Dalla Bottega di narrazione / Luigi Tuveri

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Luigi TuveriMi chiamo Luigi Tuveri (www. luigituveri.it), sono nato a Milano il 30 luglio 1964. Sto scrivendo un romanzo. Questo è l’incipit, più un po’, del primo capitolo.




da L’arco del tempo
di Luigi Tuveri

Roberto Chiodi nacque un’altra volta e all’età di dieci anni, quando con la famiglia si trasferì in quella che lui e Ofelia avrebbero chiamato la casa di vetro, ebbe la nitida sensazione di essere due persone. Accadde definitivamente una mattina, all’alba, svegliandosi da uno di quegl’incubi che lo torturavano da quando era tornato al mondo. Nella vita nuova si chiamava Leonardo Boka e i genitori le avevano già provate tutte per capire da quale fonte gemmassero i brutti sogni. Sin da piccolo era stato visitato da psicologi, pediatri, medici specializzati. Erano giornate di cui Leonardo ricordava piccoli particolari. L’odore di brioche calde al bar dell’ospedale, le plafoniere tonde come dischi volanti appese ai soffitti dei corridoi dove lo facevano attendere, il piazzale dell’elisoccorso puntellato dalle intermittenti. Poi c’erano tutti quei dottori che circolavano rapidi scorrendo sui sandali di gomma, con le cartelle sottobraccio, il palmare in mano e che passando gli carezzavano i capelli. Ogni porta era segnata con un numero, un colore, un simbolo geometrico e i visori delle prenotazioni automatiche diffondevano gli avvisi negli ambienti con voce chiara. La notte però, quando Leonardo si risvegliava urlando roco come se un demonio gli fosse entrato dentro, non era semplice adottare i consigli ricevuti durante le sedute: ninnarlo con voce melodiosa, accendere l’abatjour, fare scorrere l’acqua di un rubinetto. Ogni buon proposito, tenendo tra le braccia quel corpo scalciante, si riduceva ad ansia e paura. Quelle che da lattante erano state classificate come coliche, si capì presto fossero altro e a cinque anni, quando al cospetto dell’astrologa Romilda Zais, per la prima volta Leonardo era riuscito a raccontare cosa sognava, se ne ebbe la conferma. Rivolgersi a Romilda Zais era stato uno dei tentativi, al di là della medicina comune, che Sandor Boka aveva ritenuto di dover fare. Cinque anni di trattamenti tradizionali non avevano portato alcun risultato; Leonardo cresceva, diventava più alto, più pesante, più incontenibile e soprattutto andava avanti a svegliarsi strozzato dal delirio, strillando contro i muri e i genitori. Romilda Zais quel giorno lo aveva fatto giocare, gli aveva messo nel piatto una fetta di torta ai lamponi e nel bicchiere del succo di fragola fresco, aveva continuato a togliersi e rinfilarsi gli occhiali con la montatura luccicante decorata di stelle, non lo aveva subissato di domande ma lasciato raccontare quel che riusciva e lui, con parole infanti, aveva rievocato il sogno della fontana che spruzzava sangue, del toro furente, del bosco in fiamme. Nelle sedute successive avrebbe detto dei bambini con il volto ofide e le gambe mozzate; del silenzio di una casa affollata da umani senza bocca e occhi, inchiodati a un tentativo di urlo che non potevano liberare, con le dita ficcate nei timpani per sfuggire ai rumori, ricoperti da una pelle trasparente che denudava l’orribile repertorio di organi interni e incisa da vene lattescenti maculate di celeste. A Romilda Zais, astrologa che odiava l’oroscopo, medium e ipnoterapeuta, col tempo, Leonardo avrebbe raccontato ogni segreto.
E lei a Leonardo.

Quella mattina, quella del 10 ottobre 2110, la mattina del suo decimo compleanno, Leonardo aprì gli occhi incalzato da palpitazioni furiose, il fremito violento del cuore gli aveva allagato la pancia di paura e con vergogna anche le lenzuola di pipì. Si tirò seduto come avesse una molla nella schiena, cercando la luce della finestra. Invece, sul filo livido della porta aperta verso il corridoio, li vide: Isabella, Sergio e Giovanni. Piccoli, con abiti buffi indosso e il viso flaccido, rasposo, come per una vecchiaia sopraggiunta all’improvviso. Piccoli bambini con il volto aggredito dalla senescenza in un impasto di piaghe virulente, rughe collose e ulcere insanguinate. Gridò, cercò di accendere l’abatjour ma la fece cadere. Suo padre e sua madre accorsero, gli parlarono, così come erano abituati, raccolsero la lampada e l’accesero.
«Sei qui, a casa, con mamma e papà».
«È la tua cameretta, guarda…»
Leonardo non vedeva niente, solo un buio scostante popolato di spettri e sussurri; gli occhi erano a palla e fissavano il punto dove aveva visto i bimbi invecchiati. I genitori continuarono nella tecnica della persuasione alla normalità, della distrazione semplificata, ma farlo tornare indietro, al mondo dei vivi, era ogni volta più difficile; lo fecero bere, gli fecero vedere un disegno fatto la sera prima e il suo gioco preferito, un pupazzo di plastica che cambiava forma a ogni pressione tattile.
«È venerdì, è il tuo compleanno».
«Lo so», fece Leonardo rinvenendo un istante e stringendo gli occhi: «Dieci anni», disse a fatica.
«Se ti va puoi restare a casa da scuola».
«Andiamo al parco, sarà una bella giornata di sole».
Aprirono le imposte e la luce di cera dell’aurora s’intrufolò curiosa pitturando le pareti e rigando il parquet. Sciami di polvere, invisibili fino a un attimo prima, si misero a saltare, inseguendosi e circondando il lampadario di piccole scintille luminescenti.
«È fresco fuori…», disse il padre.
«Prova ad alzarti e a camminare un po’…»
Il padre fece segno alla moglie che il letto era bagnato; lei lo invitò a non dire nulla, lui scrollò le spalle. Leonardo non voleva camminare, non si alzava, restava aggrappato alla spalliera, alle lenzuola, al comodino: ogni tanto faceva un verso. Era vero, tutto vero, giurava ai genitori intenti a rassicurarlo. Non era il solito incubo, non solo. Poi si zittì così all’improvviso che a suo padre e sua madre venne un colpo. Impallidì, sgranò gli occhi e cominciò a mulinare le braccia come sul ring.
«Siamo nella casa nuova?»
«Sì», gli rispose subito la madre cercando di tranquillizzarlo, «nella tua nuova cameretta», aggiunse.
«Adesso devo parlare con Ofelia».
Ci fu un attimo di silenzio, poi la madre si rammentò dell’amica conosciuta da poco. Abitava nella casa gemella, di fianco alla loro. Era una bimba minuta, con gli occhi lucenti e le gambe magre e ricordò che aveva lunghi capelli neri spazzolati con cura.
«Ora è presto», disse, «meglio che riposi».
«Non è meglio per niente».
«Magari lei dorme», fece il padre.
«No!», disse Leonardo, «è sveglia, per l’incubo. Si è svegliata adesso, come me».
I genitori si guardarono e tacquero dispiaciuti.
«Mi sono pisciato anche addosso».
«Non è niente…», disse la madre.
«Può capitare», disse il padre.
«Ho dieci anni, non posso pisciare a letto».
«Ci cambiamo, fai una bella doccia e tutto è a posto, poi una bella colazione e…»
«Colazione da re, pranzo da signori e cena da poveri. E la merenda?»
«Merenda da astronauti», rispose il padre.
«Prima devo andare da Ofelia, anche i suoi genitori avranno acceso la luce».
«Non ti pare strano che Ofelia sia sveglia?»
«Chi è questa Ofelia?», domandò il padre.
«Ofelia Doni», gli rispose la moglie, «la figlia dei nostri nuovi vicini di casa».
«Sai mamma, è nata il mio stesso giorno».
«Allora è anche il suo compleanno», disse il padre.
«Dieci anni, proprio come me».
«Non lo sapevo», fece la madre.
«Non so a che ora però, io alle quattro del pomeriggio, giusto?»
«Sì, alle quattro», confermò la madre, «due dieci ottobre, è una bella coincidenza».
«Duemilacento», disse Leonardo, «ora vado da lei».
Non ci fu bisogno di scendere al piano terra e suonare alla porta dei vicini: oltre la finestra, oltre le fronde di un olmo che faceva da cappello al giardino che divideva a metà la casa di vetro, c’era un’altra finestra aperta, c’era un’altra abatjour accesa, c’erano un’altra mamma e un altro papà. E c’era Ofelia. Seduta sul letto con gli occhi sgranati e che, come Leonardo, si stava voltando verso la finestra dentro la quale c’era la finestra di Leonardo. I loro visi s’incontrarono e gli sguardi, consolandosi, si baciarono. Nella luce che schiariva, il canto degli uccelli riempiva le bolle d’ossigeno e, più distante, la musica degli autobus che correvano verso la periferia, le strigliava. Leonardo e Ofelia si girarono verso i loro genitori annuendo e prendendosi la ragione per quel che un istante prima avevano detto. Nel vedere nelle vetrate della casa gemella la stessa scena che stavano vivendo loro, Sandor Boka e Nicla Scacchi, d’istinto, evitarono di stupirsi; la stessa emozione, nell’altra casa, nell’altra stanza, nella cornice dell’altra finestra, pervadeva il silenzio sgomento di Ermes Doni e Aidha Saied. A ognuno pareva di guardare uno specchio e il sorriso complice di Ofelia e Leonardo era l’incanto che spezzava l’orrore che, altrimenti, la sola idea di quel frangente avrebbe scatenato. Sia a Sandor che a Nicla e sia a Ermes che ad Aidha, lo staglio dell’altra casa era parso un’allucinazione e, diversamente da Ofelia e Leonardo, ci avevano messo un po’ per distinguere la verità; avevano pensato a cose razionali, tipo che nella casa gemella, per abitudine, una luce venisse lasciata accesa. Leonardo e Ofelia uscirono dalle loro camerette. La casa di vetro era una casa su due piani. Al piano terra c’erano cucina, bagno, salone, un ripostiglio e un magazzino più grande per bici e dispensa. Al piano superiore le camere e un bagno grande. E il solaio: da una botola sul soffitto scendeva, aprendola, una scala e inclinando la testa era visibile un lucernaio azzurro. Le case gemelle avevano una forma cilindrica, il nuovo piano regolatore aveva disposto che ogni rione dovesse rifarsi a una figura geometrica e che le forme delle case dovessero assomigliarvi. Un giardino, dove trovavano rifugio un olmo e alcune betulle, circondava la casa di vetro e c’era un terzo cilindro, ricoperto da pannelli fotovoltaici, che teneva unite le gemelle e fungeva da centro elettrico, termico, idraulico e da pilone portante; era sospeso, piantato nelle fondamenta con due enormi fusti di calcestruzzo foderati da plexiglass e s’innalzava a livello del tetto ripetendo il profilo della casa. In linea con la soffitta erompevano dal cilindro sei tramezzi, tre a destra e tre a sinistra, che di lato si inserivano nei sottotetti, rinforzando la struttura e donando alla casa un aspetto di grazia e al contempo di robustezza. La fisionomia, da lontano, al calare delle prime luci della sera, ricordava vagamente un’aerospaziale al decollo. Leonardo e suo padre lo avevano notato una sera di settembre rincasando più tardi del solito e il giorno dopo Leonardo lo aveva subito confidato a Ofelia, la quale, non del tutto d’accordo, aveva detto che a lei ricordava piuttosto un enorme hot dog bene imbottito.

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30 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Luigi Tuveri”

  1. Lucio Angelini Says:

    “nacque un’altra volta e all’età di dieci anni”: toglierei DECISAMENTE quella ‘e’

  2. Federico Platania Says:

    Ma no Lucio. “All’età di dieci anni” regge la seconda preposizione (“ebbe la nitida sensazione” etc.).

  3. veronica tomassini Says:

    mi piace

  4. Carla Says:

    Piace anche a me. Solo l’incipit non mi convince, mi sembra troppo contorto, come un ostacolo da dover superare per cominciare la lettura.

  5. Giacomo Verri Says:

    Trovo l’incipit davvero brillante: punge l’attenzione. Allo stesso modo apprezzo alcune spie stilistiche, qua e là, che danno più spessore al dettato, a partire dalla frase “da quale fonte gemmassero i brutti sogni”, al “volto ofide”, al “ninnare”.

  6. enrico Says:

    Luigi, ma si capisce come mai un bambino a 5 anni si trova da un’astrologa? (Dice forse qualcosa dei genitori, sta cosa qui… che poi quando compaiono, mamma e papà, sono molto… “normal”). Il passaggio dall’infanzia travagliata alla stanza della Zais è molto molto brusco credo…

  7. Lucio Angelini Says:

    @platania. sì sì, però avrei preferito che chiodi rinascesse all’età di dieci anni

    P.S. Non confondere preposizioni e PROposizioni*-°

  8. Lucio Angelini Says:

    In partica: “Roberto Chiodi nacque un’altra volta all’età di dieci anni, e quando con la famiglia si trasferì in quella che lui e Ofelia avrebbero chiamato la casa di vetro, ebbe la nitida sensazione di essere due persone.”

    Non trovi che sia più intrigante?

  9. Lucio Angelini Says:

    pratica

  10. Federico Platania Says:

    @Lucio (“P.S. Non confondere preposizioni e PROposizioni*-°”)

    Dannazione.

    (“Non trovi che sia più intrigante?)

    Sì, così suona meglio anche a me, ma questo non significa nulla.

  11. Lilli Says:

    @angelini: no, per nulla. Che lasci la congiunzione dov’era.

  12. marco Says:

    personalmente avrei preferito:
    Roberto Chiodi nacque un’altra volta. All’età di dieci anni, quando con la famiglia si trasferì in quella che lui e Ofelia avrebbero chiamato la casa di vetro, ebbe la nitida sensazione di essere due persone.

  13. Luigi Tuveri Says:

    Ragionerò sul’incipit. Lo sto già facendo e ringrazio per aver sollevato la questione dell’ostacolo da superare prima di cominciare la lettura, che tutto sommato può anche legarsi alla presenza di quella “e” succitata. L’intento è quello di far passare il fatto che Roberto Chiodi, reincarnatosi in Leonardo Boka, all’età di dieci anni si rende conto “che qualcosa non va”. La sua nascita reale però avviene dieci anni prima. Scrivendolo, la “e” mi è parsa indinspensabile a esprimere il concetto. Aggiungo che sto scrivendo un romanzo che sarà “abbastanza” lungo e ho molte cose da raccontare, per questo, spesso, il tentativo è di essere rapido e leggero. Seguire e inseguire i movimenti e le cose che accadono. Muovere i personaggi e farli parlare in una riga. Forse è per questo che l’incipit può fare questo effetto. Ho cercato di mettere più che potevo nelle tre righe, ma resto in ascolto, questo è certo, ancora grazie.

  14. Luigi Tuveri Says:

    Caro Enrico, sì. Può darsi che tu abbia ragione, sopratutto sul fatto dei genitori. Per rendere credibile il fatto che lo portino da un’astrologa, devo giocarmi meglio la loro entrata in scena. A mia difesa ti dico che nella primissima stesura l’astrologa era una più normale psicologa. Per il tipo di rivelazione che il personaggio avrebbe dovuto fare a Leonardo ho cambiato, però convengo che sia necessario soffiare un tocco di maggiore eccentricità dentro i genitori, o almeno in uno. Grazie della segnalazione. Potrebbero bastare alcune frasi più idonee nei dialoghi successivi.

  15. Luigi Tuveri Says:

    Grazie Veronica. Grazie Giacomo. Conto di non deludervi anche con il resto del romanzo.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Lucio, il tuo incipit è l’incipit di un altro romanzo; nel quale Roberto Chiodi nasce a dieci anni. Nel romanzo di Luigi Roberto Chiodi nasce, come tutti, a zero anni.
    Ma il fatto che l’equivoco sia possibile – ne abbiamo la prova sperimentale – dovrebbe far riflettere Luigi.

  17. Luigi Tuveri Says:

    Che riflette.

  18. ndr Says:

    “Nella vita nuova si chiamava Leonardo Boka e i genitori le avevano già provate tutte per capire da quale fonte gemmassero i brutti sogni.”
    Questo, come incipit, mi piace di più. C’è qualche informazione in meno, però forse incuriosisce maggiormente. Dice l’autore di aver voluto mettere più cose che poteva nelle prime righe, perché ha molto da raccontare, ma forse le cose possono venire dette con più calma, in una successione diversa, senza comunque allungare la narrazione. Si tratta di decidere cosa far sapere al lettore prima o dopo. Va beh. Che poi, mi sembra, uno potrebbe partire addirittura dal secondo paragrafo…ma si tratta (secondo me) sempre della questione di cosa si vuole far sapere al lettore prima, o dopo. Smetto riguardo al togliere frasi, pezzi, etc.
    L’incipit, com’è ora, io l’ho letto un paio di volte per capire bene. La prima frase, solo quella. Anche la seconda sarebbe un attacco migliore, per me. Il fatto è che si perde Roberto Chiodi, eh. Mah. Scelte.

  19. Carlo Capone Says:

    Chiedo scusa all’autore ma io alla prima lettura non ci avevo capito niente, a prescindere dall’affaire ‘e’. Forse andavo di fretta perchè la giornata lavorativa incombe, ne faccio volentieri ammenda. Però una notazione di carattere generale si impone: il lettore ha i suoi diritti, Luigi. E’ bene che tu lo abbia a mente all’alba di un romanzo che si prennuncia denso e difficile. Quando pubblicai il mio primo romanzo tutti a dire ‘che bello, che bello ma….a volte non si capisce, è troppo difficile’. Poi vedi te, magari i tuoi lettori editoriali saranno più clementi.
    Una sola osservazione sul testo: ho fatto fatica ad accettare che un bambino di 10, si presume di estrazione più che media, dica : “mi sono pisciato addosso”. Ma è un fastidio assolutamente soggettivo. Magari oggi va così.
    Bravo Luigi, comunque.

  20. Giulio Mozzi Says:

    “Magari oggi va così”, noti giustamente, Carlo. Ma il romanzo (lo si scopre ben presto) è ambientato nel futuro.
    Quindi, Luigi, altra cosa su cui riflettere: la sorte dei modi espressivi della lingua, e (aggiungo) delle espressioni idiomatiche, nell’Italia futura.

    (Qualche giorno ha ho trovato, in un romanzo che mi auguro nessuno pubblichi, un personaggio ufficialmente musulmano che citava un proverbio: “Tanto va la gatta al lardo…”. La vicenda si svolge in Afghanistan).

  21. Luigi Tuveri Says:

    Sto segnando tutto: le diverse possibilità di incipit (apprezzo molto tra l’altro l’idea di cominciare “eliminando Chiodi” e focalizzandosi solo su Leonardo; espressioni idiomatiche traslate nel futuro (effettivamente il mi sono pisciato addosso è migliorabile); i diritti del lettore (assoluti se si ambisce a pubblicare).
    Segno, segno, segno. Rifletto. Del resto in bottega è bello cesellare.

  22. Giacomo Verri Says:

    Secondo me, il “mi sono pisciato addosso”, ci sta. L’estrazione media non c’entra, dato che la frase è pronunciata in ambito familiare.

  23. lucio angelini Says:

    @giulio. ma se il tipo ri-nasce ad anni zero, è il solito banale caso di reincarnazione… vabbè, che faccia come vuole.

  24. Berto Says:

    Un incipit che, e o non e, è fulminante e cattura l’attenzione e la curiosità del lettore, Uno stile personale e originale, magari con qualche eccessivo virtuosismo che io eviterei, perchè la voce dell’autore c’è e non ha bisogno di effetti speciali per essere interessante. Forse c’è qualcosa da rivedere e da spiegare meglio ma la storia c’è e si annuncia intrigante. Complimenti.

  25. paolab Says:

    mi piace molto. anche la “e” dell’incipit (distorcerebbe tutto secondo me mettere un punto e ripartire: chiederebbe al lettore di prendere come un dato assodato qualcosa che invece ti mette subito in ascolto e si fa superare dagli eventi). in effetti i capoversi iniziali sono meno chiari e più stentati del seguito, che invece prende velocemente ritmo e suono. c’è un sacco di personalità in questo racconto e una lingua densa che si fa sentire e fa sentire la voglia di saperne di più (e io amo il realismo magico e la lingua lussureggiante che pretende).

  26. Luigi Tuveri Says:

    Ringrazio ancora. Per me è emozionante e fonte di ricchezza, trovare questi commenti, in Vibrisse, su ciò che sto scrivendo e mi sento in dovere di sottolinearlo.

    Tornando all’incipit e avendo l’assoluta esigenza di togliere il Roberto Chiodi all’inizio (entrerà più avanti , nel 5° capitolo e stava lì perchè questo incipit era preceduto da un prologo piuttosto lungo dove il Chiodi era ben presentato. Ma il prologo è stato tolto, riapparirà sootto altra veste nel 5° capitolo appunto). e quindi ho modificato l’incipit togliendo il Chiodi e ragionando sui commenti ricevuti anche riguardo alla difficoltà di lettura delle prime righe. Eccolo:

    Nella vita nuova era Leonardo Boka e la mattina del suo decimo compleanno si svegliò con la nitida sensazione d’essere due persone. Viveva da poche settimane in quella che lui e Ofelia Doni chiamavano la casa di vetro e a farlo evadere dall’incubo che lo torturava ogni notte fu il soffio dell’alba che illuminò la finestra. Sin da piccolo, per capire da quali fonti gemmassero i brutti sogni, era stato visitato da psicologi, pediatri, medici specializzati.

  27. ndr Says:

    Scorre di più, secondo me. Una cosa, però. Immagino poi continui come nel testo postato: “Erano giornate di cui Leonardo ricordava piccoli particolari. L’odore di brioche calde al bar dell’ospedale, le plafoniere tonde come dischi volanti appese ai soffitti dei corridoi dove lo facevano attendere, il piazzale dell’elisoccorso puntellato dalle intermittenti….”. Ecco, i genitori sono scomparsi. O meglio, sono sottintesi, nel proseguio. Non li citi fino a “strillando contro i muri e i genitori”, anche se sono loro che lo portano per dottori e ospedali, e sono loro a non sapere come raccapezzarsi con questo bimbo. Funziona, eh, mi chiedevo solo se te ne fossi accorto. Tutto qui. Ciao.

  28. Giulio Mozzi Says:

    Magari, Luigi, se lavori sull’incipit tenendo conto di questa discussione, si potrebbe ripubblicarlo…

  29. Luigi Tuveri Says:

    Maestro, lei deciderà come la sua sapienza ritiene. Io lavoro sull’incipit intanto …e non solo. Ne ho da cesellare, cesella Luigi, cesella …è un verbo che suona meglio di ristruttuare, abbattere e ricostruire, rifare. Mi arrogo la possibilità di cesellare.

  30. Feliciana Says:

    Ciao Luigi, io avrei un appunto personalissimo (nel senso che questa cosa può accadere solo a me, non alla maggior parte delle persone che leggono) sui nomi.
    Finchè sono Leonardo, Roberto, Ofelia, van bene. Ma quando han cominciato ad essere Sandor Boka e Nicla Scacchi, Ermes Doni e Aidha Saied, ho dovuto tornare indietro nel racconto per rivedere chi fossero. Non dubito che la scelta abbia un suo precisissimo perchè. Ma quando mi succede questo, il dover tornare indietro nelle pagine per ricordarmi chi è e cosa ha fatto, è per me un motivo di grande fastidio: spesso, sfogliando i libri in libreria, è una delle cose che guardo e che decidono il mio comperare o no. Ed è persino uno dei motivi per cui non leggo letteratura giapponese (sarei così tesa a ricordare chi sono, che non apprezzerei per nulla il romanzo) e anche russa: su quest’ultima faccio il sacrificio solo per i grandissimi.
    Ciao, complimenti e buona continuazione, Feliciana

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