Dalla Bottega di narrazione / Nicoletta Novara

by

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Nicoletta NovaraMi chiamo Nicoletta Novara, abito a Piacenza dove sono nata il 18 febbraio del 1984. Sono giornalista pubblicista, fresca di iscrizione all’Albo. Per vivere scrivo sul quotidiano della mia città e il venerdì sera salto dietro il bancone del Nina. Ilario, il protagonista della mia storia, l’ho conosciuto così, lavorando. No, cari lettori, non è un bevitore incallito. Ilario ha 91 anni e nel suo passato si cela una storia che mi ha molto incuriosita. Una storia che parla allo stesso tempo di clandestinità e lotta alla clandestinità.
L’estratto che segue si colloca circa a metà viaggio, nel tratto di strada che separa Grenoble da Marsiglia. Un viaggio che è contemporaneamente quello di Ilario, compiutosi nel 1946, e quello della voce narrante e di Duccio che si articola invece nel presente, ma comunque sulle orme dei ricordi di Ilario.

dal lavoro in corso
di Nicoletta Novara

Il viaggio verso Marsiglia non durerà meno di quattro ore. Apro il mio quaderno rosso e trovo due fogli spaiati, rimasuglio di una conversazione con Ilario.
– Il pane è per il mondo –
Duccio gira solo gli occhi verso di me intanto che guida.
– Che roba? –
– Il pane è per il mondo. Me lo ha detto Ilario –

– Ah sì, cos’altro hai lì? –
– Questi due foglietti sono tra i miei appunti più importanti. Il pomeriggio che li ho scritti a casa di Ilario non avevo tanto tempo come al solito. È stata una conversazione breve e anche un po’ confusa… –
Parlo a me stessa più che a Duccio e lui sembra accorgersene. Infila il cd di Carmen e inizia a canticchiare leggero lasciando a me uno spazio immateriale nel quale tirar fuori i tanti ricordi.
Il pane è per il mondo. È ripetendosi questo motto ottocentesco che Ilario ha trovato il coraggio di lasciare l’Italia e una seconda volta, la sua famiglia. Il vero emigrante – mi ha spiegato – andava a fare il poveraccio in un paese ricco. Risparmiava in tutto per farsi un gruzzoletto da riportare in patria e da investire in una casetta o in un po’ di terra, creando invidia in chi non aveva avuto il coraggio di partire. L’emigrante tornava a casa tronfio d’orgoglio.
Ma tu Ilario non sei stato uno di quei veri emigranti, non è così?
– Eh lui non ha mica risparmiato tanto – lo aveva beccato una volta Letizia mettendolo in imbarazzo.
Non poteva negare, d’altronde, di essersi allontanato da casa per soddisfare ben altri sogni. Al contrario, se solo avesse voluto mettersi da parte un gruzzoletto, avrebbe potuto sgobbare ai pozzi di petrolio. No, c’era di più.
Grenoble è ormai fuori dal nostro campo visivo e penso che anche Ilario non deve esserci rimasto molto al Centro per clandestini. Gli hanno trovato quasi subito un lavoro da elettricista alla Kulmann, una fabbrica chimica di grandi dimensioni ubicata a Marsiglia. Lì tra fumi pericolosi e il richiamo del mare, è riuscito a trovare parte dell’ebbrezza che cercava. Con in mano la sua misera sacca, Ilario, si era sistemato in una delle baracche della Kulmann. La sua branda era solo una delle sette che ingombravano quel piccolo fabbricato di legno. Accanto a lui dormivano uomini di diversi colori e lingue. Due erano italiani, gli altri anche neri e dalla pelle caffèlatte. La Kulmann chi lo sa cosa produceva. Brodaglia chimica buona solo per impestare questa nostra terra. Ilario non respirava quei fumi tossici. Il suo lavoro da elettricista lo teneva lontano dal cuore nero dell’industria. Ma alcune storie raggiungevano comunque le sue orecchie. Storie di poveri dipendenti che la notte sputavano sul pavimento di legno umido pezzi di polmoni e, al mattino, con la testa annebbiata e i passi incerti dall’ormai rotto equilibrio, tornavano al lavoro per riuscire a mettersi in tasca una paga che non superava di molto quella standard. Ilario aveva sentito parlare anche della piccola protesta di quei due operai della zona nera che una mattina si erano presentati dal capo ubriachi fradici e stanchi di essere sfruttati a scapito della salute. Non gliele mandavano certo a dire. Che se lo tenesse lui quel lavoro da inferno, loro si sarebbero licenziati il giorno stesso, anzi ora, hurrà!
E chissenefrega avrà pensato il Kulmann che tanto di disperati pronti ad inalare i fumi chimici ne trovava a manciate.
La volta che Ilario mi parlò del suo lavoro alla Kulmann mi volle anche mostrare una fotografia. Era piccola con il contorno chiaro e ingiallita dal tempo. La tirò fuori dalla sua busta gialla, era lo scatto sbiadito di una gru, ma era anche il suo orgoglio.
– Non va mai bene peccare di vanità – aveva premesso. Però essere riuscito, insieme ad altri, ad elettrificare quel mostro lo aveva reso proprio fiero di sé stesso.
– Adesso grosse così e anche di più se ne vedono tante, ma allora mi sembrava qualcosa di mastodontico. A Rivergaro non ne avevo mai trovata una così alta e imponente. Serviva all’industria per svuotare e riempire i container che arrivavano e partivano dal porto. Quando l’abbiamo inaugurata sono salito fino in alto per metterci un mazzo di lavanda a sembrare il fiocco –
Ricordo che Ilario non la smetteva più di spiegarmi come funzionava quella gru che volava su un ponte su e giù, avanti e indietro con quel braccio meccanico che svuotava e riempiva i container. L’aveva fatto lui. Lui l’aveva accesa alla vita meccanica con l’elettricità. A casa un’esperienza del genere gli sarebbe stata negata dall’arretratezza che ancora vigeva. Era preoccupato Ilario che non potessi capire l’importanza che aveva avuto per lui riuscire in quell’impresa. Partiva senza studi sull’argomento, senza teoria, ma solo con tanta logica e buona volontà.
– Che magari non le sembrerà una cosa così magnifica – mi aveva detto.
Non ti preoccupare Ilario che ti capisco, guarda dove mi hai portato. Sono qui su questa autostrada che viaggio verso la città del porto senza nessun buon motivo all’apparenza e poter vedere quella gru, oggi, mi piacerebbe moltissimo.
Alla Kulmann lavorava tutto il giorno, la pausa pranzo la consumava alla mensa dell’azienda. Mangiava più che poteva perché la cena non faceva parte delle garanzie del lavoro. Un pasto caldo lo rimediava dandosi da fare in un vicino bar del porto. La gestione era italiana, una signora zoppa e un marito troppo dedito all’alcol. Ilario andava in quella bettola la sera, li aiutava a fare qualche lavoretto. Scaricava la legna, aggiustava ciò che si rompeva. Per ripagarlo, a fine serata, un piatto fumante. Altre volte, quando non avevano bisogno, a fine serata c’erano solo i crampi allo stomaco. Riesco a immaginare Ilario in una di quelle notti, sdraiato sulla sua branda, in mezzo agli odori forti e stomachevoli dei vestiti sudici degli altri coinquilini e al chiasso delle loro lingue, mentre guarda fuori dalla finestra verso la sua gru. Il profilo di quel mastodonte che si schianta contro il cielo di stelle e si riflette nel mediterraneo. La mano, prima avvinghiata all’altezza del suo sacchetto viscerale, accompagnare lenta le dita al vetro della finestra.
Era fatica questa vita da emigrante, ma anche momenti di dolce trasporto. Fra un ricordo e l’altro, Ilario, mi ha spiegato svelto di quelle sue serate da ragazzo spensierato quando finito il turno di lavoro si lavava, vestiva e pettinava prima di raggiungere una tal piazza della città e incontrarsi con delle signorine. Anche qui cerco di immaginarlo intanto che si pettina i capelli davanti ad uno specchio rettangolare, piccolo e con le macchie nere. I compagni che lo sfottono invidiosi intanto che Ilario sceglie i vestiti da indossare. Sempre gli stessi due stracci, in verità, ma magari con una spruzzata di colonia non parevano più neanche il male. Forse. Forse allora non è che ci si guardava così tanto come adesso al vestito. L’importante era essere giovani e ebbri di vita anche quando questa era dura e stretta.
E allora penso al debito che ho racimolato nei confronti di Ilario. Come faccio io a spiegarti quanto è importante aver ascoltato i tuoi racconti? Abbasso il finestrino e invado i polmoni di ossigeno chiudendo gli occhi quando il vento mi investe.
– Cosa sono quelle? – chiede Duccio indicando due fumanti ciminiere.
Scrollo via i pensieri e vedo i due elementi grigi.
– Centrali nucleari. Porca miseria –
– Che c’è? –
– Me l’aveva detto mia madre che stavano proprio tra Grenoble e Marsiglia. Hanno avuto dei guai la settimana scorsa, si è rotto qualcosa, non so bene. Chiudi il finestrino. Ho letto che di scorie non ne sono fuoriuscite, ma poi anche se fosse non l’avrebbero scritto. Certe cose non si dicono a meno che il danno non sia palese –
Mi pento di aver respirato a pieni polmoni proprio in quel tratto. Maledetto il mio atteggiamento condizionato da certi film dell’adolescenza. Chiudo subito ogni indotto d’aria e cerco di non pensarci più.
– Il navigatore non trova Marsiglia, dacci un occhio –
Prendo quel piccolo aggeggio dei tempi moderni ripetendo a Duccio la solita solfa che gli propino ogni volta che fa troppo affidamento a questo tipo di facili soluzioni, neanche indicassero la strada per l’inferno. Non mi piacciono proprio i navigatori, anche se fra poco dovrò arrendermi alla loro utilità. Una volta dentro Marsiglia non saprò più come orientarmi. Dovermi affidare a questa scatoletta parlante mi fa rabbia tanto più che di trovare la città non ne vuole sapere. La nostra macchinina viaggia nel deserto. Ogni tanto incrocia qualche strada, ma le passa sopra noncurante e continua a vagare nel nulla. Incrociamo la deviazione per Lione.
– Lione? –
– Ma figurati! Noi dobbiamo andare a sud, Lione si trova da tutt’altra parte –
– Si beh non fare tanto la saputella altrimenti mi imbocco –
Lione. Ilario è stato anche in quella città. Proprio lì ha rincontrato lo scafista e la sua amante. Un mese dopo aver iniziato a lavorare per la Kulmann. I primi due giorni di stop sono coincisi con il ponte dei morti e dei santi. Era l’occasione perfetta per una gita fuori città. Ilario non vedeva l’ora di riuscire a rimettere le mani su quella piccola parte di averi e su quelle poche lire che aveva racimolato prima della partenza. Certo, voleva anche riabbracciare il suo amico. E tutto questo si trovava a Lione. La sua memoria succhia – tutto gli fece un gran favore quella volta. Si ricordava infatti di una chiacchiera che avevano avuto mesi prima.
In Francia abitiamo nel grattacielo di Lione…
Questa porzione di frase se l’era stampata in testa. Un indizio sufficiente per riuscire a rintracciarli. Ilario mi ha detto di essersi messo in viaggio per raggiungere la città. Trovare l’alto edificio non è stato difficile, più complicato riuscire ad individuare il loro appartamento.
– Ho suonato a molti campanelli finché non mi ha aperto la porta un inquilino del grattacielo che si ricordava di loro e mi ha indicato il piano giusto –
Lo ha raccontato con una certa amarezza di sottofondo, Ilario, quell’incontro. Che quando è entrato in casa loro, forse, si aspettava un’altra accoglienza. Invece c’era un certo imbarazzo e qualche reticenza a fargli oltrepassare la soglia. Al momento non potevano restituirgli i soldi che aveva affidato loro. Soffrivano di una certa ristrettezza economica adesso che gli averi del ricco ebreo erano drasticamente precipitati verso il basso cadendo dalle loro mani buche. Ma glieli avrebbero restituiti, di certo.
– Non li ho mai più rivisti quei soldi, pazienza –
Ilario dopo quei freddi convenevoli chiese di andare in bagno.
– Pensavo: le mie cose dove potranno averle messe? Forse in bagno e così ho fatto finta di aver bisogno la toilette. Ed erano proprio lì. Avevano usato il sapone fatto in casa che mi aveva preparato mia madre… –
La nostra conversazione è rimasta sospesa in un attimo di silenzio. Non sapevo come tramutare in parole il sentimento di astio che provavo nei confronti di questi sconosciuti. Ma non si aspettava questo da me, Ilario, che anche se ferito non ha voluto infierire. Mi trovavo con gli occhi neri e stretti a guardare i suoi e allora ho visto che li aveva spalancati e limpidi. Aspettava solo di continuare, aveva anche altro di cui parlare.

Tag: ,

2 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Nicoletta Novara”

  1. alaskait Says:

    Brava. Molto suggestivo.

  2. Carlo Capone Says:

    Forse sono stanco dopo una giornata passata a scrivere ( un articolo di contenuto scientifico, per carità) ma per piacere, Nicoletta, io non ho capito come si colleghino la Kulmann, Lione, Ilario, l’amico ebreo e i suoi soldi.
    Il ricordo di una persona di cui non sappiamo più nulla, e che forse si sta cercando di rintracciare, crea atmosfera. Ma per rafforzarne le tinte quella fabbrica e i suoi veleni, ad esempio, andrebbe descritti meglio. Con pochi tocchi, ma incisivi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...