissimo, che ha prodotto una quantità enorme di libri illeggibili e non pochi splendidi saggi (da leggere almeno: Perelman, Genette, Barthes ecc.).

    Filippo, mi domandi: “Credi veramente che l’insegnamento della scrittura creativa in America non sia legato alla natura potenzialmente commerciale della scrittura stessa, ma solo a una vocazione istituzionale?”. No, non lo credo; e infatti non ho scritto niente del genere, anzi ciò che ho scritto implica proprio il contrario di ciò che tu – cosa bizzarra – mi attribuisci. E’ ovvio che se nelle università (quasi tutte private) statunitensi l’insegnamento del “creative writing” si è istituzionalizzato è perché esiste un mercato del lavoro che lo apprezza.

    Scrivi: “In America — posso portare numerose testimonianze in materia — fare lo sceneggiatore, in determinate regioni […], è come fare l’idraulico, l’insegnate, il commercialista”. Non serve che porti testimonianze: lo sanno tutti, sta scritto nelle enciclopedie e nei manuali.

    Mi stupisce sempre, Filippo, questo tuo modo di dire cose ovvie come se fossero grandi scoperte. Mi stupisce che tu tenda a usarmi come se fossi un’enciclopedia (vedi la domanda su Melville e Stevenson). Wikipedia è alla portata di tutti.

    Scrivi ancora: “Recenti studi sulla capacità di scrivere nelle giovanissime generazioni mi danno peraltro ragione, individuando la colpa esattamente in tutti questi apparati tecnologici che si stanno diffondendo come standard comunicativi”. Non so quali studi tu abbia sottomano. Se l’argomento ti interessa, ti consiglio (perché sono interessanti anche metodologicamente) le due ricerche sulla lettura e sulla scrittura a scuola realizzate dall’Iprase, l’Istituto per la ricerca e la sperimentazione educativa della Provincia di Trento – per il quale lavoro anch’io (e quindi non c’è bisogno che tu venga a spiegarmi che ci sono lavori scientifici su queste cose: ne ho la casa piena; come è ovvio che sia, dato il mestiere che faccio).

    Nessun lavoro scientifico parlerebbe mai di “colpa”.

  13. Filippo Albertin Says:

    Premessa: Non mi sognerei mai di “usarti”, tanto meno come enciclopedia. Se chiedo qualcosa è perché ritengo che il tuo sapere esperienziale valga molto più di qualsiasi consultazione enciclopedica, specie se l’enciclopedismo in questione è quello di Wikipedia.

    Sempre a proposito di enciclopedia, dici:

    “Non serve che porti testimonianze: lo sanno tutti, sta scritto nelle enciclopedie e nei manuali.”

    Questo significa che tutto ciò che trovo scritto in enciclopedie e manuali non necessita di testimonianze? Sarà. Non sono d’accordo. Mi piacerebbe sapere chi è del tuo stesso avviso.

    Secondo me sei invece tu che tendi a dare risposte enciclopediche. Questo non significa che io non abbia apprezzato le tue notazioni bibliografiche in materia. Anzi, le ho trovate molto utili e andrò in cerca dei testi che mi hai consigliato. Ma sarebbe per me ancora più interessante se dicessi di volta in volta, sinteticamente, senza tanti apparati scientifici a monte, e ancor più senza bisogno di dare dimostrazioni (l’esperienza è di per sé una dimostrazione) cosa ne pensi di questo e quello.

    Esempio concreto: SECONDO TE cosa bisognerebbe fare (e chi dovrebbe farlo) per portare al grande pubblico insegnamenti del genere?

  14. Stefano Says:

    Secondo la classicista Margaret Doody (autrice anche di romanzi gialli con Aristotele detective, pubblicati da Sellerio) il romanzo antico era un genere più importante e popolare di quanto generalmente si pensi.
    http://www.ibs.it/code/9788838923265/doody-margaret/vera-storia-del-romanzo.html
    E’ un libro grosso, curiosamente organizzato e pieno di idee personali anche eccentriche ma una vera miniera di informazioni e notizie inaspettate sui romanzi alessandrini e romani.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, scrivi: “Se chiedo qualcosa è perché ritengo che il tuo sapere esperienziale valga molto più di qualsiasi consultazione enciclopedica”. E quindi mi usi come un’enciclopedia.

    Mi domandi se io intenda dire che “tutto ciò che si trova scritto in enciclopedie e manuali non necessita di testimonianze”. No. Intendo dire che se oggi uno mi dicesse: “Oggi è giovedì, e ci ho i testimoni”, direbbe una cosa piuttosto curiosa.

    Scrivi anche: “Secondo me sei invece tu che tendi a dare risposte enciclopediche”. Va bene. Quindi, quando chiederai informazioni, d’ora in poi smetterò di dartele. E ci togliamo il problema.

    Scrivi infine: “Esempio concreto: SECONDO TE cosa bisognerebbe fare (e chi dovrebbe farlo) per portare al grande pubblico insegnamenti del genere?”.
    Secondo me la retorica (dell’argomentazione, della narrazione, della poesia) dovrebbe essere insegnata a scuola. L’ho detto e scritto centinaia di volte, lavoro in un progetto di sperimentazione didattica che appunto porta la retorica a scuola, eccetera.

    Stefano: il librone della Doody è molto interessante, molto divertente e parecchio incasinato (lo consiglio a tutti). Il romanzo nell’antichità è probabilmente più importante quanto si sia pensato per secoli e secoli: tuttavia non abbiamo nessuno scritto teorico o riflessivo sul romanzo stesso (a parte la “Storia vera” di Luciano, che è una parodia, e in quanto tale inevitabilmente una riflessione sul genere letterario).

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