Dalla Bottega di narrazione / Pierluigi Tamanini

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Pierluigi TamaniniPierluigi Tamanini è nato il giorno di natale del 1977. Si è laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. Ha lavorato come architetto, ingegnere e archeologo. Attualmente è insegnante di sostegno. Scrive romanzi e ama essere criticato.
Durante la Bottega di narrazione ha avuto la possibilità di conoscere una ventina di persone splendide con le quali quotidianamente condivide sogni e paure. Le lezioni di Giulio (Mozzi), Gabriele (Dadati), Massimo (Cassani) e degli altri ospiti – su tutti Covacich e Genna – sono state, oltre che istruttive, incredibilmente stimolanti. Per questo motivo consiglia di fare la stessa esperienza a chi, come lui, si è trovato, a un certo punto dell’esistenza, a dover esprimere le proprie sensazioni per mezzo della scrittura. (pt).

da Un mucchio di parole
di Pierluigi Tamanini

La narrazione alterna i tre punti di vista dei protagonisti: Luigi, sempre pronto a seguire l’istinto e realizzare i suoi sogni, Zeno, geniale ma schivo, e Giovanni pessimista e incapace di lottare. È l’intreccio tra i diversi modi di affrontare la vita a strutturare il romanzo. L’estratto che segue è l’incipit.

Ai miei: padre, madre, sorella

Luigi o l’ampiezza

Persi tutto in un istante: seicentomila euro e famiglia – padre, madre, sorella. A essere sincero non avvenne in un istante. Mi trovavo nel bar di Vigolo, il paesino in cui ero cresciuto prima di trasferirmi in città. C’era un’afa insopportabile: stavano tutti in piedi a tifare la nazionale. Gli unici seduti eravamo io e i miei due migliori amici: Jo a sinistra e Zen a destra. Era venuto perfino lui che il calcio non sapeva neanche cosa fosse. Il mio destino dipendeva da quei novanta minuti.
Un maxischermo, centinaia di occhi incollati.

Una decina di ex-compagni di classe delle elementari – che ormai stentavano a salutarmi – se ne stavano a petto nudo davanti a noi, fischiando e saltando come ventenni. Fisici magri, scolpiti dal sudore e dalla fatica: non come noi tre, che sotto la maglietta nascondevamo pancette flaccide e bianche come mozzarelle.
Birra, bestemmie, fumo di sigaretta. Ci giocavamo il passaggio agli ottavi e io, un paio di mesi prima, avevo scommesso che l’Italia avrebbe perso.
Anche se da tempo ho smesso di svegliarmi di soprassalto, sconvolto da quell’incubo ricorrente, ancora oggi ricordo perfettamente ogni gesto di quel giorno maledetto in cui decisi di scommettere: mi rivedo ancora lì, immobile, a osservare l’edificio grigio nel quale sto per entrare. Se sono qui è per dirgli addio, mi dico facendomi forza. Entro nell’enorme scatola di cemento e mi siedo in sala d’attesa. Mentre aspetto il mio turno guardo i ricchi quadri appesi alle pareti scure. Non mi piacciono. Né i quadri né le pareti. Quando è il mio turno mi chiedo che ci faccio qui? È tardi per ripensarci. Mi alzo e senza rendermene conto mi ritrovo davanti a uno sportello con la salivazione a zero, inebriato dal sapore tipico dell’inculata.
Esco e m’incammino verso il centro. Nelle tasche – metà nella sinistra, metà nella destra – stringo ciò che rimane di anni sperperati a lavorare. Ho la bocca impastata. Mi fermo a bere a una fontana, le mani in tasca. Su un muro grigio c’è una scritta verde. Un aprile fresco e profumato. Mi domando perché sia ancora lì.
Mentre bevo lunghe sorsate di acqua fresca, sento chiaramente le mani sudare a contatto con le banconote. Non mi azzardo a muoverle. Smetto di bere e riprendo a camminare, cercando di non pensare a niente.
E se perdo? penso invece. Nessun problema, mi rispondo prontamente, se perdo me ne andrò a vivere nei boschi: ho sempre desiderato abbandonare la società e rifugiarmi nella solitudine delle terre estreme.
Mi fermo. Alzo lo sguardo: la luce mi abbaglia: il duomo mi osserva ammonendomi dall’alto. Adesso o mai più. Spingo la pesante porta con la spalla sinistra e le mani bagnate nelle tasche. Mi sorprende un ultimo pensiero tanto facile da scacciare che scoppio a ridere. E lei?
La mia ragazza ha due possibilità: o molla tutto e mi segue, oppure, per quanto me ne importa, può anche andarsene affanculo!
Finalmente sono dentro. Fa un freddo esagerato. Uno strato di sudore mi avvolge interamente. Ho un brivido lungo la schiena. Il pavimento è cosparso di fogli accartocciati verdi e azzurri. È sporco di polvere e terra. C’è puzza di pelle sporca. Mi guardo attorno. Ci sono dei disperati – alcuni in luride canottiere nere, altri in camicie eleganti con enormi aloni sotto le ascelle. Guardano silenziosi schermi fissati ai muri. Li osservo chiedendomi cosa abbiamo in comune. Poi torno a occuparmi delle mie mani: sono ancora lì, in tasca, incollate alle banconote.
In fondo al locale, in un angolo, c’è un vetro scuro. Lo osservo da un po’. Visto dall’alto, forma, assieme alle pareti, un triangolo isoscele di incredibile perfezione: le pareti sono i cateti, il vetro l’ipotenusa. È proprio là, dietro a quel vetro, che finiranno tutti i miei risparmi.
Mi avvicino lentamente. Solo ora noto che dietro al vetro siede un uomo pelato e grasso con gli occhiali scuri, la montatura spessa. Sicuramente anche lui, come tutti qui dentro, puzza di sudore da far schifo. Mi tremano di nuovo le gambe, quasi cedono. Mi appoggio allo sportello. Faccio un lungo respiro. Estraggo le mani dalle tasche, una alla volta: oramai sono un tutt’uno con le banconote. Con lentezza e tremando visibilmente, le stacco dalla pelle e le sistemo in ordine, sul banco di plastica ruvida, di fronte agli occhiali del ciccione pelato, il quale ha un ghigno incomprensibile.
Qui il sogno finiva, e si trasformava in incubo: mi ritrovavo ogni volta da capo, lì, immobile, al punto di partenza, di fronte alla banca con le gambe tremanti, e tutto si ripeteva all’infinito nella stessa identica maniera, finché non mi svegliavo in un lenzuolo allagato di sudore con il cuore che rimbalzava.
Ecco perché era così importante quella partita in cui ventidue milionari rincorrevano senza sosta una insulsa sfera di cuoio – questo almeno sosteneva Zen.
Potevo diventare ricco.
Mentre tutti nel bar incitavano la nazionale gridando a gran voce e sbocciando boccali colmi di birra, noi tre ce ne stavamo seduti in silenzio al tavolo coi nostri bicchierini e la bottiglia di Marzemino.
Durante l’intervallo Rai Uno ripropose le azioni salienti. Io, incurante del maxischermo, dal vetro della porta d’ingresso, intravedevo la pioggia sbattere a terra con violenza e poi rimbalzare nuovamente in aria e dissolversi in impercettibili goccioline.
“Come va, Luigi?” mi chiese Jo quando l’arbitro fischiò l’inizio del secondo tempo.
“Non sento!” gridai a dieci centimetri dalla sua faccia da secchione.
“Ho detto come va?” mi disse nell’orecchio.
Alzai il pollice della mano destra.
“Sicuro?”
Allora feci segno che me la stavo facendo sotto.
Jo sorrise.
Mi voltai dall’altra parte. Zen mi dette una pacca sulla spalla e, col suo sguardo da criceto, mi fece un occhiolino di incoraggiamento.
In quegli istanti si sentì la voce del commentatore farsi sempre più grave e nitida – la gente del bar azzittirsi – la tensione salire a dismisura. Alzai la testa e guardai il maxischermo giusto in tempo per vedere la palla insaccarsi a mezza altezza nella rete della porta italiana.
Mentre tutti gridavano fuorigioco, arbitro di merda, è una ladrata, non è giusto, calimero coglione… io, in fondo al locale, con lo sguardo verso il basso, stringevo i pugni sotto il tavolo con Jo e Zen che mi davano gomitate senza farsi notare. Stavo piegato verso il pavimento cercando di non sorridere. Non alzai lo sguardo nemmeno per vedere il replay del gol.
L’Italia stava per perdere e io stavo per vincere seicentomila euro.
Potevo licenziarmi, scappare in qualche paradiso tropicale e iniziare a godermi la vita.
Ancora tre quarti d’ora e il destino finalmente mi sorriderà, pensavo in quei momenti.

Zeno o l’altezza

“Prendila in braccio, Zeno!” grida la folla.
Tu sei in imbarazzo, con tutti quegli occhi addosso. Eppure sorridi, prendi tua moglie tra le braccia e la baci. Anche lei sorride.
Vi arrivano in testa i chicchi di riso. Tutti urlano i vostri nomi. Fanno foto. Saltano.
“Dis-cor-so! Dis-cor-so!”
Tu lo sapevi che sarebbe successo. Sapevi già tutto. Lei ti guarda. Anche lei vuole sentirti parlare.
Il tuo sorriso diventa forzato, di questo sei certo. Speri soltanto che gli altri non se ne accorgano. Pensi a cosa dire. Almeno alle parole per cominciare.
È una tortura per te questa festa. Sei tu il centro dell’attenzione. Sei tu il genio, tu il modello di perfezione, tu il mistero che tutti, compresa tua moglie, vorrebbero svelare.
Ma tu non rischi, aspetti. Speri che quelli desistano.
Li guardi, li supplichi con gli occhi.
Sai che non la smetteranno.
Allora decidi di giocarti il tuo asso nella manica.
Ti avvicini all’orecchio di tua moglie e le sussurri un ti amo che è una supplica. Sai che lei ha capito, ma purtroppo sai anche che tua moglie fingerà di non capire. Anche lei desidera ammirarti. Anche lei ti vuole mettere a nudo. Vogliono tutti sentire la tua voce.

Le parole non ti vengono. Te ne viene in mente una. Una soltanto. Ma tu la scarti continuamente, sai che non si accontenterebbero di un semplice grazie. Vogliono di più quelli.
Sarà quasi un minuto che tieni tua moglie tra le braccia, una ventina di secondi che tutti gli invitati ti guardano gridando: un paio di attimi eterni che sei nel panico.

Vorresti scappare.

E invece no, non è da te scappare. Ricordati che indossi una maschera. Non puoi cambiarla così, senza preavviso. No, mi dispiace, tu non sei uno che scappa.
O forse sì?
Vorresti gridare un bel vaffanculo, ma non puoi. Non l’hai mai fatto. Non vorrai mica farlo proprio ora!

Adesso devi smetterla di interrogarti. Fuori il frastuono sta cessando. Ti vogliono ascoltare. Vogliono ascoltare il tuo silenzio, i tuoi pensieri illuminanti: le parole sacre che la tua mente produrrà.

Lasci scivolare dolcemente a terra le gambe di tua moglie. La prendi per mano, chiudi gli occhi e finalmente dici: ” “.

Giovanni o la profondità

Giovanni, o semplicemente Jo, come lo chiamava Luigi, aveva passato gli anni dell’università ricurvo sui libri.
Neanche il tempo di festeggiare con gli amici che si ritrovò, a soli due giorni dalla laurea, seduto a una scrivania qualunque, in un’azienda qualunque, pronto a cominciare la vita che aveva sempre sognato.
Gli capitò un lavoro di basso profilo, di livello appena mediocre a sentir lui. Eppure Giovanni andava dicendo alla madre che sapeva quel che faceva. In pochi mesi lo avrebbero shiftato, proprio così aveva detto, in un posto più adatto al suo indiscusso potenziale. E se anche qualcosa andava storto, non importava, era giovane e intelligente, avrebbe facilmente cambiato azienda.
Non aveva dubbi: pochi anni e sarebbe entrato nella dirigenza. In fondo, mica voleva diventare presidente, aspirava semplicemente a una posizione di rilievo, tutto qua. Era arrivato da una porta laterale per la quale non era richiesta una specializzazione post-diploma, figuriamoci una laurea a pieni voti come la mia!, aveva detto alla madre. Ma proprio perché partiva dal basso, la sua cavalcata verso il successo sarebbe stata ancor più esaltante. A breve i suoi superiori gli avrebbero domandato che ci faceva laggiù in mezzo al tanfo degli sfigati, come lui stesso li chiamava. Lui, ammiccando, avrebbe risposto qualcosa del tipo Tutto nasce dal basso, signori! A quel punto lo avrebbero pregato di salire al piano che gli spettava di diritto, quello dei laureati, il piano dei futuri dirigenti. Una volta al fianco dei propri simili, si fa per dire, si sarebbe fatto strada rapidamente grazie alle doti relazionali e alla spiccata naturalezza con la quale capiva le cose sempre prima degli altri.
Nella testa di Giovanni tutto filava nel migliore dei modi. La giovinezza che aveva nel cuore gli faceva vedere solo rose e fiori. Già si vedeva, di lì a due mesi, prendere l’ascensore per salire dal quarto al sesto livello. E, una volta al sesto, nulla gli vietava di raggiungere, entro l’anno, il famoso settimo livello: orario flessibile, paga doppia, mansioni esclusivamente gestionali, viaggi d’affari, cene di lusso, raffinati corsi d’aggiornamento… Solo lassù, al settimo, avrebbe respirato un’aria pura e si sarebbe rilassato per sorridere finalmente alla vita.
Aveva tenuto duro per venticinque anni: che gli costava resistere ancora un anno, o al massimo due?
Ebbene sì, tanto breve immaginava la distanza dall’agognato livello dirigenziale, il nostro caro e ingenuo Giovanni.

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10 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Pierluigi Tamanini”

  1. Carlo Capone Says:

    Se l’incipit raccoglie i tre punti di vista mi sembra riuscito solo nella parte iniziale. Gli altri due (di Zeno e Jo) risultano gracilini.
    Quanto a quest’ultimo il tema del giocatore di azzardo esercita sempre attrazione, ma è anche a forte rischio dejà -vu. Qui penso che sia reinterpretato in modo alquanto originale, e insomma il racconto fila spedito. Ci sarebbero da eliminare alcuni (troppi) avverbi in -mente (sottraggono energia alla frase, non trovi, Pierluigi?), degli inutili aggettivi e soprattutto quelle due parolacce che non c’entrano niente (inculata e vaffanculo). Ora non è che la parolaccia non debba essere impiegata ma secondo me bisogna fare una scelta: o si opta per un registro in cui risulti portante – per la storia, la definizione del personaggio e l’ambiente in cui si muove – o è meglio lasciar stare.
    Su questo scoglio della parolaccia, anzi, dello slang quotidiano, ho visto naufragare i migliori racconti. Anche perchè ‘affanculo’, ‘coglione’, arbitro di merda’ (ma pollice verso anche per il tentativo opposto, ricorrendo a un astruso ‘calimero coglione’; ma chi, l’arbitro?) sono così abusati nella vita normale da dover essere maneggiati con estrema cura quando si scrive.

    In ogni caso, bravo per il primo dei tre punti di vista.

  2. Linus Says:

    complimenti… descrizioni intriganti e idee interessanti. Io non direi subito al lettore come finisce la scena nelle prime righe 😉

  3. CeraLacca Says:

    Il linguaggio utilizzato da Pierluigi è delicato e forte insieme, con delle parolacce sparate qua e là che ricalcano il pensiero dei protagonisti ma anche quello del lettore.
    L’incipit appare molto interessante, perchè descrive con chiarezza la passione vorticosa verso il gioco d’azzardo. Diversa da tutte le altre, perché ti può cambiare la vita materiale in un attimo. Interessante potrà essere il seguito.

  4. Nym Says:

    Concordo sul fatto che il primo pezzo sia il migliore (del resto l’autore stesso gli ha dato più spazio), ma anche che sarebbe più intrigante se già non si sapesse come va a finire (o meglio se obbligasse la gente a ricordarsi come andò sul serio la partita in questione).
    Anche il terzo incipit non è male, perché ne traspare l’entusiasmo (che si percepisce già verrà disilluso) del giovane rampante. Del terzo non mi piace l’ultima frase, che esce d’un tratto dall’interno della scena. Fino a prima sembrava quasi un discorso in prima persona anche se scritto in terza, mentre con quella frase si viene catapultati fuori dal quadro.
    Il secondo inizio invece è piuttosto blando, sciapo. Forse l’unico spunto intrigante è l’insinuazione che il personaggio “con la maschera” sia un falso/ipocrita dalla doppia personalità, ma non è abbastanza. E soprattutto, non si differenzia nello stile: in un libro così, diviso a 3 protagonisti/storie, secondo me varrebbe la pena lavorare tanto sui tre stili che riflettano la personalità anche nell’uso di espressioni, strutture sintattiche, termini… e in questo il secondo incipit manca notevolmente rispetto agli altri due.

    Nota tecnica: secondo me la seguente struttura
    “C’era un’afa insopportabile: stavano tutti in piedi a tifare la nazionale.” è sbagliata.
    I due punti dovrebbero significare un nesso di causalità o una spiegazione, o comunque una correlazione tra le due frasi, che invece io non vedo.

  5. Kasawaki Says:

    non pensavo che ti piacesse essere criticato

  6. pierluigitamanini Says:

    @Capone: innanzitutto ti ringrazio di avermi fatto notare l’eccessiva presenza di avverbi in -mente (addirittura tre in un paragrafo, credo di aver battuto il mio record personale!), che nessuno dei conoscenti a cui avevo fatto leggere il pezzo aveva notato: effettivamente rallentano la lettura, tolgono energia; su aggettivi inutili e parolacce in eccesso sono meno d’accordo, ma grazie comunque della segnalazione.
    Ammetto che il primo punto di vista – quello di Luigi – sia il più coinvolgente, ma il fatto che gli altri due possano sembrare “gracilini” è dovuto soprattutto alla loro brevità: in realtà la mezza paginetta riguardante Zeno non sarà nemmeno parte dell’incipit, comparirà più avanti; l’”entrata in scena” di Giovanni invece è giustamente più lenta, meno intrigante, in accordo con il carattere del personaggio e la sua funzione all’interno del romanzo.

    @Linus: grazie dei complimenti, Linus, per me è importante dichiarare da subito come andrà a finire per creare interesse e tensione, ovvero un gancio per procedere nella lettura.

    @CeraLacca: grazie del commento e di aver parlato di “vita materiale”, mi piacerebbe però che sviluppassi meglio i concetti espressi.

    @Nym: come ho detto anche a Linus, dire come va a finire è un’anticipazione necessaria, mentre far riferimento a una partita reale avrebbe un difetto per così dire di ambiguità: alcuni saprebbero come va a finire, altri no; io vorrei invece che tutti sapessero che Luigi non vincerà la scommessa (o forse sì? ricordiamoci che si tratta di una potenzialmente inaffidabile narrazione in prima persona ^__^).
    “Del terzo non mi piace l’ultima frase”: ho riflettuto a lungo se toglierla o meno: so che esce dal quadro, ma ribadisce il “concetto” – anche se per un lettore attento non sarebbe necessario. Forse è la mia anima postmoderna che ogni tanto tende a farsi viva…
    Come dicevo a Capone il “secondo incipit” in realtà non lo è, comparirà dopo una ventina di pagine. Ho voluto inserirla per dare una visione completa dei tre punti di vista: Luigi (o l’ampiezza) in prima persona, Zeno (o l’altezza) in seconda e Giovanni (o la profondità) in terza. Ammetto che qui possa apparire sciapo, quindi “sciapò” per avermelo fatto notare 😉
    Per quanto riguarda i tre stili differenti dei tre rispettivi personaggi… hai ragione Luigi e Giovanni hanno stili più riconoscibili (non troppo, ma è presto per spiegarne il motivo…), Zeno – che in fondo si rivelerà un personaggio secondario – si differenzierà dagli altri due non tanto per lo stile, quanto per i contenuti.
    >>>“C’era un’afa insopportabile: stavano tutti in piedi a tifare la nazionale.” è sbagliata.
    I due punti dovrebbero significare un nesso di causalità o una spiegazione, o comunque una correlazione tra le due frasi, che invece io non vedo.
    Io una correlazione ce la vedo: nella mia testa l’afa è causata dal sudore dei giovani che saltano a petto nudo nel piccolo bar di Vigolo.

    @Kasawaki: ebbene sì, caro Vergarai, credo che senza critiche non si possa crescere, salire all’ottava successiva…

  7. p-mic Says:

    Per il ruolo di Luigi condivido la scelta dell’autore, che dalla prima frase catapulta il lettore in una dimensione di pessimismo e disillusione. La tensione è accentuata dalla perdita della famiglia, per la quale si generano continui tentativi di trovare un nesso di causalità con il fallimento della scommessa.
    Interessante la scelta dell’uso delle volgarità come interruttore di passaggio tra una dimensione introspettiva, quasi onirica, e la realtà cruda (per questo preferirei che venissero solo dall’esterno e non dai pensieri di Luigi).
    Come le 3 dimensioni, è necessario che gli altri personaggi guardino in direzioni differenti. Se è ancora difficile inquadrare Zeno (che tuttavia, rappresentando l’altezza, sembra l’unico in grado di salvarsi), è invece d’obbligo notare come Giovanni sia avviato sulla medesima strada di un giovane tenente Drogo verso una fortezza chiamata azienda.

  8. pierluigitamanini Says:

    Salve p-mic,
    grazie per l’illuminante commento. Lei dice “preferirei che venissero solo dall’esterno e non dai pensieri di Luigi”. Ci ho pensato a lungo e ci penserò ancora. Provo a motivare tale scelta. Negli stati meditativi la mente (ecco il perché di tanti avverbi in -mente: è giunto il momento di svelarlo) scende in profondità finché non avviene una rimozione e tale rimozione genera pensieri, pensieri che riportano in superficie da una – come dice Lei – “dimensione onirica” a “cruda realtà”: ecco perché ho preferito mantenere interiore l'”uso delle volgarità come interruttore”. Spero di essere stato sufficientemente esaustivo.
    Complimenti per aver notato che ogni personaggio rappresenta una dimensione (x,y,z) come a formare un unico corpo tridimensionale: questo è il tessuto simbolico che dà forza alla trama e fornisce un’interessante chiave di lettura. La mia intenzione è che il lettore medio percepisca questa idea non consciamente, ma a un livello inconsapevole; come ad esempio credo possa capitare durante una prima lettura di “Narciso e Boccadoro” e altri testi dello stesso autore.
    Perfetta anche l’intuizione su Giovanni/Drogo de “Il deserto dei Tartari”.
    Grazie ancora dello spunto per tali riflessioni.
    Se eventualmente volesse continuare un dialogo in forma privata: pierluigi.tamanini@gmail.com

  9. Christian Tiso Says:

    Recensire un estratto narrativo è un esercizio interessante, difficile e divertente allo stesso tempo. E’ difficile perché l’estratto proposto è breve e qualsiasi commento è condizionato da come il lettore si immagina che proseguirà il racconto. E’ divertente perché a seconda di come proseguirà il racconto ogni nota qui scritta potrà essere confermata o smentita dall’evolversi dello scritto.
    Luigi o l’ampiezza.
    E’ sicuramente la parte più interessante e accattivante per il lettore e giustamente è stata inserita come incipit. C’è un utilizzo malizioso del flashback e un’ottima troncatura tipica degli episodi “cliffhanger” che genera nel lettore l’irresistibile desiderio di proseguire nella lettura per scoprire come si evolve la narrazione. Le descrizioni sono dettagliate e l’autore rende bene immagini, sapori, sensazioni. Personalmente, se devo trovare un punto debole di questa parte devo dire che mi disorienta un po’ l’uso del tempo presente nella frase “Anche se da tempo ho smesso di svegliarmi di soprassalto, sconvolto da quell’incubo ricorrente, ancora oggi ricordo perfettamente ogni gesto di quel giorno maledetto in cui decisi di scommettere:”. Ritengo infatti sia corretto questo tempo del verbo per rendere l’immagine dell’incubo ripetitivo, ma non l’avrei usato per la frase che lo introduce. Per il resto, come in altre opere dell’autore, trovo la narrazione, rapida, avvincente e astuta.
    Zeno o l’altezza.
    Questa parte è molto introspettiva, ricca di particolari che descrivono bene lo stato d’animo del protagonista. Il punto di vista è ancora più centrale di quello del brano precedente, la descrizione dell’ambiente circostante è volutamente meno dettagliata, si punta prepotentemente l’attenzione sul pensiero di Zeno. Finale ancora più “cliffhanger”. Nonostante questo, la mia impressione è che nel resto del romanzo Zeno mi interesserà di meno, la sua storia in stile “paturnie da casalinga disperata” intriga sicuramente meno di quella di uno che si è giocato tutto in un minuto. Staremo a vedere…
    Giovanni o la profondità.
    Apparentemente potrebbe sembrare il meno interessante di tutti e tre gli estratti. Nessun finale a sorpresa, ritmo di narrazione più lento, descrizione esterna, distaccata dal punto di vista del protagonista. Eppure qualcosa mi dice che questo personaggio riserverà non poche sorprese. E’ chiaramente una storia di redenzione, qui l’autore pone ottimi spunti per un’evoluzione del personaggio, mite e organizzato. Mi aspetto un improvviso evento di rottura con il passato e le sue aspettative e una evoluzione in cui Giovanni inizierà a recuperare quello che considera il tempo perduto fino ad oggi.

    In conclusione, il Tamanini ci stuzzica con un ottimo e sofisticato aperitivo. Mi aspetto le portate successive condite con altrettanta astuzia e maestria. Io, dopo questi primi assaggi, l’acquolina in bocca ce l’ho!

  10. pierluigitamanini Says:

    @Christian Tiso

    >>> se devo trovare un punto debole di questa parte devo dire che mi disorienta un po’ l’uso del tempo presente nella frase…

    certo, ha ragione, disorienta, ma è un disorientamento che non solo dà modo di cambiare tempo verbale, ma crea uno spazio temporale necessario al passaggio da cruda realtà ad atmosfera onirica.

    >>> in stile “paturnie da casalinga disperata”

    guardi non ho mai visto una puntata della serie a cui lei – credo – fa riferimento, ma sono certo che prima di scrivere un commento del genere sia meglio una rilettura più attenta: Zeno si mette a nudo e si confessa al mondo, altro che casalinga disperata: non scherziamo!

    >>> E’ chiaramente una storia di redenzione

    non so come l’abbia compreso, ma l’intuizione è giusta: si tratterà di una vera e propria resurrezione (titolo peraltro di un romanzo a cui stavo lavorando prima di entrare in bottega), ma non avrà a che fare con la ragione, bensì con la fede cieca.

    La ringrazio per i complimenti fin troppo generosi: spero troverà il tempo (e il modo) di leggere l’intero romanzo.

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