Dalla Bottega di narrazione / Marco Baggio

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Marco BaggioIo sono Marco Baggio, ho 35 anni, vivo a Castelfranco Veneto (Tv). La voce del protagonista mi ha parlato la prima volta in un pub di Dublino, un pomeriggio estivo e assolato di due anni fa; poi, ogni tanto, l’ho ritrovata a sussurrare nel doppiofondo dei miei giorni, finché non è stata accolta in Bottega.

Questa è la storia di Lucio e della rivoluzione cui va incontro, riluttante e controvoglia, armato solo di un modo sghembo di percepire il mondo, e costretto ad attraversare la crisi di una terra che ama il lavoro più di ogni altra cosa senz’esserne più ricambiata. Il frammento che segue non è l’incipit ma si colloca nella parte iniziale del romanzo.

da Fuori di qui
di Marco Baggio

Un diluvio di e-mail appuntite colse il nuovo giorno alle spalle, ne fece un bersaglio sbrecciato già prima che la caffeina cominciasse a pompare. Meno tre giorni all’anno nuovo, meno dodici al primo volo. Mosè, sballato dalla copiosa pesca di clienti alle cene di beneficienza natalizie, girava e-mail sopra le dieci righe a pioggia, colto dal raptus dell’inoltro. In Arial 13 scriveva pnp, poi ne parliamo, scriveva vt, vedi tu, scriveva rd, relazionami dopo.
Delegazione cinese in arrivo tra meno di trenta minuti.
Dettagli da vista periferica. Camicia blu, pantalone a sigaretta grey, sulla sedia di destra davanti alla mia scrivania Annalisa scavallò, la scarpetta nera decolté cominciò a dondolare nell’aria. Diligente e in attesa, la Splendida scorreva sul suo I-Pad le e-mail che le rimbalzavo in tempo reale.
Cliccai l’ultima e-mail in arrivo da Mosè. Jeff Bezotti da Sidney cercava copertura. Jeff sforzava il suo italiano. Jeff Bezotti, avvocato marinaio della sede BJD law Sidney, aveva fatto un casino con le garanzie di un contratto di fornitura di una materia prima che non sapevo esistesse, ma costosissima. Jeff preavvisava i colleghi italiani di costi superiori alle attese, Jeff sconsigliava di sottrarsi all’esecuzione del contratto, Jeff aveva infilato nel post scriptum l’invito al varo della sua nuova barca anche ai carissimi colleghi italiani.
I colleghi italiani avrebbero varato solo la sfuriata del cliente, Jeff.
Posta in arrivo da Mosè azzerata.

– Cominciamo? Ha proposto Annalisa.
– Via.
– Pratica Berizzi Spa, cessione di quote.
– Facile. Siderurgiche Madani Spa, anno 2008.
– Pratica Arbt Spa, acquisizione del distributore giapponese, creazione newco, pagamenti e garanzie.
– A che fase siamo?
– Intenti.
– Nir group Spa marzo 2007, riaggiornata per Lavix Spa, nel 2009. Chi li segue?
– Studio Lose e Spitzer di Bruxelles, avvocato Rafferman.
– Cambiamo, anche Rafferman invecchiomentreattendounarisposta si accorgerebbe che è sempre la stessa. Cerca nel server tra le cartelle degli altri, non di Marras, e poi giramela.
Eravamo sistematici, eravamo efficienti, eravamo come una vecchia coppia a zonzo nel supermercato di fiducia; lei depennava dalla sua lista le necessità, io spingevo il carrello e la indirizzavo allo scaffale virtuale del server centrale, verso la cartella di una delle pratiche già concluse e fatturate in cui riposava l’atto, il contratto, il modello, la clausola, la lettera, che avremmo utilizzato come spunto di partenza, rectius copiato in tronco aggiornando i nomi e le date, per le pratiche bollenti e ancora da fatturare.
Alla nostra cassa però, noi, emettevamo preavviso di fattura.
– Impostale e poi giramele, ho detto. Bezotti si fa un’altra barca.
– Ti ha invitato?
– Sì, ma a Sidney, figurati. Peccato. Mi ricordo ancora quando è venuto a Genova a prelevare il suo bialbero madreperla. Festa maiuscola. C’era una tale ressa che ha rinunciato al giro d’inaugurazione e siamo rimasti ormeggiati al porto tutta la sera. Schiene scollate, poppe rifatte, io e Marras sembravamo fantasmi dispersi in quel mare di abbronzature da competizione.
Annalisa non ha replicato. Annalisa si è zittita.
– Che c’è?
Annalisa ha distolto lo sguardo.
– Lo so, lo so: dall’altra parte del mondo gli avvocati diventano ricchi, intascano bonus, fanno gli splendidi.
– Stanno per arrivare i cinesi, ha tagliato corto lei. Il cliente è già in sala riunioni.
– Allora?
– Allora scendi ad accoglierli, lo sai quanto ci tengono all’etichetta.
– Vieni anche tu, lo sai quanto adorino le bellezze italiane.
La comparsa di un avvocato del dodicesimo piano e della Splendida generò scompiglio e sguardi indagatori tra le scrivanie del settimo. Ho ammonito, ho gelato, ho ricondotto la ciurma dei praticanti schiavi a fingere impegno e febbrile occupazione a suon di occhiate malefiche. Poi ne ho visto uno in piedi, oltre il vetro che separava la reception dall’openspace: del tutto inattivo, del tutto a disagio, del tutto inappropriato. Il Primate mi ha sorriso, alla luce dei neon sfavillava riflessi argentei, nel suo vestito da grande magazzino ottantasettepercento nailon.
Ha alzato la manina, ha fatto ciao ciao.
Ho socializzato, ho detto chicazzosei?, lentamente, sperando che leggesse il labiale.
Ha sorriso.
– Chi è?
– Uno di quelli in prova per sostituire l’avvocato Firmani. Giulio qualcosa, ha detto Annalisa, ravvivandosi i capelli con la mano e controllando il risultato sul riflesso della porta vetro.
– Primo giorno? Ho chiesto.
– Pare.
– Raccomandato?
– Non mi risulta.
– Quanto prende?
– Trecento al mese.
– Che ci fa con trecento euro al mese?
– Non so lui, io ci pago l’estetista.
Il Primate non distolse lo sguardo, non recepì minimamente le onde di repulsione e ira che indirizzavo verso la sua cravatta verde su camicia azzurra, il suo ciuffo fuori squadra, il suo volto rilassato e perfino abbronzato.
– Magari, ho detto, in sei o sette mesi si comprerà un vestito decente.
– Non durerà una settimana con tutti quei sorrisi.
– Deve star lì a fare ombra al pavimento tutto il giorno?
– Poi segnalo la cosa.
Il Primate succhia conoscenza e futuribile concorrente da azzerare mi salutò di nuovo proprio quando Annalisa disse eccoli, si sbottonò i primi tre della camicetta e s’aggraziò il colletto; le porte a vetro s’aprirono frusciando e, in un tuffo sincronizzato da medaglia, le coppie di occhi a mandorla trovarono una dopo l’altra la via della scollatura d’occasione, da cui riemersero di malavoglia per salutare anche me, inchinarsi frettolosamente, e seguire il derrier antigravitazionale di Annalisa fino all’ascensore e, su, alla sala riunioni avorio.
Gli invasori si schierarono sul lato sinistro del tavolo lasciando all’unico con diritto di parola, il bonsai dai capelli striati di grigio, il posto centrale.
Il nostro cliente, il sig. De Zotto, un ex contrabbandiere di legni pregiati ora dedito all’importazione e smercio di cosmetici contraffatti, sedeva al lato opposto, giacca nera su camicia di jeans. Di solito, intavolava annose trattative commerciali su questioni del tutto secondarie, lui, avvalendosi della collaborazione del nostro studio. Di solito, la mia presenza lo rassicurava abbastanza da acquietarsi accondiscendente fino alla stesura del contratto definitivo, al più pizzicandosi i lobi quando le questioni si complicavano. Di solito, però, appena fuori di qui il suo sciagurato buon senso lo portava a depennare, alleggerire, tagliuzzare clausole secondo lui eccessive, o prolisse, o di oscuro senso, disdegnando tutti i miei sforzi e, soprattutto, consegnandosi ai peggiori ricatti della gentaglia con cui trafficava.
Aveva saputo fare dei suoi affari ricchezza robusta, il sig. Ivo De Zotto, pregio che avrebbe comunque bilanciato difetti ben peggiori di questo.
La squadra orientale aveva già segnato il territorio con cartelline, penne, taccuini, agende.
– Portami qualche fascicolo, sussurrai ad Annalisa, ancora sulla porta.
Cina 6, Italia 2. Che valessero la metà di noi era ovvio, ma spargere il sale della scarsa considerazione di un rapporto uno a tre avrebbe potuto far slittare la trattative verso il prossimo millennio.
– Anzi, mandami su una comparsa, un praticante, con il fascicolo, rettificai.
De Zotto si alzò, raggiunse i suoi futuri fornitori di cosmetici tarocchi, offrì strette di mano convincenti effondendo l’apparenza innocua propria solo dei consumati truffatori, poi venne a sedersi al mio fianco.
Fang Shoube, il capoclan, in segno di considerazione per gli ospiti, ebbe la malaugurata idea di sfoggiare i suoi accurati studi della lingua dantesca. Asperse preamboli in un italiano narcolettico, claudicante, che il piccoletto con la faccia da Bruce Lee traduceva in gorgoglii trascinati per gli altri quattro. Sperai fosse una Candid Camera, almeno fino a quando la porta si aprì e sulla soglia comparve l’esitante Primate. Immune ai miei sguardi, si guadagnò la prima multa evitando di presentarsi, cosa che sbiadì il giallino sul volto del più magro col Rolex patacca al polso; la seconda sedendosi sulla poltrona vuota a capo della tavola, luogo consacrato alla neutralità amicale; la terza piazzando i gomiti sul cristallo.
La delegazione sushi scivolò in un tombale silenzio.
Novanta euro di multe in tre mosse: pivello.
– Signori, spergiurai, è finalmente con noi uno dei più giovani e validi collaboratori dello studio, specializzato nella materia che andremo a trattare. Gli ho chiesto il favore di rientrare da Bruxelles in tutta fretta per partecipare a questo importante incontro, proseguii. Ora, con il vostro permesso, si presenterà a voi e verrà a sedersi al suo posto, al mio fianco.
Avevo quasi smesso di chiedermi dove andavo a trovarle certe storie.
Il Primate arrossì, scattò in piedi.
– Sono il dottor Giulio Besta, disse.
– Molto benissimo, chiosò zio Fang distensivo, dopodiché il finto Bruce gorgogliò parecchio per rimettere in pari tutti gli altri.
Il clan fece ooooo approvanti in serie.
Sparsi i fascicoli forniti dal Primate avanti a noi, De Zotto smise di tormentarsi il lobo destro, e zio Fang, rinsaldato nel suo onore, ripartì a passo tartaruga con la sua nenia.
Riprendemmo a fatturare tranquillamente.
Dopo un po’ non ce l’ho fatta più, ho scritto sul blocco piantala di fare sì con la testa, l’ho fatto scivolare alla mia destra. Il Primate sapeva leggere, il Primate si è fermato.
Ho scritto se non la smetti di sorridergli penserà che lo vuoi portare a cena.
Ho scritto ferma quelle mani.
Ho scritto non fissarlo e cerca di diventare trasparente.
Poi le mie funzioni cerebrali son scivolate in stand-by. Almeno fino a quando De Zotto, indice a picchiettare sui fogli che aveva davanti, cominciò a insistere nel tentativo sempre più deciso, legalmente assurdo e professionalmente fuori luogo, di far specificare sul contratto la sua estraneità a una qualsiasi forma di responsabilità civile e penale nel caso i prodotti fossero risultati nocivi alla salute.
Fang l’astuto non abboccò; solo, si ritirò un secondo nel silenzio.
– Noi parlare successivo, disse, e ripartì.
Ivo il trafficante la provava sempre quella di impuntarsi su questioni insussistenti e farne un pretesto per abbassare il suo esborso: sempre. Ma i figli del dragone, figurarsi, erano millenni che raggiravano le dogane di mezzo mondo con trucchi robusti. Fu un tentativo fiacco, e fuori luogo. Un po’ come il tentativo di Jeff con l’invito in barca in calce a una mail in cui ammetteva un errore che sarebbe costato qualche centinaio di migliaia di euro, al cliente. Jeff ogni tanto si ficcava in qualche situazione imbarazzante. Anche quella volta, a Genova, a un certo punto c’erano solo bicchieri vuoti e più niente da bere. Il cibo, poi, niente di memorabile. Io non lo rammentavo proprio. Ma avevo ricordi frammentati di tutta l’inaugurazione. Gran festa, comunque. Occhieggiamenti vari e non proficui, la barca ormeggiata lungo il molo, la scaletta canapa e acciaio, vele e cime a bizzeffe, il tramonto: tutto ok, nitido; ma il ponte, i divanetti, le cabine? E la prua? Certo era slanciata la prua, ma quanto?
Bevuto troppo, forse. Gli avvocati appena li liberi si alcolizzano al punto da annegare ogni memoria delle rarissime giornate di ferie. Dimenticare così i ricordi migliori, che rabbia. Ad Annalisa ancora dispiaceva di non esser venuta: anche solo a sentirne parlare s’era subito adombrata. Strana, la reazione.
Annalisa che non risponde, Annalisa che invidia.
Il dubbio.
Annalisa che depista, Annalisa che sa.
Il timore.
Ho interrotto Nonno Fang.
– Signori, scusate, una questione che potrebbe avere importanti risvolti anche ai fini di questa trattativa mi costringe a chiedervi cinque minuti di pausa. Se nel frattempo gradite un té, un caffè, un po’ di riso, il mio collega sarà lieto di farvi avere ogni cosa.
Tutti i cinesi hanno detto ooooo. Il falso Bruce Lee ha fatto ok con le dita.
Strizzano proprio tutti l’occhio, i cinesi, quando sorridono.
Sfilai il lunghissimo tavolo dalle sedie allineate, fino al telefono, dall’altra parte. Le finestre senza tende non nascondevano la città che rallentava all’ombra della sera.
La cornetta mi scivolò tra le dita.
La Splendida, al primo squillo.
– Altre comparse?
Chiederlo subito, o tacere per sempre.
– Non ci sono andato, vero?
– Cosa?
– In barca, da Jeff, non ci sono mai andato, vero?
– Declinato gentilmente l’invito. Agenda piena. Mosè ha apprezzato.
Dire qualcosa, dirlo adesso, dirlo e basta.
Il gelo, barricato tra le mie corde vocali.
– Lo sapevo, ho detto.
– Per forza.
– Non sembrava.
– No, non sembrava.
Il mio corpo ha avuto caldo, tutto insieme, all’improvviso.
– Stai benissimo con i capelli neri.
– Me lo hai scritto.
– Quindi hai ricevuto il messaggio.
– Ricevo ogni tuo messaggio, sempre.
– Torno da Fang.
– Sei sicuro di stare bene?
– Devo andare.
Infidi ricordi di giorni desiderati e mai vissuti.
Immobili e muti, gli allegroni giocavano alle statuine.
Ho scorso le e-mail nel Blackberry fino a trovare la foto. La barca era ancora lì, ormeggiata allo stesso molo, tre anni dopo, allegata al medesimo invito. Il silicio non sa tradire.
Il Primate mi ha chiesto se potevamo riprendere, con la sua aria da bravo ragazzo dai sogni sbagliati. Avrei dovuto farlo desistere, dirgli qualcosa, dirgli non ce l’hai la stoffa, e liberarlo subito; dirgli ti costerà troppo, e liberarlo e basta, finché ancora aveva sorrisi, e vita, e ricordi certi. Ma non l’ho fatto, vile. Non hanno mani per aiutare gli squali, solo pinne per arrivare prima. Ho annuito.
Il back-up della mia agenda elettronica, i miei ultimi nove anni erano lì, al sicuro, registrati e ordinati secondo le regole della fatturazione e della reperibilità, nel server centrale. Bastava attendere.
Il cuore scalò in seconda.
Appena seduto Fang è ripartito. Lo sferragliare delle sinapsi intente a vagliare gli inaffidabili ricordi che popolavano la mia mente, quasi, non mi permetteva di sentirlo.

Piccola confessione ex post della voce narrante.
Non so cosa sia successo. Non ancora. Avevo le mie dodici ore giornaliere di lavoro, la mia scrivania, la mia segretaria, i miei viaggi, le mie trattative da chiudere. Avevo delle prospettive, anche, forse. Stavo bene, per quello che può stare bene uno come me. Quel che c’è da fare è lavorare. Fatturare, resistere, proiettare, come sempre, come tutti. Poi, ad un certo punto, è come se la vita fosse venuta a prendermi. È incredibile che forza abbia la vita quando viene a cercare proprio te; per quanto uno resista, e lei si scelga emissari perlomeno discutibili, non c’è proprio modo di avere la meglio.

Sull’esperienza della Bottega.
La Bottega, francamente, è una faticaccia. Ed è questo il bello. L’ascolto passivo delle belle teorie perfette non abita questo luogo. Io ci sono arrivato con aspettative grandi quanto la mia passione e le mie speranze – quindi enormi – e con tutto ancora da capire e costruire e scrivere.
Lavorare su progetti concreti, in gruppo o a coppie, e analizzare i problemi di testi ancora in formazione, prenderne coscienza, ipotizzare soluzioni, guidati dal talento sensibile e disponibile di Giulio, Gabriele e Massimo, è stato utilissimo. Le lezioni, i dibattiti, gli scrittori ospiti, le cene, gli incontri: tutto molto intenso. La presenza costante di un gruppo che ascolta, legge, sopporta, supporta, trascura, critica, corregge, che distoglie dal solitario lavorio al computer, ha dato un respiro diverso, prezioso, a ogni attività.

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18 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Marco Baggio”

  1. Marco Braggion Says:

    Mi ricorda un mix di Piperno e Romolo Bugaro. Ottimo lo stile! Uscirà un libro a breve?
    Ciao marco

  2. vitto Says:

    Scrittura frenetica. Intrigante…

  3. Baggio Marco (è ononimia tranquilli...) Says:

    “Allora scendi ad accoglierli, lo sai quanto ci tengono all’etichetta.
    Vieni anche tu, lo sai quanto adorino le bellezze italiane.”

    Scrittura scattante viva aggressiva
    Mi piace prosegui insisti ti seguo

  4. Marco Baggio Says:

    @ Marco Braggion: non so ancora darti una risposta circa l’eventuale uscita del romanzo, ma sto lavorando sodo.

    Grazie a tutti per l’attenzione e gli apprezzamenti.

  5. Gio Says:

    Voyeuristico su più livelli, tagliente e alienante per certi versi. Magnifico

    “Eravamo sistematici, eravamo efficienti, eravamo come una vecchia coppia a zonzo nel supermercato di fiducia; lei depennava dalla sua lista le necessità, io spingevo il carrello e la indirizzavo allo scaffale virtuale del server centrale, verso la cartella di una delle pratiche già concluse e fatturate in cui riposava l’atto, il contratto, il modello, la clausola, la lettera, che avremmo utilizzato come spunto di partenza, rectius copiato in tronco aggiornando i nomi e le date, per le pratiche bollenti e ancora da fatturare.”

    Scelta dei manierismi: qui sbilanci per isolare il lettore dal rapporto frenetico lui – lei?

    “Immune ai miei sguardi, si guadagnò la prima multa evitando di presentarsi, cosa che sbiadì il giallino sul volto del più magro col Rolex patacca al polso; la seconda sedendosi sulla poltrona vuota a capo della tavola, luogo consacrato alla neutralità amicale; la terza piazzando i gomiti sul cristallo.”

    La spietatezza la preferirei riflessa anche nel flusso verbale, con qualche piccolo sacrificio.

    Sinceri complimenti

  6. Antonella Says:

    All’inizio mi aveva irritata, poi mi sono rilassata alla lettura. Stile: buono per il 98%, ma se riesce a sfrondare la ridondanza, ne guadagna. Ridurrei alcuni commenti scontati, ma fanno parte del personaggio.
    Contenuto: molto attuale. Bello il personaggio e il suo dialogo interiore di commento all’esterno, spietato e lucido, ma si percepisce la sua ingenuità sopita.
    Continui che poi lo leggo.
    Grazie

    antonella

  7. Marco Baggio Says:

    @gio: I manierismi sono indicatori dei compromessi di Lucio, strutturano l’autorappresentazione che indubbiamente, anche, isola.
    Effettivamente il flusso vale di più, temo sempre un po’ la cripticità per i non addetti, ma grazie della segnalazione.

    @ antonella: Perchè l’avevo irritata?
    Grazie di aver colto così tanto del personaggio, cui sono legatissimo ormai, mi incoraggia. Io persisto, allora.

    Il tempo di sfrondare sta per arrivare: grazie a entrambi dei consigli!

  8. Margaret Says:

    L’ultima volta che ho incontrato una tale varietà di nomi, di personaggi e di situazioni era in “Cent’anni di solitudine”…Complimenti anche per l’accostamento di aggettivi e nomi “un diluvio di e-mail appuntite”: molto efficace

  9. Giulio Mozzi Says:

    Oi, Margaret, che paragone imbarazzante!… Non vorrei mai che il Marco si montasse la testa.

    Un amico, a voce, mi ha detto: “Ho letto sai, quella roba lì che hai pubblicato, di questo Marco Beggio, Braggio, quel che è; quello lì di Calstelfranco, insomma; quello dell’avvocato; ecco; e, volevo dirti, ma sei sicuro che non ha fatto studi classici? Tipo di latino? Che ci ha tutti gli incipit e le clausole ritmate, e poi certi passaggi da canzonetta…”.

    Esempi:

    dilùvio di e-màil appuntìte
    colse il nuòvo giòrno alle spàlle,
    ne féce un bersaglio sbrecciàto
    (tre novenari)

    Delegaziòne cinése in arrìvo
    tra méno di trénta minùti.
    (endecasillabo + novenario)

    Jeff Bezotti da Sidney
    cercava copertura.
    (due senari)

    Annalisa che non risponde, Annalisa che invidia.
    Il dubbio.
    Annalisa che depista, Annalisa che sa.
    Il timore.
    (cantabile sull’aria di “Marco e Anna” di Lucio Dalla)

    Infìdi ricòrdi di giòrni – desideràti e mai vissùti.
    Immòbili e mùti, gli allegròni – giocàvano alle statuìne.
    (cf.:
    “Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone,
    i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)”,
    eccetera, ovvero L’amica di nonna Speranza di Gozzano, vedi).

    Ecc.

  10. Marco Baggio Says:

    @Margaret: GGM è tra i miei preferiti, quindi grazie dell’enorme complimento, anche se tra una goccia e l’oceano rimarrà sempre un oceano di differenza.

    @Giulio…

  11. giacomo Says:

    sbalordito! eppura sapevo di dover aspettarmi tanto. Ho continuamente rimandato questa lettura sapendo che il momento sarebbe stato importante, da qualche stalcio intuivo che si trattava di qualcosa di originale, di bello, di coinvolgente…
    Ttravolto! non sono un intenditore di letteratura, ma non avevo mai letto niente del genere.
    In ansiosa attesa del libro.
    Sigmund

  12. Luca Says:

    Dopo un primo disorientamento ho cominciato a sintonizzarmi con la situazione e il punto di vista del protagonista. La storia merita senz’altro di avere un seguito. Le modalità di espressione sono spesso gergali, intendo dire appartengono probabilmente al linguaggio tipico dell’ambiente professionale in cui si ambienta la vicenda e perciò forse mettono un po’ alla prova il lettore “sprovveduto”. Lo stile riesce piuttosto bene ad unire le modalità espressive gergali del vissuto quotidiano con espedienti retorici “letterari” (assonanze, ritmi metrici, ecc…) Nell’insieme, apprezzo questo periodare frenetico a scatti e flash, come una cinepresa che cambia continuamente immagine e punto di fuoco. L’effetto è quello di riprodurre lo stato d’animo in bilico e l’ambiente stressante e alienante del protagonista. La narrazione rende bene lo scorrere estemporaneo del flusso dei pensieri nella mente del personaggio. Talvolta però si sente (sento io almeno) la necessità di qualche momento di maggiore distensione, ma non posso escludere che magari ciò avvenga nel prosieguo del racconto. Il tema è decisamente interessante e tocca aspetti, sia umani, sia etici, sia esistenziali di grande attualità. Viene voglia capire come si sviluppa la vicenda…

  13. Marco Says:

    Margaret personalmente 100 anni di solitudine non l’ho mai letto (non me ne vogliate Vi prego). Ma se la tua impressione è questa mi hai dato un ottimo spunto per l’acquisto. Tra l’altro a Castelfranco hanno aperto una libreria nuova, quindi perchè non visitarla?

  14. Marco Says:

    Hai ragione Luca in effetti vien voglia di proseguire.
    Quindi se lo scrittore ci degna….

  15. Marco Baggio Says:

    @Luca: grazie del commento. La voce “professionale” di Lucio, più puntuta e gergale di quella che utilizza fuori dall’ambito lavorativo, è sempre stata così nel mio immaginario, fin dalla prima idea di romanzo. L’unica arma rimastagli sono le parole, la voce con cui si racconta il mondo, l’ultimo spazio dove può dire ancora la sua, dopo essersi fatto mettere all’angolo dal lavoro. Più la pressione è forte più la voce accelera, almeno finchè non cambia l’equilibrio di Lucio. Terrò presente le tue sensazioni, anche se il brano non è l’incipit (siamo oltre pagina 50 del romanzo) e dunque il lettore dovrebbe essersi già abituato ( arreso) a certi avvitamenti frenetici.
    I temi sono tanti e importanti, ma credo sia inevitabile in un periodo come questo, in cui siamo stretti tra contraddizioni e pressioni fortissime. Non ti nascondo che ciò che accade a tutti noi in questi mesi mi ha costretto a interrogarmi molto sulla storia che già avevo immaginato in un certo modo a gennaio 2011. Non è facile seguire il proprio immaginario: la realtà vince sempre, perchè è la realtà, e devi viverci ogni giorno, anche se è durissima ( mi pare sia di Spike Lee questa).
    Grazie dell’attenzione.

    @Marco: 100ads è un libro unico, con talmente tanta bellezza e maestria dentro che vale ogni cosa.
    Vedo di sbrigarmi, giuro.

  16. Thierry Says:

    Ambientazione convincente e vivida.
    Mi è piaciuta la descrizione del disorientamento del pivello contrapposto alla noncurante padronanza dell’ambiente del capo.
    Ritmo letterario a volte forse troppo “ricco” di aggettivi ma sicuramente avvincente.
    Di sicuro vorrò saperne di più.
    buon lavoro

  17. barbara mantovani Says:

    grande baggio! ce l’abbiamo fatta anche noi a leggerti! Siamo un po’ di parte, ma ci è piaciuto tantissimo! grande stile, adesso che ne abbiamo letto uno stralcio, non possiamo fare a meno che aspettare il resto!
    Lavora sodo che siamo curiosissimi! Un abbraccio da noi e dai bimbi.
    Lorenz e Babi

  18. claudio braggio Says:

    Ciao Giulio Mozzi, quello di Castelfranco Veneto è Marco Beggio (così leggo) mentre Claudio Braggio sono io e sono sceneggiatore (Storie del Monferrato noir è il mio ultimo lungoemtraggio che uscirà credo nel marzo del 2013) –

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