Dalla Bottega di narrazione / Leonardo Rasulo

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Leonardo RasuloLeonardo Rasulo è nato a Taranto il 18 Luglio 1978. Domiciliato a Milano, scrive per vivere e nel tempo libero fa l’impiegato. Leonardo Rasulo purtroppo ha un sacco di tempo libero. Ora sta cercando di recuperare.

Della Bottega di Narrazione non può che parlare male, e a ragione.
La Bottega di Narrazione gli ha permesso di trascorrere 8 week-end indimenticabili, in compagnia di individui unici che per l’appunto Leonardo Rasulo non sarebbe stato in grado di individuare da solo in tutta una vita.
Ora la Bottega di Narrazione vuole torgliergli tutto questo.
Ora ditemi voi dove vado io l’anno prossimo per un week-end al mese, che per tutto il duemilaundici non aspettavo altro, e passerò il duemiladodici a ricordare me che nel duemilaundici non aspettavo altro che quel week-end al mese, dove in due giorni ci si metteva tutto, ma proprio tutto quello che avevamo dentro e alla domenica sera ci si salutava con addosso quella stanchezza bellissima, quella di chi si stanca a fare quello che vuole veramente, nella vita, e se non fosse che ci si stanca, non smetterebbe mai di farla, quella cosa lì che definirla scrittura è un po’ riduttivo, che alla fine quel nero che metti su bianco, quel nero lì ce l’hai dentro, ti gira tra la testa e la pancia che è una bellezza, e prima di diventare, prima di essere, ce ne vuole, e se non c’era la Bottega, forse sarebbe rimasto lì, senza colore nero, per l’appunto. (l.r.)

dal romanzo in corso d’opera
di Leonardo Rasulo

La vicenda è ambientata negli anni ‘30 a Craco, un paese di poco più di mille cristiani aggrappato ai calanchi della Basilicata.
Un uomo soprannominato Lamericano fa ritorno dal Nuovo Mondo dopo sei anni, con in testa un progetto ben preciso: costruire un acquedotto per il suo paese.
Il sogno del Lamericano sarà la condanna dell’intera comunità.
La scena qui di seguito è un estratto dalle pagine iniziali, in cui fanno la comparsa due dei personaggi principali dell’intera vicenda, la masciara e Don Gravinese.

Giovanni Gravinese abbandonò la testa tra i morbidi seni di Maria Sciavura, chiuse gli occhi e aspettò; nella stanza c’era odore di paglia e muffa, due mosche si accapigliavano vicino alla porta mentre una terza stava immobile da parecchio poco distante, e un lieve venticello animava le tende di lino grezzo alla finestra.
Sedeva sul bordo del letto e con gli alluci cercava sollievo nel pavimento freddo, anche se a malapena ci arrivava. Sentì la donna bisbigliare parole incomprensibili alle sue spalle e quasi sobbalzò quando i palmi ruvidi e roventi come tizzoni iniziarono a premere sulla testa. I pollici di entrambe le mani segnavano croci con vigore, prima uno e poi l’altro, dalle tempie alle sopracciglia e ritorno. La pelle della fronte si tirava e si aggrottava dietro quelle dita comandate sottovoce, finchè un rantolo involontario sfuggì alla bocca semiaperta di Giovanni Gravinese, e la donna lagrimando con impeto urlò San Vincenzo. E poi un caldo, un caldo che il sudore si prese la pelle e le lenzuola si presero il sudore, e gli occhi, gli occhi aperti e subito chiusi che altrimenti pure la stanza gli fuggiva via, e il cuore, il cuore che come un vivo in una bara scalciava impazzito per uscire, e poi più nulla.
Stordito Giovanni Gravinese si prese la testa tra le mani, diede un’occhiata alle tende immobili e alla cassa di legno addossata al muro davanti al letto, poi si voltò verso la donna. Era tutta rossa e teneva l’affanno, la bocca aperta e il petto come un mantice.

Mò l’emicrania era sparita grazie a quella femmina che un po’ gli faceva paura e un po’ gli faceva sangue.
Teneva certi occhi che non aveva visto mai, sempre a guardare in faccia e mai i piedi, più neri dei capelli e grandi come buche.
Era arrivata a Craco cinque anni fa, col postale Bari Matera e con quella cassa di legno che doveva pesare un accidenti. In paese c’era la malaria e la morte veniva prima del medico condotto da Pisticci. L’autista dopo averla aiutata a scaricare l’aveva mollata sul tratturo vicino al vecchio convento. Tornando da suo cugino Minguccio, Giovanni la vide seduta sopra quella cassa con le vesti sciape e i capelli davanti la faccia. O ricordava male, stava in piedi e camminava attorno a quel coso per capire come fare. Comunque.
Si era offerto di aiutarla, era andato a casa ed era tornato col carretto.
Forse non si erano detti niente; di certo lui l’aveva capito subito, mentre risalivano piano verso il rione Pitia, che quella era una masciara, o una puttana, o tutte e due le cose . E con lui, giorni dopo, pure tutto il paese lo capì, ma senza fastidio, anzi; che a Craco, a guarire da certi mali non ci stava nessuno, e dovevi andare a curarti fino a Valsinni l’affascino, e fino a Stigliano il desiderio.
Alcuni paesani dicevano che era la nipote di Raffaele Pallotta, il casaro, altri che manco lo conosceva, sta di fatto che si prese casa sua, che a lui, morto in guerra, non serviva più, e tantomeno ai parenti scappati a Milano dalla miseria. Era una casa di pietra rossa, la porta divelta e le finestre scassate. Dentro c’erano solo cocci di terracotta e merda di capra, e quando Giovanni la accompagnò non fece domande. Si limitò a trascinare nella stanza quella cassa e ad andarsene col sangue che fermentava e il desiderio nelle viscere.
Alcuni paesani dicevano pure che quando arrivò Maria Sciavura, da Craco, se ne andò la malaria; altri che era stato il Duce con le bonifiche, e non quella femmina, a sanare il paese.
E Giovanni Gravinese era uno di quelli.
Lui a tutte quelle fesserie, l’affascino, il malocchio e belzebù, non ci credeva. Guai a parlarne in sua presenza! Solo favole per zotici e zappatori, ecco cos’erano. Persino sua moglie era segretamente superstiziosa, e come gli veniva il sangue alla testa quando la scopriva!
Eppure, quando tempo dopo l’arrivo di Maria Sciavura, Minguccio per giocare con la rabbia del cugino gli chiese davanti a un bicchiere di vino cosa ne pensasse, della masciara, Giovanni Gravinese fece spallucce e con voce ferma rispose che non faceva nulla di male.
E un po’ ci credeva. Che vivesse pure a Craco. Che facesse le sue iatture. Basta che gli stava lontano, che in fondo in paese una così male non faceva.
Il fatto è che a Craco, di medici, non ce ne stavano più.
L’ultimo, tale Dott. Prospero Santini, che da sobrio sapeva il suo mestiere (oppure: che di vino e malanni se ne intendeva), si era ritirato da mesi, che ormai era vecchio e stanco, e in groppa a un ciuccio era tornato a Ferrandina, il paese natale, ad assistere la madre morente, senza più far ritorno.
Certo, c’era pure quell’altro, Tonino. Lo chiamavano medicaciucci, e nessuno voleva farsi toccare da lui, tranne, appunto, gli animali.
Ai paesani non restava che il medico condotto da Pisticci, e l’armadio dei farmaci di Craco, chiuso a chiave in una stanza sfitta del municipio, fortemente voluto dal prefetto di Matera per le emergenze sanitarie e responsabilmente accettato dal podestà.
La questione è che il medico, da Pisticci, arrivava sempre troppo tardi, e quell’armadio, di medicine buone, non ne teneva; ci volle poco quindi perché molti andassero da Maria Sciavura, e ancor meno perché Maria Sciavura dicesse loro cosa fare contro la malaria prima, e contro tutti gli altri malanni poi.
E Giovanni Gravinese lo tollerava. Non tanto per amore per il prossimo suo, quanto perché molti di quei malati zappavano le sue terre, e se per farli tornare a lavorare bastavano due moine di quella sciagurata, che li guarisse tutti !
Dalla malaria Maria Sciavura ne salvò forse tre, o forse manco uno, ma la gente si fidava di quella femmina, e si sentiva protetta dall’invidia altrui.
Dacchè Giovanni Gravinese iniziò a vederla al mercato, al pozzo o sulla piazza, da molti salutata e riverita come una santa , un disagio puntuto come un legno gli trapassava la bocca dello stomaco, e le fauci si facevano come un greto del Basento.
E nonostante questo, la cercava.
Forse inconsapevolmente. Ma la cercava.
Di ritorno dai campi. O la sera, dopo un bicchiere di vino alla taverna di Ciccio.
A volte prima prima che uscisse il sole; faceva il solito tragitto fino al bivio per Gannano, prendeva a destra e andava alle stalle a sellare il cavallo.
Camminava a passo spedito e mento alto, le spalle indietro e i piedi avanti nella discesa, una battuta e un cenno a quelli che incrociava sulla via.
Quando, al crocicchio, un pensiero gli pigliava le gambe e lo faceva girare a sinistra. Oggi facciamo il giro lungo, gli sussurrava il pensiero, che vediamo solo se c’è.
Teneva il passo svelto finchè non arrivava davanti a casa sua.
Rallentava poco prima della porta, e la sua spavalderia lasciava il posto ad una timidezza composta.
A testa bassa sbirciava la porta, la finestra, la strada.
E a volte, gli capitava, di vederla.
Magari in casa a spazzare, o china su quella cassa di legno.
Quando era più fortunato la incrociava addirittura per strada con una botticella per l’acqua in grembo, e allora si sentiva d’un tratto come uno gnummaridde, le viscere affascinate così strette che l’aria se ne usciva tutta e non rientrava più (oppure: quella femmina gli affascinava le viscere come uno gnummaridde); pigliava coraggio, e con una accurata noncuranza faceva un cenno di saluto, a stento ricambiato da Maria Sciavura.
Subito dopo lo assaliva una rabbia che non lo lasciava andare per il resto del giorno.
Non se lo spiegava proprio, come quella femmina lo riducesse così. Lui, Giovanni Gravinese, proprietario di tutto il podere di Roccoquartaro, ridotto come un bambascione da quella strega. E più ci pensava, più s’incazzava. E più s’incazzava, più si sfogava contro i suoi braccianti, convinto che quelli sapessero tutto, e si facessero beffe, di Giovanni Gravinese.
Andò avanti così finchè un giorno in cui il cielo era grigio come la cenere teneva così tanta rabbia che non resisteva più, e dritto per dritto era corso a casa del masciara, aveva tirato pugni contro la porta e una volta entrato se l’era presa senza troppe resistenze, sfogandola dentro di lei, tutta quella rabbia.
L’emicrania, era venuta dopo.
Certe fitte al cervello lo pigliavano in piena notte e non lo facevano dormire più.
Che tieni ? Non ti senti? Gli chiedeva la moglie, ma quello gli urlava di stare zitta e non ne parlavano più.
Si aggirava nel palazzo fino all’alba con la testa fasciata in una pezza bianca. Così non poteva andare avanti.
E fu quella mattina, che dopo avergli tolto l’appetito delle sue carni, Maria Sciavura gli aveva tolto anche l’emicrania.

La mosca che per tutto il tempo sembrava morta ora ronzava vispa insieme alle altre due e le tende avevano perso vita, ritte e spesse lungo la finestra. Da fuori il ritmo lento degli zoccoli di un asino pungolato da un uomo scandiva il chiacchiericcio di vecchi e comari nella via, mentre un cane il lontananza abbaiava di continuo.
La stanza era grande come una stalla; oltre al letto e a quell’enorme cassa di faggio, un bacile colmo d’acqua era poggiato in qualche modo su di un sostegno di ferro arrugginito. Per terra, lungo la parete c’erano due botticelle di legno e tre enormi giare in terracotta, proprio sotto la finestra. Dal lato opposto, scavato nel pavimento c’era un piccolo focolare annerito di cenere e una sedia sciancata sui cui stavano sbracati i pantaloni e la camicia di Giovanni Gravinese.
Fu proprio mentre quell’uomo si rivestiva, con la testa ora leggera come un gheppio, che Maria Sciavura si fece seria seria, lo afferrò per un braccio, gli mise la faccia davanti agli occhi e gli disse:”Giovà; qualcuno, in paese, ti vuole male”.

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16 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Leonardo Rasulo”

  1. Carlo Capone Says:

    Bello, si avverte in controluce lo sfondo epico di una saga del sud.

  2. Pietro Rasulo Says:

    il commento potrebbe essere di parte, ma da lucano doc quale ritengo di essere, posso dire che le atmosfere e i personaggi di questo minuscolo paese della Blicata degli anni 30 sono descritti molto bene. Mi auguro che il romanzo possa essere apprezzato non solo dai Lucani ma da tutti coloro che non vogliono perdere il ricordo delle nostre tradizioni.

  3. Paola Says:

    complimenti Leo!!! adesso ho voglia di leggere come continua…

  4. Ed Warner Says:

    Era un po’ che non vedevo Leonardo, ritrovarlo in questa veste mi fa molto piacere!! un saluto

  5. Barbara Says:

    Toc toc? Ma non c’è nessuno? Devo intervenire per ringraziare Leonardo delle belle parole spese per tutti noi della Bottega. Ha espresso i sentimenti che ciascuno a modo suo proviamo un po’ tutti. È un’esperienza unica, che non vorremmo finisse. Quanto al suo testo, era stato accolto con molto interesse al momento della presentazione in bottega, per l’argomento e per il modo di scrivere di Leonardo. Lo stralcio presentato oggi ne è la prova. Bravo Leo!
    Non me ne vogliano gli altri amici già usciti allo scoperto, ma non trovare altri commenti mi ha spinta a dire due parole.

  6. Chiara Says:

    Grande Leo… Non ho parole! Mi hai lasciato a bocca aperta con una gran voglia di leggere il seguito! Pur avendo la palpebra calante a causa dell’orario, grazie all’esigenze del piccolo Rocco, sono rimasta vigile, fino all’ultima parola! Davvero complimenti!!! Un grosso bacio!

  7. Chiara Says:

    Sono anche un po’ commossa per la cosa… ovviamente orgogliosa e voglio la copia autografata con dedica personalizzata, mica “a Chiara con affetto”: sicuramente col tempo acquisterà moltissimo valore!

  8. Giulio Mozzi Says:

    Ma questo è veramente un fan club!

  9. Elisa Says:

    Leonardo, grazie davvero delle belle parole spese per noi della Bottega! E posso dire che ricambio e condivido in pieno!

  10. Leonardo Rasulo Says:

    Che dire.
    Commosso.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Leonardo, ma conquistare l’approvazione di parenti ed amici, colleghi e Lucani, è solo un primo passo. Poi c’è il resto del mondo…

  12. ndr Says:

    Mi piace questo pezzo, anche se all’inizio non ho capito molto bene le posizioni dei due. Lui è seduto, e lei è dietro di lui, tipo in ginocchio, e lui tiene la testa sui suoi seni, mi sembra. Magari, essendo un estratto, il pezzo prima chiarisce la cosa. Va beh. Ci sono vari refusi, spazi prima di virgole e punti esclamativi, un “del masciara”, anche nel finale manca uno spazio, tra i due punti e le virgolette. Per il resto, prende davvero questo brano.

  13. Bruno Says:

    Craco: un ammasso di macerie e un covo di lupi. Le anime dei paesani sono tenacemente aggrappate al loro vissuto e non vogliono per abbandonare la loro terra. Quelle anime si materializzano nella narrazione di Leo che, sapientemente, le inserisce nel mondo dei viventi mantenendone la loro… originalità. Bravo Leo!

  14. lola Says:

    … e bravo Leo!!! Ho letto tutto d’un fiato e ti assicuro che la voglia di sapere il resto si fa sentire. Complimenti davvero! il tuo sud evidentemente da qualche parte doveva uscire…e come è uscito! Per quel che vale, a me sei strapiaciuto. Un abbraccio
    Lola

  15. S.T. Says:

    Ho immaginato di entrare in una libreria, essere attratto da una copertina, aprire a caso il libro e leggere le tue parole. Sei già diventato il mio autore preferito! Proprio oggi ho lasciato uno spazio libero sugli scaffali (schizofrenicamente A-Z) per inserire il tuo romanzo tra i frammenti di Protagora e il mondo di Schopenhauer. L’alternativa sarebbe incanalarti tra Patterson e Rollins. A te la scelta. Sinceri complimenti Leo!

  16. Maria Says:

    E’ stato per un puro caso, e cercando altro, che ho trovato queste pagine e questi personaggi, le atmosfere che conosco, il calore e i colori del sud, i profumi che arrivano anche se non sono nominati, certa passionalità insana che distrugge ma che è pervasa da una umanità che stupisce per la potenzialità distruttiva che contiene e che, forse, annuncia.
    Mi è piaciuto molto, mi auguro di leggere tutto il romanzo.
    E poi, mi è piaciuta l’introduzione, la descrizione di quello stato stato d’animo che induce a scrivere, che costringe come una droga, perchè scrivendo e descrivendo personaggi si parla di sè, si mettono a nudo segreti che altrimenti non avrebbero la possibilità di venire in superficie. Chi sceglie di scrivere è coraggioso e nutre se stesso prima dei suoi lettori, e lo fa in un modo curioso: svuotandosi per riempire le pagine con la ricchezza che contiene. Ne hai da vendere, auguri.

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