Dalla Bottega di narrazione / Stefania Arru

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[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Stefania ArruStefania Arru nasce ad Alghero nel 1983. Dopo il liceo frequenta l’Università di Bologna laureandosi nel corso di Relazioni Internazionali. Ha collaborato con alcune riviste, blog e per un lavoro di arte pubblica.
Vive a Milano ed è proprio interrogandosi su questa città che ha pensato un progetto per la Bottega. Tante sono state le righe di penna, le pagine ingoiate, i fotogrammi, le musiche, i piani, le sbandate. Impossibile trarre un’unica storia. E’ un fiume che risucchia diverse anime, un viaggio volontario fra le tappe del vivere quotidiano.
Non si dà mai nulla per scontato in Bottega, perciò l’idea originariamente stampata su carta si evolve in continuazione e noi cambiamo con essa. Bottega è anche luogo di ricerca e interazione; un’esperienza significativa in termini di crescita e di apprendimento.

Turista in cerca di anima
di Stefania Arru

Che cosa significa vivere in un determinato luogo e come ci si identifica con esso? La protagonista di questi episodi escogita dei modi per sentirsi parte della città in cui vive. Si tratta di una serie di spedizioni fisiche e mentali che la condurranno sino agli abitanti di un palazzo di Milano. (s.a.)

La responsabile del salone di parrucchieri sotto casa mi accoglie festosa e mentre mi chiede se taglio, piega o altro mi conduce verso la shampista.
I poster di ragazze orientali dai capelli originali e mechati sono appesi alle pareti. In quei sorrisi, in quegli occhi perfettamente tagliati, c’è qualcosa di suadente e di violento, nonostante i vestitini da liceali, le pose innocenti o le stelline tutte attorno.
Cerco di memorizzare i movimenti della ragazza che mi sfrega la testa perché sono rilassanti e vorrei riprodurli a casa.

Il salone è semivuoto, sono circa le dieci, ed è l’ora migliore per evitare l’affollamento; che spesso si risolve in piccole incomprensioni tra cinesi e italiani, perché la responsabile ha anche il compito di tradurre le richieste del cliente al parrucchiere di turno.
La shampista ha finito, mi avvolge la testa in un asciugamano celeste e mi affida alla responsabile professionale, che mi prende per mano e mi accompagna verso la seduta del taglio.
E’ appena entrata una signora, italiana dall’aspetto. Mi guardo in giro per vedere se la mia parrucchiera preferita è libera oppure occupata con un altro cliente.
Tre ragazze con gonne attillate scherzano fra loro, gli occhi sono delle fessure anche se non ridono, risalta il trucco ben definito, verde pastello, di una di loro. Una ragazza molto giovane è seduta al tavolino delle unghie e, non avendo clienti, lima le proprie.
Mi siedo, e dallo specchio di fronte vedo che la mia parrucchiera preferita sta allisciando i lunghi capelli di una ragazza dalla carnagione scura.
La supplico con lo sguardo, vorrei che lasciasse quella testa per occuparsi della mia, perché lei non spiccica parole ma ci capiamo anche a gesti. Indossa dei jeans e una maglietta nera a maniche corte e questi abiti così pacati sono rassicuranti rispetto alle gonne di raso, i vestiti di plastica, le canotte con draghi di paillettes che indossano tutte le altre.
Il repertorio di abiti cinesi è perfettamente riconoscibile dai colori, dalle forme e dall’odore di vernice e plastica che in questo caso si mescola con il vapore del phon sui capelli puliti e con le essenze fruttate di balsami e shampoo.
La responsabile spiega alla signora appena entrata che non bisogna prenotare per farsi i capelli, le chiede se vuol fare subito ma quella ringrazia ed esce. La responsabile fa cenno a un ragazzo che fuma fuori e mi indica.
«Cosa fa signorina?»
«Piega» rispondo dallo specchio.
«No taglio? Solo piega?»
«Solo piega» dico, facendo intendere a gesti una forma arrotondata. La responsabile comunica la mia decisione al ragazzo che mi guarda con le braccia conserte.
Il ragazzo pettina la mia massa rossiccia e informe. Li tira indietro e traccia una linea verticale, una orizzontale; ferma due cespuglietti con le pinze. Mi studia un attimo con il viso inclinato e un pugno sotto il mento. Sembrerebbe una posa da modello da fotografare e attaccare alla parete, vicino a tutti quei poster di gattine ammiccanti.
Cerco di ignorare un bombardamento senza senso proveniente da uno stereo in alto, sopra la mia testa. E’ un mix di suoni campionati, un’accozzaglia musicale che ricorda le prime pubblicità delle suonerie dei cellulari: il degrado delle immagini animate, la petulanza di suoni che a definirli “trash” si corre il rischio di renderli perfino interessanti in un futuro prossimo, così come ora si guarda a certe pubblicità degli anni ottanta ostentando chissà quale rimpianto.

Il ragazzo stira i miei ciuffi, uno alla volta, con il phon e la spazzola. Vede solo i miei capelli e il suo lavoro. Quando trova dei nodi tira ancora più forte e mi fa male, ma sopporto finché riesco, talvolta mi scappa un sopracciglio.
Questo è uno dei momenti in cui posso osservarmi allo specchio a lungo, senza far niente. Il mio viso è chiaro, la pelle sottile, senza trucco, sono in fase preparatoria e questo è il mio camerino. Mi scruto seria e poi tento di rilassarmi per ammorbidire i lineamenti.
Fra poco andrò in Duomo a farmi fare un ritratto.
Ci vado trasformata. Le mie richieste tradotte in un’altra lingua, i capelli modellati da altre mani. Giungo sintetizzata.
Cerco qualcuno, un artista che trasmetta ciò che vede su un foglio. Voglio vedermi realizzata su carta perché dietro lo specchio non so dire se esisto. È come quando si cade e i sensi per un attimo crollano, quindi per prima cosa si porta la mano sul viso, per tastare la materia che in altre occasioni non pensiamo nemmeno di avere.
Il ragazzo è veloce ed è oltre a metà dell’opera, rimane un groviglio di capelli pinzati sopra la fronte. Mi accorgo che c’è qualcosa che non va, i capelli sono tutti arrotondati all’interno, come gli avevo chiesto, ma non mi piacciono, c’è una perfezione che non volevo.
E’ vero che oggi potrei sentirmi diversa ma non riesco ad uscire con un’impalcatura a forma di fungo.
Decido di parlare alla fine dell’opera, magari è ancora troppo presto.
E’ un casco tondeggiante, la linea in mezzo separa definitivamente due emisferi. Una creazione impeccabile. Lui mi guarda per la prima volta e sembra soddisfatto mentre io, combattuta da ciò che sembro, parlo con le smorfie. Come dirgli che va bene però non li volevo così lisci, ma leggermente mossi, sbarazzini, insomma, una linea più morbida, vicina alle mie caratteristiche somatiche che non ammettono la spietatezza logica di un liscio sublime? La responsabile traduttrice non si vede ed io tento di spiegarmi con il ragazzo.
Parto con la locuzione universalmente conosciuta «Okay, okay» così prendo tempo, lo tranquillizzo e indico i capelli «così è okay. Ma io voglio un po’ mossi, capisci?» e frugo tra i capelli disordinando la sua composizione. Mi guarda malissimo, è esterrefatto. Arriva il boss in tailleur.
«Allora, bene così?» domanda mentre si piega in avanti con le mani dietro alla schiena ed è vicinissima al mio naso.
«Si, bene. Però li volevo un po’ più mossi, così sono piatti.»
In quell’istante mi rendo conto che là dentro tutti hanno i capelli piatti, anche se alcuni sono raccolti in complicati chignon o infoltiti dall’effetto volumizzante dei colpi di luce, scalati o legati a coda di cavallo. Fondamentalmente non conoscono il riccio pur sperimentando il parente meno nobile dei boccoli: il frisé.
«Ma belli così! Guarda, proprio chic!» dice stirandomeli ancora di più con le mani.
E dallo specchio vedo la mia parrucchiera preferita intenta a lavorare, mi confronto con lei, mentre la responsabile non fa che complimentarsi e toccarmi, siamo simili, abbiamo la stessa piega, le assomiglio proprio tanto. Pago i miei otto euro ed esco.

Un leggero tremore fa vibrare la mia mano mentre faccio scivolare sulle labbra una curva di rosso veneziano. Regolo l’imperfezione strofinando un labbro sull’altro, delicatamente, per non sbavare.
Mi guardo nello specchio grande e vedo una turista che sta per uscire da proprio albergo per andare a vedere le bellezze di Milano.
Confeziono risposte nell’eventualità che qualcuno mi rivolga la parola.

Ero a Milano per lavoro e oggi mi concedo un po’ di svago. Generica e credibile.
Si, sono italiana. La maggior parte degli sconosciuti mi attribuisce una provenienza estremamente lontana dal vero; dicono, infatti, che i miei lineamenti sono tipici dell’est europeo. La cosa non mi dispiace affatto, anzi, ma su questo punto devo essere sincera altrimenti le domande non finiranno.
Organizzo dei corsi, lavoro con le aziende. Precisa e professionale.
Grazie per il caffè. Scusi ma devo andare perché ho tante cose da fare. Distanza e fuga. Darei del lei perfino ad un diciottenne. Ci si rifugia sempre nelle cose da sbrigare.
Greta, piacere. Il nome non garantisce nulla se non la soddisfazione di scegliere un epiteto senza storia.
Non do mai il numero a persone che non conosco. La bugia è pessima e nei casi in cui certi sconosciuti chiedono il numero l’istinto non aiuta. Certe volte, per non sbagliare, mi sono liberata subito del numero, pur di allontanare l’impiccio, anche se poi mi sono accorta che questa mossa è come un antidoto a breve durata: l’indesiderato sparisce istantaneamente dalla mia vista, salvo poi tornare sottoforma di messaggi insulsi e chiamate nel bel mezzo della notte.
Può darsi che ci rivedremo in giro. Solite banalità.
No. Grazie. Le bellezze di Milano le vedo anche da sola.

Il tram mi ha lasciato tra via Torino e Piazza Duomo. Pur non frequentando quotidianamente questa porzione di città, mi muovo agilmente tra la folla e con fare sculettante taglio in diagonale la grande piazza.
Nella costante indecisione sul fatto di essere una turista oppure no, procedo a sbalzi, talvolta rivolgendo dei sorrisi dispotici ai calamitatori di piccioni che vorrebbero riempirmi le mani di mais.
So di certo che troverò il mio artista dalle parti di corso Vittorio Emanuele II.
Cammino sempre più lenta. Sotto il portico, la scia di gente è molto più compatta e rumorosa; ci si contende la propria direzione, deviando e sbandando.
Li cerco, saranno tre o quattro, mi tengo lontana mischiandomi tra i numerosi volti, per evitare di farmi accalappiare dal primo che capita, illudendomi di poter scegliere. Mi fermo davanti alla Rinascente per impiegare qualche minuto dopo di che decido di tornare indietro. Temporeggio davanti a un’edicola che vende principalmente souvenir, innocenti riproduzioni della chiesa del Duomo.
Un fisarmonicista intona una musichetta triste: una mescolanza di sinfonie balcaniche, senza parole. L’artista è alle mie spalle, qualcosa mi spinge a comprare una mappa di Milano, pur non avendone la minima necessità, nel tentativo di perdere ancora del tempo, ritardare dunque l’approccio e stabilire una piena aderenza con il mio atteggiamento da turista.
Faccio mezza giravolta in senso antiorario con la mia mappa in mano, nella sua direzione, lo guardo come fosse una sorpresa, una cara vecchia conoscenza.
Mi tolgo gli occhiali scuri e mi avvicino. Nel frattempo la gente cammina scomposta, come in balia di vortici d’aria. L’artista è preso dal suo foglio, non sembra particolarmente predisposto ad attrarre nuovi clienti, pur essendo accerchiato da ritratti-esempio di personaggi famosi.
«Salve» un saluto in forma di domanda, il mio. Lui continua a disegnare con la bocca semichiusa, sta fischiettando un motivo che non riesco a sentire. Non mi ha visto. Elimino all’istante la voglia di scappare e prendo la seggiola destinata al cliente, quella che lui avrebbe dovuto indicarmi gentilmente e mi siedo.
«Posso?»
«Posso cosa?»
«Sedermi.»
«Sei già seduta.»
«Si, scusi. E’ perché prima l’ho salutata ma non mi ha visto» fuoriesce dal mio tono una punta di risentimento che non riesco a placare, c’è qualcosa di nasale nel mio timbro che vorrei, invece, asciutto e monotono.
«Capita.»
«Capisco. Passano così tante persone qua.»
«Centinaia di persone ogni giorno e non mi aspetto che salutino» me lo dice calmo ma è anche freddo.
«L’ho salutata perché vorrei che mi facesse un ritratto.»
«E chi ti dice che io abbia voglia di farti un ritratto?» grazie alla sua risata prendo tempo.
«Suppongo che ne faccia. Altrimenti che senso avrebbero questi?» indico Angelina Jolie e Brad Pitt. Chissà se esistono davvero queste celebrità.
«Non hanno nulla a che vedere con quello che faccio.»
«Ah. Mi vuol raccontare la storia dell’artista incompreso?».
«Nient’affatto. Non abbiamo proprio niente da dirci.»
L’artista guadagnava un bel 4-0 nel tabellone immaginario della nostra partita e io non mi decidevo a mollare tutto, sentendomi come quei bambini che fanno la pipì addosso e preferiscono inchiodarsi alla sedia piuttosto che alzarsi e farsi deridere da tutti.
«Immagino siano degli esempi, delle prove di bravura, qualcosa per attirare i turisti, ci posso anche arrivare a questo!».
«Oh-oh-oh, ci stiamo scaldando.»
«Senta, mi vuol fare il ritratto o no?»
Mi conficca uno sguardo secco. Io non reggo l’occhiata e fisso il pavimento mentre l’agitazione si scioglie nel caldo.
«Della sua contemplazione non so che farmene» gli dico senza alcuna pretesa.
«Io invece ho ricavato qualcosa, ma tu eri troppo distratta per accorgertene.» Mi porge un foglio e dietro c’è il mio ritratto.

[Appuntamento a lunedì 3 ottobre, con un estratto dal romanzo in corso d’opera di Luigi Tuveri L’arco del tempo. gm]

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24 Risposte to “Dalla Bottega di narrazione / Stefania Arru”

  1. Carlo Capone Says:

    Scritto bene e con la dovuta accuratezza, l’immagine di quei cespuglietti di capelli fermati con le pinze buca lo schermo, ad esempio.
    L’altra sezione non m’interessa, la Milano turistica del centro è un tema sgualcito dall’uso, ritrattisti inclusi. Inoltre i milanesi non dicono ‘Corso Vittorio Emanuele II’, dicono ‘Corso Vittorio Emanuele’ e basta. Ma gradirei conferma.

    Seguirò con interesse i lavori della Bottega, anche per avere conferma alle mie conclusioni, al termine dei lunghi anni di scuola di scrittura, sulla generazione post Muro che scrive.
    Queste righe mi rafforzano in quei convincimenti.

    In ogni caso, brava Stefania.

  2. enrico Says:

    Stefania la scena al parrucchiere è assolutamente godibile, un vero “momento sospeso” (o kafkiano), venato da una sottile inquietudine, da un disagio e forse persino da una femminile malinconia, che incantano: ammirato, chapeau.
    Intrigante l’idea del Duomo e del ritratto… ma appoggerò – forse per motivi diversi – i rilievi di Capone (verissimo: corso Vittorio Emanuele per i milanesi: se no si rischia di fare come in quel film di Lucchetti, che metteva Niguarda vicino al Duomo…).
    Mi sembra che il (e mi pedonerai il termine) il “tonfo” è quando fai parlare il nostro io narrante con il “ritrattista”. Mentre dai cinesi io ti credo COMPLETAMENTE, quando lui parla sento l’artificio… dal punto di vista tecnico, qui, mi pare, il discorso diretto mi sembra che non ti faccia gioco. E mi son chiesto cosa succederebbe se tu non facessi parlare lui DIRETTAMENTE. Le battute dell’uomo sono un po’ troppo… sofisticate, “scritte” se posso così esprimermi…
    finisco: che freschezza, e che speranza grande nelle tue prove di scrittura! BRAVA!!

  3. mauro mirci Says:

    C’è qualcosa, nella seconda parte, che non mi convince. Forse andrebbe limato un po’. Frasi tipo “Chissà se esistono davvero queste celebrità.”, “me lo dice calmo ma è anche freddo”, “Mi conficca uno sguardo secco”, “fuoriesce dal mio tono una punta di risentimento”, mi suonano male, poco efficaci. Né colloquiali ne letterarie.

  4. Berto Says:

    E’ ben scritto ma non c’è tensione narrativa, è una serie di dettagli e riflessioni ma qual’è lo spunto che dovrebbe tener viva l’attenzione del lettore per tante altre pagine? Per ora non c’è storia e dopo un po’ anche le osservazioni e le descrizione più ben scritte annoiano.

  5. enrico Says:

    Mi chiedevo: se sei in ascolto Stefania tu lo senti il “gradino” tra la prima e la seconda parte? L’abbiamo rilevato, con sensibilità diverse, almeno in tre… Ammesso che anche tu lo avverta, a tuo avviso, “che cosa è successo” dal punto di vista creativo, nel “passaggio” tra prima e seconda parte? Grazie

  6. Stefania Arru Says:

    Provo a fare un passo doveroso, tenendo conto del fatto che questo, come tutti gli altri testi che verranno proposti, è l’estratto di un lavoro ogni giorno più complesso.
    La ragazza vive da un anno a Milano ma non si trova a suo agio. Per cercare di star bene escogita delle tappe o delle missioni, ed è questo, un percorso, che parte dal centro e finisce nel posto in cui vive.
    Parte dal centro perché lei, un giorno, decide di essere una turista e desidera, come molti turisti, farsi fare un ritratto da un artista di strada, perciò si reca nel posto in cui è sicura di trovarne almeno uno: in corso Vittorio Emanuele II. Non solo è un luogo turistico: è un luogo comune e (ri)conosciuto per questo genere di cose.
    Il “gradino” o il passaggio da una scena all’altra è decisamente voluto. Perché: fa tutto parte dell’esperimento, è una fase preparatoria che abbraccia due diversi momenti: il camerino dal parrucchiere e l’approccio vero e proprio con l’artista.
    Gioco o spero di giocare con l’incomprensione ovvero sul fatto che gli altri vedono quello che uno, un io, non s’immagina di vedere.

  7. Giacomo Verri Says:

    Bisogna intendersi intorno al concetto di ‘tensione narrativa’: è il mero intreccio, l’aggrovigliarsi del plot, o è qualcosa d’altro? Nel pezzo di Stefania la trama è ridotta al minimo, ma non per questo penso che manchi tensione narrativa!
    In una società, com’è la nostra, satura di narrazioni (perché, in fondo, anche chi al TG ci dice le previsioni del tempo lo fa come raccontasse una storia), le narrazioni artistiche, qual è quella di Stefania, possono e devono permettersi di essere ‘differenti’; possono anche non basare tutta la loro forza sulla trama; possono anche essere dei dettagli, delle riflessioni, come scrivi, Berto. Se in Proust (e con questo non voglio dire che Stefania sia il bel francese) dovessimo cercare la trama… addio!
    Una scrittura è bella anche se è fatta di idee, di sensazioni, di sentimenti.

  8. Alessio Says:

    Stefi, ma è troppo carino e divertente! Leggendolo vedo proprio te, ti riconosco in tutto, mi piace! La parte cinese è divertentissima, l’altra al Duomo pure mi piace, però è vero, il discorso diretto ti è venuto meno bene (ma il discorso diretto, i dialoghi, vengono meno bene a tutti secondo me). Aspetto il resto del racconto allora, BRAVA!

  9. enrico Says:

    Devo dire, Berto, che – io al contrario sono incuriosito dal proseguire del lavoro di Stefania, ma non attratto e sedotto dalla trama (giuste secondo me le osservazioni di Giacomo) ma dalla “condizione” e dal carattere dell’io narrante: seguirla, vedere dove “si” porta e dove “mi” porta… vedere il mondo attraverso i suoi occhi… qui sai Stefania non capisco bene quello che tu dici – e trovo molto interessante d’altra parte: tu dici “Gioco o spero di giocare con l’incomprensione ovvero sul fatto che gli altri vedono quello che uno, un io, non s’immagina di vedere.” Ci puoi forse fare un esempio? In modo da far capire e illuminare questo aspetto?

  10. Stefania Arru Says:

    Un esempio lo prendo proprio dal testo.
    L’artista confeziona il ritratto a prescindere da ciò che vuole la ragazza. Non solo, probabilmente il disegno viene concluso ancora prima del contatto diretto.
    Oppure il parrucchiere: interpreta una capigliatura che non è quella intesa dalla protagonista: il gesto vago di lei è diventata la forma che l’altro aveva in mente.

  11. Berto Says:

    Prost è Proust. Un ignoto scrittore che aspira a pubblicare il suo primo romanzo non può permettersi quello che puù permettersi uno scrittore già affermato, mediamente bravo, non parlo di Proust o altri paragoni insostenibili. Magari non è giusto, ma è così.Prima si deve imparare a camminare e poi a correre.
    Un esordiente deve far entrare subito il lettore dentro la storia, avvincerlo e convincerlo a non chiudere il libro dopo poche pagine, non farmi vedere quanto è bravo a descrivere tutti i dettagli di una messa in piega in un salone per capelli. E ho tralasciato tutte le ingenuità dello stile, dall’abuso di avverbi di modo e aggettivi, ai clichè come “lo supplicò con lo sguardo” o ” leggero tremore”.
    Io non so se questo è l’inizio del romanzo, spero di no, perchè ho letto di rado un incipit peggiore, la prima frase è terribile.
    Ci sono delle potenzialità, non lo nego, e auguro tutta la fortuna del mondo alla giovane Stefania, non voglio dire che la Avallone o Giordano siano dei formidabili scrittori, ma hanno saputo come appassionare e raccontare una storia. Lasciamo perdere metafore con la società satura di narrazioni o altri massimi sistemi, andiamo al sodo, le narrazioni “artistiche”, con tante accurate descrizioni e riflessioni, non le pubblica nessuno, almeno a un aspirante esordiente.
    Per il bene di Stefania mi auguro e le auguro che la mia risibile ma sincera opinione sia sbagliata e che trovi un editore appena finita la Bottega.

  12. paolab Says:

    ovviamente è difficile reagire a un estratto. in questo caso, in particolare, perché non si sa che parte dell’intero rappresenti. per esempio, per quanto ben scritto (e anche io concordo nel preferire la prima parta alla seconda), se questo fosse un incipit sarebbe un po’ debole. come lettrice, infatti, non posso trovare ragioni per voler davvero seguire il percorso della protagonista, per sentirmi coinvolta. la voce narrante si descrive con occhio attento in movimento dentro la città, ma la scelta di un registro piano, di un tono medio, la scelta del tranche de vie non può accendermi vero interesse (tensione o curiosità o divertimento o godimento ecc.). naturalmente se questo stesso testo fosse invece nel corpus di un racconto e io lettrice avessi già delle ragioni per sentirmi legata alla storia, o alla protagonista, o ai suoi capelli o alla città ecc. ecc. allora tutto potrebbe avere ben altro sapore. giacomo ha ragione a dire che la narrazione non consiste solo di fatti: può consistere di parole. ma le parole in qualche modo sono segno e non solo significato e io devo essere messa in grado di accedere a ciò cui il segno rimanda. qui io mi sento lasciata al mero significato: il testo estrapolato risulta anche disinnescato (forse sarebbe più facile capire l’incipit)

  13. Giulio Mozzi Says:

    Berto, questo estratto dal lavoro di Stefania non ne è l’incipit; e il lavoro non è – almeno al momento – un romanzo. Entrambe le informazioni sono reperibili nella premessa all’estratto stesso.

    Giustamente segnali la presenza di qualche cliché. Meno di un mese fa trovai, nel testo di un autore pubblicato da anni con onore, la seguente perla: “Ma sospettava che lui avesse in tasca un qualche asso nella manica”. (E poi mi si venga a dire che il lavoro di edizione e redazione non serve!…).

    Scrivi: “…Un esordiente deve far entrare subito il lettore dentro la storia, avvincerlo e convincerlo a non chiudere il libro dopo poche pagine…”.
    Perché deve? E perché questo sarebbe un dovere per un “esordiente” (e magari per altri no?).

    Io sono un po’ perplesso difronte a queste affermazioni categoriche. Dal punto di vista editoriale, un buon esordio è quello che che conquista all’autore un pubblico stabile: magari non tanto cospicuo (quattro, cinquemila lettori sono già un bel risultato per un editore grande; e mille lo sono per un editore piccolo), ma che abbia del libro un bel ricordo e che sia disponibile ad acquistarne un altro. Conta insomma la sostanza. E questo perché – dico sempre dal punto di vista editoriale – la “sostanza” è qualcosa di riproducibile. Mentre un incipit fortunato non lo è.

    Scrivi anche, Berto: “… le narrazioni ‘artistiche’, con tante accurate descrizioni e riflessioni, non le pubblica nessuno, almeno a un aspirante esordiente”.

    Questo, per l’esperienza editoriale che ho, è semplicemente falso.

    L’incipit di “Acciaio” di Silvia Avallone – visto che la citi – è tutt’altro che fulminante: “Nel cerchio sfocato della lente la figura si muoveva appena, senza testa.
    Uno spicchio di pelle zoomata in controluce.
    Quel corpo da un anno all’altro era cambiato, piano, sotto i vestiti. E adesso nel binocolo, nell’estate, esplodeva.
    L’occhio da lontano brucava i particolari: il laccio del costume, del pezzo di sotto, un filamento di alghe sul fianco. I muscoli tesi sopra il ginocchio, la curva del polpaccio, la caviglia sporca di sabbia. L’occhio ingrandiva e arrossiva a forza di scavare la lente”.
    Vogliamo sottolineare l’ovvietà del novenario iniziale, l’orribile “zoomata”, i cliché (“cambiare sotto i vestiti”, “i muscoli tesi”), i tentativi di effetti speciali a poco prezzo (lo zeugma “nel binocolo, nell’estate, esplodeva”, le metonimie animali come “brucava i particolari”, “scavare la lente”, le frasi nominali in polisindeto).
    Questo è un incipit che dice al lettore: “Guarda che quella che stai leggendo è letteratura. Eppure, guarda, la capisci. Quindi sei un lettore di letteratura, mica un lettore di roba di consumo”.
    Per fortuna poi segue un romanzo tosto.

    Ricordo peraltro quel che scrisse il Tiraboschi sul romanzo d’esordio di Alessandro Manzoni: “Un esordiente deve far entrare subito il lettore dentro la storia, avvincerlo e convincerlo a non chiudere il libro dopo poche pagine, non farmi vedere quanto è bravo a descrivere tutti i dettagli di un paesaggio lacustre”.

    😉

  14. Berto Says:

    Sarò la reincarnazione del Tiraboschi, Giulio, visto che ho inconsapevolmente usato le sue stesse parole. 😉
    Magari si questo ci scriverà un romanzo sopra Luigi Tuveri, visto che è appassionato del genere…

  15. Alessandra Says:

    “[…]Confeziono risposte nell’eventualità che qualcuno mi rivolga la parola. […] Ci si rifugia sempre nelle cose da sbrigare.[…] Il nome non garantisce nulla se non la soddisfazione di scegliere un epiteto senza storia[…]”.

    L’eleganza è nei dettagli.

  16. Giacomo Verri Says:

    Certo che Prost (!) è Proust, e l’ho tirato in ballo solo per mettere sul tavolino quelle “metafore con la società satura di narrazioni”. E va bene. Ma resto dell’opinione che l’incipit è molto, ma non è tutto, e che il plot sia veramente importante ma, se c’è solo quello, scriviamo fiabe o facciamo riassunti (senza nulla togliere al genere fiabesco… stupendo).
    Direi, però, che a questo punto sarebbe interessante sentire la voce di Stefania…

  17. Carlo Capone Says:

    Sono le battute iniziali di 5 romanzi.
    Qualcuno ne vuol commentare l’impatto sull’immaginario del lettore, mettendoli in ordine di gradimento ?

    1. Io mi chiamo Pericle Scalzone, di mestiere faccio il culo alla gente.
    2. Basta! Michele era ormai stufo di quell’orso.
    3. Quelli che scrivono diari sono persone senza palle.
    4. Entrò Carla.
    5. Chiamatemi Ismaele.

  18. Berto Says:

    @Giacomo, è evidente che Prost è un refuso, ho scritto Proust in modo corretto subito dopo e ancora nelle righe seguenti. :-O
    Gli incipit (intesi come la prima frase) non sono tutto, ci mancherebbe. Però è innegabile che una prima frase “fulminante” abbia un impatto positivo sul lettore. Di quelli postati da Carlo i primi tre sono tutti riusciti, in questo senso, secondo me. Metterei 4° il numero 5 e ultimo il n°4 che bisognerebbe valutare magari anche insieme alla frase seguente.
    Per quanto riguarda la questione della tensione narrativa ne ho parlato a commento dell’estratto pubblicato oggi.

  19. Stefania Arru Says:

    Comunque. Non so che cosa i lettori si aspettano da un estratto. Nel mio caso, avendo fra le mani qualcosa che non può dirsi romanzo, ho scelto il pezzo che potesse rappresentare il lavoro nel complesso (ovvero il primo di una serie di passi verso una città ignota che è Milano). E per lavoro nel complesso intendo una serie di testi apparentemente slegati che tentano di rincorrersi nel presente.
    L’io narrante è una donna che trova degli espedienti per vivere in una città che non conosce. Espedienti minimi, che a volte non hanno nulla di particolare o di eclatante, perché quando una donna compie un’esperienza simile, niente è più anomalo (secondo me che racconto) del vivere quotidiano. Per questo motivo, alla fine o all’inizio (vedremo) la ragazza, comunicherà la propria decisione di cambiar casa, non agli amici più stretti o ai familiari, ma agli abitanti del palazzo di fronte: ovvero gente che le passa accanto distratta, gente della cui esistenza potremmo anche non sapere mai niente.

  20. Giacomo Verri Says:

    Grazie Stefania. Penso che per capire bene il tuo progetto sarebbe interessante leggerne altri estratti. Speriamo in Giulio!

  21. Giulio Mozzi Says:

    Oh, beh, se Stefania vuole, si può fare. Magari quando avremo finito il giro di tutta la brigata.

  22. Carlo Capone Says:

    Scrive Stefania Arru: “Comunque. Non so che cosa i lettori si aspettano da un estratto.”

    Parecchio, per quanto mi riguarda, gentile Stefania.
    Da uno che scrive, che cioè ha deciso di farlo con metodo e scopi da attuare, pretendo benevolmente che siano decisivi anche i frammenti di un post, una mail o le righe in croce di un bigliettino, per assurdo.
    La scrittura è mosto in perenne fermentazione da analizzare in continuo. Per la carità, senza che l’operazione assuma toni ossessivi, altrimenti si finisce come Luca Canali in Autobiografia di un baro.

    Anche se non consiglio a nessuno di scrivere seriamente. Guardi le facce e il tono di voce di molti, non tutti, gli scrittori. Sono un po’ così, tant’è che verrebbe da dirgli come Massimo Troisi a Robertino: ” jesce, fa quaccosa, tuocc e’ femmene. Sinnò cca dint tu addevient scem!”

  23. Stefania Arru Says:

    Molto bene Carlo, apprezzo chi si aspetta “parecchio” da ciò che legge. Ma su “che cosa si aspettano” da parte mia fortunatamente non c’è risposta, ed è meraviglioso scegliere un pezzo basandosi sulla volontà di far conoscere ad altri un’idea, un progetto.
    Se Giulio è d’accordo più in là si potrebbe aggiungere qualche altra “tappa” di questo percorso.

  24. Giulio Mozzi Says:

    Carlo, scrivi: “Da uno che scrive, che cioè ha deciso di farlo con metodo e scopi da attuare, pretendo benevolmente che siano decisivi anche i frammenti di un post, una mail o le righe in croce di un bigliettino, per assurdo”.

    Sono d’accordo.

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