Dalla Bottega di narrazione / Elena R. Marino

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. Per leggere tutti gli estratti finora pubblicati, cliccare qui. gm].

Elena R. MarinoSono nata a Siracusa, mio padre è nato ad Alessandria d’Egitto, mia madre è di Trento e qui vivo da quando avevo nove anni. Per un lungo periodo ho viaggiato molto e ho fatto avanti e indietro fra Italia e Canada. Poi mi sono fermata. Spero di ripartire presto. Lavoro presso il Teatro Spazio 14 di Trento.
La Bottega per me funziona perché si lavora al proprio progetto guidati da chi ha esperienza e maestria, accompagnati da altri apprendisti, imparando attraverso gli errori.
Il progetto al quale sto lavorando in Bottega è un romanzo dal titolo Loveland.
In breve questa la storia: Thomas si ritrova in modo imprevisto a essere responsabile di un adolescente e a inseguirlo nella sua fuga da casa. Viaggia senza conoscere la meta attraverso Canada e Stati Uniti, in compagnia di una bambina di nove anni decisa a non parlargli. Mentre la sua vita si disfa e si ricompone come lui non avrebbe mai immaginato, Thomas giunge a un difficile appuntamento con se stesso.
Quello che segue è l’incipit. (e.r.m.)

da Loveland
di Elena R. Marino

Prima che suoni la sveglia sono già balzato seduto sul letto e ho gli occhi spalancati, il respiro ansioso perché la scarica elettrica ha tagliato il mio corpo in campi magnetici e ora perdura la sensazione di essere stato attraversato, mi domando se qualcuno abbia suonato il campanello, se c’è stato un suono che io abbia già dimenticato, se dal sonno correndo via non ci sia stato un abbandono di cui non mi sono reso conto, qualcosa che mi sia sfuggito, un congegno azionato mentre dormivo e adesso sfumato, mentre perdura la mia agitazione e piccoli spasmi ancora mi azionano, e sento il dorso le gambe il ventre il cuoio capelluto, e sento il cuore.
Ho dimenticato i sogni in una cancellazione totale, non ho pensieri, poi uno solo.

E il cuore riprende a battere in modo umano, la macchina si olia, si riattiva, il mio corpo si rilassa con un profondo respiro che mi riporta a te, a oggi, alla realtà, a quello che rende oggi importante: il nostro appuntamento. So benissimo che tu odi i ritardi, soprattutto i miei, perciò salto fuori dal letto, sono allegro e stanco, determinato e nervoso, balzo fuori dal letto e non indugio neppure due minuti, gli occhi gonfi, ed è allora che suona la sveglia e io mi tuffo per spegnerla, tutto con energia esagerata, nel mio corpo c’è nuova energia che trabocca perché oggi finalmente abbiamo di nuovo un appuntamento, io con te, e so che tu odi i ritardi, soprattutto i miei, ma oggi niente ostacolerà il mio cammino, oggi io sarò perfetto.
La mia stanza da letto è il luogo che non ci ha mai accolti. Conservo nei cassetti gli abbandoni della tua biancheria intima, i segni tangibili i lasciti i pegni le dimenticanze, il feticistico dono delle tue presenze altrove, in altri tempi, in altri covi, momenti che abbiamo rubato in stanze e rifugi di un attimo, a volte ci siamo rotolati sul pavimento in bagno, sulle mattonelle fra lavandino e vasca, fra tazza e bidet, a volte con la porta chiusa a chiave in case altrui abbiamo fatto silenzio mentre qualcuno insisteva con la maniglia, e nel silenzio ridevamo con le mani sulla bocca, astuti e idioti.
La mia stanza da letto è il luogo dei naufragi, guardo spesso il soffitto e tra le lenzuola ci sono gorghi di vuoto che afferrano e tirano giù, ci sono state settimane che, nel pensiero di te, immobile il corpo legato da liane verdastre ha germogliato fiori lividi e dolorosi, mi strappavo la pelle ma non veniva via, il corpo tatuato di parole che toglievano aria carne sangue, mi trasformavo in fumetto ma soffrivo come un cane, come un animale, soffrivo come uno al quale spacchino i meccanismi dentro, e diano dolori fisici, mi ammalavo.
Queste cose le sanno tutti, l’amore è così, ma io non lo sapevo, soprattutto io non capivo.
Io non capisco.
A volte non ti capisco.
Io ho bisogno di capire.
Dammi una logica da seguire, che io sappia perché avviene tutto questo.
Mi faccio una doccia veloce, mi rado, miglioro più che posso il mio aspetto. Sono mesi che non ci vediamo, io sono cambiato. Voglio mostrarti la parte migliore di me, perché è tanto che naufraghiamo senza guardare più i sorrisi.
Mi lavo i denti, mi metto crema ovunque, che non si formino piccole rughe intorno agli occhi, intorno alla bocca quando ti sorriderò, ti voglio sorridere a faccia intera, aperto e disteso, macho e materno, ti voglio sorridere bello come il sole, l’ho sentito dire e davvero si può essere così, perciò lo sarò per te.

Sono già in strada quando mi accorgo di aver dimenticato le macchine fotografiche. Caccio un urlo. Mi butto di lato, entro nella piazzola di un drugstore, inverto sgommando a tutta velocità mentre la gente mi guarda, sono tutti a guardarmi, lo spettacolo della mia rabbia, incosciente e pericoloso per la comunità, pazzo anormale. Dopo mi vergognerò di me, adesso non ho tempo.
Sto correndo dentro casa, furioso, atletico, ho quasi abbattuto la porta, scavalco il tappeto apro la vetrina prendo le macchine fotografiche gli obiettivi caccio tutto dentro le borse corro fuori sono in auto sto guidando ora sono sulla strada con la cartina aperta sul sedile accanto e punto al planetario. Ho controllato l’orologio. Niente mi fermerà. Sarò puntuale. Il traffico mi ingloba in una lunga fila di gente chiusa in abitacoli. Non ho neppure fatto colazione. Non ricordo se ho azionato il tostapane. Credo di no. Certo che no.
Vorrei imparare a vivere. A sentire che sto vivendo. I dettagli, come fai tu. Attraverso i tuoi occhi vedo le cose. Attraverso i miei occhi mi sfuggono. L’elettrico mondo è il tuo. Io l’ho scoperto e non riesco a rinunciarvi. Come un bambino ho bisogno di questa istruzione. Mi dici che non oso abbastanza. Che non mi scuoio abbastanza, che non mi lacero, che non mi rendo osceno a me stesso, cioè vero, dovrei sgravarmi di dolore e sangue, di malattia e malessere, dovrei ferirmi e sanguinare, mi dici che navigo in superficie, mi dici tutte queste cose e io sono ferito e grato, sono così animale e sono di carta, tu hai la vita in mano, insegnami. Io sono ridicolo.
Il tergicristalli può agire in modo continuo o intermittente. Scelgo il ritmo lento intermittente e osservo il parabrezza. Rade goccioline precipitano di lato, orlano un riquadro che riprende la strada in campo lunghissimo. Le auto davanti, le strisce, i fanali, l’erba malata ai lati, la periferia industriale di Edmonton, le carte che rotolano e le bandiere commerciali che sbatacchiano nel preannuncio d’una tempesta, issate sopra magazzini e impianti industriali, mentre in lontananza un cielo pesante di strati e cumuli si addensa in un livore apocalittico, il peso di un coperchio grigio metallico con bagliori sopra la giornata, ad abbassare e schiacciare l’orizzonte con un unico punto di fuga, in fondo, mentre guido verso il luogo dell’appuntamento, dove non siamo mai stati.
Forse non ho dormito abbastanza. Controllo le borse sotto gli occhi nello specchietto retrovisore. Inserisco la freccia. Imbocco il raccordo. Proseguo in direzione del Telus World of Science di Edmonton.
Pioverà, esploderà, staremo meglio quando finalmente l’aria elettrica si sarà scaricata da qualche parte. La spianata di nubi nere promette questo. L’aria frigida e depressa promette questo.
Il Centro è aperto dalle 10:00 a.m. alle 05:00 p.m., il venerdì e il sabato fino alle 07:00 p.m.
Parcheggio il più possibile vicino all’entrata, in previsione dell’acqua.
L’edificio bianco del planetario è un’astronave aliena appena atterrata, con sopra una torretta bianca a raggiera tagliata di sbieco, una specie di imbuto per contatti extraplanetari e travasi di fluidi cosmici.

Nelle parole non c’è salvezza. Ma nel silenzio neppure.

La Caffetteria del Planetario è in fondo all’ingresso, senza soluzione di continuità con lo shop e la libreria.
Ci siamo dati appuntamento per il brunch, che tu adori. Ore 11.30 a.m. Puntuali. Hai scherzato, hai fatto battute, eri di buon umore.
Sei di buon umore in questo periodo, lavori molto, scopri cose. Hai progetti. Non hai tempo. Viaggi. È tanto che non ci vediamo. Cerco di visualizzarti, ma non ci riesco. Chissà perché. Continuo a vedere le bandiere che sbatacchiano nell’aria frigida lungo la strada, i magazzini ai lati, il cielo con i suoi aerei, tu evanescente. Aerei alti nel cielo, sopra gli ammassi di nubi temporalesche. Mi rendo conto che ci deve essere anche il sole da qualche parte. Alto. Riservato a te che viaggi in aereo. Il privilegio di un cielo terso cristallino insospettato. Per chi viaggia alto come te. Mi giungono queste immagini a raffica e non c’entrano niente, perché oggi noi, dopo tanto tempo, ci incontriamo.
Mi dirigo verso la caffetteria. Prima brunch e poi appuntamento con Peggy, l’attrice che ti ho presentato io, l’attrice che vuoi coinvolgere nel tuo nuovo progetto.
L’interno dell’astronave è ricoperto di linoleum nero, scintilla di alluminio anodizzato, espone cestini dell’immondizia metallici dal design studiato, affusolato, vere e proprie mini-astronavi all’interno dell’astronave-madre. Contenitori dell’immondizia astrali, stellari, accanto a vetrine lucidissime che espongono valanghe di hot-dog, vaschette di senape maionese ketchup, chili di carne fredda, frutta formaggi funghi tortine fette di pane.
I tavolini sono affollati, gli alieni mangiano variabili nutrizionali e bevono litri di caffè, camerieri vestiti in divisa Star Trek si materializzano per riempire tazze futuribili. Il volume delle comunicazioni è intenso, quella che sembra la cabina di comando dell’astronave risuona di messaggi, trasmissioni ininterrotte di informazioni che rimbalzano sui muri intorno, sui finti oblò spaziali colmi di blu elettrico e striature argentee, e noi tutti siamo in volo per chissà quale missione, siamo tutti partiti e stiamo volando viaggiando comprando divorando comunicando qualcosa a qualcuno che ci sente a stento.
Siamo tutti qui nel vuoto siderale a divorare tacchino.
Cerco Peggy. Dovrebbe essere al banco. Lavora qui da poco.
“Buona occasione per vedere un posto che non abbiamo mai visto”, hai detto tu.
Controllo l’orologio. Le 10:15 a.m. Sì, sono in netto anticipo, sono perfetto. Mi batte il cuore. Forte. Sento che sale la sensazione liquorosa di ansia che prelude sempre ai nostri incontri. Non so se sia meglio cercare di conquistare un tavolino o individuare Peggy. Con lei dovrai parlarci, quindi penso che sia meglio tenermi nei suoi dintorni. Mi inserisco tra la folla che staziona davanti al banco e alle sue vetrine colme di cibo.
Cogliere lo sguardo che ci collega. La freccia. Il silenzio. La scarica elettrica. Accadrà fra poco, fra qualche istante, ogni istante è quello possibile, ti cerco. Attendo il senso della tua presenza, quando dirò: “Eccoti!”. E tutto sarà diverso. Il volume delle voci sarà diverso. Lo spazio sarà diverso. La direzione del viaggio avrà una mèta.

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13 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Elena R. Marino”

  1. enrico Says:

    mi sembra che il tema più importante sia il tentativo di far parlare un maschio… chissà se avessi letto il tuo testo, Elena, senza saperti donna… ma sapendoti donna, sento uno scricchiolio in questa voce maschile, ovverosia sento dietro una sensibilità femminile, e quindi “non le credo fino in fondo”… ma – dubito di me stesso e sarei curioso di sentire altri…

  2. Giulio Mozzi Says:

    Naturalmente nessuno si fa mai la domanda corrispettiva quando uno scrittore maschio fa parlare una donna.

  3. Alessandra Says:

    “Mi dici che non oso abbastanza. Che non mi scuoio abbastanza, che non mi lacero, che non mi rendo osceno a me stesso, cioè vero, dovrei sgravarmi di dolore e sangue, di malattia e malessere, dovrei ferirmi e sanguinare, mi dici che navigo in superficie, mi dici tutte queste cose e io sono ferito e grato, sono così animale e sono di carta, tu hai la vita in mano, insegnami”.
    Questo pezzo mi ricorda tanto il manifesto della poesia Fenicea di Massimiliano Antonucci:
    “Non abbiamo bisogno di una vita cauta ed infelice. Non abbiamo bisogno di una felicità vuota a cui tutti possiamo ambire. Abbiamo bisogno di sentire”.

    Io la voce maschile la sento tutta maschile. O forse, da donna, mi fa piacere pensare che anche un maschio mentre aspetta una “lei” abbia certi pensieri, provi certe sensazioni. Su questo, si sa, si potrebbe discutere all’infinito…
    Brava.

  4. Elena R. Marino Says:

    @ Enrico
    prima di tutto ti ringrazio per il commento. Certo, il romanzo poi riserva delle sorprese quanto al personaggio… Ma non è questo che importa qui. Mi aiuteresti di più, se ne hai voglia, indicandomi quali parti nello specifico ti “scricchiolano”, oppure se si tratta di un’impressione generale sull’io narrante.
    Grazie, Elena

  5. Margherita Says:

    Mi ha fatto sorridere la frase: “dopo mi vergognerò di me, adesso non ho tempo.” E’ bellissima questa urgenza della narrazione.
    E’ un racconto piacevole, forse anche un po’ auto-bio-grafico, o forse no. Trovo interessanti questi passaggi dal piano delle descrizioni oggettive a quello in cui gli oggetti diventano il seme di una fervida immaginazione. Inoltre mi colpisce questo interlocutore, un “tu” che sembra scivolare in modo intermittente da un personaggio di fantasia al lettore stesso. In ogni caso, la messa a fuoco delle relazioni avverrà solo verso la fine, suppongo.

  6. enrico Says:

    @ Giulio: per quel che mi riguarda, non vale il discorso della “non transitività”… a volte leggo delle cose scritte da uomini con io narrante al femminile un po’ strani, in cui – non so – il femminile è stereotipato, non colto, o continui a pensare a un lui mentre parla una lei ecc… mi pare che comunque l’operazione di far parlare una persona di sesso diverso dal proprio sia un’operazione non tra le più facili, non so cosa ne pensi…
    @ hai ragione Elena: provo a “estrarre” delle cose che non mi suonano, promesso!

  7. enrico Says:

    @ Elena: … immagino che incorrerò in una serie di polemiche sul maschile e il femminile e sugli stereotipi ecc. ma insomma rischiamo! Ti cito una tua parte di testo che mi pare di sensibilità squisitamente femminile.

    “Sì, sono in netto anticipo, sono perfetto. Mi batte il cuore. Forte. Sento che sale la sensazione liquorosa di ansia che prelude sempre ai nostri incontri”. La “perfezione” (detta a quel modo), il “cuore” (con quella frase secca nominale “Forte.”) e l’ansia “liquorosa”: la somma mi parla di una donna, non di un uomo…

  8. ndr Says:

    Ho avvertito anche io, all’inizio, ciò che ha detto Enrico. D’altronde, l’incipit segue l’autopresentazione, ed essendo entrambi scritti in prima persona sono rimasto, sul momento, spaesato dal cambio donna-uomo. Però sono in disaccordo con Mozzi, quando dice “naturalmente”, “nessuno”, “mai” perché, è esperienza personale, mi è capitato invece di porre e sentirmi porre la “domanda corrispettiva”, e così mi sembra inesatta l’affermazione di Mozzi, così categorica e pervasiva.
    Aggiungo un paio di pensieri sulla modalità di presentare questi brani:
    1) Il titolo “Dalla Bottega di narrazione:” seguito dal nome del/la autore/rice pone l’accento non sui vari progetti, ma sulle persone scriventi. Essendo però una Bottega di narrazione mi aspetterei che fosse data più importanza alla narrazione che al/la narratore/rice.
    2) Da cui segue che le autopresentazioni mi sono sembrate a volte anche troppo lunghe e distraenti rispetto alla narrazione che seguiva, e capisco pure la voglia di dire quanto la Bottega sia una bella esperienza, però da lettore voglio leggere – prima – quello che viene fuori, e poi, se mai, il backstage. Ecco, nel modo di presentare questi brani si mette prima il backstage di ciò che avviene sul “palco”. Sì, potrei saltare ogni volta i brani iniziali, però penso anche che se delle cose sono poste in un certo ordine vuol dire che un senso c’è, e sono tendente a seguire l’ordine, prima di, magari, discuterlo.
    p.s. Mi accorgo che anche le narrazioni pubblicate qui sono, in effetti, un backstage di quel che saranno. Va beh.

  9. Elena R. Marino Says:

    …mi ritorna utile Enrico nella sua spiegazione, capisco ndr, sono naturalmente contenta dei commenti di Alessandra e Margherita.
    Ma adesso? rivelare perché il personaggio ha una sensibilità vicina a quella femminile (oltre al fatto che a scrivere sono io), oppure rimettermi al lavoro cercando di adeguare la voce a una sensibilità più rude, o ancora iniziare a meditare su uno pseudonimo del tipo “George Sand”?
    … certo, per darmi una risposta dovreste conoscere alcuni presupposti della trama del romanzo che non ho rivelato…
    Ma allora: è giusto ingannare il lettore per le prime 5-10 pagine di un romanzo e metterlo faccia a faccia con le sue aspettative più scontate?

  10. enrico Says:

    Cara Elena!
    una cosuccia: attenta a presupposti come “sensibilità maschile” = “sensibilità più rude”… non per farmi gli affari tuoi: quanti maschi “rudi” sono intorno a te? Dei miei amici, per esempio, pochissimi li definirei così… d’accordo con ndr su tante cose…

  11. Elena R. Marino Says:

    @ Enrico …sì, vero, ne conosco gran pochi di maschi rudi, anzi, perlopiù mi stupisco di come siano sensibili ben oltre la loro stessa apparente consapevolezza. Ma allora mi sarebbe utile capire meglio perché un uomo non possa agitarsi per essere “perfetto” in attesa di una persona che ama (dedito a qualcuno), oppure non possa dare rilievo al “cuore” (emotivo) o trovare l’ansia “liquorosa” dopo aver verificato che bersi un bicchierino o attendere in ansia qualcuno di cui è innamorato sono azioni che presentano delle sensazioni simili…

  12. enrico Says:

    Bene! Elena, perfetto! Provo a risponderti non rispondendo… inventandomi una cosa… ovverosia: prova a “intervistare” un uomo che possa “essere” Thomas (senza leggergli il testo): spiegagli solo la situazione: e intervistalo su quello che lui può provare, data la condizione del personaggio ecc. segnati le sue parole precise… chissà che tu non possa trarre ispirazione, trovando magari un “consulente”; anche Pasolini, quando doveva far parlare i “ragazzi di strada” in romanesco, ha avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse… non so se ti è utile: ma potrebbe essere un interessante viaggio all’interno della “psiche” maschile, comunque…

  13. Elena R. Marino Says:

    🙂 @ Enrico … grazie! mi hai dato un’ottima idea! … e magari ne nasce anche un lavoro video… 😉

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