Dalla Bottega di narrazione / Alessandra Casaltoli

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Alessandra CasaltoliQuesta storia ha le sue radici nel ‘900 ma non è una storia del passato. E’ la storia di persone che nate in quel vecchio, intenso secolo, ne hanno acquisito ideali e valori giusti e sbagliati, positivi e negativi, attraverso un’educazione familiare, scolastica e religiosa patriarcale e arretrata di stampo contadino. E’ la storia di un’imprenditoria nata dal basso, culturalmente impreparata ad una evoluzione extraprovinciale dei propri orizzonti professionali, costruita a seguito di un feroce istinto di rivalsa sociale, attraverso la corruzione, a scapito del merito. Questa è una storia familiare e personale di donne e di uomini, di tre generazioni nate, cresciute ed educate nel “Secolo breve”, l’ultima delle quali si è ritrovata in un nuovo secolo e in un nuovo millennio a dover rivedere, ripensare e riadattare, quando e dove possibile, ideali, valori ed educazione di una vecchia epoca, ad una nuova epoca, quella della “globalizzazione”. Questa è la storia della ricerca dell’identità di genere da parte di una ragazza che forza gli argini dei ruoli in cui la società confina uomini e donne, isolandoci, allontanandoci gli uni, le altre, rendendoci, maschi e femmine, innaturalmente nemici. Questa è la storia della ricerca dell’identità di una persona che vive in una realtà economica, politica e sociale contraddittoria, in un Paese, l’Italia, mai menzionato ma ben riconoscibile nel tratteggio di vicende narrate in prima persona dalla protagonista, ma che appartengono anche all’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Questa è la storia di Alba Porpora.
Il brano che segue è tratto dal cap. VII: è il 1986, 25 aprile. A Chernobyl esplode un reattore nucleare, l’Europa vivrà la sua Hiroshima. La protagonista, qui ancora bambina, filtrerà in questa vicenda, terrore e apprensione degli adulti, attraverso gli strumenti e le misure di una bambina. La radioattività è una nuvola che non le permette di giocare all’aria aperta. Alba, da adulta, verrà colpita da un grave cancro alla tiroide che pregiudicherà la sua fertilità, la possibilità di diventare madre. Il vento della storia che ha tanti nomi e passa sulla testa di ognuno, per Alba si chiama Chernobyl e lascerà i suoi segni. (a.c.)

Nucleare
di Alessandra Casaltoli

Non fa caldo e non fa freddo. E’ piovuto ma non piove più. C’è la luce ma non si vede il sole. Non è estate, non è inverno. Sono sola. E c’è silenzio. E il rumore viene da dentro di me. E’ il mio rumore a far tremare la montagna. Io chiudo gli occhi, ma il rumore esce lo stesso. Corre da me alla montagna, come la corrente sui tralicci dell’alta tensione e tutto vibra in un ronzio acuto. Sono onde costanti, ininterrotte, che squassano l’aria e tutto trema, anche il cielo senza sole al di sopra della montagna che vuole franare. La cima si stacca. La montagna è decapitata. La terra, le rocce, i sassi, intorno alla decollazione, schizzano in alto. Vene e arterie di silice e rame strappate. E’ difficile muovermi, sono pesante. La polvere mi impedisce di vedere e schegge di roccia taglienti mi feriscono la faccia, il collo e le mani. Vorrei ripararmi e so che la cima frana, sento il rumore, è vicina, è veloce. E’ arrivata. Mi schiaccia. La terra preme da tutte le parti, non mi muovo. E’ pesante, è terra grossa, umida e pesante. La sento in bocca, ho gli occhi chiusi, ma la terra entra, mi riempie, mi schiaccia, il rumore è fortissimo. E soffoco.

A casa ora avevamo il televisore nuovo, a colori, della Sony, con schermo trinitron, trentadue pollici e il telecomando a distanza. Prima avevamo un Grundig, in bianco e nero, piccolo, con l’antenna portatile, che prendeva solo tre canali, senza telecomando. Ce l’aveva regalato il padre di mio padre, quello che aveva comprato anche la casa di Acquapendente e che aveva costruito l’appartamento dove vivevamo.
Ora il vecchio Grundig stava nella casa di Acquapendente. Papà l’aveva sistemato in sala da pranzo. Prendeva solo la prima rete, ma lì il televisore non m’interessava. Non dovevo stare in casa tutto il giorno. Agli adulti invece interessava, soprattutto all’ora di pranzo e io pensavo che fosse veramente ingiusto che loro potessero vedere la Tv a tavola, mentre se io chiedevo di vedere Bim Bum Bam, spegnevano, se volevo vedere Il pranzo è servito, spegnevano, se volevo vedere le reti regionali che mandavano in onda Rana Tan, Sanpei, i Muppet, niente. Spegnevano. A tavola si poteva guardare solo il telegiornale, in un silenzio religioso. Ma dopo il telegiornale, spegnevano.
Mia madre invece ascoltava più volentieri la radio. Tutte le mattine l’accendeva appena si alzava, poi preparava il caffè e imbastiva il pranzo. Un pranzo da riscaldare all’ora di pranzo. E’ sempre stata una donna organizzata. Era la prima donna di casa Nicolangelo ad avere studiato e a lavorare. Anche in campagna c’era una radio, naturalmente di seconda mano.
Quel sabato mattina che eravamo in campagna tutti insieme, con gli zii e i miei cugini, per il ponte lungo del venticinque aprile, la radio interruppe le trasmissioni musicali. Mi svegliai tossendo, avevo la gola chiusa, ansimavo. La montagna del mio incubo avrebbe avuto il tempo di uccidermi, se solo il volume della radio fosse stato più basso. Invece una voce allarmata e concitata mi aveva strappato via da sotto quella valanga d’angoscia. Misi i piedi in terra, solo le punte e velocemente si disperse il calore del sonno che il mio corpo non poteva conservare. Avevo una camicia da notte cortissima. Anche gli indumenti che portavamo per stare in campagna erano vecchi e usati e i miei erano anche troppo piccoli. Ritrassi i piedi e mi rimisi sotto le coperte. Uno, due, tre. Fuori. Dovevo prendere coraggio per andare nella cucina al piano di sotto, ma soffrivo troppo il freddo. Sull’Amiata c’era ancora qualche chiazza di neve e dal podere si vedeva l’Amiata.
– Mamma.
Restai dietro lo stipite della porta. Se mio padre si accorgeva che ero scalza me le dava. Anche di prima mattina, anche appena sveglia, perché avevo il piede valgo e portavo i plantari e stare scalza mi accentuava il difetto, aveva detto l’ortopedico.
– Amore, sei già sveglia. Ti abbiamo svegliato noi.
– Sssss. Silenzio. Fai sentire.
Mio padre stava attaccato alla finestra con la radio in mano e l’antenna tutta alzata perché prendesse meglio, ma la trasmissione era disturbata. Andò in sala da pranzo, accese il vecchio Grundig. Al posto del disegno tondo fatto a strisce, che nel nuovo Tv color di casa si vedevano colorate e nel Grundig solo bianco/nero, c’era l’immagine di un giornalista seduto dietro la scrivania. Adesso il telegiornale c’era anche a colazione? A quell’ora di solito non davano programmi. Se accendevi, vedevi il disco a strisce e sentivi un fischio, e basta. Doveva essere mattina presto. Il sole batteva di sbieco sugli alberi del bosco. Era una mattina di rugiada trasparente, di trifoglio tenero, d’insalata dell’orto pronta da cogliere di baccelli dolci da mangiare col primosale cagliato a mano. E di frutti in boccio sui rami del susino, del melo, dell’albicocco. Una luce di colori tenui come la vita nuova che si è appena affacciata al mondo. L’odore di un’umidità pulita che nutre le radici, che sfama i campi, che lava le cose e le bagna di purezza.
Alla Tv il giornalista parlava di qualcosa che era successo nella notte, in un posto molto lontano da noi. Non mi ricordo cosa disse, ma non credo di aver capito allora. Quello che avevo capito era che la vacanza finiva prima, per via di quelle cose che dicevano alla televisione, dal vecchio Grundig. E mi venne una gran tristezza. Mi veniva sempre, tutte le volte che me ne andavo da Acquapendente. Tornavo nel quartiere. Da sola. Io, mia madre e mio padre. E sarebbe passato tanto tempo prima di poter rivedere il podere. Avrei dovuto aspettare fino ad agosto. Nessuno mi disse niente per il fatto che ero scalza, però mamma mi fece tornare subito in camera e mi vestì in fretta.

Della vita vissuta non si ricorda ogni singolo giorno, non si mantiene la memoria di tutti gli istanti, di tutte le persone, di tutti gli avvenimenti, alcune volte neppure di quelli che si considerano importanti. Il passato è una parete bianca che col tempo si riempie di immagini.
L’immagine di una bambina seria, seduta sul letto di una camera di seconda mano in una casa di campagna, è appesa tra le altre immagini della mia parete. E’ un’immagine nitida.
La bambina è sola. Non vuole muoversi, non vuole andare via. E’ seduta e guarda il bosco dalla finestra aperta. Desidera con tutta sé stessa di trasformarsi in albero. E ci prova.
Chiude stretti gli occhi, stringe i denti. Pensa forte al bosco. Verde, marrone. Piedi radici. Capelli foglie. Prova con tutta sé stessa a trasformarsi in albero, a radicarsi lì, come quel bosco, diverso e sempre uguale, stagioni e anni, piegati in cerchio, l’uno sull’altro, come anelli di una spirale, diversi e sempre uguali. Ma le sue mani sono ancora troppo tenere, non riescono ad aggrapparsi bene. E un vento caldo, fuori stagione, si leva sulle cime del bosco, le piega. E’ un vento che racconta qualcosa, che lascerà qualcosa da raccontare.

Si levava il vento della storia. Quel vento aveva nomi sconosciuti e pericolosi. Si chiamava pioggia acida, nube radioattiva, contaminazione. Era un vento che ci faceva andare via in fretta dalla casa di campagna. Se quel vento ci prendeva, ci contaminava e ci ammazzava, diceva mia madre. Era un vento che faceva impazzire le cellule, le bruciava senza bruciore e il dolore sarebbe arrivato dopo, tutto insieme, quando ormai sarebbe stato tardi.
Mio padre mi proibì di camminare tra l’erba, non potevo toccare nulla. L’insalata dell’orto la lasciavamo alle chiocciole e i baccelli si sarebbero sciupati e sarebbero marciti per terra. I frutti in boccio non sarebbero sbocciati. Non avremmo potuto più correre sui prati, più potuto fare il bagno in mare, sdraiarci sulla spiaggia. Era radioattiva. Non si poteva più bere il latte. Contaminato. Mangiare carne. Contaminata. Bere acqua. Contaminata. Respirare.
Tornammo a casa quel giorno stesso. Mia madre si dette malata e non andò a lavorare per tenere me chiusa in casa, per non farmi respirare quell’aria. Tutti dicevano che era lontana, ma l’aria non ha mani, l’aria non ha piedi da incatenare e va dove vuole. E se vuole, senza essere vista.
A casa il nuovo Sony trinitron stava sempre acceso, sintonizzato sulla prima rete nazionale. Avevo perso la speranza di vedere qualsiasi altra cosa che non fosse il telegiornale e quando non c’era quello, c’erano i servizi giornalistici speciali, o i documentari in bianco e nero sulla devastazione della bomba atomica. Avevo smesso di protestare perché mi lasciassero vedere i cartoni. Passavo davanti al televisore e lo guardavo appena. Mamma invece ci stava incollata a giornate, come qualche anno prima, quando un bambino era caduto in un pozzo e per tutti i giorni della sua agonia c’era stata la diretta televisiva.
Quel bambino aveva la mia età. Mia madre guardava le immagini in bianco e nero, con gli occhi rossi e un fazzoletto stazzonato in mano. C’era ancora il vecchio Grundig in casa. Era estate. Faceva molto caldo e attorno al pozzo dov’era caduto il bambino c’era sempre un sacco di gente sotto al sole, per fare coraggio ai genitori. C’era andato anche il Presidente della Repubblica, che poteva essere il nonno di quel bambino e seguiva la vicenda con l’angoscia e la speranza di un nonno. Mia madre mi abbracciava strettissima, a me dava fastidio e mi divincolavo, ma lei mi chiamava in continuazione perché voleva che guardassi anch’io cosa succedeva a quella povera creatura e quanto soffrivano tutti. Voleva che mi venisse paura per quando andavamo in campagna e anch’io giocavo nei campi, perché anche lì c’erano i pozzi artesiani, perché quando giocavo nel podere e lei mi chiamava, facevo finta di non sentire.
Io non sapevo cosa volesse dire artesiano. Per me il pozzo, era quello col muretto, quello con sopra una grata di ferro dentro a cui buttavo sassi per vedere i cerchi dell’acqua ferma che si allargavano. Torbidi tonfi profondi. Oppure ci urlavo dentro, per sentire l’eco. Ma non potevo credere che ci sarei potuta cadere. E poi nel mio pozzo c’era l’acqua e io sapevo nuotare. C’era anche la grata. Neppure papà era abbastanza forte per spostarla da solo.
Nessuno riuscì a tirare fuori quel bambino dal buco per terra. Perché non gli tiravano una corda? Mamma mi diceva che il bambino non aveva forza per reggersi stretto abbastanza e che era incastrato e che se si muoveva andava sempre più giù.
Il bambino morì.
Io potevo di nuovo vedere Capitan Harlock, Judo by Judo, Gig robot d’acciaio. Mio padre fece murare il pozzo, ci fece mettere la pompa e la cannella. Al posto della grata, un tappo di cemento grigio. Ma quando giocavo a “rinchiapparello” con i miei cugini o con i bambini del paese, non volevo più correre nei campi.
Finalmente dopo dieci giorni di arresti domiciliari, il certificato medico di mia madre, scadde. Io tornai a scuola, ma anche lì ci tenevano reclusi. Non ci portavano più nella chiostra, la ricreazione si faceva in classe e tutti avevano paura che piovesse o che girasse il vento.
Nei giardini pubblici non c’era la solita fila all’altalena. Era ferma, impiccata alla sua trave, senza bambini intorno e mi sembrava di dare un calcio alla fortuna a non poterci andare. Proprio ora che non avrei dovuto aspettare il mio turno e che ci sarei potuta rimanere quanto volevo. Mamma non mi ci avrebbe portata mai e poi mai. C’era il vento e la mia canottiera non bastava questa volta.
A scuola erano venuti i vigili del fuoco e ci avevano dato dei volantini da far leggere ai genitori. Poi erano venuti quelli della protezione civile e avevano misurato qualcosa, forse l’aria, con dei calcolatori strani, a lancetta. Misurarono anche l’aria della nostra classe. La maestra stringeva una mano nell’altra e stava tutta intostita nelle spalle. Poi la lancetta si fermò. Gli uomini con la divisa verde le dissero che era tutto a posto e la maestra sospirò, poi guardò il crocifisso dietro la cattedra e si fece il segno della croce e non stava più intostita nelle spalle.
Quando andavo a casa di mia nonna, anche lì mi toccava stare in casa. Non c’era più nessuno fuori, neppure nel cortile dei ferrovieri. C’erano solo i gatti, ma non li potevo toccare, mamma diceva che erano contaminati e mi annoiavo. Stavo dietro a una finestra chiusa, aspettavo di veder passare la radioattività. La cercavo sopra una nuvola più bassa, o nelle gocce del temporale, ma il cielo era strano.

Non era caldo e non era freddo. C’era la luce ma non si vedeva il sole. Non era estate, non era inverno. Ero sola. E c’era silenzio.

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12 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Alessandra Casaltoli”

  1. demetrio Says:

    questo capitolo mi piace.

  2. Federico Platania Says:

    Anche a me. Il primo capoverso in particolare è davvero ben costruito.

  3. Elio Damiani Says:

    Ho avuto modo di conoscerti quando mi hai intervistato in occasione dell’uscita di un mio libro e, in seguito, ci siamo rivisti al salotto letterario di Mariangela. Non avevo dubbi sulle tue capacità e quindi ti dico “BRAVA” per quanto ho letto. Ciao ciao. Elio

  4. demetrio Says:

    a me l’incipit del primo capoverso ricorda l’attacco de Il tempo materiale di Vasta.

  5. Marco Says:

    Non riesce facile immaginare che dallo sguardo sorridente che sovrasta il racconto abbiano potuto essere generate parole di cosi’ toccante pathos ……. Alessandra , sei una sempre nuova e stupefacente sorpresa ……. !

  6. Alessandro Bassi Says:

    Come sempre coinvolgente. Come sempre ottima la scelta dei termini. Come sempre precisa l’indicazione degli oggetti che caratterizzano la narrazione. Però, accidenti, per una volta, una storia senza stragi, esplosioni nucleari,tragedie efferate ce la vuoi proporre? Se non ti avessi visto penserei ad una vecchia megera inacidita che accarezza lasciva una macchina da scrivere di vecchio modello, mormorando maledizioni contro il mondo.
    Comunque sia, complimenti: sai prendere il lettore e portarlo dentro al flusso del racconto.

  7. Carlo Capone Says:

    L’attacco di questo capitolo è straordinario. Frasi corte e secche, lessico di chi con le parole ci gioca a piacimento e lo sa bene.
    Nella seconda parte la tensione narrativa secondo me cala parecchio ( l’erezione prolungata è uno degli ardimenti più ostici che ci sia in scrittura), per via del riferimento – l’ennesimo, cara Alessandra, non se ne può più – a Vermicino. Se vuoi creare il clima dei metà ottanta in una località rurale bastano e avanzano Cernobyl e la TV a colori ( per altro entrata in commercio nel 77, quindi è plausibile che arrivi in ritardo in posti fuori mano).
    L’idea di ambientare un romanzo nel secolo breve poi mi trova concorde. Scrive Angelo Guglielmi in Il Romanzo e la Realtà [Bompiani, 2010], e non so se a torto o a ragione, che il romanzo storico è l’unico a possedere ancoraggi a un realtà sfuggente se non indescrivibile. Altrimenti, continua, per non ridurre la narrazione a una sua scialba fotografia lo strumento per penetrarla è il linguaggio. O l’ironia. Ma su queste modalità di approccio sempre il Gugliemi registra la decisa opposizione di scrittori come Mozzi e Moresco. E qui si aprirebbe una bella discussione, credo.
    Vabbè, sono andato fuori tema, ma questa iniziativa della Bottega di Scrittura mi intriga e rilassa.
    Ottima, Alessandra.

  8. Berto Says:

    A volte si eccede nel lirismo ma si riesce a catturare il lettore e a portarlo dentro la storia, per cui anche le descrizioni e le riflessioni non annoiano perchè non sono fini a se stesse ma parte del mondo della protagonista che diventa anche quello del lettore. Merito anche di uno stile scorrevole e sicuro.
    E’ vero cha Vermicino è un episodio abusato, ma non mi ha dato fastidio, perchè è trattato con leggerezza e naturalezza, con quelle frasi che tutti, vivendolo, abbiamo detto e pensato. Le prime frasi dell’incipi sono molto belle, dopo è un po’ eccessivo, un po’ costruito e ci si chiede che stia succedendo, solo dopo si capisce che è un sogno. Comunque, nel complesso mi sembra un buon pezzo, complimenti.

  9. demetrio Says:

    questo è l’incipit di Vasta: “C’è il cielo. C’è l’acqua, ci sono le radici. C’è la religione, c’è la materia, c’è la casa. Ci sono le api, ci sono le magnolie, gli animali, il fuoco. C’è la città, c’è la temperatura dell’aria che cambia nel respiro. C’è la luce, ci sono i corpi, gli organi, il pane. Ci sono gli anni, le molecole, c’è il sangue; e ci sono i cani, le stelle, i rampicanti.
    E c’è la fame. I nomi.
    Ci sono i nomi.
    Ci sono io”.

    che a me ricorda per sintassi e scelte di stile quello di alessandra.

  10. Giovanni Says:

    Ciao Alessandra, con lo stesso trasporto di sempre leggo le tue parole e rimango affascnato dal tuo modo di dar loro vita… sei davvero brava! sinceramente: Giovanni.

  11. silvia Conforti Says:

    Ciao Alessandra, ho letto con vero piacere il capitolo del tuo libro (immagino si tratti del morto in putrefazione di cui parlavi alla presentazione di “Con immutato affetto”). Ma sei riuscita ad arrivare alla fine?
    Voglio complimentarmi con te, hai una grande fluidità nella scrittura e quando fai delle descrizioni sembra di stare lì, insieme ai tuoi personaggi. In ciò che racconti torna sempre prepotente la storia, il tuo cavallo di battaglia, che tu riesci a rendere viva. Spero di poter leggere presto tutto il resto. Complimenti, sei davvero brava!
    A presto (Pisa book festival?)

  12. Alessandra Says:

    Salve a tutti, non ho avuto il coraggio di parlare fin’ora, ma mi sembra giusto farlo, non fosse altro che per ringraziarvi della pazienza di avermi letta e commentata. Vi ringrazio dei sani e salutari “barrage” e degli incoraggianti complimenti; degli uni e degli altri si ha bisogno sempre, in tutte le cose della vita. Che altro dire? Non so, dato che non ci sono cenni sulla mia biografia, potrei dire che faccio la maestra (quest’anno alla scuola elementare, fino allo scorso anno alla materna), che sono nata nel 1975 a Livorno, dove vivo con mio marito e mia figlia che ha 16 anni, che mi sono laureata in letteratura italiana con una tesi su Federigo Tozzi, il mio primo, grande, mai dimenticato amore, che far parte della Bottega di Narrazione è emozionante, utile, importante per me che abito in una città molto provinciale e limitata in quanto ad occasioni di scambio e di confronto con altre persone che si occupino di letteratura e/o editoria. Grazie.

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