Come nasce un bestseller in Italia?

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L’opinione di Severino Cesari, direttore – con Paolo Repetti – della collana Einaudi Stile libero. Qui.

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22 Risposte to “Come nasce un bestseller in Italia?”

  1. veronica tomassini Says:

    Sì Giulio, lo avevo già visto e ascoltato questo intervento di Cesari. L’idea che si debba scrivere con la massima semplicità perché la storia possa raggiungere più lettori possibile mi colpisce. Qualcuno dirà: è naturale che sia così. No, non sempre.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Condivido.

  3. Giovanni Accardo Says:

    Ho scritto un romanzo che sta piacendo a un pubblico composito (per gusti, residenza, professione, età, ecc.) di lettori. Peccato che sia un dattiloscritto (o un file) e che il pubblico di lettori, in un modo o nell’altro, siano miei amici o miei conoscenti (tranne la signora della copisteria). Una storia semplice e velocissima, dicono, che può raggiungere molti lettori, dicono.
    Ma forse tutto questo non c’entra nulla con quello che dice Repetti nell’intervista e col commento di Veronica. Se è così, non me ne vogliate, tolgo subito il disturbo.

  4. veronica tomassini Says:

    Perché Giovanni? C’entra eccome il tuo intervento. Penso anche però che non sia sufficiente soltanto che la storia venga scritta “con la massima semplicità per raggiungere il maggior numero di lettori possibile”. Non c’è niente di più complicato della semplicità, la semplicità a cui allude Cesari, forse, è, forse, quella che intercetto nella scrittura di Giulio Mozzi. E penso infine: il traguardo dell’autore nella maturità è quel tipo di scrittura (non minimalismo e stop). Come – e me lo domando spesso – si può mantenere una tenuta nello stile, dunque una scrittura elevata e/o governata, senza cedere all’insicurezza o peggio eccedere nei barocchismi (faccio il mea culpa)?

  5. andrea Says:

    Interessante il discorso di Cesari. Interessante perchè non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e detto da un esperto quale lui è, ci fa capire che in realtà in Italia nulla è cambiato. Ha fatto bene a fare l’esempio di Paolo Giordano, proprio per confermare l’esatto contrario della sua tesi, ovvero: si vende solo se la vendita del libro è pianificata e promossa con i giusti investimenti. Anche io come Giovanni Accardo ho pubblicato alcune cose che i lettori (non solo amici e conoscenti) riconoscono come degli ottimi lavori. Ma tutto finisce lì. Sono straconvinto che la raccolta di racconti “Idioti” (http://andreascrittura.wordpress.com/pubblicazioni/idioti/) se fosse promossa nel giusto modo venderebbe tantissimo. Come gli editori selezionano i futuri bestselleristi ? Non lo so.

  6. Giovanni Accardo Says:

    Veronica, mi viene in mente Una storia semplice scritta da Leonardo Sciascia, dove in realtà di semplice non c’è proprio nulla, a partire dall’essere siciliani. Ma anche qui vado fuori strada. Sono perfettamente d’accordo: essere semplici nella scrittura è maledettamente complicato, basti vedere le date di composizione in calce a molti racconti di Giulio, soprattutto quelli più luminosi. Giulio, scusa se parliamo di te.

  7. leonella rossato Says:

    per quello che so io il libro di Giordano è stato un successo programmato a tavolino a cui hanno lavorato vari editor insieme a lui. La storia all’inizio era solo un racconto che poi Giordano ha sviluppato con il loro aiuto. Pare che ritenessero vincente puntare su di lui perché: giovane, carino, con laurea scientifica, ecc… le giuste caratteristiche per diventare un personaggio.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Leonella, hai riportata correttamente la leggenda.

  9. veronica tomassini Says:

    sì, questa storia circolava, l’hanno raccontata anche a me, non ricordo più chi. mi hanno raccontato di strategie studiate a tavolino, di personaggi che giravano per librerie addetti all’acquisto di centinaia di copie per far guadagnare all’autore, oggetto del grosso investimento, i primi posti nelle classifiche, insomma cose così, che forse abbiamo sentito tutti. questa cosa mi confonde, da che dipende la riuscita di un libro? come dice il mio editore (Garlisi di Laurana) c’è un fattore ics, il fattore “imponderabile”. sicché io non mi dò risposte, così come d’altronde non saprei rispondere alla domanda: è nato prima l’uovo o la gallina?

  10. veronica tomassini Says:

    concludo dicendo: sono leggende, come dice Giulio. Perché i lettori esistono sul serio, commentano e lasciano tracce verificabili.

  11. vbinaghi Says:

    Sono colpito dalla disquisiziome di Cesari sul “romanzo della realtà”. Fa finta di non sapere che in Gomorra e Romanzo criminale il lettore riconosce il suo proprio immaginario riguardo a una cronaca per lo più televisiva? Cioè lui ritiene veramente che il successo di libri come questi mostri una maggiore volontà di conoscenza nel lettore di quanto avvenga per un qualsiasi thriller?

  12. Filippo Albertin Says:

    Ritengo però che il termine “bestseller” sia in questo caso utilizzato come sinonimo della perifrasi “romanzo che viene letto anche da chi di solito non legge”. L’idea di “romanzo della realtà” è interessante e inquietante nel contempo: interessante, perché effettivamente oggi tutti i romanzi molto venduti parlano della realtà, e secondo me della realtà più banale e spicciola (vedi gli psicodrammi adolescenziali alla Twilight & Cloni, che di orrorifico-vampiresco hanno poco nulla); inquietante, perché avere bisogno di romanzi per “conoscere” la realtà — non interpretare, scavare, individuare vie alternative, e simili, bensì solo “conoscere” — mi suggerisce quanto oggi la realtà stessa sia una sorta di grande regno fatato, piuttosto che la vera assenza. La desensorializzazione prodotta dai media tecnologici ne sarebbe una conferma.

  13. aisai Says:

    Personalmente il mondo dell’editoria italiana mi fa schifo e credo che coloro che ci lavorano abbiano ben poco da insegnare. Il mercato negli ultimi vent’anni si è più che dimezzato, e credo che buona parte della colpa sia loro.

  14. Michele Says:

    Anche a me ha colpito il cenno alla massima semplicità nel raccontare la storia e – per rispondere a Veronica – credo che si, sia possibile mantenere una tenuta nello stile, puntando proprio nella semplicità dello stile, e credo quindi che semplicità nel raccontare e semplicità nello stile vadano a braccetto. La semplicità nello stile è, per mia esperienza e per quello che ho osservato in esempi molto noti, un punto di arrivo nella maturità stilistica di uno scrittore.

  15. Isa Says:

    @vbinaghi
    Sono d’accordo con Lei per quanto riguarda Romanzo criminale. Penso che il “caso Saviano” richiederebbe un discorso diverso che qui non c’è motivo di cominciare.

    Però: nella mia adolescenza e giovinezza ho capito un po’ la mafia attraverso Il giorno della civetta e A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia.

    Ai miei alunni (insegno alle medie) faccio spesso leggere romanzi della realtà (Storia di Iqbal di Francesco D’Adamo o Il buio oltre la siepe di Harper Lee o addirittura il libro di Gorlando su Giovanni Falcone, per dire cose molto diverse: dipende dal ragazzo a cui affido la lettura).

    Uso reportage di qualità (Cara Cina di Goffredo Parise, per esempio) per parlare di letteratura e insieme di storia e geografia.

    Propongo romanzi della realtà in terza per conoscere la storia del Novecento, da Se questo è un uomo a Berlino Alexanderplatz a L’Agnese va a morire della Viganò.

    Uso anche dei film, naturalmente, con lo stesso “taglio” didattico.

    Non credo, vista la risposta degli alunni, di sbagliare di tanto.

    Riesco a interessarli, a coinvolgerli, a emozionarli, a lanciare discussioni appassionate, a evitare che continuino, come fanno spesso i ragazzi di oggi, a guardare solo il loro ombelico.

    Riesco -e non è poco- a farli appassionare ad una lettura della realtà che passa attraverso lo sguardo e le parole di un altro.

  16. veronica tomassini Says:

    Isa: avrei voluto un’insegnante come lei.

  17. Filippo Albertin Says:

    Isa è come dovrebbe essere l’insegnante. Mi rendo conto di quanto oggi, con la gioventù che (spesso) ci ritroviamo, i modelli che vengono proposti, la situazione precaria dell’insegnamento stesso, l’adolescentizzazione dei genitori e in generale il relativismo acritico che dilaga, questo modo di essere insegnanti sia difficile e coraggioso.

  18. vbinaghi Says:

    @Isa
    Capisco il suo modo di procedere, in parte lo condivido quando si tratta di questioni storiche. Insegno storia e filosofia in un liceo e uso molto il cinema (La grande guerra di Monicelli, Ladri di biciclette di De Sica, Il partigiano Johnny di Chiesa ecc). L’idea è che la narrazione è il complemento (anzi il risultato) necessario della ricerca. Sulla contemporaneità il discorso è un po’ diverso: i romanzi di cui parliamo thrillerizzano semplicemente la cronaca, lasciando sostanzialmente inalterata la psicologia stereotipata dei mass media su cui costruiscono i personaggi. Realismo o elaborazione della diceria?
    Se vogliamo capirci, un romanzo che è veramente capace di affondare nella psicologia del terrorista è “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta, di cui mette allo scoperto il delirante idealismo gnostico, ma si tratta di un romanzo difficile, improponibile a un lettore generico (e infatti non è stato e non sarebbe mai stato un best seller in nessun paese del mondo).
    La psicologia del best seller è quella delle riviste alla moda (per lo più rotocalchi tipo Panorama-L’Espresso), non ci vedo niente di provocatoriamente formativo. Allora meglio l’allegoria, che spinge a trascendere l’orizzonte percettivo e il testo di primo livello: per esempio “Il signore delle mosche” (libro o film) per arrivare a parlare di comunità politica e democrazia.

  19. Giulio Mozzi Says:

    Posso dire che “Il tempo materiale”, proposto ad alcune classi delle scuole medie superiori del Trentino (uno dei mirabolanti progetti di Scuola d’autore), ha avuto un’ottima ricezione.
    Per il resto: la distinzione che propone Valter, tra narrazioni fondate (prevalentemente) su stereotipi e narrazioni non fondate (prevalentemente) su stereotipi, mi pare sensata.
    E mi pare che i libri che Isa propone stiano tra quelli che non si fondano (prevalentemente) su stereotipi. In qualche caso (ad esempio “Cara Cina”) lavorano proprio sulla distruzione degli stereotipi.

    Il discorso di Severino Cesari (che, tra parentesi, è praticamente uno dei miei datori di lavoro) lascia però perplesso anche me. Anche perché ho l’impressione, nella pratica poi del lavoro, che l’accostamento di scrittura semplice e “romanzi della realtà” produca alla fin fine questo: molta attenzione a romanzi che effettivamente dirigono il proprio sguardo sulla realtà, ma con una scrittura altamente “preformata” (sia stilisticamente, sia ideologicamente). Mentre fanno fatica a trovare spazio le opere che sembrano produrre da sé la propria forma, e magari sono così interne alla realtà, sono così delle “voci di dentro”, da essere quasi inaccettabili.

  20. Isa Says:

    @vbinaghi
    Grazie.
    Penso sia stato utile distinguere e spiegare.

    @Veronica Tomassini
    Sono un po’ vecchia e piuttosto brutta e molto severa…In aula sono più generosa che brava…
    Grazie, comunque.
    Con stima e simpatia
    Isa

  21. veronica tomassini Says:

    Giulio: amo le “voci di dentro” (condivido sull’aspetto del “preformat”, nutro le tue stesse perplessità in merito).
    Isa: con molto affetto e un tantino di rimpianto sul tempo e le distanze che mette, e pure i confini geografici. Buona giornata signora Isa, e a tutti.

  22. veronica tomassini Says:

    volevo scrivere: Giulio condivido quanto dici in merito alla scrittura preformata (riformulo quanto distrattamente-“refusamente” avevo scritto sussopra)..

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