Che ci crediate o meno, 1

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Un nuovo romanzo a puntate
di giuliomozzi

Dopo L’ultima domenica di Federico Platania, pubblicato a puntate quotidiane in settembre, ecco un nuovo romanzo. L’autore è Gianluca Minotti. Le puntate non saranno quotidiane (usciranno il lunedì e il giovedì) e si farà probabilmente una pausa natalizia. Il testo sarà pubblicato nei post e anche prelevabile in pdf, capitolo per capitolo.
Se a qualche editore capitasse di leggere, e trovasse la cosa interessante, non esiti a farsi vivo.

Gianluca Minotti
di Gianluca Minotti

Gianluca Minotti vive a Frosinone ma è nato a Perugia nell’Ospedale Monteluce (ora dismesso) lo stesso giorno, il 24 luglio 1969, in cui ebbe termine la missione spaziale sulla luna dell’Apollo 11: come dire, non aveva fatto in tempo a venire al mondo che già si era perso qualcosa. Per anni ha collaborato con agenzie letterarie e case editrici, occupandosi di corsi di formazione per redattori, lettura e valutazione inediti, editing e gestione editoriale. Ha pubblicato una monografia sul regista Valerio Zurlini (il Castoro), e il saggio Come si legge un inedito. La scheda di valutazione (agenzia Il Segnalibro). Insieme a Maria Zarbo gestisce il service letterario Literaid

Che ci crediate o meno
di Gianluca Minotti

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Parte prima, 1

(Incontro)
La verità è che si ricordavano della cena solo un quarto alle otto, quando, rientrati dai loro consueti, lunghi, spossanti, ipoproteici pomeriggi di lavoro, ed essendo stato lui per tutto il pomeriggio troppo occupato a leggere romanzi nella sua stanza, i genitori realizzavano come in casa non ci fosse niente da mangiare. Rimproverandosi a vicenda, si aggiravano allora tra la cucina e la dispensa mettendo tutto a soqquadro. Ed effettivamente, la maggior parte delle volte, qualcosa finiva con il saltellare fuori: c’era sempre una scatoletta, un vasetto, una barattolo che rotolava giù da un anfratto di un qualche sperduto scaffale, ma per lo più si trattava di cibi andati a male, residuati bellici di un tempo in cui la loro era ancora un’onesta famiglia borghese che si recava, una volta ogni quindici giorni, a fare un po’ di scorta nel centro commerciale fuori città. L’unica soluzione per non restare a digiuno o rischiare un repentino avvelenamento, era allora quella di scendere sotto casa e andare all’alimentari di fronte che chiudeva non prima delle otto e mezzo. Era diventata talmente un’abitudine che il proprietario, quando non vedeva arrivare nessuno, prima di chiudere, attraversava la strada e andava a citofonare, chiedendo se per caso non servisse niente.

Così lui, figlio unico nato per distrazione, si preparava, metteva la camicia pulita e scendeva, facendo svolazzare in una mano la lista per la cena, e stringendo nell’altra i dieci euro, affidati alle sue cure con la raccomandazione di riportare almeno un paio di monetine di resto.
Lei era sempre lì dentro, dalla mattina alla sera, e anzi lui stesso avrebbe potuto testimoniare che lei nel negozio c’era praticamente nata.
In proposito, nonostante fossero passati vent’anni e lui all’epoca ne avesse appena tredici, si ricordava benissimo di come da un giorno all’altro il pancione della proprietaria fosse sparito, restituendogli la certezza che tra l’esserino improvvisamente apparso nella bottega e il precedente pancione, dovesse pur intercorrere una qualche alchemica relazione.
Nei mesi successivi, poi, ogni volta in cui lui, uscito da scuola, si fermava nell’alimentari per comprare una tavola di cioccolato alle mandorle, la bimbetta se ne stava avvinghiata beatamente al seno della madre, la quale continuava ad allattarla anche mentre serviva i clienti. Tanto che a dirsela tutta, lui entrava nel negozio non per la cioccolata, quanto per sbirciare tra le poppe della proprietaria, non a caso il suo primo turbamento sessuale.
Per il resto del tempo, quando la bambina dormiva, i genitori la lasciavano nella carrozzina, in un angolo ricavato per l’occasione tra il reparto di frutta e verdura e il frigo dei surgelati, scostato dalla parete quel tanto che la ventola di aria calda investisse la piccina: aria calda mitigata un poco dalla frescura delle foglie d’insalata che le ricadevano oltre la cappotta.
I proprietari, i signori Cianfrossi, erano gente ligia al lavoro: avevano aperto il negozio di alimentari cinque anni prima la nascita della loro figlia, e se inizialmente era soltanto una piccola bottega che vendeva pane, con il tempo, a dimostrazione di come tale nascita non avesse tolto loro energia, ma anzi fosse stata una specie di benedizione, avevano iniziato a ingrandirsi, acquistando il locale contiguo, e occupando, al momento, tutta la facciata nord che si affaccia sulla via principale, e metà dell’altro lato ad ovest che dà su una stradina laterale senza uscita.
I signori Cianfrossi erano altresì persone di poche parole e le sole volte in cui lui aveva udito la loro voce era per decantare la qualità e la convenienza dei propri prodotti. Certo, erano educati, e quindi davano il buongiorno e la buonasera, ma subito gli chiedevano se preferiva il prosciutto dolce o quello casereccio, quanta grana grattugiata e oggi c’era il parmigiano in offerta, raccomandandosi sempre di portare i loro saluti ai genitori.
E insomma, per questi motivi addotti, e per altri che sarebbe troppo lungo elencare, per lui andare a fare la spesa verso le otto rappresentava una notevole distrazione. Nonché rientrava in una sorta di piano terapeutico prescritto dal destino, che gli forniva così l’occasione per non soccombere del tutto a un’acuta forma di agorafobia da cui era afflitto sin dalla più tenera età. Forse addirittura dal concepimento, da lui affrettato per affrancarsi da una condizione claustrofobica non più tollerabile.

Lei, Marisa, l’aveva vista crescere, e per lui era sempre stata la figlia dei proprietari, la Marisina, nonché commessa dell’alimentari dall’età in cui aveva iniziato a parlare, e cassiera da quando aveva imparato i numeri che i genitori, di certo, le avevano insegnato facendoglieli battere sul registratore di cassa. Per quanto riguarda leggere poi, pare Marisa non avesse mai letto niente prima di stare con lui, se non elenchi della spesa di clienti mal vedenti e listini prezzo.
In realtà era risaputo nel quartiere che Marisa aveva la quinta elementare, ripetuta, però, un numero sufficiente di volte perché in un certo qual modo equivalesse alla licenza media.
Quella sera di maggio, nonostante l’avesse vista mille volte, non si sa bene perché, la signorina Cianfrossi gli parve bella.
Se ne stava sulla porta d’ingresso dell’alimentari con indosso il suo grembiule rosa a mezze maniche, come se lo stesse aspettando. Si guardarono. E un raggio del sole morente s’infranse sullo chignon in cui la ragazza aveva raccolto i capelli. Allora lui per la prima volta si sorprese a scoprirla bionda, le braccia spruzzate di una peluria dorata e le guance puntellate di efelidi. Gli occhi, di un vivace azzurro, gli parvero ridenti e schietti. Era carnosa e croccante come un sedano appena lavato di fresco. Poi la bocca di lei, rossa e polposa come una mela annurca, pronunciò con tono gioioso il suo nome: «Gorgio!».

(Digressione, unicità di “Gorgio”, libri)
In realtà il ragazzo avrebbe dovuto chiamarsi “Giorgio”, come il nonno paterno, ma il segretario comunale dell’ufficio anagrafe, un vecchietto ormai alle soglie della pensione, e per giunta affetto dal morbo di Parkinson, aveva trascritto male il nome di battesimo, dimenticandosi della “i”, per cui per lo Stato italiano, Giorgio Vellucci non esisteva.
O meglio, ne esistevano diciannove: otto in Campania, cinque in Abruzzo, quattro nel Lazio, e, per puro gioco del destino – giacché, non soltanto non legati da alcun vincolo di parentela, ma sconosciuti l’uno all’altro – due a Cuneo. Esisteva invece un solo Gorgio Vellucci, trentatre anni, nato a Frosinone il ventotto luglio del 1972 e qui residente, in Via dei Salici, 50, come risultava d’altronde dalla carta d’identità, dalla patente, dalla tessera sanitaria e dallo stato di disoccupazione.
Ed è di lui, di Gorgio Vellucci, proprio in virtù di questa unicità, che intendiamo raccontare la storia.
Se poi alla particolarità del suo nome corrisponderà un’altrettanta straordinarietà di eventi, le pagine seguenti lo diranno.
A descrizione di Gorgio, in modo da sintetizzare i suoi anni precedenti gli avvenimenti qui narrati, basterà dire che l’unico elemento che legittimava in pieno i suoi trentatre anni era l’elevato numero di libri in suo possesso.
E anzi, se non fosse che Gorgio nella sua vita non avesse fatto altro che leggere, sarebbe stato oltremodo impossibile averne così tanti.
Vedremo poi di quantificare questo numero, qualora il concatenarsi degli eventi lo consentirà.

(Innamoramento, inizio lavoro)

Nonostante Marisa fosse l’unico essere di sesso femminile che ormai da anni la trama asfittica della quotidianità poneva sulla strada di Gorgio, prima di questa volta non si erano mai interpellati per nome. Così lui, al sentirsi chiamare, e per di più in un modo e con un tono che lasciavano quasi intendere una certa intimità, restò turbato.
Lui conosceva bene il nome di lei, ma niente gli aveva mai dato motivo di credere che lei conoscesse il suo: o comunque, era una cosa che non si era mai chiesto prima; per cui ora, al saluto confidenziale di lei, replicò con un rigido cenno del capo e, chissà mai perché, stringendo nella mano i dieci euro, quasi li ritenesse in pericolo.
Gorgio entrò nel negozio e Marisa, subito dietro, gli sfilò delicatamente la lista della spesa: e allora per un attimo le loro mani si sfiorarono, e tornarono a guardarsi non nel modo usuale in cui si erano sempre guardati.
Poi, quando Gorgio pagò, lei lo accompagnò fin sul ciglio della strada, quasi temesse, tutta premurosa com’era, non fosse in grado, da solo, di attraversare; e parlarono di frutta fuori stagione, della mancata consegna di alcuni prodotti e della bontà della mozzarella pontina, trascorrendo tanto di quel tempo che quando Gorgio rincasò, i genitori litigavano spazientiti. Il padre, per la rabbia e la fame, vista l’ora, s’era attaccato ai biscotti secchi che la madre si riservava solitamente per la colazione, con il risultato di terminarli, e di scatenare le lamentele della moglie che già si vedeva il mattino dopo senza niente da inzuppare nel latte.
Fu una lauta cena, e mentre mangiavano Gorgio pensava che la dolce Marisa doveva aver intuito la loro fame, passando dal solito etto di crudo, all’etto e mezzo, e da due miseri bocconcini a due enormi mozzarelle di bufala che galleggiavano rigogliose nel siero. E poi c’erano i pomodori, le verdure cotte, e nel fondo della busta, tre budini pronti. Così si spiegava quel conto eccessivo che, oltrepassando i dieci euro, aveva indotto il signor Cianfrossi a tirar fuori da sotto la cassa il suo quadernetto, inforcare gli occhiali, e aggiungere il nome di Gorgio Vellucci alla lista nera.
Da quella volta, e per i trenta giorni successivi, puntuale alle sette meno dieci, quando la smania non gli rendeva più possibile lo star dietro a intrecci di romanzo, canticchiando motivi d’opera sconosciuti ai più, Gorgio iniziava a pettinarsi, per correr poi, colmo di gaiezza, a far la spesa.
Due le conseguenze del suo repentino innamoramento.
Innanzitutto, intrattenendosi a chiacchierare con Marisa, le cene in famiglia si spostarono di una buona mezzora. Inoltre, avendo in pratica Marisa preso l’abitudine di far lei la spesa, e personalizzandola a suo modo, ad andarci di mezzo fu il budget dei Vellucci, se è vero che Gorgio divenne la prima voce nel quadernetto del signor Cianfrossi; con un’escalation che lo vide passare in testa e superare tutte quelle casalinghe distratte che compravano compravano, tanto poi passava il marito a regolare i conti.
Dopo il primo mese di spesa, non elargendo al figlio ogni sera più di dieci euro, i Vellucci erano andati sotto di quasi trecento euro.
Il padre calcolava e ricalcolava che con una media di spesa, soltanto per la cena, di quasi venti euro, presto sarebbero andati in bancarotta, e rimproverava al figlio di non sapersi moderare. Minacciando che lui i soldi non li avrebbe tirati fuori, per cui ci pensasse Gorgio a pagare i debiti: era o meno abbastanza adulto da assumersi le proprie responsabilità? E dicendo questo si riempiva la bocca di fagioli borlotti e ceci e piselli e pancetta affumicata e mais Valfrutta.
In compenso, però, a parte le lamentele del padre, Gorgio guadagnò pian piano il cuore della Marisina, la quale, sia detto ora e valga per sempre, era davvero una cara ragazza. Tutta casa e negozio. E giunta all’invidiabile età di vent’anni ancora vergine. E anzi, senza mai dare un bacio. Cosa che ella gli confessò una sera di metà giugno, quando lui, arditamente, approfittando di essere celati dall’alto scaffale dei vini, unì le sue labbra a quelle di lei.
I primi tempi, vedendolo ciondolare nell’alimentari sempre più a lungo, il signor Cianfrossi sospettò Gorgio fosse un ladruncolo. Decise allora, per quanto possibile, di tenerlo sott’occhio, in modo da coglierlo in flagranza di reato. E in effetti il signor Cianfrossi constatò come Gorgio fosse solito prendere dagli scaffali e rigirarsi tra le mani qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: una confezione di pasta, un barattolo di marmellata, una bottiglia di aceto, una scatoletta di tonno o di paté d’oliva. Però poi, dopo aver soppesato ben bene tutta quella roba e aver sbirciato le etichette, il ragazzo finiva per riporle al loro posto. Perché evidentemente, si diceva il signor Cianfrossi, era un bravo figliolo.
E insomma, non si accorse da subito del vero motivo che spingeva Gorgio a frequentare la bottega, seppure da padre severo e geloso qual’era, avesse sempre cerberamente vigilato sulla figlia, considerandola più o meno un bene prezioso, alla stregua di certe primizie che gli arrivavano anche fuori stagione.
Così, se all’inizio il bottegaio trattò Gorgio con sospetto – un sospetto acuito dal debito che il ragazzo non soltanto non saldava, ma anzi continuava spavaldamente a incrementare – con il tempo, una volta comprese le sue mire, prese a considerarlo come un rivale. Almeno fino a quando non realizzò che in pratica non gli stava portando via la figlia, giacché piuttosto era il ragazzo ad assuefarsi alle abitudini di Marisa. Da quel momento in poi divenne più gentile e cordiale. E prese a registrare i debiti del ragazzo senza più accigliarsi o aggrottare la fronte, sicuro che in un modo o in un altro il signorino Gorgio avrebbe saldato il conto. Anche perché in gioco c’era ormai la sua onorabilità, se è vero che – si tranquillizzava il signor Cianfrossi – il ragazzo non si sarebbe certo prestato a perder la faccia davanti a Marisa.

Dalla seconda metà giugno, approfittando della bella stagione, Gorgio cominciò a trascorrere più tempo nell’alimentari.
Ormai scendeva nel negozio anche la mattina, trovando sempre qualcosa da acquistare a credito, mentre nel primo pomeriggio, non avendo altro da fare, aveva preso l’abitudine, al momento dell’apertura, di aiutare Marisa e il padre a tirare su la serranda e sistemare gli ultimi scatoloni. Un’abitudine, questa, che avrebbe sicuramente agevolato il suo equilibrio psicofisico, se non fosse però che essendo soltanto uno il carrello per trasportare la merce, spesso era costretto ad accollarsi sulle spalle gli scatoloni, rischiando più volte, per quegli sforzi così a ridosso dei pasti, di vomitare l’intero pranzo.
È facile immaginare come finì: il signor Cianfrossi, avendo bisogno di un garzone per sbrigare alcune faccende in negozio, assunse il ragazzo. Anche perché Gorgio gli doveva ormai una cosa come settecentosessantatre euro e ottantuno centesimi, per cui tra i due venne stipulato un contratto nel quale si specificava che lo stipendio dei primi tre mesi sarebbe stato decurtato della metà, in modo da coprire il debito acceso.
Per i genitori fu un evento: finalmente, dopo anni di litigi e di speranze mal riposte, – “Ma come”, si lamentavano, “ti abbiamo fatto laureare!” – il loro unico figlio aveva trovato un lavoro. Un lavoro che, tra l’altro, in merito a quella questione ulcerosa della spesa, avrebbe permesso alla famiglia di far quadrare i conti e di estinguere il debito.
I signori Cianfrossi fornirono a Gorgio un grembiule azzurro con stampata in giallo, sulla schiena, la dicitura, “Cianfrossi: Generi Alimentari”; e affinché non gli s’invescicassero i piedi durante il lavoro, lo dotarono di un paio di comodi zoccoli.
Giorgio doveva scaricare il furgone, sistemare il magazzino e provvedere all’approvvigionamento degli scaffali. Ciò significava occuparsi anche degli ordini, che in un primo tempo avrebbe gestito insieme alla signora Cianfrossi.
Visto che avrebbe dovuto inoltre effettuare le consegne a domicilio con il furgoncino dell’alimentari, fu per lui necessario frequentare la scuola guida serale: non per prendere la patente – l’aveva dall’età di vent’anni – quanto per rinfrescare in proposito la dimestichezza con i motori, non essendo mai riuscito a impratichirsi del tutto. Non per oggettiva incapacità, ma per timore filiale, giacché l’unica auto fino allora a sua disposizione era stata quella del padre. Troppo sacra per lui, e troppo condizionante, tanto da indurlo a pigiare i pedali con le mani per trattarli con rispetto.
Se queste erano le mansioni di Gorgio, i signori Cianfrossi promisero al ragazzo, qualora si fosse dimostrato all’altezza, di promuoverlo a responsabile del bancone del pane – gestito allora da Marisa – con l’ulteriore prospettiva di fare carriera e di occuparsi un giorno di quello dei salumi, diretto dalla signora Cianfrossi.

(Desiderio, lavoro: desiderio a lavoro…)
Le giornate di Gorgio iniziavano adesso alle sei e mezzo del mattino e terminavano alle nove di sera. Per quell’ora, con la schiena spezzata in due dalla fatica, rientrava a casa per infilarsi nella vasca da bagno, non senza consegnare prima ai genitori la busta con la spesa per la cena. Gli pareva di essere talmente stanco da non avere la forza neanche di mangiare, e allora, toltosi l’accappatoio, ancora umidiccio, se ne andava direttamente a letto, dove però, forse per i crampi allo stomaco, di fatto non riusciva a prendere sonno, finendo con il rigirarsi per ore tra le lenzuola.
Ma era comunque contento; sì, era felice, perché almeno trascorreva tutto il tempo con la dolce Marisa, tra uno scatolone e l’altro, spiandola dal magazzino, a cui si accedeva dalla parete rientrante, lungo l’angolo dove c’era il bancone del pane. Cosicché, dalla porta socchiusa, lui poteva sbirciarla di fianco, mentre la ragazza serviva i clienti. E anzi, si era dato in proposito una certa disciplina, per cui a ogni singola unità di merce tolta dallo scatolone e disposta con ordine nel suo giusto scaffale, si concedeva un’occhiata a Marisa della durata di dieci secondi.
Era questo un modo per non perdersi d’animo e per trovare in se stesso le giuste motivazioni atte a spronarlo nella fatica.
Se in un cartone c’erano sei bottiglie d’olio, ciò significava sessanta secondi – sei volte dieci – per contemplare la Marisina. Un minuto che, seppure frammezzato, gli dava il giusto piglio per lavorare di lena, fischiettando. Almeno finché, non vedendo nessuno davanti al bancone del pane e stando Marisa magari a rigirarsi i pollici, Gorgio non si affacciava dalla porta del magazzino, tirandola a sé per abbracciarla, baciarla, frugarla un po’ dappertutto. Seppure sempre, in ogni caso, dovesse assicurarsi che il signor Cianfrossi non fosse alla cassa.
La cassa era sistemata sul lato destro del bancone del pane, in un punto da dove, tra l’altro, si poteva osservare anche l’accesso al magazzino.
Ecco perché molte volte capitava che mentre dalla soglia della porta del magazzino Gorgio, con i guanti infilati, e magari qualche scatolame in mano, rimirava estasiato Marisa, nello stesso momento era a sua volta guardato dal signor Cianfrossi che, seduto alla cassa, l’osservava senza che il ragazzo se ne avvedesse menomamente.
C’era, insomma, tutta una rete di taciti sguardi sulla quale correvano emozioni a diverso voltaggio, e dalla quale non era esclusa la stessa signora Cianfrossi, la quale, seppure dal bancone dei salumi non era in grado di tenere d’occhio l’accesso al magazzino, seguendo la direzione dello sguardo del marito, indovinava cosa stesse accadendo. Tanto più che poi il signor Cianfrossi, una volta distolto lo sguardo da Gorgio, sentendosi a sua volta osservato, lo posava sulla moglie, come a riassumerle ciò che aveva visto e dandole così conferma di ciò che lei pensava il marito stesse guardando. Tutto questo nell’arco di poche frazioni di secondo: spesso negli stessi momenti di lavoro, sia mentre il signor Cianfrossi batteva alla cassa i prezzi, sia mentre la signora serviva i clienti.
Era questione di incroci.
Una corrente continua di sguardi che attraversavano da parete a parete lo spazio del secondo locale, e che, nonostante la fulmineità, qualche cliente, particolarmente sensibile, riusciva a volte a captare. E allora, come se avesse avvertito uno spostamento d’aria, l’uomo alzava la testa a inseguire una scia d’aereo; poi, quando realizzava dov’era – al chiuso, in un alimentari – riabbassava il capo borbottando, e tornava a prestare attenzione agli scaffali e a riempire il carrello.
Gli restava però, per dodici secondi buoni, una specie di ronzio fastidioso nelle orecchie.

Con il passare dei giorni, e forse anche a causa della stagione – si era ormai in piena estate, e quindi le forme risaltavano sotto i grembiuli – certi istinti iniziarono ad avere su Gorgio il sopravvento, sommati pure al gusto per la trasgressione. Così, poteva capitare che anche quando era indaffarato a rifornire gli scaffali dentro la bottega, bastava Marisa gli passasse vicino, che subito lui l’afferrava alla vita.
In realtà si comportava in questo modo soltanto quando si trovava negli angoli più appartati del primo locale, quelli situati nel fondo, e chiusi, rispetto alla porta d’ingresso della bottega, da alti scaffali ingombri di pasta, riso, bottiglie di vino, birra, grappa, rum, whisky.
L’alimentari, infatti, si divideva in due vani comunicanti per mezzo di una pedana che serviva a unire i due pavimenti leggermente asimmetrici, essendo il secondo vano rialzato rispetto al primo.
Nel secondo locale, rispetto alla vetrina, c’erano: il banco del pane sulla sinistra, quello dei salumi nel fondo, i surgelatori e il reparto di frutta e verdura lungo la parete di destra, e la cassa vicino all’uscita. Tra il banco dei salumi e i congelatori, nell’angolo, era ricavata una piccola toilette; mentre, di fianco a essa, nascosto da una tendina, un angolo cucina, con due fornelli e un lavabo.
Per Gorgio era assai gustoso e stuzzicante stare così, anche soltanto abbracciato a Marisa dietro uno scaffale. E lo stesso per la ragazza, che si stringeva a lui con i seni spruzzati di farina che premevano, e Gorgio allora ne annusava l’odore, infilando poi ogni volta un dito nell’incavo, convinto di trovarvi una spiga di grano.
L’eventualità di essere sorpresi, dava ai ragazzi quel pizzico di turbamento che rendeva la cosa dannatamente eccitante. Dovevano sì stare sempre sul chi va là, con il viso rivolto ora a una parte ora all’altra del corridoio, in modo da tenere d’occhio tutti i punti da cui qualcheduno poteva sorprenderli; però alla fine la gioia incosciente era più forte, testarda, e li galvanizzava, spingendoli a osare ogni volta di più, e poco importava se quasi non riuscivano a guardarsi: in fondo per adesso bastava ciò che le loro mani frenetiche palpavano.
Con il tempo affinarono, tarandolo al millesimo di secondo, il momento in cui staccarsi. Infatti, mentre i primi giorni bastava sentissero dall’altra parte di uno scaffale il cigolio di qualche carrello perché subito scattassero come molle, con il trascorrere delle settimane impararono invece ad assaporare quei contatti fino all’ultimo istante: fino a quando, cioè, del carrello che stava per imboccare il corridoietto, non comparisse nell’angolo la dentatura esterna della ruota anteriore, nel preciso attimo in cui dopo aver sterzato, stava per raddrizzarsi, rivelando, così, la persona che lo sospingeva. Quello era il momento in cui si dividevano dall’abbraccio: Gorgio voltava le spalle al cliente e si sistemava, con due colpi di mano, prima il grembiule e poi i capelli; Marisa, tutta rosea in volto, prendeva invece a esclamare qualcosa ad alta voce, come dovesse correre a sbrigare un’incombenza, finendo sempre con il confondere lo stesso cliente, il quale, per vergogna, rispetto e cortesia, generalmente guardava altrove.
Così trascorsero i mesi estivi senza che i due ragazzi potessero mai fare l’amore.
Quell’anno il negozio non chiuse mai, neanche il giorno di ferragosto, e Gorgio dovette sgobbare tutto il tempo senza mai riuscire a stare un po’ in intimità con la Marisina, alla quale era vietato uscire la sera o di domenica, al dì di festa, nonostante Gorgio fosse ormai diventato un asso del volante e non soffrisse più di attacchi di panico. Avrebbe quindi ben potuto scarrozzare la piccina per chilometri e chilometri, fino a farla scendere, una volta toccata la sabbia con gli pneumatici del furgoncino, su una delle spiagge più belle del Circeo.
Ma niente di tutto questo: fu piuttosto per Gorgio un’estate di lavoro che gli servì per togliersi parte del vecchio debito con il signor Cianfrossi, senza però riuscire alla fine a mettersi in tasca quasi niente, tanto più che poi, dalla seconda metà del mese, rimasto nuovamente in bolletta, ricominciava daccapo a fare i suoi acquisti a credito, visto che il padre, da quando aveva iniziato a lavorare, non gli girava più un soldo, se non quei cinque euro che corrispondevano alla metà della spesa alimentare giornaliera.
Non che poi dei soldi a Gorgio importasse molto: a pesargli era soprattutto rinunciare al corpo di Marisa, alla sua pelle che gli pareva farsi, in quelle settimane di agosto, sempre più dorata, come se i raggi del solleone per lei non trovassero ostacolo nei muri dell’alimentari, ma oltrepassandoli, la bagnassero con la loro calda luce.
Eppure, di non poterla possedere, Gorgio se ne faceva una ragione.
La sera, solo nella sua stanza, ripensava alle mani della Marisina colme di susine e di albicocche, mentre le sceglieva dalle ceste per offrirle ai clienti. A quando, pesata la frutta, veniva ad accarezzarlo, con la sua pelle che sapeva di fragole, di ciliegie, di pesche, e desiderava assaporarla, succhiarla, come si sorbisce avidamente il succo rimasto sul fondo di una coppa di macedonia. O, ancor di più, a quando, aiutando la madre all’altro bancone, tirava su le mozzarelle dalla vaschetta, e tutto quel liquido le colava dalle mani fin sugli avambracci.
Ogni frutto, verdura, farinaceo, confezione, oggetto che durante la giornata lavorativa entrava in contatto con Marisina, diventava per lui motivo per fantasticare: la lattuga era tutt’uno con lei, il suo ventre ricolmo di semi di girasole, di bucce di mandarino, di scorze di limone, di uva passa.
La immaginava allungata sul bancone, nuda, lasciva, impiastricciata di salsa verde, di paté di fegatini, di salsa tonnata: anche al cartoccio, tutta farcita e avvolta nel domopack. E allora, pensando a Marisa come a una pietanza succulenta, provvedeva per conto proprio a placare la voglia.
Il destino però era dietro i fornelli, e nell’attesa che la pietanza fosse cotta a puntino, imbandì la tavola in appena una settimana.

(continua)

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24 Risposte to “Che ci crediate o meno, 1”

  1. Marco Says:

    Ma, perché non iniziare la storia partendo col paragrafo del secondo capitolo? Senti che attacco che verrebbe fuori:

    “Il ragazzo avrebbe dovuto chiamarsi “Giorgio”, come il nonno paterno, ma il segretario comunale dell’ufficio anagrafe, un vecchietto ormai alle soglie della pensione, e per giunta affetto dal morbo di Parkinson, aveva trascritto male il nome di battesimo, dimenticandosi della “i”, per cui per lo Stato italiano, Giorgio Vellucci non esisteva.
    O meglio, ne esistevano diciannove: otto in Campania, cinque in Abruzzo, quattro nel Lazio, e, per puro gioco del destino – giacché, non soltanto non legati da alcun vincolo di parentela, ma sconosciuti l’uno all’altro – due a Cuneo. Esisteva invece un solo Gorgio Vellucci, trentatre anni, nato a Frosinone il ventotto luglio del 1972 e qui residente, in Via dei Salici, 50, come risultava d’altronde dalla carta d’identità, dalla patente, dalla tessera sanitaria e dallo stato di disoccupazione.
    Ed è di lui, di Gorgio Vellucci, proprio in virtù di questa unicità, che intendiamo raccontare la storia”

    A me sembra un ripensamento di romanzo vecchio stile (ottocento, dove si era sempre preoccupati di spiegare perché raccontare proprio quella storia lì, di quel signore lì) in chiave moderna, con sfumature pirandelliane. Io partirei da lì, e poi racconti quello che vuoi raccontare di Gorgio.

  2. mauro mirci Says:

    D’accordo con Marco.

  3. Carlo Capone Says:

    Sì, un attacco diverso avrebbe attirato di più.

    Ho trovato queste pagine di una lentezza incredibile, ‘mosce’. Però domani mattina, a mente fresca, le rileggo.

    Dovessi decidere con il libro davanti non proseguirei.
    E sinceramente ho la soffitta piena di romanzi, specie di italiani, troncati all’inizio o metà.
    Sarò io un caso particolare, boh.

  4. sergiogarufi Says:

    curioso però che il romanzo di uno che valuta gli inediti per lavoro ed ha un’agenzia letteraria (manca solo che insegni scrittura creativa) esca a puntate su vibrisse…

  5. Clara Says:

    Per me è questa “lentezza” del romanzo che gli dà fascino. E’ questa ricercatezza non forzata che gli conferisce un attributo insolito. Molto originale.

  6. demetrio Says:

    sergio potrebbe essere un atto di umiltà. io la vedo così.

  7. Marco Says:

    atto di pubblicità, se mozzi dice che sei bravo sei bravo non ci sono storie su queste

  8. sergio garufi Says:

    toh, l’ipse dixit…

  9. Marco Says:

    Insomma, certamente l’affermazione “se mozzi dice che uno è bravo è bravo” non può essere vera, ma in questi anni, Garufi, Mozzi ha dimostrato di essere bravo a fare quello che fa. Tra l’altro qualche sera fa (scusa se bisticcio) su Rai Uno (alle tre di notte circa) durante un documentario (roba registrata, dunque; non in diretta) Andrea Cortellessa ha speso parole di grandissimo elogio nei riguardi di Giulio come talet-scout dicendo, lo ricordo bene, che Indicativo Presente (Sironi Editore) è la migliore collana degli ultimi tempi etc. Ipse dixit anche quello? Ok, Ipse Dixit.

  10. Federico Platania Says:

    senza contare che due su due romanzi pubblicati a puntate su Vibrisse hanno poi trovato editore ^___^
    a questo punto la motivazione potrebbe essere il buon auspicio.

  11. sergio garufi Says:

    marco, il mio “toh” voleva solo mostrare sorpresa per la ricomparsa di quell’argomento definitivo. sull’infallibità di mozzi non mi esprimo. non è questione di vero o falso, è che l’ipse dixit chiude ogni discussione. poi figurati, il testo di minotti manco l’ho letto, può essere pure un capolavoro, m’incuriosiva la contraddizione fra le note professionali e la pubblicazione qui, ma sarà sicuramente un atto d’umiltà, come diceva demetrio. sono molto contento per federico.

  12. Giulio Mozzi Says:

    L’affermazione “Giulio Mozzi ha un’agenzia letteraria” è falsa.

  13. Giulio Mozzi Says:

    Sergio Garufi: il romanzo di Federico Platania è apparso integralmente a puntate in vibrisse, e anche grazie a questa pubblicazione ha trovato un editore. Del romanzo di Enrico Macioci La dissoluzione familiare sono apparsi in vibrisse i primi capitoli: la pubblicazione è stata interrotta perché un editore ha deciso di pubblicarlo (siamo alle bozze).
    Ci sono molti modi per cercare un editore per un romanzo. Uno di questi è pubblicarlo qui, integralmente o parzialmente. Un editore si è già fatto vivo chiedendo di leggere il testo completo del romanzo di Minotti.

  14. sergio garufi Says:

    non so a chi ti riferisci giulio, ma quell’affermazione che definisci falsa non l’ho fatta io. trovavo solo curioso che una persona che ha scritto e pubblicato un saggio su come si valutano gli inediti e che gestisce un service letterario (non un’agenzia, come erroneamente avevo scritto), cioè qualcuno che si presume ben introdotto nell’ambiente editoriale, poi sia anche lui in cerca di un editore. ad ogni modo sono molto contento per federico, di cui a suo tempo avevo letto e recensito positivamente l’esordio, per enrico e per chiunque troverà la sua strada grazie ai buoni uffici di vibrisse.

  15. Giulio Mozzi Says:

    L’affermazione “Giulio Mozzi gestisce un service letterario” è falsa.

  16. sergio garufi Says:

    minchia giulio, sei di coccio: sto parlando di gianluca minotti.

  17. Mascia Says:

    No, secondo me lo fa apposta: Giulio si sta divertendo a fare il troll nel suo stesso blog.

  18. Mascia Says:

    Aggiungo: probabilmente perché non apprezza le formule che suonano allusive “una persona che” , “uno che” e giocando così sul fraintendimento le irride.

    Insomma, Giulio, non ti sto dando del troll fastidioso (sul tuo blog, per di più), ma diciamo un troll educativo, didattico, un Professor Troll, che mi sembra anche in linea con i tempi.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Sergio: se smentisco – senza associarle al tuo nome – affermazioni che tu non hai fatte, è evidente che non sto smentendo te.

    Tre persone, avendo letto il tuo commento, hanno frainteso e mi hanno scritto dicendomi: ho letto nel suo blog che lei ha un’agenzia, eccetera.

  20. Mascia Says:

    … e ancora una volta la perfida sono io …

  21. sergiogarufi Says:

    No Giulio, non e’ cosi’ evidente. Quelle affermazioni le avevo fatto solo io qui. Se tu smentisci qui ciò che ti viene scritto in privato e’ facile che si ingenerino equivoci. Passo e chiudo.

  22. Giulio Mozzi Says:

    Sergio, prima scrivi: “Quell’affermazione che definisci falsa non l’ho fatta io”.
    Poi scrivi: “Quelle affermazioni le avevo fatto solo io qui”.
    Mi pare che questo basti a far capire come le affermazioni in questione, che tu le abbia fatte o no, siano scritte in tal modo da offrire l’esca per un equivoco.

    Se un’affermazione (non mia) fatta in pubblico viene equivocata da più di due persone, allora ha senso pubblicare una smentita in pubblico. Anche se si può dubitare dell’efficacia di tale smentita, visto che le persone equivocanti, controllata la posta fino a ieri sera, sono diventate sette.

  23. sergio garufi Says:

    Mai detto che mi piaccia quella roba lì.

    (rispondo a un’amica che leggendo i miei commenti qui ha desunto che fossi libero stasera e mi ha invitato con un sms a mangiare sushi perché ricordava che mi piacesse)

  24. ndr Says:

    @Giulio Mozzi: pensavo anch’io, come Sergio, che ti riferissi a lui. Anche se, in effetti, le tue frasi virgolettate, includendo il tuo nome come soggetto, Sergio non le ha mai scritte (non ci sono accenni a nomi nei commenti di Sergio riguardo l’agenzia, il service letterario). Probabile che se Sergio avesse scritto “Curioso però che il romanzo di Gianluca Minotti, che per lavoro…” non ci sarebbero stati equivoci. Però è vero anche che se Giulio avesse scritto che Garufi si riferiva all’autore del romanzo e non a lui forse gli equivoci (tra lui e Garufi) non ci sarebbero stati. Chi lo sa.

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