Dalla Bottega di narrazione / Sara Loffredi

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Il terremoto nel racconto di un cantastorie

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

da Le mani della musica
di Sara Loffredi

Caterina è nata nel 1892 ed è cresciuta in un orfanotrofio religioso di Reggio Calabria. Da bambina ha ricevuto le “mani della musica” da Suor Antonia, insegnante di pianoforte a cui è legata da un affetto profondo. Lei però avverte di possedere anche un potere funesto, che si esprime la prima volta quando, punita ingiustamente per un furto che non ha commesso, prega per la morte della Madre Superiora e la ottiene. Nel 1908 Caterina sta per realizzare il suo sogno: essere ammessa all’istituto musicale della città. Ma la notte del 28 dicembre un terremoto rade al suolo Reggio e lei, ferita a una gamba, viene trasportata in nave a Napoli insieme ad altre centinaia di sfollati, ritrovandosi sola in una città sconosciuta. Dopo essere stata vittima di violenza a casa di una prostituta conosciuta in ospedale, finisce per arrendersi anche lei al mestiere. Vissuto inizialmente come sopravvivenza, la prostituzione diventa gradualmente per lei un mezzo di scalata sociale: dalle “Tre vecchierelle”, un lupanare infimo di Santa Lucia gestito da Donn’Assunta, Caterina approda infatti alla “Suprema”, la più elegante casa d’appuntamenti della città, dove impara tutto quello che c’è da sapere sulla società napoletana borghese del tempo, affondata nella magia della belle époque.

In quei giorni capii la relatività del tempo. Per la prima volta dal terremoto ma forse ancora da prima, da quelle estati dei pochi anni con Giovanna e Cristina, le ore passavano senza fatica. Mi affidarono ad Anastasia detta ‘a friulana, che entrava nella mia stanza verso le nove della mattina, quando le altre ancora dormivano, e mi addestrava come le pulci da circo. Io mi lasciavo guidare, orfana di ogni orgoglio, con la fame di assorbire ogni intonazione della voce, ogni gesto di garbo che avrei ripetuto alla prima occasione, magari a una serata di teatro. Scoprii che anche la pelle dura poteva nuovamente essere solleticata da fantasticherie. No, non sogni, da cui mi tenevo alla larga. Più che altro piccole immagini che mi facevano fremere appena, con un ricordo di emozione che faticava a filtrare, la cui eco avvertivo però chiaramente. Il teatro. Un palcoscenico illuminato. Io in platea con i guanti bianchi, accanto a un uomo distinto, che mi apre le porte e mi appoggia il cappotto sulle spalle se sento freddo.
Anastasia era una donna sui trent’anni ma ancora molto bella, con capelli biondo cenere e occhi verdi piegati all’ingiù. Aveva una sola ruga, al centro della fronte, che le donava un’aria pensosa anche se lei stava tutto il tempo a cercare di distendere la pelle per farle perdere la forma. Era arrivata anni prima a Napoli con la voglia di fare l’attrice e un nome d’arte -Anastasia le ricordava quei personaggi dei cinema russi-, poi gli eventi avevano cambiato rotta ed era diventata ‘a friulana, grazie a un cliente affezionato con un vecchio amore del Friuli, a cui lei assomigliava.

Una delle prime mattine mi fece sedere al tavolino che non avevo ancora usato, per paura di rovinarlo, come la maggior parte delle cose (pettini d’osso, spazzole di crine, saponi alla lavanda francese e alla crema di latte, poggiapiedi di velluto, asciugamani di lino purissimo) che occupavano i grandi armadi e le cassapanche; perfino i guanciali di piume li appoggiavo ai lati del letto ogni sera, limitandomi ad accarezzarli con il dorso della mano durante la notte. Anastasia mi indicò la grande specchiera dorata e io, guardandola fissa, ebbi di rimando una immagine nitida del mio viso, così accurata da imbarazzarmi. Mi sedetti. Lei aveva con sé un cofanetto che appoggiò sul piano di marmo e aprì con attenzione, liberando un carillon che iniziò immediatamente a girare nelle gambe di una ballerina rosa e bianca, finemente dipinta, con un tutù di ceramica come le punte. Mentre la musica riempiva l’aria di cerchi accelerati, Anastasia tirò fuori un barattolo di cipria e un batuffolo, mi disse di stare ferma e di chiudere gli occhi. Sentii il tonfo sommesso del cotone che assorbiva la polvere chiara e poi suo il soffio che toglieva il sovrappiù, indirizzato dall’altro lato per non farmelo arrivare addosso. Mi picchiettò tutto il viso e la sua serietà concentrata nell’approcciarsi a una seduta di trucco trasformò quei gesti in qualcosa da apprendere: lei sapeva come fare e mi resi conto che io, fino a quel momento, avevo solo imitato un modo esatto di cui ignoravo l’esistenza. Udii il suo armeggiare tra contenitori che faceva girare tra le dita, mentre la musica rallentava, allungando le note come in un principio di sonno, uno sbadiglio… le ultime risuonarono metalliche nell’aria, lasciando a metà un movimento. E di lì a poco sentii le sue mani di nuovo sul viso, così socchiusi appena la bocca, per lasciarle passare il pennello intinto nel rossetto sulle labbra: loro, elastiche, si appiccicarono alle setole per poi tornare indietro di scatto. Con le dita, il cui tocco era ancora più leggero del cotone, mi spalmò appena sopra gli occhi, sulle palpebre chiuse, una crema che sentii scivolare. Infine mi tirò le ciglia, facendomi lacrimare appena. Quando mi concesse di guardare, l’immagine che tornò a me fu quella di una donna adulta e raffinata, con gli occhi grandi screziati di verde e ocra, la pelle luminosa e le labbra sottili evidenziate da un rossetto color ciliegia.
Anastasia parlava di sé in modo evasivo, senza scoprirsi troppo. A me non faceva mai domande e questo mi andava bene, non avendo ancora capito quale porzione di verità poter raccontare senza tradirmi. Le piaceva soprattutto discorrere per ore dell’età, mentre mi faceva vedere come allacciare un abito, indossare un cappotto o mangiare con tre differenti posate. L’età era per lei un grande cruccio e ne rifuggiva i segni come la peste: mi spiegò fino alla nausea quali erano i cibi che mantenevano l’aspetto giovanile più a lungo e mi mostrò con grande dovizia di particolari i massaggi da fare ogni notte prima di coricarmi e ogni mattina al risveglio per distendere i tratti del viso e del collo. A me non sembrava una donna invecchiata male, certo avevo ben altri paragoni che lei neppure immaginava, e una volta glielo dissi. Lei mi guardò distrattamente -eravamo nel bel mezzo di una lezione di portamento- e si limitò a scuotere la testa in maniera gentile. Amava accompagnarsi con i clienti più giovani, scoprii più tardi, ed era molto richiesta: in lei c’era qualcosa che attraeva la giovinezza e contemporaneamente la respingeva, avendone una nostalgia irrimediabile.

Sapevo di non poter uscire dalla mia stanza. I pasti, abbondanti di carni e pesce, timballi di uova e patate, dolci al cucchiaio o babà tutti i giorni, mi venivano serviti da una ragazza che lasciava il carrello coperto da un panno bianco fuori dalla porta, dopodiché bussava e si allontanava. Le prime volte non ero neppure riuscita a vederla, quelle successive facevo appena in tempo a gridarle un «grazie» a cui lei rispondeva voltandosi di tre quarti e sorridendomi, senza smettere di camminare. Me l’aveva detto Anastasia che Donna Luisa preferiva rimanessi chiusa, senza contatti con l’esterno, per evitare di ingenerare affezione o stuzzicare golosità nei clienti, almeno fino a quando non si fosse convinta che avrei davvero potuto esserlo, una da Suprema.
E questo spostamento dell’orizzonte avanti a tempo indeterminato un po’ mi estenuava, che credevo di essere stata presa e invece ancora nulla era sicuro e i miei nervi dovevano tenere duro, restare in tensione. Come quando d’estate facevamo il pellegrinaggio fino al santuario della Santa Madre del Soccorso, tutte le bambine a due a due e le novizie in coda, le suore tranne quelle anziane, in silenzio, sotto il sole che a volte non accennava a tramontare, in quelle sere distese come i cani al silenzio della controra. E io che speravo sempre di essere arrivata, perché non mi piaceva camminare così, tutti insieme, le camminate che amavo erano solo quelle con Suor Antonia, mentre lì eravamo uno stupido gregge, tutti in fila senza motivo e questo mi lasciava addosso una sensazione netta di inutilità. Il santuario non arrivava mai e quando si intravedeva nella cima il suo muro bianco illuminato nel crepuscolo sembrava quasi di poter fare una corsa e raggiungerlo; ma in quel punto mancava ancora tutto un avallamento da scendere e poi da risalire, col fiato che non collaborava, con l’idea fissa di poter alzare gli occhi in ogni istante e rendersi conto della distanza che ancora c’era, con l’obiettivo fisso a portata d’occhio. In quei momenti io avrei preferito non vederlo così sfacciato e imperturbabile, avrei preferito saperlo nascosto, per poter sperare di vedermelo apparire vicino, dietro un monte di terra, dopo una curva, sottovalutando di gran lunga il rischio di non sapere se l’obiettivo davvero esistesse, oppure no.

* * *

Sara LoffrediSono nata a Milano nel settembre del 1978. Nel 2009 il mio racconto Non dire falsa testimonianza è risultato tra i dieci vincitori del concorso Subway letteratura e distribuito nel circuito metropolitano e ferroviario di 12 città italiane. Nel 2010 ho partecipato al torneo letterario Io scrittore con il racconto lungo Come per riemergere, arrivando in semifinale. L’antologia che viene presentata nell’ottobre 2011 per l’ottantesimo di ATM Milano contiene il mio racconto Come fosse vero, realizzato a partire da documenti d’archivio. Partecipo, con il racconto Fame, al Map Project, che realizzerà nel 2012 una mostra presso il museo MAGA di Gallarate. Nel gennaio 2011 sono stata ammessa in Bottega di Narrazione, dove hanno dato credito alla mia voce, aiutandomi a capire ciò che realmente volevo raccontare. Sto lavorando al romanzo La mani della musica, del quale avete letto un brano. Il mio indirizzo elettronico è sara.loffredi@alice.it

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7 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Sara Loffredi”

  1. veronica tomassini Says:

    avrei dato all’autrice più di un secolo, talmente è credibile, precisa nella descrizione di ambienti e stati d’animo. molto bello, brava.

  2. Fra Says:

    La porzione di verità da filtrare, raccontare e condividere attraverso ondate di emozioni diverse…dalla tensione di un orizzonte spostato in là in un tempo indeterminato alla curiosità di apprendere l’arte che affascina, il tutto immerso in un’aurea di suoni.
    In attesa di Caterina, ancora…

  3. Vittorio Says:

    Ti giro il commento di Luigi Casillo: molto efficace nel descrivere la sensazione di sorpresa e di “scoperta” della protagonista (lui poi ricordava perfettamente il racconto “Non dire falsa testimonianza” e lo ha ricollegato…)

  4. simona caramanna Says:

    ogni volta che leggo qualcosa scritto da te, riesco ad estraniarmi ed a immergermi nel tuo racconto!

  5. Carlo Capone Says:

    C’è un respiro da grande romanzo storico in questa storia.Dalle note introduttive leggo poi che la carne a cuocere è il sud con la sua borghesia di inizio 900. Mi sembra che una sfida del genere l’abbia intrapresa un solo scrittore, il De Roberto dei Vicerè. Scusate se è poco.

    Notata con gioia l’accuratezza delle descrizioni. Una roba del tipo

    “I pasti, abbondanti di carni e pesce, timballi di uova e patate, dolci al cucchiaio o babà tutti i giorni, mi venivano serviti da una ragazza che lasciava il carrello coperto da un panno bianco fuori dalla porta, dopodiché bussava e si allontanava.”
    non si scorda.
    Il lessico a tratti mi ha ricordato quello febbricitante di “A capofitto”, il primo romanzo di Pino Montesano pubblicato da un piccolo editore e riedito da Mondadori. Può darsi che mi sbagli, sarà colpa della solita vernaccia. Nel frattempo:
    Brava!

  6. Sara Says:

    Innanzitutto grazie a tutti. Veronica Tomassini che mi aggiunge una settantina d’anni mi lusinga e inquieta allo stesso tempo! Carlo Capone, sono contenta di aver reso maggiormente efficaci le descrizioni, ho iniziato a lavorarci seriamente quando qualcuno, a proposito di vecchi racconti, mi ha detto che “sentiva” gli stati d’animo del personaggio ma non riusciva mai a “vederlo” davvero. Grazie! Conosco De Roberto ma non Montesano, devo rimediare assolutamente.

  7. Antonella Cardone Says:

    Se le “mani della musica” sono un dono preziosissimo per chi lo riceve, le “mani della scrittura” a quanto pare lo sono ancora di più. Sara Loffredi indubbiamente queste mani le ha; ed è così che Caterina risuona e vive tra le sue pagine. Il mistero di un destino, l’assoluto vuoto della controra, il monte così vicino e irraggiungibile, il sole che pare non tramontare mai; e poi ancora: l’ambizione, la ricerca di un’autostima che fa fatica a emergere ma che non si rassegna a perdere, una Napoli di bordelli e teatri che risplende selvaggia nel più piccolo particolare, nel più sottile profumo; un personaggio intenso di cui vorremmo conoscere ogni pensiero. Soprattutto quella porzione di verità, di ignoto, di soprannaturale che Caterina a noi, lettori di pochi frammenti, ancora non ha svelato. Grazie per questa tensione, per questo filo sospeso e continuo su cui hai posto la protagonista. Un lungo filo di parole, al quale lasci il bellissimo compito di tenerci equilibristi tra la voglia di leggere e quella di sognare. Tu, scrittrice, e noi, lettori, che non ci terremo mai alla larga dai sogni.

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