Dalla Bottega di narrazione / Manuela Merli

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Ero ancora soltanto una bozza a dicembre 2010, quando mi proposi alla Bottega di narrazione. E malgrado la mia consistenza embrionale, sono stato ammesso.
Mi sono ritrovato a gennaio 2011 con davanti una strada da percorrere, insieme ad altri, quasi tutti più grandi di me, alcuni addirittura già adolescenti.
Al primo incontro ero ancora in fasce, poco più di nulla, solo una proposta, senza forma né arte. E sarei rimasto così se non avessi incontrato nessuno. Invece qualcuno tra gli adolescenti si è persino accorto di me, e mi ha fatto percepire che esistevo.
Ingurgitavo stimoli da ogni angolo, a stare coi fratelli maggiori si cresce molto più velocemente. Ti aprono una visione che da solo, tu, piccolo soggetto dalla tua prospettiva limitata, non potresti avere. C’era chi mi vedeva da angolature diverse, trovava in me opportunità che io stesso non coglievo. Mi conoscevo tramite gli altri. Qualcuno già mi immaginava più maturo di come mi sentissi io.
A febbraio, circondato da chi già indossava pagine dense di episodi, trame sicure e linguaggi dal mio punto di vista già stilisticamente perfetti, ho provato a mettermi in piedi. Ci sarà pure qualcuno pronto a raccattarmi se cado. Sono caduto più volte, mi tiravo su, su quelle gambette instabili, la penna era ansiosa di svelarmi, divenivo paragrafi, prove di incipit, esperimenti di dialogo. Ma erano quasi tutti tentativi a vuoto, pagine sprecate che mi davano la parvenza di equilibrio, ma da cui ricadevo col sedere per terra. Senza avanzare di un passo.

Venne marzo, e anche aprile. Non camminavo ancora, ma con tutti gli stimoli di cui mi sono nutrito dal frigorifero di Bottega (cibi sani e nutrienti) ero cresciuto di statura così tanto da arrivare a toccare la mano di qualcuno che era lì intorno, qualcuno che con la mia faccina di bimbo poco prima potevo solo guardare dal basso dei miei scarsi centimetri. Mi ha dato sicurezza, mi ha dato fiducia. Ormai stavo in piedi da solo. Anche se le mie frasi non mi rivelavano ancora. Avevo immagazzinato parecchie letture, suggerimenti di ogni tipo, riflessioni dall’incontro con gli adulti già affermati, ma ero nervoso, perchè mi sentivo punzecchiato, ma ingessato. Mi ritrovavo più grande ma non smettevo di sentirmi un embrione.
A farti il solletico ti muovi per forza. Io barcollavo. Ho pianto, ho persino battuto i piedi, come tutti i bimbetti che vogliono attirare l’attenzione: gli adulti sono accorsi, per un appoggio e una spinta, affinchè non avessi paura di provarci.
A maggio, con quell’incoscienza tipica di chi ormai osa oltre le sue stesse capacità, ho mosso i primi passi. Ho camminato. Righe non sempre convincenti ma da cui saltuariamente usciva qualche spunto. Pur cadendo ripetutamente, capii di esserci. E di crescere. Dalle cadute mi rialzavo, ormai insensibile alle botte, e andavo avanti.
Appena ho percepito quella che poteva essere proprio la via per me, ho iniziato a correre. Così, come se fosse la cosa più ovvia, trasformandomi in pagine con toni e battute che stentavo a credere mie. Diventavo grande, intanto che la strada si allungava, vedevo la fine sempre lontana, ma la vedevo possibile. A luglio sono salita su un triciclo per poter andare più veloce. Ad agosto ho comprato una bici, perchè avevo voglia di divorare spazi e tempi, e mi sono fatto parecchi chilometri. Le frasi uscivano di getto, ogni tanto sbagliavo sentiero imbattendomi in qualche sterrato che finiva in nulla. Ma se arranchi sulla strada della Bottega, anche a distanza, trovi sempre qualche cartello con una possibile direzione. O qualcuno che ti aiuta a cambiare la catena della bici se va giù.
Siamo a settembre, e con qualche sbucciatura sulle ginocchia, e ferite da muretti imprevisti contro cui ho sbattuto, ho imparato anche a usare i freni. Perchè la velocità è pericolosa, e perchè non sempre di fretta la méta si raggiunge prima. Magari quando me la sentirò, userò anche un motorino, per accelerare, o forse tornerò a camminare, lento ma più consapevole.
Spesso mi fermo, e rileggendo il me di quando facevo le prove, vedo cose che vorrei cambiare. E che cambierò, per essere più armonico con quello che sono ora.
Ogni tanto perdo il ritmo, se fossi da solo sulla strada sarei già tornato indietro, di certo avrei buttato la bici, mi sarei fermato sul ciglio della strada, seduto imbronciato in compagnia dei miei limiti, senza prospettive. Per fortuna la Bottega è qualcuno che mi fa riflettere, che mi costringe a rivedermi, a rileggermi, a proseguire fino alla fine del percorso.
Senza la Bottega sarei rimasto solo una bozza. Invece ora sono qua, a descrivermi, ora che esisto. Non so ancora bene cosa sono, ma ho una forma, tante pagine, un modo nuovo di essere scrittura che deve migliorare, ma anche una copertina nuova con cui presentarmi al mondo.

Manuela Merli

Il progetto di cui sopra viene da me, Manuela Merli.
37 anni, nata e cresciuta in provincia di Piacenza. Dopo il Liceo Scientifico e una laurea in Economia e commercio, mi guadagno da vivere con la Contabilità Analitica in una ditta di duecento dipendenti a pochi chilometri da casa mia.
Abito da sola, in un bilocale che ho stipato di libri e musica, a discapito di pentole e dispense accoglienti per gli ospiti.
Non ho figli, sono fidanzata da tre anni con un ragazzo che neppure nei migliori sogni dell’adolescenza avrei sperato di incontrare.
Vivo di amicizie profonde, senza cui non riuscirei nemmeno a respirare. Ogni anno mi piace imparare qualcosa di nuovo, per mia crescita personale. Così dopo tanti anni di lettura, mi sono iscritta a un laboratorio di scrittura, e successivamente ho inviato alla Bottega di narrazione la bozza che si è presentata sopra, per provare a dare forma ad un’esperienza che ho vissuto e volevo condividere, con parole diverse da quelle che uso di solito per parlare alle persone.
Ne è uscita un’esperienza culturale impagabile, e un percorso di vita di cui, fuori di retorica, ho seriamente timore di non poter più fare a meno.
Di seguito la presentazione del progetto, e un relativo brano. (m.m.)

La stanza in più
di Manuela Merli

Nonna, figlia, nipote, e le badanti. Tutte insieme, sotto lo stesso tetto.
Età, nazioni, culture diverse a mescolarsi in un quotidiano che nessuna delle protagoniste ha scelto.
Le badanti entrano di prepotenza a scardinare lo schema familiare: vengono assunte, spesso non sono competenti, vengono sostituite da altre per le quali quel lavoro è inizialmente adeguato ma che dopo qualche tempo rivedono in base a nuove proprie priorità, e se ne vanno. Quindi se ne prova un’altra, in un susseguirsi di aspettative, speranze e delusioni in cui l’obiettivo è trovare una “brava persona” con doti assistenziali.
In questa estenuante ricerca, universi alieni si toccano, amalgamano, scontrano, sopportano, in nome dell’accudimento di un’anziana non autosufficiente.
Di seguito uno stralcio: l’arrivo della sostituta della badante che da qualche mese vive in famiglia per accudire la nonna. E’ l’ottava che varca la soglia di casa. E come quelle che l’hanno preceduta e che verranno dopo di lei, si porta dietro la sua vita sgangherata.

Vera

Un sabato pomeriggio di metà dicembre a cui non si sarebbe potuto dare un orario, chiusa in casa dietro a un vetro su un cielo bianco e grigio gonfio di imminenti e copiose nevicate, aspettavo la mia nona badante.
Al suono del campanello io e mia madre gareggiammo ad aprire la porta. Mia madre arrivò per prima, sbirciai la sua prima espressione senza poter ancora vedere chi c’era in strada. Quando si sporse verso l’interno a premere il pulsante di apertura del cancello, nascosta dalla vista dell’esterno sussurrò, più tra sé che a me: “E’ troppo giovane”.
Fine delle speranze, anche stavolta era andata male. Ad un unico colpo d’occhio l’aveva già inquadrata, e l’inquadratura non era positiva. Stava ancora sulle scale d’ingresso e questa tipa aveva già le opportunità di espressione circoscritte. Avrebbe già dovuto recuperare sulla propria immagine.
Quella che entrò era una ragazza di media statura, robusta, con i capelli castani alle spalle, gli occhi verdi, ma di un verde spento. Gli zigomi pronunciati, la pelle chiara, il colorito roseo. Il solito sguardo severo. Eravamo tornati nell’Europa dell’Est.
Si trascinava due borsoni da basket di quelli che si usano anche in vacanza.
“Quanti anni hai?” le chiese mia madre dopo averla invitata a salire in camera della nonna.
“Ventiquattro” rispose lei a fatica.
“Come sei giovane”, commentò mia madre.
Ma le badanti non erano quelle donne abbondanti tra i cinquanta e sessanta anni che sostavano sulle panchine dei giardinetti, con le magliette scolorite, le borse sotto al braccio e i capelli raccolti in uno chignon fuori moda? I casi erano due: o mi ero fatta un’idea sbagliata, o queste ragazzette erano badanti improvvisate. C’era forse un momento, un diploma, un’esperienza che segnava il confine, dopo il quale una donna diventava a tutti gli effetti una badante?
“Da quanto tempo sei in Italia?”
“Sei mesi”.
“Hai mai fatto questo lavoro?”
“No. Solo pulizie”.
“Come ti chiami?” le chiesi io, giusto per dare al nostro incontro una parvenza di relazione. La ragazza non alzava gli occhi, trafficava con le borse, sembrava scocciata di essere lì, e di dover rispondere alle domande.
“Vera”.
Ormai il numero di badanti che avevamo incontrato era rilevante, e la gamma dei loro nomi si ampliava, quindi non potevo pretendere di non incontrare una Vera. Le parole di mia nonna che avevano accompagnato la mia infanzia nei pranzi succulenti e i pomeriggi a studiare mentre lei stirava, mi risuonarono nelle orecchie: “Che nome Vera, non lo posso soffrire. La sorella di un mio vecchio moroso, un moroso prima di tuo nonno, si chiamava Vera. Avevano dei soldi, e lei non voleva che lui mi sposasse perchè io ne avevo pochi. Poi sai com’è finita? Che ha sposato una che ne aveva meno di me. Le sta bene. Ma dicevano che aveva sempre trattato male la cognata. Una vipera, la Vera.”
La ragazza entrò in camera di quella stessa mia nonna, che la guardò incuriosita: anche per lei una nuova donna, nuovi tratti somatici.
“Ciao” disse svogliata la ragazza rivolta alla vecchietta inerme.
“Nonna, lei è Vera” pronunciai incrociando le dita dietro la schiena.
“Che bela ragasa” .
Nessun disagio verso il nome, nessuna irritazione verso il passato delle mancate cognate vipere.
C’è sempre un lato positivo nel disporre di una memoria claudicante.

Aspettavo che venisse sera davanti al solito vetro sul cielo opaco. Mi sembrava educato essere presente a questo nuovo arrivo, essere accogliente verso l’ospite. Infatti la bela ragasa scese le scale con in mano un foto. Ci siamo, pensai. L’angolo della commozione. E io non avevo voglia di intenerirmi.
“Figlio…mio” disse porgendomi la foto in bianco e nero di un bimbetto paffuto che si reggeva in piedi a stento, appeso con il braccino alla mano di una donna di mezza età.
“Con chi vive?”
“Mia mama cura” rispose.
“Quanti anni ha?”
Con pollice e indice della mano destra mi indicò “due”. Capiva l’italiano ma faceva fatica a parlarlo. Per la prima volta mia nonna avrebbe convissuto con una pseudo-muta. Invece che migliorare si regrediva alle condizioni più disagevoli.
Cosa ci faceva questa in casa mia, lei che non sapeva fare la badante, che non sapeva parlare italiano, che aveva lasciato a casa sua un figlio piccolo? Questa qua non sa quali traumi subisce un bambino tra gli zero e i tre anni quando gli sottraggono un genitore?
Non provavo la tenerezza con cui lei cercava di conquistarmi, e che peraltro non dimostrava affatto con quello sguardo severo e annoiato. Non era colpa mia se aveva scelto di farsi trapiantare in un ambiente muto e ostile. Anzi mi irritò quel gesto di estrarre una foto più per recitare una parte che per reale desiderio di condivisione. Con me, che nemmeno la conoscevo. Le foto dei propri figli si mostrano quando sei già legata a qualcuno da un certo affetto, non prima per conquistartelo.
Resistetti alla tentazione di lasciarla lì, con la sua fredda foto in mano, come anche di allontanarla urlandole dietro, magari agitando le mani se fosse stato necessario, per farle capire che per anni avrebbe pagato a caro prezzo questa decisione da incosciente, per poi riaccompagnarla di sopra a fare la valigia convincendola a tornare al suo paese a fare la mamma.
Invece avevamo bisogno di lei, nonostante tutto, nonostante la cifra che le avremmo pagato in cambio del suo insufficiente contributo. Quindi lasciai scorrere quell’ennesima esistenza parallelamente alle nostre, fregandomene del futuro di tutte noi, e soprattutto del suo.

A cena Vera osservava con il collo piegato e lo sguardo indagatore la pasta asciutta e le bistecche nei nostri piatti: scuoteva il capo ogni volta che mia madre le offriva qualche pietanza misteriosa.
“Questo è formaggio, una caciotta dolce. Assaggiala”, la esortava mia madre.
Lei faceva segno di no con il capo. Un’adolescente viziata. Una scena da telefilm del passato in cui i bambini orfani per le vacanze alloggiavano presso gli zii benestanti che non comprendevano la loro nostalgia per il paese di origine. Se fossimo stati spettatori di quella scena avremmo persino parteggiato per lei, quella ragazzina sfortunata. Ma non eravamo noi quelli sfortunati, che avevamo in casa una invalida che era complicato gestire per cui richiedevamo l’aiuto esterno di donne che di problemi erano pieni? Una gara a chi aveva la sfiga più grossa. Ma nella mia testa vincevamo sempre noi, che quella sfiga non ce l’eravamo scelta.
Eppure nello stesso tempo non riuscivo a frenare pensieri contrastanti: la Vera, se l’era scelto di nascere dove si parlava dell’Italia come di un posto dove c’era possibilità di far soldi per crescere i bambini con qualche prospettiva in più?
Mia madre con i suoi tentativi di far mangiare la russa interruppe il mio loop di pensieri inutili.
“Mangia un po’ di pasta. Non ti piacciono gli spaghetti?”
Vera mise la sua faccia paffuta quasi dentro alla pentola fumante per sbirciarne il misterioso contenuto. Fece una smorfia poi rispose “Poco”.
“Ne vuoi poco da assaggiare?” chiese conferma mia madre, e senza aspettare risposta le depositò nel piatto una manciata di spaghetti al pomodoro, prima che la turista ci ripensasse.
Vera prese in mano la forchetta e iniziò a sezionare con tocchi leggeri la pasta con la fronte corrucciata. Pareva temesse di essere avvelenata. Si portò una frazione di spaghetto alla bocca e masticò lenta. Io e mia madre aspettavamo trepidanti una sua reazione neanche fosse un famoso critico gastronomico.
Vera non fiatò, riprese a sezionare e a imboccarsi senza entusiasmo, come se non si fosse accorta del nostro silenzio di attesa.
Dopo poche forchettate allontanò il piatto.
“Non ti piace la pasta?” chiese ormai sfiduciata mia madre con una pazienza che esibiva a fatica.
“Un po’”.
Che voleva dire? L’unica cosa certa era che avrebbe smesso di mangiare la pasta senza dare spiegazioni.
“Mangi così poco? Cosa ti piace?” continuò mia madre.
“Patate”, rispose lei.
“Patate, e poi? Solo patate?”.
“Con brodo. Carne, manzu si dice?”
“Manzo? Nel brodo?” Mia madre tentava di figurarsi la nostra casa infestata da quegli odori stranieri.
“Con cipola o alio”. Sentivo già l’aria della cucina inumidita dall’odore denso della cipolla cotta. All’aglio invece non ebbi neppure il coraggio di pensare: a casa mia era bandito. Ma ci pensò mia madre a scacciare quel pericolo: “Noi usiamo poco la cipolla. Non la digeriamo, tanto meno l’aglio”.
“Io faccio da sola cipola”, disse Vera prendendosi una licenza che nessuno le aveva concesso.
“Beh, qualche volta faremo il brodo, ma lo cucino io, con la nonna non c’è tempo di cucinare”, driblò mia madre.
La ragazza non reagì, forse non disponeva delle parole giuste per ribattere. Poco dopo prese iniziativa: “Verde”, disse, mimando con le mani qualcosa di rotondo. “Con folie”.
“Cosa sarà?” mia madre si volse a me per un aiuto per risolvere il quiz. Forse era un gioco, in cui c’è uno che mima le parole e gli altri devono indovinare. Per noi vinceva chi avrebbe comprato l’ortaggio giusto.
“Forse il finocchio?”.
“Ma no, dice che è verde”.
“Però cos’altro c’è di rotondo?”. Pensavamo, pensavamo, intanto Vera cercava di darci qualche altro piccolo indizio.
“Si fa in acqua, e brodo”.
“Il cavolo forse?”
“Il cavolo verde?”
“Sarà la verza?”
“Speriamo di no” mi sfuggì. Ma mia madre era già corsa in cantina per recuperare l’ortaggio che teneva per rare occasioni. Tornò con una bella verza e Vera si illuminò: “Sì sì” diceva. E io pensavo “No, no…”.
Tra tutte le verdure proprio quella doveva piacerle.

La osservavo mentre sbucciava una mela: questa russa impreparata a ciò che vive al di fuori del suo paese di campagna si permetteva di snobbare il nostro cibo. Il suo atteggiamento diffidente verso ciò che è universalmente riconosciuto come arte italiana nel mondo mi risvegliò quell’orgoglio nazionale che avevo relegato solo alle partite della nazionale di calcio. Chissà con quali perverse abitudini culinarie erano state educate le sue papille gustative. Mi chiesi se con il tempo si sarebbero potuto salvare con una conversione al buono, o se erano già irrimediabilmente compromesse da anni di annichilimento da cipolle stracotte.
In quel momento ritenni Vera un soggetto irrecuperabile e poco degno dei nostri sforzi per metterla a proprio agio. Lei non faceva nessun passo per volerci facilitare la convivenza, o almeno così sembrava a noi. Eravamo gli zii cattivi, ma in quel momento era troppo difficile impegnarsi per un altro obiettivo che non fosse la salvaguardia di mia nonna.
Nell’arco del mese Vera mangiò ogni santo giorno cipolla e verza cruda; per fortuna non le fece cuocere, con buona pace del mio olfatto. La carne che mia madre faceva bollire per il brodo veniva recuperata da Vera che la isolava in frigorifero e poi la arrostiva e mangiava per tre giorni di fila.
Ogni mattina quella ragazzetta si beveva una tazza colma di latte in cui faceva scivolare almeno quattro cucchiai di zucchero e a cui aggiungeva del semolino cotto. Una volta mia madre chiese a Vera di poter assaggiare quel cocktail allettante ma, nonostante la sua predisposizione verso il dolce, finì col nausearsi per tutto il giorno.
Vera rifiutò quindi di avvicinarsi alle nostre abitudini culinarie tentando di mantenere a tutti i costi le proprie. Usava le due ore di pausa o per dormire o per camminare da sola per il paese, nonostante il freddo di dicembre. Quindi ci stupimmo quando ci comunicò che sarebbe andata da Elena. Ci preoccupammo che ci fosse qualche causa grave, così da un lato ci risollevò il morale vederla tornare trionfante con in mano un allegro mazzetto d’aglio, che però avrebbe contaminato narici, vestiti e pensieri dei giorni successivi.
A fronte delle palesi difficoltà di Vera con la lingua, mia madre le ripeteva più e più volte la posologia delle medicine, i riti del bagno, la sollecitava a fare attenzione agli inequivocabili principi di decupito da arginare con le apposite pomate e da prevenire con estrema pulizia.
Vera rispondeva annuendo, ma mia madre non si fidava e per la prima settimana svolse con Vera le stesse mansioni che Vera avrebbe dovuto svolgere da sola.
Vera passava ore e ore accanto a mia nonna senza rivolgerle quelle parole che non conosceva. Gli unici suoni che mia nonna recepiva erano vocaboli e fonetica della lingua moldava, che a dire il vero poco si discostano dalla lingua rumena. Chissà se mia nonna a furia di sentire le stesse inflessioni, avesse trovato delle analogie a due lingue che erano differenti più per divisione amministrativa dei due stati che per uso comune.
Quando mia nonna si rivolgeva a Vera non trovava risposta. Lei che già viveva traslata in uno spazio parallelo rispetto al nostro, di fronte a una donna che non le rispondeva o parlava soltanto un’altra lingua, restava immobile, talvolta scuoteva il capo disapprovando l’indifferenza muta che la circondava. I suoi occhi smarriti vagavano lenti per la stanza ma non faceva domande a noi su quella donna che la privava di ogni comunicazione. Mia nonna si era da tempo resa conto della propria condizione, delle proprie difficoltà di ricettività di concetti e azioni. Quindi non chiedeva niente per timore di essere l’unica a non capire. Se noi vivevamo certe situazioni, doveva essere normale così. Perciò non andava oltre rispetto alla sua comprensione, e finì per accettare qualsiasi cosa le passasse in camera da letto.
Quando mi accorgevo del suo smarrimento di fronte alla realtà e al suo pudore di mostrarsi stupita per certi avvenimenti e certi volti così diversi da quelli a cui era abituata, le davo indicazioni non richieste per addolcirle il contatto con quei mondi così nuovi.
“Hai visto nonna che bei capelli ha Vera?”.
Lei annuiva e sorrideva. Si sarà certamente chiesta chi fosse Vera, e perchè stesse lì con lei. Ma non lo faceva ad alta voce, per timore di sbagliare, attribuendo alla sua poca memoria quello che non riconosceva. Talvolta tentavo di darle indicazioni temporali: “Vera starà qua per un mese, poi torna Gratiela”, ma già due nomi diversi da Rosanna nella stessa frase le creavano confusione, e preferiva non rispondere limitandosi a un “Ah sì?”, che poteva andar bene in ogni circostanza.
Avrei voluto dirle: nonna, la confusione non è nella tua mente ma è reale, qui, proprio nella tua camera. Lo so, ti sembrerà strano, sono sei mesi che per questa porta passa chiunque, più che in venti anni che abitiamo qui. Le donne che dormono accanto a te cambiano al ritmo dei cambi di lenzuola del letto. Ma tu non farci caso. Fai finta che sia sempre la stessa persona. Fai finta che sia tutto a posto, come prima.

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2 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Manuela Merli”

  1. Elisa Says:

    Manuela lo sa, a me il suo stile è è sempre piaciuto. Questo perchè ti fa entrare non solo nel vivo degli ambienti, delle situazioni, ma anche delle emozioni, dritti nella testa della protagonista, nei “lavori in corso” della sua vita. Cosa non da poco.
    Da compagna di Bottega ti porgo quindi un grandissimo in bocca al lupo!

  2. giorgia Says:

    mi sembra un testo molto interessante…attuale che affronta il tempa dell’integrazione nelle sue sfaccettature. Il contrasto tra la necessità che abbiamo di queste persone e la naturale diffidenza verso il “diverso” che arriva quasi da un’altro mondo permeato di alio, cipola e verza.. i dialoghi inducono a un sorriso e per questo la lettura scorre veloce con, a parer mio, momenti di dolcezza estrema che arrivano da quella nonna così immobile ma così importante nel nucleo famigliare… mi piacerebbe aver il testo completo per vedere come va a finire…

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