Dalla Bottega di narrazione / Francesca Branca

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Francesca BrancaSe dipendesse dalla sua volontà Saverio continuerebbe a parlare con la segreteria telefonica di sua moglie (che lo ha lasciato) per sempre. Invece lo raggiunge la notizia della morte del padre che lo costringe a ritornare nella casa della sua infanzia, il posto da cui è scappato vent’anni prima per tenersi lontano da una madre anaffettiva, un padre narciso e dal ricordo del fratello maggiore morto suicida. Mentre il passato ritorna e si intreccia al presente su piani non sempre distinguibili, Saverio cerca un modo per dipanare il bandolo della sua esistenza complicata e per venire fuori dalla claustrofobia dei rapporti familiari.
Sullo sfondo la difficile educazione sessuale degli anni Ottanta, quando un certo puritanesimo provinciale si scontra con i primi programmi ad alto audience della televisione commerciale.
Nell’estratto che segue il racconto del funerale del padre di Saverio. C’è la madre Enrica. C’è Cătălina, la badante polacca. C’è Mara la sorella maggiore. C’è il fantasma di Paolo. Ci sono frammenti di un Piccolo inferno familiare. (f.b.)

da Piccolo inferno familiare
di Francesca Branca

Billie, età otto anni, dopo aver fatto visita ai suoi
nonni a New York, mi disse: «Mi torturano col cibo».
David Cooper, La morte della famiglia

Più che vedere la salma già concia nella cassa imbottita di seta bianca, Saverio ha realizzato che suo padre non c’è più leggendo i manifesti mortuari lungo la strada, affissi ai muri negli spazi elettorali o sopra le locandine delle passate rassegne estive.
Tutt’intorno c’è aria di scirocco, il sole è caldo, nonostante il novembre, Saverio è accaldato e si toglie la giacca, arranca con la valigia a braccio.
Quando arriva a casa, trova la porta aperta. Entrando viene assalito dall’odore di cera sciolta, di gambi macerati nell’acqua, di sudore insinuato nelle trame dei maglioni sotto le giacche della piccola folla che accalca la bara. Suo padre è steso a dita intrecciate, nel centro della stanza, Enrica gli sta accanto, è una macchia nel tubino nero, la sua faccia pallida mette paura. Resta seduta sulla poltroncina Luigi Filippo di velluto, sulla quale era vietato sedersi, non si muove ma geme, ancora non si è accorta di lui. Saverio le guarda le mani che si tengono ai braccioli, le nocche sono spigoli di muro, le fedi, la sua e quella di Giovanni sono troppo larghe per il suo anulare scheletrito. Qualcuno si accorge di lui e le tocca una spalla, le fa un cenno, indica la porta, Enrica si volta e vede suo figlio. Alla fine è venuto allora, pensa, non ha sperato per niente.

Gli corre incontro, sembra la scena in dissolvenza di un film d’antan, «sei sciupato» dichiara e un attimo dopo gli torce le braccia al collo, si appende, gli lascia reggere il dolore che mostra con la spontaneità della commediante di talento.
«Se n’è andato» dice. «Se n’è andato che non ci riconosceva più. Non riconosceva me. Non riconosceva Mara. Non sapeva più chi era. Non ricordava il suo nome.»
La sua disperazione viene fuori tutta insieme. Le piange il naso, sfila un fazzoletto di carta dalla manica del dolcevita e se lo soffia, piano, senza fare rumore, la fibra si inzuppa, è lercia, eppure Enrica rimette il fazzoletto dove stava.
Saverio si volta verso suo padre, si ripete che non ha più tanta importanza quando Dio verrà a scoperchiargli la bara, tanto lui, in quel corpo, non c’era già più da tempo. Le intercapedini del suo cervello erano di un tufo cedevole che si è prima assottigliato e poi sgretolato, lasciando soltanto il vuoto di una stanza senza più mobili né oggetti.
L’anno prima, al telefono con Mara aveva insistito per sapere cosa stesse accadendo a suo padre. Lei aveva opposto resistenza per qualche tempo, poi aveva ceduto, non si era neppure accorta, da un certo punto in poi, che stava riportando persino i dettagli di ogni sera, di Enrica che lo piazzava di fronte alla televisione e gli faceva vedere Porta a porta e gli chiedeva «te lo ricordi Bruno Vespa, eh? Te lo ricordi?». Oppure gli preparava l’Idrolitina agitando la bottiglia per vedere se reagiva come un tempo, quando arrabbiato le diceva «Signora Longari, se la sbatti così la fai sfiatare, sei proprio scema». Gli mostrava le foto dei figli quand’erano bambini, quelle del mare e delle gite in montagna, gli raccontava episodi, ma non era riuscita a preservargli la memoria, la malattia trasbordava dalle malevoli previsioni mediche e trascinava via tutto, neanche i post-it appiccicati sugli oggetti con il loro nome scritto sopra ˗ saponetta, forchetta, frigorifero, cuscino, orologio, Mara, Enrica ˗, niente era servito più.
«Vai a dare un bacio a tuo padre» gli dice Enrica.
Saverio tentenna, fa un passo indietro, poi obbedisce come il figlio bravo che era da bambino. Si china su di lui, gli bacia la fronte, è fredda, solo adesso si rende conto di quanto suo padre fosse morto anche da vivo. Quando si allontana vede due uomini in completo nero che sorvegliano il coperchio della bara, hanno i capelli pieni di gel e l’orecchino al lobo.
Da dietro si avvicina un prete, Saverio intravede l’ombra scura della sua tonaca guadagnarsi lo spazio che li separa, si volta e gli occhi gli cadono sul crocifisso coi lapislazzuli che gli dondola sullo stomaco. Il religioso gli mette una mano sulla spalla.
«La morte è venuta a dargli sollievo, figliolo. Ora tuo padre è in un posto migliore» gli dice. «Dio è con noi, ci guida. Non ci lascia soli nei momenti di dolore.»
Affianca parole, delle altre con cui tenta di consolarlo, ma lui non deve essere consolato, lui non prova dolore, dentro gli gira piuttosto un sentimento di sollievo, che non saprebbe descrivere. Il prete fa scendere la mano lungo il braccio di lui, glielo stringe, Saverio sente il paternalismo clericale inanellarsi al suo bicipite sottile.
«Grazie padre, lei è molto gentile. Ora mi scusi.»
Torna da Enrica. Lei ha le braccia incrociate, il petto appassito che ha allattato lui e i suoi due fratelli entra perfettamente nel mezzo parallelepipedo che formano. Sua madre china il capo, gli sorride, è ben disposta e gli accarezza la guancia dove la barba di un giorno è cresciuta a irruvidire la pelle.
«Hai la faccia stanca. Hai mangiato qualcosa? Ti faccio un panino, una tazza di latte caldo?»
«Stai tranquilla, sto bene. Tra un po’ vado a sciacquarmi la faccia» dice. «Tu, coma stai?»
Enrica solleva le spalle, come vuoi che stia, sta dicendo, è appena morto mio marito, l’unico uomo che io abbia mai avuto. C’è un istante di silenzio, Enrica si aspetta che suo figlio ricambi la carezza, che la tocchi in qualche punto del corpo, invece Saverio indugia nel suo spazio.
«Elena, non è venuta?»
«No, purtroppo non è potuta…»
«Tanto non l’aspettavamo» ribatte lei senza neppure dargli il tempo di inventare una scusa.
Saverio si meraviglia di non risentirsi dei termini appuntiti della madre, quasi sente che potrebbe darle ragione. Elena non c’è quando ne ha bisogno, e spesso gli capita la stranezza di sentirsi fuori posto quando lei gioca alla moglie felice e manifesta la sua presenza cucinando o sedendosi accanto a lui sul divano per guardare la televisione.
Sale un ringhio dal basso, Saverio si piega e vede tra i piedi un cane tozzo, un carlino tenuto al guinzaglio da una donna che gli dà le spalle e non si accorge che l’animale gli sta annusando la scarpa, si struscia, forse avverte l’odore del randagio che ha accarezzato per strada.
«Che modi» dice Enrica, e ha un’espressione severa. «Portare un cane in casa di un morto.»
Lo allontana con un calcetto, «pussa via» dice, nel soffio che ispira nelle esse contratte Saverio riconosce sua madre, la sua severità; ma non ci pensa troppo, al cane, a lei, adesso ha urgenza di urinare. È sempre così, non avverte stimoli fino a quando la vescica diventa un’ampolla piena che rischia di esplodergli dentro.
«Vado in bagno, torno subito, va bene?»
Nel corridoio c’è confusione, gente in crocchi che chiacchiera a voce sommessa. Saverio crede di riconoscere il suo professore di trigonometria tra le grinze di un uomo sugli ottanta con una giacca di velluto marrone, proprio del tipo che indossava lui. Le spalline sono cariche di forfora, «venga, professore, gliele spolvero io» gli viene da dire, ma la vescica preme, non può perdere tempo.
Sta per infilarsi nel bagno padronale quando vede una ragazza chiara di carnagione passargli accanto, emana un profumo dolce, di crema pasticcera appena raggrumata. Lei lo guarda come se dovesse riconoscerla, sposta sull’altro braccio un mazzo di gigli da cui pende una listarella viola. Ha gli occhi cadenti e stretti e la pelle chiara carica di efelidi che si aprono ad arco dalle guance alle tempie.
«Bene ritornato a casa, signore Saverio» gli dice, poi fila via svelta lungo il corridoio.
Zoppica appena, le guarda le natiche alternarsi, una si contrae più dell’altra, svicola in cucina, la testa di un giglio è l’ultima cosa che Saverio vede prima di chiudersi in bagno.
L’urina trattenuta troppo a lungo stenta a uscire, fa pressione con i muscoli dell’addome, dopo qualche istante compaiono le prime gocce bionde, penetrano nelle grinze del pene floscio, poi scendono perpendicolari sulla maiolica del gabinetto. Spinge ancora per arrivare al getto, ma non ci riesce. Alla fine si siede e aspetta che la sacca d’urina si svuoti con tutto il tempo, emanando quell’odore spiacevole di bagno pubblico. Si pulisce il glande con due strappi di carta igienica, tira l’acqua, si dimentica di lavarsi le mani.
Fuori dalla porta trova Mara, è poggiata allo stipite, lo sta aspettando. Un chiodino nel legno le tira una maglia del pullover scuro, se la tocca ma non ci dà peso. Lo abbraccia. Saverio ricambia la stretta.
«Sono felice di vederti» gli sussurra all’orecchio.
Anche Flavio si avvicina, è circospetto, teso. Gli stringe la mano, «condoglianze» gli dice, come un visitatore qualsiasi. Mara guarda suo marito con aria di rimprovero, pare voglia invitarlo a essere più cordiale, lui finge di non capire e trova una scusa per allontanarsi. Saverio lo guarda mentre dispensa strette di mano, dà pacche, le riceve, come se fosse lui direttamente ad aver subito la perdita.
«Allora, come ti senti» dice Mara.
«Un po’ stanco.»
«No, volevo dire, adesso che siamo quasi orfani.»
«Non lo so, non saprei dire come mi sento» mente.
«È sempre così, i lutti si accusano dopo.»
Saverio sorride, nasconde anche a lei la sua assenza di commozione.
Torna la ragazza, procede sicura verso di loro, guarda Saverio, ma si rivolge a Mara.
«Ho sistemato mazzi di fiori come detto tu, signora.»
«Va bene, Cătălina, grazie.»
«Devo fare qualche cosa di altro?»
«No niente. Anzi, vai vicino a mia madre, tienila d’occhio.»
«Va bene, signora Mara.»
Si allontana. Saverio non si volta a guardarla, ma avrebbe voluto.
«Chi è?» chiede.
«È una badante tutto fare. Polacca. Vive qui da un paio di anni. Sai, da quando papà ha avuto più bisogno. Io non ce la facevo, i ragazzi, la casa.»
Mara cerca argomenti per addurre ragioni al bisogno di incaricare qualcun altro di quello che crede un dovere suo, Saverio invece lo interpreta come un rimprovero verso di lui. Entrambi, alla fine, smettono di parlarne.
«Sembra un miracolo» dice Saverio.
«Che cosa?»
«Be’, che mamma abbia ceduto i suoi spazi sacri.»
La conosciuta tenacia di Enrica, quella che ricorda, adesso acquista la forma di un elastico slabbrato.
«Diciamo che non è stata una scelta. Ha la sua età anche lei ormai e non ce la fa più a tenere la casa come vorrebbe. Ogni tanto ha qualche mancamento» precisa.
Saverio non replica, si tiene nelle spalle.
«E tua moglie? Elena non è venuta?»
«Non ha potuto» risponde subito. «È successo tutto così in fretta. Anch’io sono stato colto alla sprovvista. Mi sono dovuto organizzare, sai, con il lavoro.»
«Ma è morto tuo padre» replica lei. «Capiranno.»

La funzione è stata breve. Enrica ha pianto ancora, in più di un’occasione si è raccolta le lacrime con la punta della lingua. Sul sagrato, quando ha visto la bara entrare nel carro funebre ha accusato un mancamento. Saverio l’ha sorretta, è stato il primo slancio che ha fatto verso di lei senza prima valutare se fosse opportuno. Il corteo si avvia piano tenendo dietro la salma per qualche metro, poi vanno in auto verso il cimitero. Saverio monta sulla monovolume di Mara, lei si siede dietro con lui, dopo aver sistemato Enrica accanto a Marco, che guida ma ha la patente da poco e fa uno strattone ogni volta che devono ripartire da uno Stop. Dietro di loro, nel Suv sabbia c’è Flavio con gli altri due figli, a un certo punto li sorpassa e Saverio scorge la faccia della nipote più piccola inquadrata nel finestrino. È la prima volta che la vede e le fa subito antipatia, somiglia molto a suo cognato, ha i suoi stessi denti in fuori e la stessa fronte spaziosa.
Nella camera mortuaria riaprono la bara, lasciano soli i parenti col defunto per l’ultimo commiato. Suo padre è steso lì e non si mosso, Saverio pensa che c’è voluta la morte per decidere qualcosa per lui. Si stringe al nipote Enrica, è abbarbicata al suo braccio come un’edera, da lui prende linfa. Mara è l’unica che si avvicina al padre, gli fa una carezza, i suoi polpastrelli morbidi di crema gli sfiorano le tempie, ormai è una statua di cera pallida, ma lo bacia lo stesso, indugia con le labbra sulla sua guancia come se fosse stato un genitore amorevole.
Chiede un altro istante con lui, glielo concedono, poi viene allontana con gentilezza.
Il riccio dell’imbottiture della bara adesso è tutto dentro, avvinghia il corpo di Giovanni Infantino, un uomo si avvicina con la saldatrice, un altro sistema il coperchio, non è bene incastrato e riprova. Ora la bara è chiusa, nelle scatole si conservano le cose preziose.
Lo stagno fuso è l’odore dell’ultima volta che Saverio vede suo padre.
Ora la è questa la sua nuova dimora: un buco scavato nella terra, tra i cipressi e un sottofondo di pianti inconsolabili che si spengono col tempo, sostituiti da nuovi pianti. La bara viene calata con le cinghie, i due seppellitori hanno corporature diverse, quello con più ossatura e più muscoli regge meglio, l’altro fa fatica, la bara è sbilanciata e traballa. Nel tentativo di raddrizzarla, l’uomo più esile lascia la presa e la cassa cade di sbieco. I due si calano dentro la fossa, premono gli scarponi antinfortunistici sopra la laccatura, lasciano orme nette di fango. Enrica sobbalza nel suo cappotto nero, la voce sale di tono e muove i peli del collo di pelliccia. «Macellai» li chiama, «che modi sono questi» ripete. Sta certamente pensando a quando, tanti anni prima, hanno seppellito sua madre e la cassa era poco profonda e quando l’avevano riaperta nella camera mortuaria aveva tutto il naso piegato. Allora si impunta per far riaprire quella del marito, per «raddrizzare Giovanni» dice.
Mara tenta di tranquillizzarla: «Mamma, ormai papà non c’è più in quella bara. È soltanto un corpo vuoto».
«Non parlare così di tuo padre» ribatte, e non si rassegna.
Mezz’ora dopo la bara viene riaperta, di nuovo l’odore di stagno. Enrica non si fida, lascia la presa del nipote e va a controllare che Giovanni sia nella posizione giusta. Poi il rito si ripete, stavolta senza incidenti, con il prete ancora lì che invita tutti a un’ultima preghiera, la gente si stringe, Paolo occhieggia dalla lapide accanto, un volto serio e una camicia di jeans dentro la nube della fotografia ovale.
Saverio la guarda quella fotografia, suo fratello non è mai cresciuto, si è fermato a un’età immortale. Ci sono occasioni in cui l’ordine delle cose si sovverte, è così che un figlio finisce nelle viscere della terra vent’anni prima del padre. Perché la morte ha mille facce, è naturale, è apparente, ingiusta, è liberatoria, è accidentale, è violenta o improvvisa, è bianca, rosa, blu, è soprattutto nera, la morte nera che porta via le persone. Per loro era stata semplicemente prematura, qualcosa che era accaduta troppo presto, senza nessun preavviso.
Qualcuno prende un pugno di terra e lo butta sulla bara, i grani si abbattono sul mogano come una pioggia leggera. Anche Mara ne prende un mucchio, della terra le rimane nelle unghie. La sera quando si laverà le mani è a quel momento che il pensiero andrà a cadere e forse le scenderà l’ennesima lacrima. Saverio le rimane accanto, tiene le mani in tasca, sono fredde, la collinetta del cimitero è esposta a nord e l’aria comincia a irrigidirsi. Sua sorella si alza il bavero, Saverio batte i piedi sul ghiaino, aspettano la fine delle esequie, aspettano che si spenga la loro esigenza di rito.

* * *

Mi chiamo Francesca Branca, vivo a due passi da Cosenza, città dove nasco nel Capodanno del 1978. Nel 2005 vinco il Premio Letizia Isaia con il romanzo Non chiamarmi mamma. L’anno dopo esce Il funerale di una donna altéra in un’antologia di Giulio Perrone Editore. Nel 2009 sono finalista al Premio Arturo Loria con il racconto La fantesca e il pappagallo, pubblicato in antologia da Marcos y Marcos. Nel 2010 vinco il premio Racconti nella rete con Il primo giorno di scuola, pubblicato da Nottetempo (dal racconto trae spunto un corto omonimo). Sono stata segnalata al Premio Italo Calvino con le raccolte di racconti La fantesca e il pappagallo (e altri racconti) e Cinque storie da Roma in giù, rispettivamente nelle edizioni XXIII e XXIV. Ho scritto per il teatro la commedia Bugiardino per matrimonio felice e il monologo Itinerario precario (Storia di un giovane rimasto in Calabria). Attualmente frequento la Bottega dove ho trovato tanti occhi che guardano insieme ai miei nel Piccolo inferno familiare. Se qualcuno volesse: francescabranca@hotmail.com.

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3 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Francesca Branca”

  1. luciamarchitto Says:

    Mi sembrava di esserci lì,vicino alla bara, e di sentire tutti quei pensieri … molto bello questo testo. Complimenti all’autrice. Lucia

  2. Carlo Capone Says:

    Ottima narrativa. Ci sono due cose che mi hanno colpito: la cura del dettaglio e i dialoghi. Da manuale di scrittura l’urina stentata e la sepoltura mal riuscita. In entrambe le scene pochi tocchi, ma giusti, conferiscono al lettore l’angoscia del momento e il gelo dei sentimenti.
    I dialoghi sono belli, filanti, naturali, assolvono al compito di far progredire la storia e tingerla dei suoi colori.
    Forse le migliori pagine lette finora.

    Nota: le poche righe qui sopra le ho pensate prima di leggere il curriculum letterario dell’autrice.

  3. luigi michele perri Says:

    Sono pienamente d’accordo. La capacità descrittiva di Francesca Branca conferisce forza ad una narrazione di per sè già coinvolgente. Leggendo, mi sono estraniato e ritrovato tra mormorii evocativi e sussurri di cordoglio. In qualche modo ero presente e ho partecipato, sentendo un rattristante profumo di crisantemi.
    Se questo è il brano di un romanzo, aspettiamo tutti con ansia il romanzo. lmperri

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