Dalla Bottega di narrazione / Tiberio Grego

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Tiberio GregoSono nato a Bassano del Grappa nel 1966 e ho frequentato il DAMS presso l’Università Degli Studi di Padova. Sono autore di cortometraggi, videoarte e installazioni; sono stato selezionato, e alcune volte premiato, in molti concorsi e festival cinematografici.
In
Buon Vento, il saluto degli uomini di mare, racconto la storia di un medico chiamato ad assistere un amico colpito da una malattia incurabile. Il dramma si sviluppa nell’arco temporale di due anni, sino a un’estrema richiesta d’aiuto e al tragico epilogo del suicidio assistito. L’estratto che segue è il primo capitolo. (t.g.)

da Buon vento
di Tiberio Grego

Si alza il sipario sul teatro anatomico

Quando fosti colto dal dubbio avevi da poco consumato la prima colazione ed eri di fronte a un nuovo corpo, l’unico per quella giornata. Era il primo giorno di lavoro dopo la pausa estiva. Il decimo da che avevi saputo che saresti diventato padre. Il sesto dalla notizia di Luca.
Il sole era dunque sorto da tre ore ma la sala dove ti trovavi avrebbe continuato a escluderlo. Era fredda. Freddo l’acciaio del tavolo settorio. Freddo il tuo assistente. Tu Giovanni Eccher, patologo, sentivi salire dentro di te, ma da lontano, e da qualche parte nel tempo, una specie di disagio; qualcosa di non chiaro. Ma tutto era pronto, le provette, i barattoli per la raccolta dei campioni e l’infermiere, immobile nell’attesa di un cenno. Solo dall’alto, dal soffitto, ti sembrava arrivassero segni di vita. Va tutto bene, pensasti; e ciò nonostante chiedesti di esser lasciato solo. Una richiesta insolita, accolta tuttavia con la stessa apparente indifferenza con la quale la povera salma attendeva il proprio esame.

Ti volgesti per prendere il bisturi, ma fosti distratto dall’unico rumore nella sala, il soffio meccanico della ventilazione forzata e del controsoffitto di metallo che a intervalli regolari sembrava gonfiarsi e sgonfiarsi. Che strano, pensasti, perché me n’accorgo solo adesso? E tornavi lentamente sul corpo. Adesso eri solo di fronte a quello che avrebbe dovuto aprirtisi come il tuo personale teatro anatomico.
Ma il dubbio era arrivato. O piuttosto, l’inquietudine del dubbio. Lui, il dubbio, restava distante, vago. Girasti intorno al tavolo senza mai smettere di fissare quel corpo: il volto, le mani, il pene circonciso. Sentivi uno spiacevole senso di incongruenza girarti nello stomaco. In quella stanza le cose quando si muovevano, per te, dovevano farlo una alla volta, secondo un ordine, un protocollo.
Ecco, pensando alla prima lezione di anatomia ti rivolgevi al cadavere, – Magari mi permetto di colpirla leggermente un paio di volte sulla fronte con un martelletto, così, giusto per essere sicuri entrambi che la sua anima abbia lasciato definitivamente questo corpo. Che non ne sia più la proprietaria. – e sentendoti osservato sollevasti lo sguardo al soffitto. Ecco, continuavi, ma pensando, magari lei è qui, mi sta guardando, oppure è già oltre e queste pareti non hanno più alcun significato.
Le pareti erano ricoperte per intero da piastrelle rettangolari di color crema disposte – lo stavi notando per la prima volta – in senso verticale. Erano persino allineate con le fughe grigio chiaro, che disegnavano un reticolo del tutto simile a quello delle sbarre di una cella, o ancor meglio, come credesti di ricordare poi, della gabbia dei leoni al circo. Una gabbia vista, però, dall’interno. Allora ti fu chiaro, avresti voluto essere anche tu oltre quei muri, o che almeno anche per te non avessero più alcun significato. Avresti voluto essere ancora in vacanza, in barca, ancora in mare aperto, ancora alla deriva. Avresti voluto, se solo avessi potuto, essere più lontano, nel tempo, irraggiungibile.

Stomaco: camera d’aria, zona franca per l’assimilazione del cibo. Nausea. Cervello, ancora spazio condiviso. Come ti risultavano simili quelle strutture. Nella loro morfologia e nella loro funzione. Forzasti la saliva tra i denti e ti tornarono il sapore del croissant alla crema, del caffè, del latte. E nonostante avessero occupato la tua bocca quasi contemporaneamente, la memoria te li restituiva distinti. Eppure, lo stesso non si poteva dire di quello che ti appariva nella mente. Il dubbio, o meglio l’ombra che questo proiettava, continuava ad infilarsi tra un tuo pensiero e quello che lo seguiva facendoli, così, confusi. Camminavi attorno al tavolo, un passo dopo l’altro, un pensiero dopo l’altro. La tua mente si spingeva sempre più e sempre più con crescente tensione alla ricerca di nuove riflessioni, nuovi ricordi o ricordi da ricostruire, immagini non ancora contaminate. Inutile. Eri entrato nel cono d’ombra. Avevi varcato l’incongruenza. Salito sulla pedana metallica ti staccasti dal pavimento di granito rosso e grigio, e subito fissando lo scarico dell’acqua a terra pensasti: lo tappo, prendo un panno e lo tappo; e poi apro tutti i rubinetti, quelli alle pareti e quelli sui tavoli e allago. Galleggiavi senza controllo, in piedi sul bordo del tavolo, ultimo custode di uno sconosciuto, di un nuovo domatore. E tornavi al ricordo del tragitto percorso quella mattina per raggiungere l’ospedale.

La cicogna era ferma sul bordo del torrente; sembrava impantanata. Le acque non erano più profonde che di un palmo, stagnanti, melmose. Tutto il suo elegante corpo, non bianco ma grigio, era rivolto al ponte, alto su di lei pochi passi più in là. Passavano frequenti e rapidi dei treni; non sembrava spaventata. Il suo sguardo però, se così si può dire, seguiva il tuo. Camminavi lungo una passerella pedonale parallela al ponte della ferrovia che stava alle sue spalle. Il suo lungo collo gli consentiva di girare la testa senza un visibile sforzo e per un attimo avesti la sensazione che foste le uniche due presenze immobili. Le uniche mentre tutto il resto, treni, sole, orologio, foglie si muovevano. Vi stavate guardando negli occhi. I tuoi occhi erano aperti. Di questo potevi essere sicuro; non stavi sognando.

Il dubbio era lì da sempre. E non era stato il suo spirito ad allungarsi verso di te, ma eri stato tu a muoverti inavvertitamente verso di esso, e d’altra parte questo non era solo esattamente dove avrebbe dovuto essere, ma si trovava assieme a tutti gli altri dubbi. Tutti quelli concepiti nel mondo. Tutti lì. E anche se a momenti tu potevi avere l’impressione che fossero disposti secondo un proprio ordine e logica, li agitava il caos. In te cominciava a farsi forte la convinzione che una volta vicino a uno di questi saresti potuto entrare in contatto anche con un altro, e un altro, e un altro ancora fino ad esserne completamente circondato. Il caos ordinato dei dubbi è certamente disordine per l’uomo, riflettesti, ma forse non per il suo creatore. Come un codice genetico, continuavi, forse c’è una logica, e ti tranquillizzasti.
I dubbi erano le anime delle scelte. Il midollo delle scelte. Quante volte avevi letto, indagato l’argomento, i filosofi e le loro dissertazioni, parola dopo parola, messaggio dopo messaggio, ma sempre da lontano, come attraverso una lente, un microscopio, come analizzare un tessuto compromesso da un organismo sconosciuto, ma sempre ben protetto. Il dubbio non apparteneva più alla sfera della disquisizione filosofica, adesso era diventato un virus. Portasti le dita alla bocca, e accorgendoti che indossavi dei guanti ti riavesti di nuovo. Ti guardasti la mano. E a lungo rimanesti a provare la sensazione della gomma sulla pelle. Le pieghe innaturali del materiale, il suo rumore. Sono difeso, sono al sicuro, fu il tuo ragionamento. Ma avvertivi la menzogna. Va tutto bene, sono vivo, t’imponevi ancora.

Fino a quel giorno, tu, al circo eri andato una sola volta, a tredici anni, in gita con l’intera classe e l’insegnante di matematica. Se io ora ti fermassi e ti chiedessi, così, all’improvviso di ricordare quel giorno, tu risponderesti che l’unica cosa che ricordi è il domatore. Il domatore fare ingresso nella gabbia saltellando altero a torso nudo con uno scintillante slip dorato. Il domatore rimanere immobile in pose plastiche, e mostrare i suoi muscoli circondato dai leoni con un torace esteso al massimo volume e il ventre contratto oltre ogni ipotesi di spasmo intestinale. Ma forse non erano leoni, forse quelle che andavano inquiete misurando il perimetro erano tigri. Ah, sì! Il domatore che fa schioccare la frusta e resta fermo alcuni secondi. Il domatore che allarga le braccia e rimane fisso a raccogliere gli applausi. La professoressa di matematica che guarda il domatore e ride. Racconteresti, ancora, che all’epoca non avevi capito il perché lei ridesse, e anche se oggi puoi solo sospettarlo diresti ironico che la cosa fosse molto più seria di quanto non sembrasse, i domatori vanno presi sempre sul serio. Più stanno fermi e più sanno quello che vogliono.

Più stanno fermi e più sanno quello che vogliono, già, ricordasti, e fissando il corpo sul tavolo, ti giungeva chiara la consapevolezza che il tuo istinto era stato ammansito, ridotto a una nuova e innocua abitudine. Difficile uscirne, la mancanza di una certezza ti rendeva insicuro. Ma ecco, finalmente al comando del corpo morto tu agivi. Ti consegnavi alla disciplina e lasciando così i margini della stanza, salivi sulla pedana, raggiungevi la vaschetta, afferravi il bisturi e lo portavi calmo sulla spalla sinistra del cadavere deciso a percorrerne il petto, raggiungere l’estremità inferiore dello sterno e poi giù dritto dritto, ma evitando l’ombelico, fino all’osso pubico. Ti scosse, che la lama non era ancora penetrata, il suono artificiale di una cicala; proveniva dalla parete alle tue spalle; era la suoneria del telefono. Sollevasti lo sguardo dal cadavere e fosti di nuovo sveglio. Senza girarti, posasti il bisturi, ti togliesti i guanti e andasti all’apparecchio.
– Pronto!
– Portineria, dottor Eccher?
– Sì!
– Qui c’è un signore che chiede di lei, dice di essere stato un suo paziente.
Osservasti il corpo sul tavolo.
– Non ho pazienti in grado di chiedere informazioni in portineria. Dovreste saperlo ormai.
Troppo tardi: il pensiero di tuo padre ebbe il suo ingresso in sala.
– Quel signore sta cercando mio padre, Giulio Eccher. Gli dica che si è ritirato. Fatevi un appunto anche voi: io sono Giovanni Eccher!
Pensare alla logica non significava esserne partecipi, e ti si fece improvvisa e inspiegabile la sensazione di sprofondare nel pavimento. Questione di un istante. Memoria recente, memoria di equilibri variabili e dei continui aggiustamenti, memoria del corpo che tocca terra dopo giorni di navigazione. Istante fuori di ogni controllo. Così, un padre semplicemente evocato poteva contenere tutto il potere del mondo. Il potere del mare.
– Mi scusi dottore.
– Fa niente, buona giornata.
Riagganciasti. Fa niente un cazzo, continuavi ripetendolo più e più volte tra te e te, e dopo aver esitato il tempo di ruotare su te stesso ti sfilavi il camice e uscivi nel corridoio. A destra la stanza dell’assistente, a sinistra l’ingresso all’obitorio e l’uscita. L’assistente stava seduto alla sua scrivania, il suo era un piccolo magazzino dalla pianta triangolare dove stavano allineati scaffali pieni di lenzuola piegate e carrelli con le sacche per la raccolta di quelle usate. Se un anziano fosse passato per quella fiera del bianco magari con una di quelle gite organizzate per i pensionati, di certo avrebbe confermato il luogo comune secondo il quale la sala autoptica era il posto più pulito dell’intero ospedale, e forse si sarebbe anche sentito rassicurato. I pensionati di solito, contrariamente ai giovani, sono molto preoccupati per il proprio futuro.
Ti fermasti sulla porta, con un’esitazione.
– Tutto a posto dottore?
– Torno tra cinque minuti.
– Lo conosceva?
No, e fatto un passo indietro ti voltavi e acceleravi verso l’uscita. Attraversasti la grande porta a vetri ed eri subito in un altro corridoio, a destra le scale e gli ascensori, a sinistra l’ingresso per il pubblico all’obitorio e ancora, oltre, il montacarichi, aperto. Quello mi porta dritto sul tetto, fu il tuo pensiero e camminasti veloce per raggiungerlo. Controllavi a stento il desiderio di correre che ti faceva accelerare il passo per poi rallentare, tanto era forte il timore che qualcuno ti notasse. Non c’era nessuno. Lo occupasti ansioso di intraprendere il viaggio e premesti il pulsante dell’undicesimo piano. Le porte si chiudevano e ti sentivi al sicuro. Strano, in fondo eri di nuovo circondato da acciaio.
Aria tra i tuoi pensieri, mentre i numeri cambiavano e la cabina sfiorava a uno a uno i reparti di chirurgia, medicina, ostetricia e ginecologia, pediatria, cardiologia, fino ad arrestarsi all’ultimo, geriatria. Non c’era logica nella loro disposizione, tranne forse per geriatria, all’ultimo. Anzi no, all’ultimo, così vicino al cielo, avrebbe dovuto trovarsi l’obitorio.
Il montacarichi si aprì: quiete e un silenzio che inviava remoti bisbigli e indeterminati fruscii. I tuoi piedi si avviarono sul linoleum grigio azzurro. Ti sembrava liquido. Avanzavi deciso dritto verso il vano scale, quando ti colpì, con una progressione pari alla tua andatura, un’anziana signora seduta su di una carrozzina nel mezzo della corsia. Sola, con quel che restava di un’artificiosa acconciatura e quegli occhi inespressivi smarriti chissà dove in un orizzonte impreciso alle tue spalle, ti sembrava abbandonata. Avevi la faccia sconvolta, abbozzasti un sorriso e le passasti di lato. Non ti vide. Non esistevi.
Camminasti veloce col sorriso immobile fino a raggiungere la rampa delle scale, e un gradino dopo l’altro la risalisti. Aria, anche se scatta l’allarme in portineria chi se ne frega, manderanno uno della sicurezza, ma tu avrai avuto il tempo di stare quassù. Salivi l’ultima rampa e giravi sul vano che dava sulla porta d’emergenza. Vedevi, oltre il vetro, il grande terrazzo ricoperto di ghiaino. Inutile spingere il maniglione, la porta era chiusa a chiave. Sono proprio un ingenuo, pensasti. E così, ti ritrovasti separato da un vetro a poter solo vedere l’aria gonfiare una manica a vento. Per un po’ rimbalzasti dal pensiero della tua ingenuità al tentativo irredento di forzare il maniglione antipanico. Il vento era lì, ma non poteva sfiorarti. E lo sgomento ti raggiunse. Il sorriso che prima tenevi congelato si sciolse e si mosse come onda che percorre l’intera superficie di un volto, dalla bocca agli occhi sino alla fronte, lasciando al suo passaggio solo depressione. Di vento ne sarebbe bastato così poco, una piccola dose, sulla pelle, sulla faccia, tra i capelli, giusto per calmarti, per risolvere quel vuoto d’astinenza; e forse gonfiarti come una vela, e forse spingerti oltre, lontano.
– E adesso? Adesso cosa faccio?

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4 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Tiberio Grego”

  1. veronica tomassini Says:

    è sempre affascinante l’uso della seconda persona.

  2. renato Says:

    I miei più sinceri complimenti, letto d’un fiato. Non sono un esperto di letteratura ma posso dire di aver intravisto un sottile gioco di sovrapposizioni, come un pittore che dipinge a strati successivi. La descrizione dei particolari, le azioni, i pensieri, i dialoghi, con un linguaggio analitico, quasi freddo, ma coinvolgente. Altra nota positiva è la solarità che percepisco nell’ambiente dove si svolge l’azione, un posto che nel vissuto comune è buio e angosciante.
    Complimenti ancora.

  3. Graziella Says:

    Bellissimo, sembra di essere li’ e sentire e vedere tutto quello che la persona sta vivendo, insieme alla catena di pensieri che di fronte alle
    immagini spesso in pochi minuti ci travolge e ci porta in bilico fra presente e passato, esperienze passate e desideri futuri.
    Complimenti.

  4. Carlo Capone Says:

    La scelta della seconda persona è un cimento, quindi nel caso di un esordiente è da elogiare. Sarei curioso di sapere perchè è stata individuata questa forma narrativa.
    Detto questo, la narrazione in seconda persona a me non piace, la trovo ossessiva, scrutatrice, eccetera. Si potrà ribattere che per questo è stata scelta, per illustrare il clima opprimente della storia, ma ciò non toglie che ho trovato la lettura faticosa per via del troppo che c’è in circolo. Troppa descrizione, troppe frasi lunghe, a volte troppi aggettivi.
    Solo alla fine del capitolo, che è quello di attacco, ma il patto col lettore dovrebbe già esserci tutto, il mio sentimento di oppressione si è appena sciolto con l’accenno di un dialogo, un timido dialogo.

    Va a sapere se il descrittivo avrà sempre il sopravvento o ci saranno aperture. Sono perplesso.

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